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Quando il conflitto diventa potere: terapia di coppia, aggressività e sessualità nella prospettiva della gestalt

Quando il conflitto diventa potere: terapia di coppia, aggressività e sessualità nella prospettiva della gestalt

ABSTRACT

Il presente contributo propone una lettura della terapia di coppia attraverso la prospettiva della Gestalt Therapy e della Sessuologia della Gestalt, ponendo al centro il rapporto tra aggressività, sessualità e dinamiche di potere. Attraverso la teoria del campo, la coppia viene considerata non come un sistema chiuso composto da due individui, ma come un fenomeno relazionale immerso in uno sfondo sociale, culturale e storico che influenza le modalità di contatto, il conflitto e il desiderio.

L’articolo esplora come le logiche di dominanza presenti nel campo sociale possano essere introiettate dalla coppia, trasformando la differenza in lotta di potere e il conflitto in uno scontro finalizzato alla supremazia, alla difesa o al controllo dell’altro/a. Le dinamiche accusatorie, svalutanti, fusionali e competitive vengono comprese come adattamenti creativi attraverso cui la coppia cerca di regolare un campo percepito come minaccioso.

A partire dai contributi della Gestalt Therapy e della Sessuologia della Gestalt (Pizzimenti, Bellini), viene proposta una rilettura dell’aggressività sessuale come funzione vitale di differenziazione, contatto e trasformazione. L’aggressività, sostenuta dalla sessualità intesa come capacità di cura, interesse e apertura verso l’altro/a, può trasformarsi da forza orientata alla dominanza in energia creativa capace di sostenere il conflitto senza distruggere il legame. Allo stesso modo, la sessualità sostenuta dall’aggressività mantiene la differenziazione necessaria affinché l’incontro non si trasformi in fusione o perdita di sé.

La terapia di coppia diventa così uno spazio clinico e politico in cui rendere visibili gli sfondi culturali che organizzano la relazione e favorire il passaggio da modelli relazionali basati sulla dominanza e sulla supremazia a forme di contatto fondate sulla reciprocità, sulla libertà e sulla creatività dell’incontro.

PAROLE CHIAVE: terapia di coppia, teoria del campo, aggressività sessuale, terapia della Gestalt, fusione-differenziazione-connessione, sessuologia della Gestalt.

 

INTRODUZIONE

La terapia di coppia si muove storicamente tra due grandi orientamenti: i modelli che privilegiano l’autonomia dei partner e quelli che enfatizzano la connessione. Il primo filone trova espressione nella teoria sistemica di Murray Bowen (1978), che sottolinea la necessità di differenziazione del Sé per evitare la fusione emotiva. Il secondo si fonda invece sulla teoria dell’attaccamento, con l’Emotionally Focused Therapy di Sue Johnson (2008), che vede la salute della coppia nella capacità di costruire un legame sicuro e responsivo.

Entrambe queste prospettive hanno contribuito enormemente alla comprensione della coppia, ma mantengono una tensione implicita tra due esigenze spesso considerate separate: il bisogno di essere sé stessi e il bisogno di appartenere. La prospettiva gestaltica propone invece di osservare come questi due movimenti emergano simultaneamente nel processo di contatto.

I fondatori di Gestalt Therapy (Perls, Hefferline, Goodman, 1951) offrono una visione differente: autonomia e connessione non sono poli opposti, ma  si alternano in un processo figura-sfondo. Autonomia e dipendenza rappresentano una falsa polarità come adattamento/creatività, maschio/femmina, aggressività/sessualità, ecc.

Per il “processo di contatto”, il ritiro è tanto importante quanto il coinvolgimento (Resnick, 2016), non ci può essere l’uno senza l’esperienza dell’altro. Allo stesso modo, l’affermazione della persona e dei suoi confini è necessaria per poter sperimentare una piena intimità e crescita.

Ne consegue una chiave originale che non chiede ai/alle partner di scegliere tra vicinanza o indipendenza, ma di imparare a danzare nel ritmo continuo che alterna il bisogno di legame e quello di differenziazione, dove la coppia impara che l’altro/a è libero/a, non è ciò che noi vorremmo, non si fa ridurre alle nostre aspettative, perché se ciò accade la vitalità si spegne.  Questo sguardo permette di accogliere la complessità della relazione, valorizzando la fluidità dei movimenti tra intimità, separazione e autoaffermazione.

In questo contributo vedremo la valenza politica, non solo clinica, che riveste la terapia di coppia e quali sono i suoi fondamenti nella terapia della Gestalt.

