La terapia si basa essenzialmente sulla vita comunitaria in un luogo in cui il malato viene accettato, ascoltato e riconosciuto nella sua persona. Ogni abitante può essere, attraverso il proprio ascolto e l’attenzione che presta agli altri, un terapeuta per ogni malato. L’obiettivo principale dell’équipe assistenziale è quello di stimolare e animare questa vita comunitaria; non si tratta tanto di curare in senso medico, quanto piuttosto di consentire al malato di esprimersi, di essere ascoltato, considerato e valorizzato; di permettere a ciascuno di discutere, con tutti gli altri, dei propri problemi e di condividere le attività comuni.
(Collomb, 1978, pp.114, trad.mia)[1]
Nei due articoli precedenti, “Spostare i confini: verso altri modi di intendere l’alterità” (Prato, 2024) e “La figura dell’accompagnant” (Prato, 2025) esploravamo alcuni aspetti della presa in carico psichiatrica presso il Centre Psychiatrique Moussa Diop del CHNU situato nel quartiere Fann a Dakar in Senegal. In quelle pagine ci soffermavamo su come il disagio psichico si configuri dentro un tessuto di relazioni che include comunità, istituzioni e altri dispositivi di lettura della sofferenza, dedicando particolare attenzione alla figura dell’accompagnant, presenza centrale nella vita ospedaliera e rivelatrice di un modo diverso di vivere e interpretare il processo di guarigione.
Se questi primi scritti raccontavano dell’incontro con l’istituzione di Dakar, dove si erano svolte gran parte delle nostre precedenti missioni, il percorso che racconterò qui si sviluppa più a sud, nella regione della Casamance, all’interno della struttura psichiatrica Émile Badiane di Ziguinchor, inaugurata nel 1974 come villaggio psichiatrico di Kénia, su iniziativa del professor Henri Collomb.
Oggi il centro registra circa 7.000 accessi l’anno tra primi colloqui, prese in carico e ricoveri, nelle 18 stanze a capanna conservate nella configurazione originaria del 1972.
Rispetto alla capitale, qui ci si muove in un territorio geografico e sociale profondamente diverso, segnato dal fiume Casamance, dai suoi bracci d’acqua e dalle mangrovie e situato a ridosso dei confini con il Gambia e la Guinea-Bissau. La vicinanza a questi paesi fa sì che il centro accolga pazienti non solo da varie regioni del Senegal, ma anche dalle aree transfrontaliere, rendendo la presa in carico clinica più ricca ma anche più complessa.
In questo quadro, il profondo e inscindibile legame con la natura della cultura djola e dell’animismo continuano a incidere, almeno in parte, sui modi locali di attribuire un senso a quella che la nosografia psichiatrica definisce malattia mentale e l’ospedale diventa un luogo di attraversamento in cui si incontrano e si negoziano diversi regimi di significato.
Dentro le sue mura prevalgono oggi i codici diagnostici e terapeutici della biomedicina, pur conservando l’impostazione del progetto originario di Henri Collomb, che concepiva il trattamento in continuità con l’ambiente sociale del paziente, preservando la continuità tra individuo e famiglia. Al di fuori continuano invece a operare altre forme di comprensione della patologia mentale, radicate nei saperi della medicina tradizionale e nell’autorità dei guérisseurs.
È in questo quadro che prende forma il racconto di questa nuova esperienza, che per essere compreso richiede di tornare al febbraio del 2026.
In quel periodo decido di trascorrere tre mesi presso l’ospedale Émile Badiane, che avevo già visitato in due occasioni precedenti e con il quale, nel frattempo, la scuola di specializzazione in Psicoterapia della Gestalt di Torino (SGT) ha siglato un protocollo di collaborazione.
Per sostenere questo progetto invito Mariano Pizzimenti a raggiungermi per alcune settimane.
Mi sembra importante costruire con i colleghi senegalesi un’occasione di confronto diretto per introdurre il pensiero della terapia della Gestalt e aprire un dialogo attraverso una progressiva armonizzazione dei linguaggi e dei riferimenti teorici.
Decidiamo quindi di avviare il progetto con una giornata introduttiva dedicata alla conoscenza dei suoi principi fondamentali e delle sue modalità di applicazione.
