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Silenzio vivo

Hai mai sperimentato un cammino nel deserto a passo di dromedario?
Un percorso di cinque giorni guidati dai saharawi – uomini nomadi del deserto – e i loro dromedari, fidati compagni di viaggio e di trasporto.

Un’immersione progressiva nei territori del Sahara Occidentale, sperimentando la vita nomade, lontani dai comfort a cui siamo abituati; un tempo di ascolto, contemplazione, silenzi pieni e di sguardi lontani.

Un contesto intriso di passato, caratterizzato da un silenzio ricco di vita e paesaggi vibranti di energia.

Il cammino nei suoi paesaggi

Il cammino è durato cinque giorni, con partenza da M’Hamid El Ghizlane, la porta del deserto, un paese a 100 Km da Zagorà, limitrofo all’Algeria, oltre le catene dell’Alto Atlante: un progressivo addentrarsi nel territorio, costellato da paesaggi sempre diversi e che attraversa la valle del Draa.

Ogni luogo in cui abbiamo fatto tappa ci ha regalato emozioni, vibrazioni ed energie diverse e ogni giorno è stata una scoperta e un modo di abitare – seppur transitorio – ogni posto.

Il vento ha caratterizzato buona parte del percorso, dalla brezza leggera a folate più impetuose, rendendoci talvolta difficile il tragitto, ma – fortunatamente – mai impossibile.

Ogni tratta constava di circa 11 Km, percorsi in circa 5 ore di cammino: ho trascorso molto di questo tempo ascoltando il rumore dei passi sulla sabbia o sul terreno arido, al ritmo del mio respiro, contemplando il paesaggio.

È stato un tempo di scoperta: ho sperimentato l’assenza di pensieri.

Ne facevo, certamente, ma nessuno di questi rimaneva abbastanza a lungo da poterlo identificare chiaramente. Scorrevano insieme al vento e mi sentivo leggera e presente attimo per attimo: godevo del paesaggio e del respiro che sentivo più forte nello chech che mi proteggeva dal sole, dal vento e dalla sabbia.

Tutto scorreva passeggero ed effimero e il deserto faceva da contenitore, silenzioso e presente.

Durante il tragitto abbiamo scoperto cimiteri aperti di antichi nomadi, talvolta i resti di ossa erano visibili: Akhmed – la nostra guida principale, riconosceva dalla loro posizione se fossero musulmani, poiché la testa e i piedi erano rivolti ad Est, verso La Mecca, con una pietra posizionata sopra ai piedi e duna sopra la testa (due se erano state donne).

Luoghi intrisi di passato, in cui potevamo riconoscere quanto il presente fosse  contemporaneamente denso ed effimero, come le nostre orme sulle dune: profonde nella sabbia quanto temporanee, dissolte in una notte.

I compagni di viaggio

Sono stati una sorpresa: ci siamo conosciuti il giorno prima della partenza e non era scontato andare d’accordo, ma è stato un desiderio di tutte/i collaborare per agevolare quel tragitto che comportava non pochi nuovi adattamenti.

A facilitare il processo è stata Annapaola, l’organizzatrice del viaggio, collega psicoterapeuta e danzamovimentoterapeuta che da dieci anni organizza queste esperienze di cammino e crescita personale: le giornate infatti erano caratterizzate anche da momenti di attivazione al mattino e di condivisione la sera, che hanno facilitato il processo di aggregazione e sviluppo di una sufficiente fiducia tra noi.

Per quanto diversi tra noi, ci siamo incontrati nel desiderio di attraversare non solo questi luoghi, ma anche i nostri spazi interni, insieme.

Ci siamo sostenuti molto, soprattutto nei momenti difficili che diversi tra noi ha toccato, rispondendo alle fatiche con una presenza contenitiva ed accogliente: ci siamo presi cura vicendevolmente, sia dei nostri processi emotivi che dei nostri corpi.

Momenti di ascolto e contemplazione

L’incontro con le dune più alte mi ha commosso: facendo un giro su me stessa il mio sguardo incontrava solamente sabbia vicino e lontano.

Sembrava impossibile, ma la sensazione è che in quel niente vibrasse tutto, un vuoto pieno, una densità che mi lasciava senza fiato per la sua potenza e bellezza.

Ho tentato di fermare dei pensieri e delle sensazioni mentre ero sulla cima delle dune a contemplare la vastità del deserto rendendomi conto di quanto fossi piccola, in questa immensità, eppure viva; nessun pensiero si fermava abbastanza da poter essere memorizzato e mi sono lasciata andare alla meraviglia a cui apparteniamo.

Un piccolo scarabeo lasciava le sue orme sulla sabbia e mi sembrava bellissimo trovare vita in quel luogo, indaffarato scalava le dune come se avesse avuto un appuntamento importante.

Intorno solo il rumore del vento accompagnava la mia esistenza respiro dopo respiro

Un silenzio che ancora mi commuove e mi tocca nel profondo.

Ri-conosco che in questo fare niente sto vivendo la mia vita, la mia esistenza, ricca, eccitata; eppure sto guardando l’orizzonte ed intorno a me null’altro che sabbia e vento.

Esser-ci: la mia esistenza è questa, sono qui-e-ora, ad ogni respiro.

Il presente è carico del passato e lanciato nel futuro, in questo istante io esisto.