 QUANDO IL SOCIALE ENTRA NELL’INTIMO: LA COPPIA COME CAMPO DI POTERE

La terapia di coppia, secondo la teoria di campo, non può limitarsi a intervenire solo sui singoli partner, ma deve considerare l’intero contesto in cui la coppia si muove. Kurt Lewin, pioniere di questa teoria, affermava che «il comportamento di un individuo è una funzione del campo totale in cui esso si trova» (Lewin, 1936), sottolineando l’importanza di osservare sia la figura sia lo sfondo. Applicando questo principio alla coppia, diventa evidente che per lavorare sulle dinamiche relazionali è necessario guardare anche al campo culturale e sociale che le influenza. Da millenni, questo campo è fortemente segnato da una cultura patriarcale, dove «le strutture di potere culturale determinano ruoli, aspettative e dinamiche relazionali» (hooks, 2000). I conflitti e le difficoltà che emergono tra i/le partner non sono dunque fenomeni isolati, ma manifestazioni di schemi più ampi radicati nella società.

In terapia di coppia osserviamo coppie incastrate da anni in lotte di potere e, come sostiene Michela Murgia, chi entra in relazioni di potere riproduce inevitabilmente schemi più ampi (Murgia, 2016), evidenziando come la trasformazione della coppia richieda consapevolezza del modello di potere predominante.

In terapia, questo significa spostare l’attenzione dalla singola coppia al campo culturale e sociale in cui essa si trova, lavorando non solo sulle figure, ma anche sulle regole/norme che le plasmano. Il cambiamento diventa così un processo di de-costruzione e ricostruzione, in cui la coppia è vista come un nodo all’interno di un campo più ampio, e il benessere relazionale si costruisce riconoscendo e trasformando le dinamiche di potere sottostanti. In questo senso, la trasformazione non è solo un obiettivo clinico, ma politico: è una sfida radicale al modello di potere che struttura le relazioni stesse.

In “Sessuologia della Gestalt. Manuale imperfetto per continuare la rivoluzione sessuale” (2022) viene approfondito l’influenza che la cultura patriarcale esercita sulle problematiche sessuali e sulla vita quotidiana delle coppie.

Come si legge, il patriarcato non è questione di “differenze di genere”, ma è un modello di gestione del potere che plasma abitudini, pratiche, pensieri, aspirazioni, sentimenti della coppia. La gestione di un figlio/a appena nato, le responsabilità domestiche, patrimonio economico, la gestione degli spazi individuali diventano campi di tensione: ogni conflitto porta alla tentazione di un adattamento unilaterale, in cui ciascun partner sacrifica se stesso, la sua libertà, creatività e potenzialità per evitare la rottura della relazione, purtroppo con risultati spesso disastrosi, in quanto aumenta la distanza emotiva, il risentimento, la chiusura emozionale, la frustrazione.

Questa gestione del potere definisce determinate strategie di conflitto e crea le basi di un modello fusionale, per cui, come affermano i Resnick: “Two become One and then there are none” (Resnick, 2016;   Parlett, 2018). Il problema, dunque, non sono le differenze, ma piuttosto il cercare di cancellarle.

Come riflesso del patriarcato, le differenze si trasformano in lotte di potere interne, dove una visione deve prevalere sull’altra. Il potere non circola per favorire crescita reciproca o scambio di prospettive, ma serve a affermare ragione e controllo, replicando a micro livello le logiche della società patriarcale. Il modello di potere che le coppie introiettano è quello che P. Philippson chiama “One-Power Therapy”, contrapponendolo al “Two-Power Therapy” dove invece emergono diverse visioni e la coppia può passare in modo flessibile dalla volontà dell’uno a quella dell’altro (2020).

Il compito del lavoro clinico è svelare questo sfondo invisibile costituito da “introietti” che limitano la libertà delle coppie ad autodeterminarsi: solo riconoscendo le strutture di potere che permeano la relazione è possibile trasformare conflitto in opportunità di crescita condivisa, creando uno spazio in cui le differenze non siano più minacce, ma risorse. In questo senso, la terapia diventa un intervento radicale sul campo culturale che circonda la coppia, decostruendo modelli dominanti e aprendo possibilità di relazione realmente reciproche. Per un approfondimento sull’impatto del patriarcato su sessualità, coppie e famiglie, si rinvia all’intervista di Bellini e Pizzimenti su Figure Emergenti (Bellini, Pizzimenti, 2025) oppure l’articolo di Bellini, Magarelli che approfondisce la relazione tra potere e sessualità (2024).

L’ottica di campo è fondamentale nel lavoro clinico.

I cambiamenti sociali, culturali ed economici che sono avvenuti nell’ultimo secolo dati dalle lotte femministe, rivoluzione sessuale degli anni 70, movimenti queer che mettono in discussione i ruoli e le identità di genere richiede ai clinici di riflettere sui cambiamenti che le coppie stanno attraversando. In particolare uno dei temi che portano maggiormente le coppie in terapia è la mancanza di desiderio sessuale, specie quando stanno insieme da molti anni. La sessualità e la relazione di coppia continua ad essere un’esperienza definita dagli introietti culturali dominante, piuttosto che da un movimento di decostruzione e scoperta (Pizzimenti, Bellini, 2022). Un numero crescente di coppie e di individui arrivano in studio chiedendo sostegno nella sperimentazione di forme relazionali non-monogamiche.

