Perché la politica è avvenire!
José “Pepe” MuJica
L’ipotesi che con curiosità e passione cerco di formulare si basa sul rapporto che intercorre tra l’autoregolazione organismica e il potere.
Tessere un discorso certo ed articolato rispetto al legame tra autoregolazione e potere nella terapia e nel counseling della Gestalt non è affare semplice. Questo articolo, dunque, non ha la pretesa di affermare alcuna verità per comprendere la complessità epistemologica del discorso, l’intenzione piuttosto è quella di fare emergere collegamenti, dubbi e riflessioni circa il concetto di autoregolazione e quello di potere (quest’ultimo tra l’altro oggetto di numerosi studi, in molteplici discipline).
L’autoregolazione organismica è un caposaldo nella terapia della Gestalt, si riferisce alla capacità dell’organismo di rispondere ai propri bisogni in modo spontaneo, creativo e adattivo, attraverso il processo di contatto con l’ambiente.
- Perls fondatore della Terapia della Gestalt riprende il concetto di organismo da K. Goldstein, psicologo e neurologo (1878 – 1965), il quale sviluppa una teoria olistica dell’essere umano. Studiando le lesioni cerebrali dei soldati feriti durante la Prima guerra mondiale, Goldstein divenne consapevole delle difficoltà che la biologia e la medicina avevano nello spiegare le conseguenze di tali lesioni e i sorprendenti adattamenti dei pazienti; si dedicò soprattutto allo studio del controllo che il sistema nervoso centrale esercita sulle risposte a gravi malattie fisiche e mentali, mettendo in luce il potere degli organismi di adattarsi a volte a lesioni terribili, tramite una ridistribuzione delle loro ridotte energie, e recuperando così più interezza di quanto le circostanze avrebbero teoricamente permesso. In L’organismo, Goldstein mostra che l’essere umano non funziona per parti, ma come una totalità vivente che si organizza creativamente per continuare a esistere e realizzarsi. L’organismo, secondo l’autore, è un’unità globale, strutturata, capace di auto-organizzarsi, che reagisce sempre come un tutto alle situazioni dell’ambiente. Ogni funzione, sintomo o comportamento ha senso solo in relazione all’intero organismo. E se nel sottotitolo de L’organismo appare: un approccio olistico alla biologia derivato dai dati patologici nell’uomo che farebbe pensare ad un trattato più scientifico, in realtà è un testo di importante caratura anche umanistica; L. Corsi, che ha curato l’edizione italiana, sottolinea come: “L’uomo, pensava Goldstein, è necessariamente imperfetto, e l’esperienza dei limiti è una prerogativa intrinseca alla natura umana, perché solo a questa condizione egli può considerarsi veramente libero e garantirsi un’opportunità per l’esercizio del coraggio. (…) la profonda convinzione che le difficoltà della vita siano l’inevitabile prezzo da pagare per affermare la propria esistenza in un mondo spesso ostile, come individui dotati di libero arbitrio e di volontà”. E ancora ne scrive R. W. Nathan: “L’organismo è un intero mondo o, si direbbe una vera e propria Weltanschauung, che consente di aprire porte in molteplici ambiti del sapere: dalla neurologia alla filosofia, dalla psicologia alla sociologia, all’antropologia etc. (…) un’Opera tanto ignorata quanto fondamentale per comprendere la natura umana”.
La visione olistica espressa ne L’organismo, ha influenzato profondamente diversi autori del ventesimo secolo come Merleau-Ponty, Binswanger, la psicologia della Gestalt e la psicologia umanistica di Maslow.
Orbene, il riferimento alla ricerca di Goldstein, ripresa da Perls nella Terapia della Gestalt, permette di porre un primo tassello all’ipotesi qui proposta, ovvero che l’autoregolazione organismica è potere, come funzione biologica innata caratterizzante l’organismo.