Ad accompagnarmi in questo percorso sono due obiettivi strettamente connessi. Da un lato, esplorare la possibilità di costruire un lavoro psicoterapico in un contesto in cui la figura dello psicologo è assente e non trova ancora un riconoscimento istituzionale. Dall’altro, intendo avviare il percorso necessario affinché questo luogo possa diventare sede di tirocinio per gli specializzandi della nostra scuola, secondo le procedure previste dal Ministero Italiano dell’Università e della Ricerca (MIUR).
Oggi, mentre il primo allievo della nostra scuola si prepara a partire per la sua esperienza di tirocinio, ora che questo percorso ha finalmente trovato compimento, mi sembra importante riprendere il filo del discorso e proseguire la narrazione.
Nelle pagine che seguono proverò a tornare alle settimane trascorse nella clinica, ripercorrendole attraverso il diario etnografico che ho scritto nel corso della mia permanenza, nella speranza che questa scrittura permetta di dare maggiore chiarezza a quanto ho vissuto.
A colpirmi fin dall’inizio è una frase che alcuni operatori ripetono più volte nel corso della nostra prima giornata di formazione, dopo averci stretto la mano e fatta la nostra conoscenza: “qui c’è tanto bisogno di psicoterapia”. Detta così, suona semplice, quasi ovvia, in un ambiente privo di questa figura e impegnato in un processo di progressiva integrazione degli approcci neurobiologici della malattia mentale, nei quali questa presenza, è generalmente parte integrante dell’équipe.
Più ripeto queste parole nella mia testa, più mi accorgo che chiedono di essere interrogate, quasi scomposte nelle premesse che portano con sé. Occorre esplicitare ciò che resta non detto, per mantenere uno sguardo capace di riconoscere quanto già esiste prima di attribuirgli interpretazioni che provengono da schemi consolidati e conosciuti. Allo stesso tempo, diventa fondamentale interrogare criticamente l’idea di essere umano sottesa alle nostre teorie, che spesso si fondano su una visione implicita della persona data per universale.
Solo così è possibile evitare, almeno in parte, il rischio di proiettare sull’altro le nostre griglie di lettura e di sovrapporre al suo pensiero i nostri schemi di significato.
In che modo una scuola di specializzazione può entrare in dialogo con questa realtà senza limitarsi a trasferire modelli già costituiti?
E come può il nostro lavoro prendere posto tra la medicina ospedaliera e gli altri sistemi di guarigione che attraversano il contesto locale?
Mi sento stretta in una morsa: da una parte il desiderio di non aderire passivamente alla richiesta di una cornice preconfezionata; dall’altra la consapevolezza che è proprio all’interno di questa prospettiva che, finora, ho imparato a pensare e a lavorare.
La mia esperienza in etnopsichiatria, maturata in questi anni, si è sempre svolta in un setting plurale, nel quale il confronto con il mediatore etnoclinico e con l’antropologo ha rappresentato un elemento essenziale nell’approccio all’altro. La possibilità di trovarmi da sola di fronte al paziente di differente cultura rispetto alla mia è un’esperienza che mi spaventa un po’ ma forse è proprio questa incertezza a segnare l’inizio del cammino.
Mentre questi pensieri mi attraversano nel corso delle prime settimane di permanenza, comincio a immaginare, insieme al direttore dell’Émile Badiane, quale possa essere il mio contributo nel percorso di cura rivolto a pazienti e famiglie.
Decidiamo di iniziare con un periodo di affiancamento a psichiatri e infermieri, durante il quale partecipo alle consultazioni quotidiane, in cui vengono aperte le cartelle, avviati i ricoveri e definite le prese in carico. Partecipo inoltre ai pomeriggi dedicati alle attività espressive di gruppo con le persone ricoverate e i loro accompagnant, e al giro visite del mercoledì mattina nelle diverse stanze di degenza. Quest’ultima esperienza si rivelerà per me un tempo prezioso di conoscenza e di immersione nella molteplicità delle dinamiche quotidiane, offrendomi la possibilità di osservare scambi significativi tra il personale medico e le famiglie.