Per i clinici, questo significa aggiornare continuamente il proprio approccio: la terapia di coppia deve ora agire non solo sulla figura, ma sul campo relazionale e culturale, decostruendo vecchi modelli di potere e accompagnando le coppie verso possibilità di crescita condivisa e autentica.

QUANDO LO SFONDO DIVENTA FIGURA: LE DINAMICHE DI POTERE NELLA COPPIA

Le modalità con cui le coppie gestiscono il conflitto non nascono nel vuoto, ma vengono apprese all’interno del campo sociale e culturale di appartenenza. Se questo campo è organizzato secondo logiche di dominanza, competizione e controllo, anche il conflitto tenderà a essere vissuto come uno scontro di potere, in cui l’obiettivo diventa avere ragione, prevalere o difendersi dall’altro/a. Le dinamiche che seguono possono quindi essere lette come adattamenti creativi a uno sfondo relazionale fondato sulla dominanza. Il compito della terapia non è eliminarle, ma renderle riconoscibili e creare le condizioni perché la coppia possa sperimentare modalità diverse di stare nel conflitto. Quando l’aggressività torna a essere sostenuta dalla sessualità, intesa come funzione di contatto, curiosità e apertura all’altro/a, il conflitto può trasformarsi da campo di battaglia a spazio di differenziazione, negoziazione e crescita reciproca.

    1. Comunicazione accusatoria
      Frasi tipo: “Tu pensi solo a te stesso”, “Tu mi rifiuti sempre”, “Tu non fai i lavori domestici”. In questo caso il meccanismo frequente può essere la proiezione. Invece di parlare in prima persona (“mi sento solo”, “mi manchi”, “sono stanco”), l’altro attribuisce fuori ciò che prova dentro.Effetto: aumenta la distanza, perché l’altro si sente sotto attacco e si difende creando escalation.
      Sintomo relazionale: la coppia si blocca in un ping-pong accusatorio che non permette il contatto intimo.
    2.  Atteggiamento svalutante o disprezzante
      Frasi/atteggiamenti: sorrisi sarcastici, tono sprezzante, “non vali niente”, “sei ridicolo”. Qui i meccanismi prevalenti possono diventare la deflessione e la retroflessione. La rabbia non viene riconosciuta né espressa in modo diretto, in quanto la coppia sposta l’attenzione dallo scambio (conflittuale) di percezioni e vissuti diversi ad una guerra giocata sul terreno del sarcasmo o disprezzo. Effetto: il disprezzo protegge dal contatto con la vulnerabilità che quindi non può emergere ed essere vista (“se ti disprezzo, non corro il rischio di chiedere e di essere rifiutato”).Sintomo relazionale: erosione del senso di valore reciproco che aumenta la difficoltà a restare nella relazione con i confini permeabili.
    3.  Lotta di potere
      Pattern: chi ha ragione, chi comanda, chi vince. Spesso troviamo le coppie bloccate in dinamiche di confluenza o deflessione dove non è più importante influenzarsi reciprocamente, ma avere ragione. Ciascuno teme di perdere sé stesso nella relazione, per difendere la propria identità, si irrigidisce e lotta. Effetto: l’incontro diventa campo di battaglia invece che spazio di scambio. Sintomo relazionale: la relazione si riduce a chi sopra e chi sotto, anziché un “noi” dialogico.
    4. Introietti famigliari o di coppia
      Gli introietti implicano l’aderire acriticamente a regole culturali o familiari in merito a come debba funzionare la coppia o la famiglia in varie aree della propria vita (domestica, sociale, professionale, gestione del tempo libero, ecc).Ad esempio: “nei primi mesi deve essere solo la madre ad accudire il bambino”, oppure “un vero uomo non deve mostrare debolezza”, “la coppia coincide con la monogamia”, o ancora “gli uomini portano a casa i soldi e le donne fanno i lavori domestici. L’interruzione di contatto è l’introiezione, grazie alla quale la coppia assume regole, tradizioni o aspettative come se fossero proprie, senza verificarle nella propria esperienza attuale. Non emerge una scelta consapevole, ma una ripetizione di “si fa così”. Il Bisogno nascosto: Sicurezza, appartenenza, riconoscimento dalle famiglie d’origine o dalla cultura di riferimento. Ma anche: libertà di trovare il proprio modo di vivere la genitorialità, la sessualità, la distribuzione dei ruoli. Effetto nella coppia: Uno o entrambi possono sentirsi costretti, inadeguati o frustrati, pur “facendo la cosa giusta”. Si perde la possibilità di esplorare cosa davvero li nutre come coppia e come individui. Così come negli altri casi, l’introiezione non è “sbagliata” in sé (le tradizioni possono anche sostenere), ma diventa un’interruzione quando blocca la possibilità di contatto creativo con il presente.In sintesi: il terapeuta gestalt di coppia lavora non sul contenuto delle liti, ma sul processo del contatto: come ciascuno protegge sé stesso interrompendo il contatto, e come questo crea un sintomo relazionale (accuse, disprezzo, lotte di potere). Attraverso la consapevolezza fenomenologica, la coppia può aprirsi a nuove possibilità di incontro. Il terapeuta, infatti, sostiene nuove forme di contatto qui-e-ora, ad esempio fermando l’interazione e chiedendo: “Cosa provi adesso mentre dici questa frase?”. “Riesci a dirglielo guardandolo negli occhi, partendo da te?”.

