Riassunto. La Sensory Processing Sensitivity (SPS) è un tratto temperamentale che amplifica la risposta dell’organismo al contesto, nel bene e nel male. L’articolo presenta il tratto attraverso il modello DOES ed esamina due configurazioni in cui, nelle Persone Altamente Sensibili (PAS), il Sé perde flessibilità, e si presenta un duplice rischio di dominanza: del paziente sul campo e del terapeuta sul paziente. Si sostiene che l’intervento gestaltico non debba correggere la sensibilità, ma sostenere il paziente nel riconoscerla come risorsa.
Parole chiave: Sensory Processing Sensitivity; PAS; Gestalt Therapy; potere; confluenza; epoché incarnata; sensibilità estetica.
La SPS nel quadro della sensibilità ambientale
Il concetto di Sensory Processing Sensitivity (SPS) si inserisce nel meta-quadro della Sensibilità Ambientale (Environmental Sensitivity) (Pluess, 2015), che raccoglie i modelli sulla capacità dell’organismo di registrare, elaborare e rispondere agli stimoli. Vi rientrano la suscettibilità differenziale (Belsky & Pluess, 2009), la sensibilità biologica al contesto (Boyce & Ellis, 2005) e la stessa SPS (Aron et al., 2012). La SPS non è un disturbo, ma un tratto temperamentale: descrive un modo di funzionare, non una patologia.
Il tratto, nella SPS, è descritto dall’acronimo DOES, che riassume quattro aspetti (Aron et al., 2012). Il primo (D), la profondità di elaborazione (Depth of processing), è considerato il nucleo del tratto: le PAS confrontano le informazioni nuove con quelle già note e con l’esperienza passata, spesso prima di agire. Per questo, in una situazione nuova, possono sembrare esitanti: in realtà stanno osservando e valutando. Il secondo (O), la facilità di sovrastimolazione (Overstimulation), è la conseguenza del primo: chi elabora di più si stanca prima negli ambienti intensi, rumorosi o affollati, e ha bisogno di pause per recuperare. Il terzo (E), la reattività emotiva ed empatia (Emotional reactivity and Empathy), riguarda l’intensità con cui si vivono le emozioni, piacevoli e spiacevoli, e con cui si risuona con quelle altrui. In uno studio con risonanza magnetica funzionale, davanti a fotografie del partner e di estranei con espressioni emotive, le PAS hanno mostrato una maggiore attivazione di aree legate alla consapevolezza e all’empatia, tra cui l’insula (Acevedo et al., 2014; si veda anche Acevedo et al., 2018). Il quarto (S), la sensibilità alle sottigliezze (Sensitivity to subtleties), indica la capacità di cogliere piccoli cambiamenti: un tono di voce, un’espressione, una variazione in una scena (Jagiellowicz et al., 2011).
I quattro aspetti vanno letti insieme. Ognuno, preso da solo, si ritrova anche in altre condizioni; è la loro combinazione a caratterizzare il tratto (Aron et al., 2012). Hanno anche una ricaduta relazionale diretta: chi elabora in profondità ha bisogno di tempo, chi si sovrastimola ha bisogno di spazio, chi risuona con l’altro rischia di perdersi in lui, chi coglie le sottigliezze vede anche ciò che l’altro non dice. Nel lavoro terapeutico, tempi, distanza e confini diventano oggetto di osservazione e negoziazione. È in questa negoziazione che si può esaminare come viene esercitato il potere.
Sul piano della misura, la Highly Sensitive Person Scale ha fatto emergere tre componenti, che non coincidono con i quattro aspetti del DOES: sensibilità estetica (AES), cioè il piacere e il coinvolgimento davanti all’arte, alla musica, alla bellezza; facilità di eccitazione (EOE), la tendenza a sentirsi sopraffatti dalle richieste; e bassa soglia sensoriale (LST), il fastidio per stimoli intensi come luci, rumori o odori (Smolewska et al., 2006). Le tre componenti sono organizzate attorno a un fattore generale di sensibilità (Greven et al., 2019). La SPS ha una base biologica solida, con una ereditabilità stimata intorno al 47% (Assary et al., 2021). Negli studi che hanno raggruppato le persone per livello di sensibilità, circa un terzo rientra nel gruppo ad alta sensibilità (Lionetti et al., 2018).
Per la clinica conta soprattutto che la sensibilità amplifica l’effetto dell’ambiente in entrambe le direzioni: in un contesto sintonizzato la sensibilità diventa risorsa e la persona, come un’orchidea, fiorisce; in uno non sintonizzato diventa vulnerabilità (Boyce, 2019; Pluess & Belsky, 2013). Meckovsky et al. (2025) indicano che le PAS si sentono più sole emotivamente, ma non socialmente. In questo scarto tra ciò che si sente e ciò che l’altro riconosce si gioca la questione del potere. Per potere si intende qui la capacità di determinare la forma del campo relazionale: chi stabilisce il ritmo, la distanza, il significato di ciò che accade. La dominanza ne è l’esercizio unilaterale, che impedisce all’altro di contribuire alla figura emergente.