Ho appena concluso l’ultimo giro visite, prima del mio rientro in Italia. Questo momento ricorda a tratti una terapia di gruppo ed è forse quello della settimana in cui si dedica più tempo a pazienti e familiari, senza la fretta che accompagna generalmente la routine del lavoro sanitario. Mi torna in mente un’intervista a T. Lambo[2], in cui osserva come uno dei grandi limiti dello psichiatra, rispetto al guaritore tradizionale, sia il poco tempo che può dedicare alla persona e alla relazione. È sempre veloce il modo in cui interroga e pone domande; l’urgenza sembra costituire una componente strutturale della sua indagine, finalizzata quasi esclusivamente alla riduzione del sintomo. Nel giro visite, invece, ho l’impressione che accada qualcosa di diverso. La curiosità può soffermarsi sui capelli da tagliare, sugli amuleti indossati, sui segni che disegnano il corpo.
Mi piace percorrere tutti insieme le 18 capanne per incontrare le persone ospedalizzate. Ci si siede sui letti — due per capanna, uno per il paziente e uno per il famigliare — mentre gli altri parenti, talvolta numerosi, trovano posto su stuoie intrecciate nella stanza o sul marciapiede esterno. Il dott. S. è il solo a sedersi su una sedia di legno, una posizione che gli conferisce una certa autorevolezza. Le sedie, però, nelle capanne sono piccole, come quelle dei bambini a scuola. Questo abbinamento mi colpisce ogni volta e produce uno strano effetto.
Raccolti e stretti gli uni agli altri, accaldati e appiccicosi, ci si confronta su come procede l’ospedalizzazione e spesso affiorano racconti di vita e ricordi.
Le narrazioni, quasi sempre in wolof, collegano il presente con ciò che è rimasto a casa, raccontano gli equilibri della comunità, le alleanze, i conflitti, le partenze di quanti sono migrati altrove lasciando vuoti che continuano a riverberare su chi è rimasto.
É il gruppo a essere interpellato quasi mai il singolo ricoverato. É attraverso la voce degli altri che l’individuo prende forma e diventa leggibile entro una rete di relazioni. La sua individualità acquista significato nella misura in cui è inscritta in una collettività che contribuisce a definirne il suo posto e il suo senso nel mondo.
Un’atmosfera analoga l’ho percepita durante la guardia notturna che ho fatto lunedì insieme all’infermiera F.. Verso sera l’ambiente assomiglia molto di più a un piccolo villaggio.
Nella parte centrale della struttura, la “piazzetta sotto la tettoia” (Francesca Ambrosoli, diario etnografico, 23 Marzo 2026), pazienti e familiari si raccolgono, parlano e sostano in conversazioni più intime.
Gli infermieri si muovono tra le capanne e la piazzetta per somministrare le terapie, mentre i familiari si preparano ad allestire la cena. In questi momenti, la cura professionale si integra con la vita quotidiana, facendo sfumare progressivamente i confini tra i diversi ruoli. (08 Aprile 2026 Diario etnografico)
Dopo le prime settimane di osservazione, in accordo con lo psichiatra guineano con il quale lavoro più a stretto contatto, e con il direttore dell’ospedale, decidiamo di offrire un percorso strutturato di sei incontri a quanti, nel presentarsi alla consultazione, possano beneficiare, oltre che di un supporto farmacologico, della possibilità di poter raccontare ciò che stanno attraversando.
Il faut liberer la parole, dirà uno psichiatra durante un confronto, come se fosse imprigionata in attesa di essere svelata. Penso che le sedute possano rappresentare un’occasione per comprendere meglio il contesto in cui mi trovo e per orientare ulteriormente le mie riflessioni rispetto alle progettualità future.
Il primo incontro è dedicato alla presentazione del dispositivo psicoterapico, lasciando poi alla persona la libertà di contattarmi per un’eventuale prosecuzione degli altri cinque, evitando così di avviare percorsi che potrebbero non trovare continuità.
Non è facile tradurre l’essenza del mio lavoro e descriverne il meccanismo solitamente dato per scontato. Più articolo la spiegazione del funzionamento di ciò che faccio, più divento consapevole della magia di questo svelamento che depone nell’uso della parola la potenza della guarigione e che si fonda su una determinata costruzione del pensiero e della qualità riflessiva.
L’idea che una più profonda comprensione di sé e della propria sofferenza possa favorire il processo di cura e nel tempo accompagnare una remissione dei sintomi, presuppone una teoria psicologica e un modello di umano che però potrebbe non essere applicabile a tutte le popolazioni.