DALLA DOMINANZA ALLA RECIPROCITÀ: AGGRESSIVITÀ E SESSUALITÀ NEL PROCESSO DI CONTATTO

Avendo chiarito il processo figura/sfondo e il modo in cui le dinamiche di potere possono emergere nella coppia come riflesso di uno sfondo sociale basato sulla dominanza, possiamo approfondire due funzioni fondamentali dell’esperienza umana: aggressività e sessualità. Esse rappresentano movimenti originari del contatto e sono alla base della crescita, della creatività, del desiderio e della capacità di trasformare il campo relazionale (Pizzimenti, Bellini, 2022).

Gli esseri umani sono guidati da due spinte fondamentali per la loro crescita: aggressività e sessualità. Nella prospettiva gestaltica, l’aggressività è una funzione del confine che serve ad individuare, a distruggere ciò che non è assimilabile, ad esplorare e che  permette alla differenza di emergere. Dire “io sono diverso/a da te”, esprimere un bisogno, dissentire, chiedere spazio o opporsi sono movimenti necessari affinché l’incontro non si trasformi in fusione. Senza differenziazione non può esserci un contatto autentico: la possibilità di incontrare l’altro/a nasce proprio dal riconoscimento della sua alterità.

La sessualità rappresenta invece la spinta verso il contatto, l’avvicinamento e la possibilità di creare qualcosa di nuovo nell’incontro con l’altro/a. Non riguarda esclusivamente la dimensione genitale, ma comprende ogni movimento creativo attraverso cui la persona entra in relazione con il mondo: il desiderio, la cura, la progettualità, la generatività, l’espressione artistica e la capacità di sentirsi parte di qualcosa che supera il proprio confine individuale. L’orgasmo, da questo punto di vista, è l’esperienza che facciamo quando non abbiamo più bisogno di confini e ci sentiamo parte di qualcosa che ci muove e ci fa sentire connessi.

Aggressività e sessualità non sono quindi polarità opposte, ma funzioni che si sostengono reciprocamente nel processo di contatto.

Aggressività sostenuta dalla sessualità:

Quando l’aggressività emerge sullo sfondo della sessualità, essa perde il carattere della dominanza e della distruttività. Il conflitto non è più orientato a prevalere sull’altro/a, ma diventa una possibilità di incontrare la differenza mantenendo il legame.

La sessualità, intesa come capacità di interesse, curiosità e apertura verso l’altro/a, permette all’aggressività di rimanere all’interno di un campo relazionale. È ciò che consente di dire “no” senza distruggere, di affermare il proprio confine senza trasformarlo in barriera, di sostenere la tensione della differenza senza ricorrere alla sottomissione o al controllo.

In questo senso, l’aggressività sessuale rappresenta la possibilità di stare nel conflitto senza trasformarlo in guerra: una forza che permette alla coppia di modificarsi reciprocamente senza annullare le differenze.

Sessualità sostenuta dall’aggressività:

Allo stesso modo, la sessualità necessita dell’aggressività per non trasformarsi in fusione o perdita di sé. È l’aggressività che mantiene vivo il desiderio perché sostiene la separazione, la scelta e la possibilità di incontrare un altro/a realmente distinto/a da sé.

Quando i confini individuali vengono cancellati nel tentativo di preservare la relazione, il contatto perde vitalità. La sessualità sostenuta dall’aggressività permette invece un incontro tra soggetti separati, capaci di desiderarsi proprio perché non coincidono.

Nella coppia, aggressività e sessualità si organizzano quindi in un movimento continuo figura/sfondo. Quando emerge il conflitto, la sessualità rimane sullo sfondo come elemento di cura, interesse e riconoscimento dell’altro/a; quando emerge la vicinanza, l’aggressività resta sullo sfondo come funzione che protegge la differenziazione e mantiene vivo il desiderio.