Perls sviluppa ulteriormente la questione dell’organismo come totalità, ponendo l’accento sull’aspetto ecologico (La terapia gestaltica parola per parola pag.14), ovvero sull’impossibilità di separare l’organismo dal suo ambiente, ad esempio di come l’essere umano non può sopravvivere senza l’ossigeno e per estensione ovunque andiamo, afferma Perls, ci portiamo dietro una specie di mondo. Certo, come sempre accade, gli autori vanno contestualizzati al tempo che hanno vissuto per comprenderne la portata del discorso, e in tal senso se Goldstein attraverso la sua ricerca offre alla biologia e alla medicina una visione diversa per comprendere l’organismo e dunque l’essere umano, Perls invece porta continua attenzione all’organismo come un tutto (non esiste separazione mente e corpo) in relazione con l’ambiente. E dunque l’essere umano è visto come un sistema capace di regolare se stesso se lasciato libero da interferenze esterne e interne (come condizionamenti, giudizi o repressioni). L’autoregolazione non è imposta dall’esterno (con regole o modelli), ma emerge dall’esperienza diretta e dal contatto con il momento presente. Secondo Perls: “…si può lasciare che l’organismo prenda in mano la situazione senza interferire, senza interrompere; della saggezza dell’organismo ci si può fidare. Di contro a questo atteggiamento troviamo l’intera patologia dell’auto-manipolazione, del controllo ambientale e via dicendo, che interferisce con i sottili meccanismi dell’autoregolazione dell’organismo. La nostra manipolazione di noi stessi viene in genere nobilitata dal termine coscienza/morale”. Dalle affermazioni di Perls si pone una questione problematica ovvero se l’autoregolazione organismica è un processo spontaneo che peso ha la cultura? Possiamo affermare che l’autoregolazione organismica è un processo naturale? In questo modo rischieremmo di tornare ad una lettura meramente scientifica e oggettivante dell’essere umano? Oppure possiamo forse recuperare il concetto di ciclo di contatto, confine di contatto e di aggressività per comprendere più a fondo la questione.
Partiamo dal presupposto che l’essere umano viene al mondo già intriso di cultura, di simboli e significati e che la dimensione naturale è al quanto azzardata. Ogni bambin* viene educato attraverso processi di cura o di assenza della stessa, l’educazione è l’esperienza vissuta dell’uomo in quanto cultura come scrive A. Erbetta, ciò significa che l’educazione è tutto ciò che riceviamo e che ci influenza, sia essa intenzionale es. la scuola o casuale, es. il luogo in cui nasco e cresco nei primi anni di vita, le persone che frequentano i miei genitori, i cibi che acquistiamo etc.
Dunque se da una parte l’educazione mi forma, dall’altra mi costringe. Vediamo insieme alcuni esempi: pensiamo a come lo sviluppo del linguaggio, quello emotivo, sensoriale ad esempio, se stimolati nei primi anni di età favoriscono lo sviluppo del bambino o della bambina, oppure come saper leggere e scrivere mi permetta di avere più opportunità, oggi potrebbe essere sapere parlare più lingue mi sostiene ad essere cittadino del mondo, oppure ancora incontrare un insegnante appassionato della sua materia mi permette di apprendere diversamente e potrebbe stimolarmi alla ricerca.
In questi esempi l’educazione mi sostiene al processo di crescita e a sviluppare le mie capacità di stare al mondo, di scegliere e decidere per la mia vita. Dall’altra parta però, come dicevamo, l’educazione mi costringe, attraverso la morale diffusa o specifica (religioni, ideologie, senso comune, etc..). Orbene, l’educazione è strettamente connessa al potere e all’esercizio dello stesso. M. Foucault ha sostenuto che il potere moderno non si esercita più solo attraverso la forza o la repressione esterna, ma agisce sugli individui attraverso la loro interiorizzazione delle norme. Ciò significa che il potere diventa più efficace quando gli individui assorbono le regole sociali e iniziano a modificare i propri comportamenti autonomamente. Questo processo di autodisciplina può essere un esempio di adattamento al servizio del potere, l’individuo si sorveglia da solo, si giudica secondo standard imposti esternamente ma ormai introiettati, una forma di potere interiorizzato, dove l’individuo diventa al tempo stesso soggetto e oggetto del controllo. Questo aspetto possiamo riscontrarlo facilmente all’interno dei gruppi di formazione della nostra scuola di counseling oppure nei lavori individuali di counseling, ovvero come spesso le persone siano in conflitto tra ciò che desiderano e ciò che hanno imparato invece essere giusto o sbagliato, secondo norme o valori sociali.