Gran parte della teoria psicologica e della pratica psicoterapeutica si fonda su nozioni implicite di persona nella società statunitense. L’estroversione della società statunitense porta i professionisti e i teorici a dare maggiore enfasi a ciò che viene detto piuttosto che a ciò che non viene detto o non è indicibile in psicoterapia. (Kirmayer, 2007,pp.3, trad. mia)[3].
Una soglia importante di accesso alle sedute è rappresentata dalla lingua. Il fatto che io parli soltanto francese definisce inevitabilmente la popolazione con la quale potrò lavorare, composta da persone francofone. Chi si esprime in altre lingue (wolof, mandinga, diola) non può, almeno in questa fase, accedere ai colloqui, in assenza di un mediatore linguistico che possa aiutarmi nella traduzione. Questo aspetto dà un taglio molto specifico al mio intervento. Sostanzialmente incontrerò nelle sedute persone scolarizzate e la vicinanza dell’ospedale all’università Assane Seck favorirà un maggiore afflusso di studenti universitari.
Nel corso dei due mesi effettuo complessivamente 25 primi colloqui, di cui 20 rivolti a donne e 5 a uomini.
A seguito della presentazione iniziale, 12 situazioni si concludono dopo il primo incontro, senza attivazione di ulteriori prese in carico, mentre i restanti 13 (11 donne e 2 uomini) intraprendono il percorso per altri 5 incontri.
Riporto di seguito alcuni dati ripresi dal report conclusivo:
Il range di età risulta ampio, compreso tra i 18 e i 60 anni, con una maggiore concentrazione nelle fasce giovanili e della prima età adulta.
Dal punto di vista anagrafico, il campione presenta un’età media complessiva di circa 34,3 anni. Le donne mostrano un’età media leggermente superiore rispetto agli uomini (34,6 anni contro 33,2 anni). L’analisi della distribuzione per tipologia di intervento evidenzia una differenza significativa, poiché l’età media è di circa 26,4 anni nei percorsi psicologici strutturati, mentre nei soli primi colloqui sale a circa 41,3 anni. Tale dato evidenzia una maggiore presenza di soggetti più giovani nei percorsi di sostegno continuativo e, al contrario, una maggiore concentrazione di soggetti più adulti nelle prese in carico non proseguite oltre il primo colloquio.
I trattamenti hanno coinvolto prevalentemente una popolazione giovane, di età compresa tra i 18 e i 25 anni, costituita da studenti universitari e giovani lavoratori provenienti da diversi settori professionali. I temi affrontati da questa fascia d’età hanno evidenziato tensioni nei rapporti familiari soprattutto nei nuclei poligamici, con specifiche dinamiche di gelosia tra fratelli e sorelle appartenenti a rami diversi della famiglia. Le testimonianze raccolte hanno evidenziato sentimenti di rabbia legati alla percezione dell’impossibilità di un confronto diretto con le figure genitoriali o con gli adulti di riferimento, all’interno di un sistema in cui la gerarchia tra le generazioni struttura ruoli e responsabilità, rendendo più problematica l’espressione del proprio punto di vista e la negoziazione di situazioni conflittuali.
Un altro argomento emerso con frequenza ha riguardato la migrazione legata al percorso di studi. In numerosi casi si trattava di migrazioni tra paesi africani geograficamente vicini. Proprio perché interne al continente, queste esperienze tendevano a essere trascurate o considerate meno complesse rispetto alle migrazioni internazionali, soprattutto in virtù della presunta minore distanza culturale e linguistica. Tuttavia, assumevano un significato cruciale per le persone coinvolte, configurandosi come momenti di distacco e di profonda trasformazione personale che hanno segnato in modo rilevante il loro percorso di vita.
Nel presente emergeva un senso di solitudine, insieme alla presenza di strategie individuali di gestione degli stati di sofferenza, che in alcuni casi comprendevano l’uso di sostanze (tra cui il Taba-ba[4] e lo yamba[5]) e il ricorso al gioco d’azzardo online.