La sofferenza della coppia emerge quando una delle due funzioni viene esclusa: l’aggressività senza sessualità può trasformarsi in lotta di potere e dominio; la sessualità senza aggressività può trasformarsi in fusione e perdita dei confini.

Per questo, quando una coppia porta in terapia un sintomo sessuale — come la mancanza di desiderio, il rifiuto o la difficoltà di intimità — il lavoro clinico non si concentra soltanto sulla sessualità come figura, ma esplora lo sfondo relazionale in cui essa si organizza: come la coppia gestisce la differenza, il conflitto, il potere e la possibilità di affermarsi senza perdere il legame.

Questa prospettiva modifica profondamente anche il modo di concepire il ruolo del terapeuta e gli obiettivi della terapia di coppia. Se il problema non è il sintomo in sé, ma il modo in cui il campo organizza il contatto, allora anche la posizione terapeutica deve cambiare.

QUATTRO FONDAMENTI DELLA TERAPIA DI COPPIA NELLA GESTALT

  1. Nessun obiettivo o modello prestabilito da seguire: l’autoregolazione
    La terapia di coppia gestaltica è una rottura epistemologica rispetto ai modelli di coppia che si basano sull’attaccamento (Johnson, 2008), o sulla differenziazione (Bowen, 1978), o sulla comunicazione dei/delle partner (Gottman, 2015), in quanto non ha un protocollo o un percorso definito a priori, non lavora per curare ferite né per riparare equilibri, non si pone alcun obiettivo come favorire l’autonomia, la comunicazione, la connessione tra le persone, anche se ovviamente questi aspetti possono diventare benefici o parte del lavoro. Ciò significa che il/la terapeuta lavorerà su questi equilibri nella misura in cui emerga questa necessità nel lavoro terapeutico in un processo che è co-creato e non definito in maniera dominante da una teoria di “buon funzionamento”. l/la terapeuta non interpreta dall’esterno né guida verso una direzione prefissata, ma partecipa al campo sostenendo la consapevolezza fenomenologica. In questo senso, la terapia non mira a “far funzionare la coppia”, ma a rendere visibile come la coppia si sta organizzando. Perls diceva che l’unico obiettivo possibile all’interno di una sessione è l’aumento di consapevolezza (Perls, 1965), per cui il cambiamento avverrà poi in maniera spontanea attraverso una autoregolazione organismica (Bosco, 2025; Bellini, 2025; Pizzimenti, 2025).Il terapeuta non lavora affinché la relazione funzioni, ma sostiene l’”autoregolazione”, che in alcuni casi può portare alla separazione: frustrando l’interruzione di contatto e sostenendo la spinta vitale si crea un vuoto da cui emerge in modo spontaneo una nuova conformazione relazionale. Il cambiamento emergente può andare nella direzione dell’unione, ma anche della separazione.Lavorare per sostenere l’autoregolazione della coppia è molto diverso che applicare protocolli di intervento o avere degli obiettivi stabiliti a priori. Richiede la capacità di sostenere l’incertezza del processo, disloca il/la terapeuta dal trono dell’esperto e lo/la pone in un piano paritario con i/le pazienti. La paritarietà è una relazione in cui paziente e terapeuta non sono “uguali” in quanto hanno responsabilità, conoscenze e sfondi diversi, ma sono alla “pari”. Questo significa che il terapeuta non sa qualcosa in più rispetto alla coppia, invece il suo compito è quello di esplorare, allargare, chiarire la figura che la coppia porta in seduta attraverso la riduzione e l’osservazione fenomenologica. Implica il principio dell’inclusione, poiché il professionista è parte del campo, non è un ricercatore distaccato, quindi mette i suoi vissuti al servizio della figura emergente.
  2. Sintomo come adattamento creativo: sostenere l’intenzionalità originaria
    In quest’ottica in cui il processo terapeutico di coppia è frutto di una co-creazione sempre nuova, il focus clinico si sposta dai contenuti al processo del contatto: come la coppia interrompe, regola o sostiene l’incontro nel qui-e-ora. Il sintomo non è un errore del sistema, ma una soluzione creativa che organizza il campo in un dato momento. Nella visione gestaltica della psicopatologia i sintomi sono considerati come soluzioni creative attraverso cui emerge l’intenzionalità, ovvero quel movimento spontaneo di cui le persone hanno bisogno per crescere. Pertanto eliminare i sintomi senza sostenere la loro spinta vitale vuol dire impoverire la coppia.Il cambiamento non è un obiettivo, ma un effetto dell’aumento di consapevolezza e della riattivazione del movimento figura/sfondo.Per capire questo cambiamento di prospettiva, può essere utile immaginare una pianta cresciuta vicino a un muro. Per adattarsi all’ambiente, la pianta si piega e si allunga verso lo spiraglio di luce disponibile: non può cambiare il muro, quindi si modella su ciò che c’è. Per adattare l’ambiente a sé, mentre cresce, le sue radici spingono nella terra e possono perfino spaccare un po’ il cemento o muovere le pietre: in questo modo modifica il campo per creare più spazio vitale. La crescita storta o il muro spaccato sono il sintomo: non sono un errore, ma il tentativo creativo della pianta di restare in vita, trovare nutrimento e mantenendo contatto con la luce. L’intervento gestaltico, dunque, non mira a destrutturare i sintomi, ma semmai fornisce il sostegno che serve al/alla paziente per scoprire nuovi adattamenti creativi che comportino costi meno elevati.

