La dove c’è potere c’è resistenza – Foucault
In questo numero di figuremergenti affronteremo il tema del potere.
Ricordo Isha Bloomberg affermare : “Come terapeuta della Gestalt ritengo di avere una sola responsabilità quando lavoro : Essere Efficace”
È possibile essere efficaci senza essere potenti ? E poi essere potenti è un male?
La parola potere fa paura ma anche affascina. Il potere lo si teme, lo si desidera, lo si combatte, lo si esercita, lo si subisce
Che cos’è il potere ?
Hanna Arendt nel suo scritto Sulla Violenza afferma: “Il potere corrisponde alla capacità umana non solo di agire, ma di agire di concerto” In questa affermazione leggiamo una visione del potere come capacità di agire insieme. Quasi un bene collettivo e che dovrebbe essere gestito dalla collettività per il bene comune.
Come è diversa questa definizione da quella di Orwell che in 1984 fa dire O’Brien : Il potere non è un mezzo ma un fine. Il fine del potere è il potere”. Qui il potere diventa affascinante per se stesso, non per quello che permette di agire, ma diventa esso stesso un possesso, un bene da accumulare.
Il potere come bene che ha valore in se stesso è molto diffuso e apprezzato. La famosa frase attribuita a Giulio Andreotti “Il potere logora chi non ce l’ha!” parla proprio del potere come oggetto di desiderio
Oggetto di desiderio che per Paulo Freire porta “Gli oppressi, invece di lottare per la liberazione, a tendere essi stessi a diventare oppressori”.
Questa visione, questa consapevolezza porta L’Impiegato di Fabrizio De Andrè ad affermare : che bisogna essere così coglioni da non capire che non ci sono poteri buoni” Affermazione radicale che non lascia spazio ad ambiguità.
Radicalità che ritroviamo anche nell’Illiade o il poema della forza in cui Simone Weil afferma che “la forza è ciò che può trasformare un essere umano in una cosa e non degrada solo chi la subisce ma intossica anche chi la esercita”
Pensiero quest’ultimo in cui si ritroverebbe anche Nelson Mandela che affermava che oppressore e oppresso vengono entrambi privati della propria umanità.
Una sola citazione che parla di potere “con” e tante citazioni che parlano di potere ”su”.
D’altronde Paul Goodman ci provoca dicendo che “Il nostro errore è di dotare qualcuno di un potere sulla collettività”.
Spesso, dalle pagine di questa rivista, abbiamo affrontato il tema della dominanza nelle relazioni umane e nella pratica terapeutica e di counseling e la dominanza è una tipica espressione di “potere su” : prima di tutto su noi stessi e le nostre emozioni e poi sull’altro.
Il “potere con” dovrebbe essere diverso. Il potere della partecipazione, dell’unione, dell’accoglienza, dell’incontro delle diversità: un bene collettivo. Ma è possibile arrivare a questo o è solo un ideale.
E’ possibile sviluppare un potere che non renda qualcun’altro impotente ? I conflitti di potere all’interno delle coppie o più generalmente nelle relazioni umane ottengono spesso questo risultato. L’esperienza di subire, la rassegnazione, la dipendenza affettiva, la depressione parlano di vissuti di impotenza e, ribaltando la domanda di prima, è possibile che qualcuno sperimenti impotenza senza che qualcun altro stia esercitando un “potere su” ?
Queste domande attraversano il nostro lavoro di terapeuti e counselor, ma riguardano anche il mondo di cui siamo parte. In un presente in cui la guerra e la minaccia dell’uso della forza sembrano imporsi come risposte ai conflitti, il tema del potere assume un’urgenza che ci coinvolge tutti. Che spazio rimane per un “potere con”, quando la possibilità di sentirsi sicuri viene fatta dipendere dalla capacità di rendere l’altro più debole, più impaurito, più impotente?
Anche la domanda sull’impotenza ha bisogno di questo sguardo più ampio. Ciò che viviamo nelle nostre relazioni prende forma in un campo di condizioni sociali, economiche e politiche che contribuiscono ad allargare o a restringere le nostre possibilità. La paura, la rassegnazione, la sensazione di non poter incidere sul proprio futuro hanno una dimensione collettiva. E collettiva può essere la possibilità di ritrovare voce, partecipazione e capacità di agire.
Come professionisti siamo parte di questo campo. Nel nostro lavoro incontriamo anche gli effetti di ciò che accade fuori dalla stanza di terapia, e possiamo interrogarci su come il nostro stesso modo di esercitare il potere contribuisca a riprodurre la dominanza o ad aprire altre possibilità. Senza assimilare i conflitti tra persone a quelli tra popoli, possiamo riconoscere una domanda che li attraversa: sappiamo sostenere le differenze e cercare forme di convivenza senza pretendere di piegare l’altro alla nostra volontà?
Il “potere con” resta allora una possibilità da costruire, anche attraverso il dissenso, la resistenza e il conflitto. Richiede condizioni in cui prendere parola abbia un peso e partecipare possa incidere sulle decisioni. Ci chiede di guardare a chi può scegliere, a chi paga il prezzo delle scelte altrui, a chi viene escluso persino dalla possibilità di far sentire la propria voce.
Torniamo allora alla domanda iniziale: si può essere potenti senza aver bisogno di rendere qualcun altro impotente? Forse è proprio qui che possiamo cercare un senso dell’essere efficaci: nella capacità di partecipare a un incontro in cui l’altro senta crescere il proprio potere di esserci, di scegliere, di entrare in relazione e anche di separarsi.
È con questo interrogativo che apriamo il nuovo numero di figuremergenti: come possiamo contribuire, nei luoghi della cura come in quelli della vita collettiva, a sviluppare un potere che accresca le possibilità di esistere e di agire di tutti? Quale efficacia cerchiamo, e quale mondo concorriamo a costruire attraverso il nostro essere efficaci?