Dunque la Terapia e il Counseling della Gestalt sostengono il percorso di crescita riportando la persona a sentire il proprio potere. In tal senso vorrei riprendere alcuni concetti sviluppati da J. P. Sartre. I riferimenti filosofici permettono a mio avviso di restituire la complessità dell’essere umano e a non ridurlo a soli psicologismi che, poi precipiterebbero inevitabilmente in una qualche visione spirituale per ritrovare una sorta di spiegazione e di dignità.
La filosofia, come dice Galimberti, è l’esercizio della critica dei propri pensieri; a me piace intenderla come pratica del dubbio e della curiosità. Secondo Sartre l’uomo è condannato ad essere libero, ovvero ad essere totalmente responsabile delle sue azioni, così come nella pratica della Gestalt sosteniamo le persone a diventare responsabili al 100% dei propri comportamenti, anche in una relazione di coppia ad esempio, lavoriamo sul paradosso nel sostenere le persone della coppia a diventare entrambi responsabili al 100% e non al 50% e 50%.
Sartre ha considerato che il potere è interno alla libertà della persona, ogni essere umano ha il potere di dare senso al mondo attraverso le sue scelte. Tuttavia questo potere è anche un peso, in quanto implica non assumere giustificazioni esterne. Anche questo aspetto è riscontrabile nel lavoro terapeutico e di counseling, emerge soprattutto all’inizio del percorso quando le persone preferirebbero che fosse il terapeuta o il counselor a dire cosa è giusto fare o non fare, a scegliere per loro, a stabilire qual è il problema che hanno e quali possano essere le eventuali soluzioni. Nel considerare l’altro, come l’esperto o il professionista vi è necessariamente una sorta di delega che, a volte però, può divenire de-responsabilizzazione del paziente o del cliente. Emblematico in tal senso può essere il sistema patriarcale dove la scelta (intesa come decisione ultima) viene demandata al padre o a chi svolge quel ruolo. Vero è che esiste comunque il potere come rapporto sociale, l’attualità dei fatti a cui assistiamo in tanti paesi del mondo ne è evidenza, il potere istituzionale (Stato, burocrazia, economia, finanza etc..) può alienare le persone, limitando drasticamente la loro libertà o uccidendole, pensiamo al genocidio palestinese. Sempre Sartre appunto, influenzato da Marx, considera che il potere nelle società moderne porti all’alienazione dell’individuo. Dunque il potere esiste sia come libertà radicale individuale, sia come struttura sociale che può opprimere o alienare. L’essere umano resta comunque responsabile e capace di sovvertire i rapporti di potere; e se questo può essere considerato il nocciolo duro della lezione sartriana, Perls ebbe un’intuizione fondamentale, che dal mio punto di vista permette di comprendere come l’esperienza del potere, della responsabilità e dell’autoregolazione siano strettamente collegati tra di loro. Rileggendo Perls mi è sembrato di cogliere che l’aspetto biologico e quello esistenziale nelle persone sono integrati e in relazione costante con il mondo: “Nessun organismo è autosufficiente. Ha bisogno del mondo per la soddisfazione dei propri bisogni. Considerare un organismo da solo significa considerarlo come un’unità artificialmente isolata, mentre c’è sempre una inter-dipendenza tra l’organismo e il suo ambiente. L’organismo è una parte del mondo, ma può anche sentire il mondo come un qualcosa di separato da se stesso, come un qualcosa di tanto reale quanto se stesso.” (L’io, la fame, l’aggressività. Pag.44)
In altre parole il sé è quella funzione dell’organismo umano che esprime la capacità di entrare in contatto con l’ambiente o di ritirarsi da esso. L’essere umano dunque può contattare l’ambiente al confine di contatto ma anche differenziarsi da esso.