Non occorre altro.

Non posso fare a meno di connettermi a quel luogo, che mi ospita e che terrà traccia del mio passaggio per un tempo effimero eppure indelebile per me.

Domani non ci saranno più le orme del mio passaggio, ma rimarrà per sempre una traccia di quell’esperienza in me.

E mi rendo conto di quanto possediamo, finendo con essere impoveriti, e di quanto possa bastare poco per sentire di essere vivi.

Eppure per raggiungere quel poco occorre tempo: perchè togliere, lasciare andare, spogliarsi delle sovrastrutture (aspettative, richieste, esigenze, frustrazioni, ambizioni, ..) è un processo che richiede di affrontare la paura e l’incertezza dell’ignoto e fare i conti con la propria essenza.

Nel deserto contatto la temporaneità di ogni cosa: il tempo della mia vita è un infinitesimo di secondo della vita di quei luoghi, di ogni luogo su questa terra.

Eppure ci affanniamo così tanto per rendere il nostro tempo vivo, ricco, speciale, importante, unico.

Il deserto non permette di avere attaccamenti, non ce li si può permettere perchè diventano pesi e i pesi mettono a rischio la sopravvivenza: occorre l’essenziale ed è interessante scoprire per ognuno cosa è essenziale, momento per momento.

Vita nel campo

Siamo fuori da ogni nostra zona di comfort: l’acqua è destinata al solo scopo di bere e cucinare, possiamo lavarci adoperando salviette umide. Pochi ricambi, per mantenere leggeri gli zaini trasportati dai dromedari insieme a quattro tende, una dozzina di coperte, cibo, acqua, tappeti, materassini.

Dormiamo su materassini che usiamo durante il giorno per sederci a mangiare e ci copriamo con un saccapelo e – all’occorrenza – una coperta che viene fornita ogni sera.

L’immondizia è raccolta in sacchetti (quindi anche i resti della propria pulizia) e bruciata nel fuoco la sera prima di andare a dormire o la mattina prima di lasciare il campo.

Il fuoco è acceso la mattina e la sera, per scaldare l’acqua del tè, per cuocere il pane e per cucinare i nostri cibi, oltre che per scaldarci e fare luce.

In questo lasso di tempo ricorre un pensiero: abbiamo davvero bisogno ordinariamente di tutto ciò che possediamo per vivere serenamente e pienamente?

Momenti di convivialità

La sera è un momento di condivisione: della giornata e dei pensieri che hanno attraversato, e di tempo trascorso insieme alle nostre guide, cantando e bevendo il tè.

La nostra curiosità per il loro stile di vita e il nostro interesse a modularci secondo tale forma di esistenza li ha resi disponibili a condividere il loro tempo di riposo.

Il fuoco è un elemento importante per scaldarci, cucinare e preparare il pane.

Durante il cammino del giorno o nelle pause una volta approntato il campo, raccolgono la legna per assicurarsi il fuoco della sera e della mattina successiva.

Le nostre preziose guide

Conoscitori profondi del territorio, le nostre guide umane ed animali: è impressionante come sanno orientarsi senza apparenti punti di riferimento. Camminano incessanti fino alle mete e preparano doviziosamente l’accampamento e i pasti.

I saharawi

Sono i nomadi del deserto, una tradizione che va scomparendo a causa dell’incessante desertificazione che rende sempre più difficile quello stile di vita.

É stato affascinante per noi trascorrere il tempo guidati da loro.

Akhmed ci ha racontato la storia del territorio, a tratti drammatica.

Si percepisce il loro amore per quei territori e il modo in cui lo conoscono profondamente.

Si godono le pause che sono veri e propri momenti di contemplazione, silenziosi e pieni, orientati e lontani.

Hanno sguardi intensi e profondi e sono ascoltatori silenziosi e raffinati.

I dromedari

Sono animali essenziali al trasporto: ho trovato onesto lo scambio tra gli umani e loro, un reciproco rapporto di scambio e cura, semplice e autentico.

Tra un tragitto e l’altro trasportano tutto l’occorrente per il campo e il pomeriggio vagano nel deserto in cerca di arbusti. La sera vengono riaccompagnati al campo.

Le zampe anteriori sono legate tra loro ad una distanza che permetta loro di spostarsi senza poter andare eccessivamente lontani. Raggiungendo velocemente grandi distanze questa soluzione permette di poterli recuperare.

Si possono abbeverare ogni due settimane e trattengono fino ad 80 lt di acqua nel loro corpo.

Un ultima tappa prima di andare: la vita nel deserto

Abbiamo avuto modo di scoprire la realtà e la storia del territorio.

La valle del Draa è stata rigogliosa grazie a questo lunghissimo e ampio fiume nato dal congiungimento di due fiumi che scendevano dall’Alto Atlante e dal medio Atlante.

La vita lungo l’alveo del fiume era rigogliosa, caratterizzata da colture di orzo e di alberi da dattero. la vita nomade era prevalente.

Lungo l’alveo esistono dei pozzi dai quali i sahari recuperano l’acqua per lavarsi e per abbeverare i dromedari.

Gli Ksar (arabo: قصر qṣar), tipici villaggi fortificati che un tempo raccoglievano più famiglie, ora sono sede degli abitanti del villaggio.

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