    Il terapeuta non mira a eliminare il sintomo, ma a comprenderlo nel suo contesto fenomenologico: cosa protegge? Quale bisogno non riconosciuto custodisce? In che punto del ciclo del contatto si è interrotto il movimento?

    Quando la persona può fare esperienza che il bisogno e la sua percezione sono accolte e riconosciute allora il sintomo perde la sua rigidità.

    Se lavorassimo per eliminare il sintomo, ci perderemmo la direzione verso cui sta andando la persona, ciò che sta già facendo per risolvere il problema.

    La terapia di coppia diventa uno spazio in cui le persone sono invitate a sospendere la guerra per dare spazio e ri-conoscere l’altr* negli aspetti che mettono maggiormente in difficoltà. Quando il campo percettivo si allarga e accoglie la diversità dell’altra persona, aumentano le possibilità di dialogo.

    In scenari quali: una coppia che litiga ogni giorno per le pulizie di casa, o per una questione di gelosia, oppure un partner che si ritira dietro muri di silenzio evitando di parlare di ciò che lo ferisce, così come una coppia che non ha rapporti sessuali da mesi o anni, il silenzio, il litigio, la gelosia, l’assenza di genitalità non sono “problemi da risolvere”, ma “soluzioni” rispetto ad una difficoltà che la terapia deve mettere a fuoco. I comportamenti rigidi (sintomatici) sono la migliore forma di comunicazione possibile per la coppia in quel momento.

    Sono il tentativo di modificare la situazione adattandosi all’ambiente e adattando l’ambiente a sé.

    Ad esempio, Anna sente che Marco è spesso distante, preso dal lavoro e sviluppa una forma di possessività e gelosia, per cui gli controlla il telefono e lo accusa di non essere affidabile. Non riesce a sostenere la mancanza e a dirgli chiaramente: “Mi manchi, ho bisogno di te”.

    Attraverso questo comportamento controllante (gelosia) Anna riesce da un lato ad adattare se stessa al vuoto che sente, riempiendolo di lotta e speranza, dall’altro a creare una forma “passionale” di interazione (anche conflittuale), grazie alla quale Anna spinge Marco a tornare verso di lei, a occuparsi della relazione, ottenendo il suo sguardo arrabbiato o rassicurante. In questo modo cerca di “modellare” l’ambiente (Marco) perché risponda al suo bisogno di vicinanza/attenzione.

    L’intenzionalità “profonda” potrebbe essere quella di diventare una persona più autonoma, con una vita più piena, in grado di differenziarsi e di prendere le distanze sapendo di essere amata, scelta e sostenuta da Marco. Il sostegno alle autonomie individuali e alla coppia diventano un tema di lavoro per entrambi, non solo per Anna.

    La gelosia diventa quindi la soluzione temporanea a un problema: come non perdere la connessione quando mancano altre risorse relazionali. La psicoterapeuta della Gestalt  Vilja Girgždė sottolinea che la connessione ha un doppio versante: è sia rispetto all’altro/a che rispetto a se stessi/e : quanto è facile perdere sé in una relazione di coppia! (Girgždė, 2025).

    Altro esempio: durante i litigi, Luca smette di parlare. Sara lo vive come muro e abbandono. Il sintomo in questo caso è la chiusura e ritiro. L’ambiente (Sara arrabbiata, clima acceso) è percepito come troppo intenso. Il silenzio protegge Luca dal sentirsi sopraffatto, è il suo modo di “respirare” e quindi “restare” in un campo che gli appare invivibile. Allo stesso tempo il silenzio costringe Sara a fermarsi, a rallentare, a confrontarsi con l’assenza di parole. In questo modo Luca modifica il campo: riduce l’intensità dello scambio e cerca condizioni più sostenibili per sé. Il sintomo non è pigrizia né disinteresse, ma in questo caso è un tentativo creativo di regolare il contatto.