Il Sé come processo e le dimensioni della consapevolezza
Nella Gestalt Therapy il Sé non è una struttura intrapsichica, ma l’attività stessa del contatto al confine organismo-ambiente, che si dispiega nelle funzioni Es, Io e Personalità (Perls et al., 1951/1997; Robine, 2006). Il disagio sorge quando questo processo si interrompe e si fissa in risposte rigide, che occupano il campo e impediscono l’adattamento creativo.
Le tre dimensioni della consapevolezza — awareness (apertura sensoriale spontanea al presente), consciousness (elaborazione riflessiva e narrativa) e deliberateness (attenzione diretta dalla volontà) — offrono una possibile lente clinica per leggere l’esperienza delle PAS (Bellini, 2025; Perls, 2023). Il loro rapporto con le componenti del DOES è una proposta di questo articolo, non una corrispondenza dimostrata. In particolare, la sensibilità alle sottigliezze (S) può orientare l’attenzione del terapeuta verso la ricchezza di dettagli colti dal paziente. Se quei dettagli sostengano il contatto o portino al sovraccarico lo dice l’esperienza della persona, non il tratto.
La profondità di elaborazione (D) può essere messa in dialogo con la riflessione sull’esperienza, senza identificare automaticamente questa caratteristica con una particolare attività delle funzioni Io e Personalità. Nel lavoro clinico si può osservare se il tempo dedicato a ripensare un incontro aiuti la persona a orientarsi oppure se diventi ripetitivo e limiti la possibilità di nuove risposte. La distinzione va ricavata dall’esperienza del singolo paziente, non dal solo riconoscimento della SPS.
L’attenzione intenzionale può aiutare alcune PAS a riconoscere il sovraccarico e a regolare tempi, stimoli e confini. Anche qui è una possibilità clinica, non una funzione che si possa dedurre direttamente dalla lettera O del modello DOES. Quando una modalità di consapevolezza sembra prevalere stabilmente sulle altre, il terapeuta può indagare come ciò incida sul contatto e sulla negoziazione della relazione.
Due possibili configurazioni di dominanza
Quando il campo non offre sostegno, o quando gli stimoli superano la capacità dell’organismo di regolarsi, le funzioni del Sé perdono flessibilità. In ognuna delle configurazioni che seguono il rischio ha due versanti: il paziente che irrigidisce il campo per sopravvivere e il terapeuta che occupa lo spazio rimasto vuoto.
Il nesso tra aggressività e potere è centrale nella lettura di Pizzimenti (2015). L’aggressività non è una caratteristica individuale, ma il «come» ci si muove verso l’ambiente per soddisfare un bisogno: è quindi co-creata nella relazione. Ne discende una conseguenza etica esplicita: la responsabilità di ciò che accade va attribuita in proporzione al potere sociale delle parti, e nella diade terapeutica ricade in massima parte sul terapeuta. Bellini (2015) osserva che le lotte di potere emergono quando all’aggressività manca il sostegno dell’amore e della sessualità, intesa come bisogno di scambio: ciascuno cerca allora di conformare l’altro ai propri bisogni.
Dominanza iper-cognitiva: dall’Es iper-attivato al ritiro iper-cognitivo
La profondità di elaborazione porta le PAS a restare sulle esperienze anche dopo la loro conclusione (Acevedo et al., 2021). Quando la PAS è in sovrastimolazione, la funzione Io si ritira dal contatto e l’elaborazione può diventare ruminazione. Il pericolo di dominanza si può esplicitare in una pretesa di controllo sul campo relazionale: una strategia difensiva di tipo egotico, che sostituisce la spontaneità del contatto con un tentativo costante di governare sé e l’ambiente, tanto più rigido quanto più è intollerabile l’incertezza del campo (Perls et al., 1951/1997; Polster & Polster, 1973). Il paziente, dunque, non domina per prevaricazione ma per sopravvivenza: pretende dall’altro una forma prevedibile, perché l’imprevedibilità del contatto reale eccede, in quel momento, la sua capacità di elaborazione. È necessario osservare che cosa accade nella relazione per verificare se è dominanza, per esempio: se il paziente impone stabilmente ritmo e significato dell’incontro e come il terapeuta contribuisce a tale configurazione.
Esiste un rischio speculare di dominanza: di fronte alla ruminazione intellettualizzata del paziente, il terapeuta può essere tentato di rispondere offrendo interpretazioni o spiegazioni che rinforzano la fuga nella funzione Personalità e sottraggono al paziente l’esperienza diretta del proprio corpo vissuto. Questa forma di dominanza si maschera da competenza clinica: il terapeuta sostituisce la propria narrazione definita a quella, ancora informe, del paziente, e ripete in forma più sottile la stessa logica di imposizione. Nei termini di Pizzimenti (2015), il clinico risponde all’intenzionalità succedanea del paziente, per esempio il bisogno di capire tutto, e la rinforza.