Porterò in altra sede le considerazioni relative ai dati raccolti; ciò su cui mi preme soffermarmi qui è come, accanto all’attività svolta all’interno di un setting strutturato, definito sia dagli spazi dedicati sia dalla regolarità degli incontri, abbiano assunto un ruolo centrale nella raccolta di questo materiale anche le condivisioni più spontanee sviluppate nel corso di questi tre mesi al di fuori della “stanza di analisi”.
Sostare nel pomeriggio o al termine della giornata lavorativa all’ingresso della clinica, dove il guardiano prepara il tè per chiunque desideri fermarsi a conversare, oppure nelle aree verdi che circondano le piccole capanne, mi ha permesso di costruire relazioni e raccogliere i vissuti delle persone in una modalità che ha richiamato fortemente la mia esperienza di psicologia di territorio, svolta insieme ai colleghi di Torino.
Questo modo di lavorare affonda le proprie radici nella psicologia di strada, intesa come presenza accessibile e non stigmatizzante nei luoghi della vita quotidiana.
In questa prospettiva, l’intervento non nasce necessariamente da una richiesta esplicita di aiuto o dall’avvio di un percorso terapeutico, ma dalla disponibilità a condividere gli ambienti quotidiani delle persone e a creare occasioni di incontro. È attraverso la continuità di questi momenti e delle interazioni informali che può svilupparsi una relazione di fiducia, nella quale la figura professionale viene riconosciuta come una presenza familiare prima ancora che come qualcuno a cui rivolgersi.
La dimensione clinica non viene meno, ma si ridefinisce all’interno di una prospettiva più ampia, in cui la funzione terapeutica rimane centrale pur aprendosi alla possibilità di incontrare l’altro nella sua autenticità. La relazione non si costruisce soltanto a partire dal ruolo professionale, ma anche dalla capacità di riconoscere e accogliere la dimensione umana dell’incontro.
In questo senso, il setting non coincide più esclusivamente con uno spazio fisico delimitato, ma si ridefinisce attraverso la continuità della presenza nei luoghi abitati dalla comunità e la qualità dell’incontro che lì può maturare.
L’intervento psicologico diventa così un processo che si sviluppa prima, durante e oltre il colloquio, riconoscendo valore anche a ciò che emerge negli scambi apparentemente ordinari e nelle esperienze condivise di tutti i giorni.
Riporto alcune riflessioni che ho appuntato nel diario etnografico una mattina dopo una guardia notturna:
La prospettiva notturna ha messo in luce alcune evidenze che ora mi sembrano più chiare.
Lontano dai rispettivi ambulatori, nelle situazioni informali, i curanti sembrano sviluppare una diversa qualità dell’ascolto, più aperto, meno orientato alla ricerca immediata di una risposta. Svestendosi della divisa, entrano in sintonia con un campo che le rispettive professionalità tendono a schermare, rendendo possibile una maggiore vicinanza all’altro in una modalità più autentica. Pazienti, operatori e familiari mettono tra parentesi le specifiche identità istituzionali che li definiscono, incontrandosi principalmente come persone. Ciò che li accomuna allora non è la funzione ricoperta, ma la possibilità di confrontarsi a partire da una comune condizione umana. La dimensione terapeutica non si esaurisce negli spazi formalmente deputati alla cura, ma può emergere anche nelle pieghe della quotidianità, là dove si costruiscono forme di riconoscimento e di appartenenza. (3 Aprile 2026 Diario etnografico)
In questo senso, mi torna in mente una frase che Mariano cita nel corso della prima giornata formativa, riprendendola da Fritz Perls: io non ho inventato la Gestalt, la Gestalt era già là (Isha Larry Bloomberg, 1985, Vignalino), come a dire che la teoria non inventa il fenomeno ma lo mette maggiormente a fuoco.
Se è così, allora la questione non è semplicemente che all’Emile Badiane manca la psicoterapia. La questione è piuttosto quale idea di psicoterapia abbiamo in mente quando ne constatiamo l’assenza.
Se la intendiamo come professione riconosciuta, certo: qui non c’è.
Ma se la pensiamo come attenzione al campo relazionale, come capacità di cogliere ciò che emerge nelle interazioni informali e nelle dinamiche che si sviluppano tra le persone, allora la comprensione si fa più articolata. La sfida che si apre per il futuro non è dunque semplicemente quella di introdurre la psicoterapia in un contesto in cui non è ancora riconosciuta, ma di riflettere su quali trasformazioni questa disciplina possa attraversare quando viene pensata al di fuori dei modelli tradizionali.