    O ancora, Chiara non sente desiderio da mesi. Dice di amare Davide, ma “il sesso è diventato troppo”. Il sintomo: blocco del desiderio. Chiara si adatta a un periodo di stanchezza, pressioni lavorative, conflitti sotterranei. Togliendo il sesso, protegge la sua energia e riduce il rischio di sentirsi invasa. L’assenza di desiderio obbliga Davide e la coppia a trovare altri modi di intimità (carezze, parlare, vicinanza affettiva). Così Chiara trasforma l’ambiente relazionale, orientandolo verso forme di contatto per lei più sostenibili in quel momento. Il sintomo non è “mancanza”, ma una soluzione provvisoria per reggere il campo e non perdere la relazione.

  3. Rapporto figura/sfondo
    Nel modello gestaltico, la distinzione figura/sfondo consente di superare una lettura dicotomica delle dinamiche di coppia. Aggressività e sessualità, così come autonomia e connessione, non sono poli opposti ma qualità co-presenti del campo. Quando una diventa figura, l’altra non scompare: resta sullo sfondo e continua a orientare l’esperienza, anche se non è immediatamente visibile.In questa prospettiva, il lavoro clinico non consiste nel “risolvere” le polarità, ma nel rendere possibile il loro continuo movimento. Il sintomo emerge quando questo passaggio si irrigidisce e una sola modalità di contatto diventa dominante, escludendo la complessità del campo.La co-conduzione terapeutica è un setting che aiuta proprio in questo gioco di figura-sfondo: mentre un terapeuta segue la figura esplicita (es. il partner che si lamenta della mancanza di sesso), l’altro mantiene l’attenzione sullo sfondo (es. nota i micro-conflitti, i toni aggressivi, i non detti), pronto a portarlo in primo piano quando serve.

    In sintesi: nel lavoro con le coppie non c’è mai un unico problema isolato. Ogni figura (sessualità, conflitto, intimità, distanza) esiste solo perché uno sfondo la sostiene. Il clinico facilita il passaggio dinamico tra figura e sfondo, così la coppia può vivere l’esperienza in modo più fluido e completo.

    Il terapeuta non lavora affinchè la relazione funzioni, ma sostiene l’”autoregolazione”, che in alcuni casi può portare alla separazione: frustrando l’interruzione di contatto e sostenendo la spinta vitale si crea un vuoto da cui emerge in modo spontaneo una nuova conformazione relazionale. Il cambiamento emergente può andare nella direzione dell’unione, ma anche della separazione.

    Lavorare per sostenere l’autoregolazione della coppia è molto diverso che applicare protocolli di intervento o avere degli obiettivi stabiliti a priori. Richiede la capacità di sostenere l’incertezza del processo, disloca il/la terapeuta dal trono dell’esperto e lo/la pone in un piano paritario con i/le pazienti. La paritarietà è una relazione in cui paziente e terapeuta non sono “uguali” in quanto hanno responsabilità, conoscenze e sfondi diversi, ma sono alla “pari”. Questo significa che il terapeuta non sa qualcosa in più rispetto alla coppia, invece il suo compito è quello di esplorare, allargare, chiarire la figura che la coppia porta in seduta attraverso la riduzione e l’osservazione fenomenologica. Implica il principio dell’inclusione, poiché il professionista è parte del campo, non è un ricercatore distaccato, quindi mette i suoi vissuti al servizio della figura emergente.

  4. Processo identificazione/alienazione
    Il processo di identificazione e alienazione rappresenta lo snodo esperienziale di questa fluidificazione. Nella terapia di coppia, questo lavoro diventa centrale perché permette di uscire dalla logica attributiva (“tu sei così”) e di entrare in una logica processuale (“in questa situazione io divento anche questo”). È proprio qui che si apre la possibilità di una responsabilità condivisa del conflitto.Identificarsi con l’altro non vuol dire empatizzare, né fondersi con l’altro/a, ma è un processo che porta alla scoperta di sé attraverso l’altro, dove il/la paziente incontra le proprie parti alienate, persino le più scomode. Identificandosi con l’esperienza dell’altro/a, con il modo in cui vede il problema, la persona inizia non solo a comprendere un punto di vista diverso, ma in qualche modo a renderlo suo. Nel mettersi nei panni dell’altro, la persona scopre potenzialità di sé di cui prima non era consapevole. Non sempre siamo disponibili: ad esempio se lavoriamo con una persona violenta dobbiamo poterci identificare con la violenza che è in noi per poterci incuriosire e accogliere il suo vissuto. Questo non vuol dire che diventerò violento, ma sono libero di scegliere in quanto la paura della violenza non blocca il processo figura/sfondo che influenza la mia scelta nelle varie situazioni. Comprendere non significa accettare passivamente la visione del mondo altrui e farla propria.In terapia spesso spieghiamo alle coppie che se l’altro/a ha ragione, questo non vuol dire che io ho torto e viceversa.