Dominanza iper-empatica e Confluenza: il collasso del confine di contatto
Nelle PAS la maggiore risposta di insula e aree empatiche alle emozioni altrui (Acevedo et al., 2014) può, in un campo che non sostiene, confondere il vissuto dell’altro con il proprio. L’individuo perde la capacità di distinguere i propri bisogni legittimi da quelli altrui, il confine di contatto collassa e il Sé finisce nella confluenza patologica (Perls et al., 1951/1997). Anche qui esiste un versante di dominanza del paziente, meno visibile: rinunciando a decidere, la PAS confluente lascia all’altro la responsabilità dell’esito e ne ottiene in cambio protezione e vicinanza. È un potere esercitato per sottrazione, che il terapeuta può riconoscere dalla propria stanchezza o dalla sensazione di dover fare di più.
La rinuncia a decidere va compresa nel contesto: può richiedere sostegno, esprimere una scelta o contribuire a una distribuzione rigida della responsabilità.
Il pericolo di dominanza in questo pattern riguarda primariamente il terapeuta e si presenta sotto le spoglie della cura. La richiesta implicita di guida da parte del paziente evoca una direttività corrispondente, che si autoalimenta al di là delle intenzioni. Il terapeuta rischia di rispondere al vissuto di impotenza del paziente, occupando attivamente lo spazio che lascia libero: decide, consiglia, struttura, orienta. La relazione scivola così dall’Io-Tu all’Io-Esso, e il paziente diventa un oggetto da orientare e correggere (Buber, 1993), in contrasto con il metodo dialogico, che richiede inclusione, presenza e rinuncia a pilotare l’esito (Yontef, 1993). Per la PAS confluente l’esperienza riparativa è scoprire che i propri bisogni possono emergere ed essere riconosciuti senza essere né invasi né sostituiti.
Implicazioni cliniche: dalla correzione alla restituzione
Nel lavoro clinico il compito non consiste nel presumere che ogni PAS abbia già una consapevolezza elevata, ma nel comprendere come quella persona riconosca, organizzi e comunichi la propria esperienza. L’epoché incarnata può orientare il terapeuta a sospendere spiegazioni premature e a prestare attenzione anche alla propria esperienza corporea (Bloom, 2009; Staemmler, 2006). Le risonanze del terapeuta possono contribuire alla comprensione estetica del campo (Spagnuolo Lobb, 2018), purché siano trattate come ipotesi da verificare nella relazione. Di fronte a una spiegazione ricorrente si può esplorare l’esperienza presente; quando il paziente delega le scelte, si può sostenere l’emergere di una sua posizione senza sostituirsi a lui.
Le PAS spesso arrivano in terapia sentendosi “sbagliate” a causa di un ambiente che non ha validato la loro sensibilità. Per questo la teoria paradossale del cambiamento (Beisser, 2004) è più di una scelta tecnica: il cambiamento segue l’accettazione di ciò che si è, non lo sforzo di essere diversi.
La sensibilità estetica (AES), come componente della Highly Sensitive Person Scale, riguarda il coinvolgimento verso esperienze quali arte e musica (Smolewska et al., 2006). L’estetica nella tradizione gestaltica riguarda invece la qualità sensibile dell’esperienza e del contatto (Robine, 2001, 2006; Spagnuolo Lobb, 2018). I due usi del termine non sono equivalenti. Questo articolo propone di metterli in dialogo come ipotesi clinica: per alcune persone, l’attenzione alle qualità sensibili dell’esperienza potrebbe diventare una risorsa per riconoscere preferenze e sperimentare modi di agire nel proprio ambiente. Greven et al. (2019) descrivono per l’AES un rapporto con l’affettività negativa diverso da quello delle altre componenti. Attività come cucinare, dipingere o modificare uno spazio, come propone Robine, possono essere esplorate con il paziente quando hanno per lui significato. Partecipare alle scelte che danno forma alla relazione è qui un possibile significato clinico del potere, da valutare nel processo concreto.
Il contrario è il sistema chiuso, in cui una figura predeterminata (per esempio: come sia giusto sentire il mondo o quanto sia giusto frequentare feste e concerti) si impone sul qui e ora: in un sistema chiuso le decisioni imposte non sono modificabili, poiché eliminano ogni alternativa che possa metterla in dubbio o in discussione nei principi di base (Pintonello et al., 2022).
Conclusioni
Le due configurazioni proposte descrivono possibilità cliniche, non profili tipici o conseguenze necessarie della SPS. In alcuni incontri la ricerca di prevedibilità può restringere lo spazio di iniziativa reciproca; in altri, la difficoltà a esprimere una scelta può favorire una direttività eccessiva del terapeuta. La responsabilità professionale richiede di osservare entrambi i contributi alla relazione, tenendo conto dell’asimmetria di ruolo. Riconoscere la sensibilità della persona e verificare con lei quali condizioni sostengano il contatto offre una direzione di lavoro, senza assumere che il tratto debba essere corretto o ottimizzato.
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