Il progetto dell’Emile Badiane è appena all’inizio e sarà il percorso stesso, nel suo divenire, a mostrare quali questioni emergeranno e quale direzione potrà eventualmente assumere la psicoterapia all’interno di questo nuovo scenario.
Alla domanda sul perché definisse psicoterapia le pratiche dei guaritori tradizionali, lo psichiatra nigeriano Thomas A. Lambo, in un’intervista realizzata negli anni Novanta dal giornalista e scrittore Thomas A. Bass e raccolta nel libro Reinventing the Future, rispondeva che la psicoterapia può assumere molte forme (Psychotherapy takes many forms).
Rimane allora aperta una domanda: quale forma prenderà la psicoterapia all’interno dell’ospedale di kénia, e cosa questo incontro potrà permetterci di comprendere della psicoterapia stessa?
NOTE
[1] La thérapeutique est essentiellement fondée sur la vie communautaire dans un lieu où le malade est accepté, écouté. reconnu dans sa personne. Chaque habitant peut être, par son écoute et l’attention qu’il prête aux autres, un thérapeute pour chaque malade. L’équipe soignante a pour objectif principal de susciteret d’animer cette vie communautaire; il s’agit moins de traiter au sens médical du terme que de permettre au malade de s’exprimer, d’être écouté, considéré,valorisé; de permettre à chacun de discuter, avec tous les autres, ses problèmes et de partager lesactivités de tous. (Collomb, 1978, pp.114)
[2] “Because I am a psychiatrist, and psychiatrists don’t do any more than this, even in New York City. In fact, they do less because they have no time for you. Traditional healers spend a lot of time talking to their patients, getting medical histories. They hold psychotherapeutic sessions, either jointly or in groups, where they analyze dreams, dance, or perform ritual sacrifices. They burn incense and commune with spirits. They go into the patient’s home and place fetish objects in the corners to ward off evil spirits”.
(Lambo, 1994, p.71).
Perché sono uno psichiatra, e gli psichiatri non fanno molto più di questo, nemmeno a New York. Anzi, fanno meno, perché non hanno tempo per te. I guaritori tradizionali trascorrono molto tempo a parlare con i loro pazienti, raccogliendo anamnesi. Conducono sedute psicoterapeutiche, individuali o di gruppo, in cui analizzano sogni, danzano o compiono sacrifici rituali. Bruciano incenso e comunicano con gli spiriti. Entrano nella casa del paziente e collocano oggetti-feticcio negli angoli per allontanare gli spiriti maligni”
[3] Much of psychological theory and psychotherapeutic practice has been underwritten by implicit notions of the person in U.S. society. The extraversion of U.S. society leads practitioners and theoreticians to put more emphasis on the unsaid or unsayable in psychotherapy. (Kirmayer, 2007,pp.3)
[4]In Casamance, Senegal, il termine Tababa (o semplicemente “taba”) si riferisce a una polvere o pasta ottenuta dal tabacco, spesso mescolata con altri ingredienti locali (due piante, il kankouran mano e il koundinding) utilizzata prevalentemente dalle donne come “droga vaginale”.
[5] Termine wolof per la cannabis.
Bibliografia
- Collomb, H. (1978). L’économie des villages psychiatriques. Social Science & Medicine, 12(1–2), 113–115. https://doi.org/10.1016/0160-7995(78)90027-8
- Kirmayer, L. J. (2007). Psychotherapy and the cultural concept of the person. Transcultural Psychiatry, 44(2), 232–257. https://doi.org/10.1177/1363461506070794
- Lambo, T. A. (1994). In T. A. Bass (Ed.), Reinventing the future: Conversations with the world’s leading scientists (pp. 70-82). Addison-Wesley.
- Prato, M. (2025a). Spostare i confini: verso altri modi di intendere l’alterità, «Figure Emergenti», sezione Esperienze, 2025a, Figure Emergenti.
- Prato, M. (2025b). La figura dell’accompagnant, «Figure Emergenti», sezione Esperienze, 2025b, Figure Emergenti.