    Se riesco a dare dignità e a com-prendere le azioni dell’altro/a che mi feriscono, addirittura a pensarle come potenzialità, si apre un nuovo scenario relazionale, in cui continuerò a cercare di cambiare il mio partner, ma lo farò in un “modo” diverso, senza renderlo sbagliato, ma accogliendo la sua prospettiva, pur non essendo d’accordo. Il paradosso del cambiamento di Beisser (1970) si appoggia sullo stesso principio quando afferma che ciascun partner può cambiare quando l’altro/a non ne ha bisogno: se ho bisogno che l’altro cambi, lo sosterrò a rimanere fermo nella sua posizione. Se imparo a regolarmi e ad accettare la sua differenza, l’altro/a cambia.

    Quando il partner accetta di  identificarsi nel punto di vista altrui emergono le paure e la terapia dà il sostegno per chiarire di quale paura si tratta e trovare le risorse. A questo punto iniziano a prendersi la responsabilità del problema, non è più l’altro ad essere sbagliato, cattivo. Se le differenze creano figure chiare e i partner possono dialogare o confliggere, senza però entrare in lotte di potere dove uno ha ragione e la sua visione deve prevalere su quella dell’altro, allora entrambi potranno diventare consapevoli se il loro interesse è di rimanere nella relazione o separarsi, cioè se la differenza portata dall’altro, pur spaventandomi, mi porta una crescita personale e dunque un interesse a rimanere o i miei bisogni vanno in una direzione differente.

    Il lavoro sul processo di identificazione/alienazione è centrale non solo nella terapia di coppia, ma anche con le persone che portano una disfunzione sessuale. I genitali, infatti, sono una parte del nostro corpo su cui spostiamo inconsapevolmente le dinamiche relazionali, senza prendersene la responsabilità. Nel momento in cui i/le pazienti si identificano con il loro pene o la loro vagina, spesso emergono dei vissuti (rabbia, rifiuto, solitudine, aggressività, paura) che se trovano il sostegno terapeutico, possono essere reindirizzati nella relazione, trovando uno spazio di espressione e dialogo. Come è scritto in Sessuologia della Gestalt, a cui rimandiamo per una trattazione più esaustiva, impotenza, eiaculazione precoce, mancanza di desiderio, ecc. sono “adattamenti creativi” in quanto è l’unica forma di comunicazione che talvolta la coppia riesce a trovare (2022). L’identificazione nei propri genitali fa emergere

 

CONCLUSIONI: Dalla lotta per il potere al potere del contatto

La terapia di coppia nella prospettiva della Gestalt Therapy non si propone di eliminare il conflitto, né di ricondurre la relazione a un modello ideale di funzionamento. Il conflitto, infatti, non rappresenta necessariamente un fallimento del legame, ma una manifestazione della differenza, della vitalità e del bisogno di trasformazione che attraversa ogni relazione significativa.

Il problema emerge quando il conflitto viene organizzato all’interno di uno sfondo relazionale fondato sulla dominanza, dove la differenza viene vissuta come minaccia e il potere come possibilità di controllo sull’altro/a. In questo campo, l’aggressività perde la sua funzione creativa e trasformativa e diventa lotta per la supremazia; la sessualità, privata della possibilità di incontrare un soggetto realmente distinto, rischia di trasformarsi in fusione, adattamento o perdita del desiderio.

Il lavoro terapeutico consiste allora nel rendere visibili gli sfondi impliciti che organizzano la relazione: gli introietti culturali, familiari e di genere, le modalità attraverso cui ciascun partner protegge sé stesso, le interruzioni di contatto che impediscono alla coppia di incontrarsi nella propria differenza. La terapia non si colloca al di fuori del campo, ma diventa parte di un processo di consapevolezza attraverso cui nuove possibilità di relazione possono emergere.

In questa prospettiva, l’obiettivo non è raggiungere un equilibrio statico tra autonomia e connessione, ma sostenere la capacità della coppia di muoversi creativamente tra questi poli: essere separati senza allontanarsi, essere vicini senza annullarsi. La salute della relazione non coincide con l’assenza di tensione, ma con la possibilità di attraversarla mantenendo vivo il contatto.

L’aggressività sessuale, intesa come integrazione tra la forza di affermarsi e la capacità di andare verso l’altro/a, rappresenta una funzione fondamentale di questo processo. Essa permette di trasformare il potere da strumento di dominio a possibilità di influenza reciproca, di trasformare il conflitto da campo di battaglia a spazio generativo, in cui due soggettività possano incontrarsi senza che una debba scomparire nell’altra.

La terapia di coppia diventa così anche un atto politico: non perché proponga un modello relazionale predefinito, ma perché apre uno spazio in cui interrogare criticamente i modelli di potere interiorizzati e restituire alle persone la possibilità di creare forme di relazione più libere, reciproche e vitali. In questo senso, curare la coppia significa anche trasformare il campo culturale che la attraversa, favorendo una rivoluzione del contatto fondata sulla differenza, sulla responsabilità e sulla creatività dell’incontro.

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