Perls intuì che la fase dentale nel bambino, ovvero il passaggio dalla suzione del latte che sostiene la capacità di introiettare per nutrirsi, alla capacità di mordere e di masticare con lo sviluppo dei denti sostiene invece la possibilità di destrutturare il cibo e la realtà, di aggredirli per poterli assimilare o rifiutare. Questo passaggio diventa cruciale sia dal punto di vista fisiologico che psicologico. Perls intenderà l’aggressività come una funzione biologica che permette alla persona di crescere e di evolvere.
L’aggressività è quella forza necessaria e costitutiva dell’essere umano, che gli permette la tensione necessaria o il conflitto con il proprio contesto sociale, in cui la persona può destrutturare la realtà (es. introietti, morale etc..) per trovare un proprio adattamento creativo, differenziandosi ma contemporaneamente anche essere pienamente parte del contesto sociale. Questo aspetto implica anche una qualità socio-politica della Terapia e del Counseling della Gestalt a mio parere, ovvero di cura e attenzione verso l’ambiente, inteso come luogo al quale siamo inevitabilmente connessi e inter-dipendenti.
Credo che la difficoltà teorica e la bellezza esperienziale della Terapia della Gestalt stia in questa integrazione che Perls sostiene tra il funzionamento biologico e quello filosofico/esperienziale, attraverso il ciclo di contatto e il principio di autoregolazione organismica: “La terapia gestaltica è una filosofia che cerca di essere in armonia, in linea con tutto il resto, con la medicina, con la scienza, con l’universo, con tutto quel che è. Essa trova appoggio sulla propria formazione, dato che la formazione di gestalt, l’emergere dei bisogni, è un fenomeno biologico primario” e la gestalt secondo il nostro autore è anche il fenomeno vissuto, che non può essere analizzato o frammentato altrimenti diviene altro (La terapia gestaltica parola per parola pag.23-24). Proprio in quanto divenire processuale dell’esistenza, le gestalt si formano e si distruggono.
Declinare questi concetti nella Terapia e nel Counseling della Gestalt implica riconoscersi come parte della situazione, sostenere il/la cliente a differenziarsi e dunque a connettersi alla propria aggressività, sostenere la consapevolezza, ovvero l’essere presenti ai sensi nel processo di contatto e se possibile identificarsi in modo spontaneo e armonico nel qui ed ora, ma soprattutto sostenere la persona alla propria pienezza e alla capacità antropologica di regolarsi nella relazione (autoregolazione organismica). Questo a mio avviso è il contributo più importante che la Gestalt ha portato in ambito clinico, educativo, di counseling etc. e che ancora oggi non è pienamente sviluppato e diffuso nel nostro lavoro.
Bibliografia
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- VV., (2005) L’educazione come esperienza vissuta, a cura di A. Erbetta. Torino: Editrice Tirrenia Stampatori.
- Bellini B., (2025) Sessualità e Potere, Figuremergenti 2025.
- Foucault M., (1977) Microfisica del potere. Interventi politici, Torino: Einaudi 1978
- Giachery G., (2010) Idioti Reietti Delinquenti. Como – Pavia: Ibis 2010
- Goldstein, K. (1995). L’Organismo, trad. it. di L. Corsi. Roma: Giovanni Fioriti Editore. 2010
- Müller, B. (1992). Il contributo di Isadore From alla teoria e alla pratica della Gestalt Terapia, in Quaderni di Gestalt, anno VIII, n.15, Ragusa
- Perls, F. (1942). L’io, la fame, l’aggressività, trad. it. di M. Polito e M. C. Fabris. Milano: FrancoAngeli. 1995
- Perls, F. (1969). La terapia gestaltica parola per parola, trad. it. B. Draghi. Roma: Casa Editrice Astrolabio. 1980
- Pizzimenti M, (2025) Autoregolazione senza sforzo, Figuremergenti.
- Sartre J.- P., (1946) L’esistenzialismo è un umanesimo, trad. it. G. Re Mursia. Milano: Mursia. 1978.










