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Vita contemplativa

Vita contemplativa
Riflessioni e suggestioni da “Il profumo del tempo - l’arte di indugiare sulle cose” di Byung-Chul Handi Irene Tria

Focus: questo testo ha dato forza alle mie riflessioni sull’importanza di praticare momenti di ascolto e contemplazione per agevolare il proprio benessere e rifocalizzarsi. Ricorre spesso nelle persone l’attitudine ad usare i momenti di svago come occasione per fare altro, congestionando la propria esistenza e riducendola ad una lista di spunte nell’elenco di cose da fare.

Ripescando la qualità dell’ozio dell’antica tradizione greca, l’autore afferma e argomenta l’importanza di accogliere nella vita activa (il fare, l’agire, il lavorare) la vita contemplativa (la capacità di indugiare, di sospendere il compimento).

L’articolo non vuole essere una mera recensione, ma a partire dalle riflessioni di Byung-Chul Han, ripercorrerò gli aspetti per me più significativi e importanti per lo sviluppo di un’esistenza consapevole e appagante.

Mi è capitato tra le mani, quasi per caso: fa parte della nostra biblioteca domestica da chissà quanto tempo, eppure non ci ho mai fatto caso.

Mentre scrivevo di ascolto e contemplazione (link ad articolo Praticare l’ascolto?) il mio sguardo si è posato fugacemente sul titolo e mi ha colto di sorpresa: esattamente ciò che mi serviva in quel momento.

La tesi dell’autore è chiara fin dall’inizio: non può esistere una vita activa che non sia integrata con la vita contemplativa.

La prima è la sintesi dell’azione, del movimento, del fare come forma di realizzazione; la seconda fa riferimento all’ozio, all’indugio, a quel fare niente che i filosofi greci ritenevano indispensabile per allenare il pensiero e la riflessione: nella società contemporanea è l’attitudine più trascurata, anzi, evitata perchè generatrice di ansia e inquietudine.

Il fare quindi permea l’esistenza dell’uomo, senza soluzione di continuità e come unica forma di realizzazione personale: eppure le persone denunciano la perdita di senso, la mancanza di tempo e la mancanza di appagamento come forme di sofferenza esistenziale.? In che modo, allora, tutto questo fare, genera senso di smarrimento

Secondo Byung-Chul Han l’esperienza soggettiva prevalente di mancanza di tempo è da attribuirsi alla mancanza di un ritmo che dia ordine: tra le caratteristiche del ritmo si riconoscono la presenza di pause, sospensioni, punteggiature. Sono momenti essenziali che aiutano a concludere un’esperienza prima di avviarne una nuova: attraverso queste transizioni, si agevola l’assimilazione dell’esperienza che può così diventare parte di noi, acquisendo senso.

Attraverso questo processo noi acquisiamo senso.
La possibilità di indugiare, l’aspetto contemplativo (senza un apparente obiettivo da raggiungere come lo sono invece la maggior parte delle azioni che compiamo giornalmente) permette quel tempo di crescita, che è possibile attraverso la capacità di differenziare: separare, identificare sono azioni necessarie per selezionare ciò che è importante da ciò che non lo è, consentendo di trasformare singoli eventi in esperienze dotate di senso, che restituiscono un senso di continuità, di narrazione, necessaria per poterci sentire collocati nel tempo della storia.

Diversamente, la sua tesi, è che lo scorrere degli eventi in modo successivo l’uno all’altro  senza alcuna pausa, non determina quel processo di differenziazione necessario per connotare l’esperienza e più che continua, la realtà sperimentata si caratterizza per frammentarietà, atomizzata come dice l’autore, connotando altrettanto la nostra esistenza.

Quando tutto è importante allora nulla lo è.

In questo testo, l’autore attraverso pensieri di altri filosofi in particolare come Nietzsche e Heiddeger mette l’accento su come la nostra esistenza sia temporale (temporanea): è proprio questa caratteristica a dotarci di senso; la consapevolezza della conclusione della nostra esistenza è proprio ciò da cui tentiamo continuamente di rifuggire per l’angoscia  che genera. Siamo in grado di allontanarla, riempiendo le nostre giornate di fare, di obiettivi da raggiungere, di attività frenetiche e di agende sature di impegni, finendo per non renderci conto di ciò che abbiamo realizzato.

“..a rendere il tempo significativo non è allora l’eterno ritorno del medesimo, ma la possibilità del mutamento. Tutto è processo, ossia progresso o decadenza”
Byung-Chul Han, Il profumo del tempo

Trasformiamo la qualità in quantità finendo con il rendere vuota la nostra esistenza, nell’illusione che più cose faccio, realizzo, più la mia esistenza sarà degna, ricca.

Non siamo in grado di accorgerci che sono proprio i momenti di indugio, di sospensione, di rallentamento, di arresto a dare ritmo alla nostra esistenza: sono spesso i momenti che ricordiamo con più intensità, in cui abbiamo imparato qualcosa o a partire dai quali abbiamo modificato qualcosa.

Rifuggiamo la noia, il non sapere cosa fare, perchè diventano fonte di angoscia: ci lanciamo quindi in qualcosa da fare, che sia andare per negozi, guardare serie televisive, fare zapping alla tv o scrollare sui social, pur di non sperimentare quell’assenza di fare che genera disagio e irrequietezza, perchè ci mette in contatto con la nostra finitudine.

“Perchè non abbiamo tempo? come mai non vogliamo perdere tempo?
Perchè ne abbiamo bisogno e vogliamo adoperarlo

Per che cosa? per le nostre occupazioni quotidiane, delle quali siamo da lungo diventati schiavi. [..] questo non avere tempo è in definitiva una dispersione del sè ben più grande di quello sperperare tempo che ci lascia tempo”

Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, in Il profumo del tempo

In sostanza Heidegger dice che trascorriamo con affanno il tempo per fare quelle attività che ci servono per avere la libertà di fare ciò che ci piace, senza renderci conto che tutto ciò ci rende in realtà schiavi e che ciò che consideriamo spreco di tempo è in realtà l’esperienza autentica di essere liberi, cioè se stessi: la nostra esistenza è tempo.

La società della produzione mantiene e alimenta questo processo, illudendoci che il consumo, la produzione di beni e l’accumulo di cose, siano i traguardi per la felicità e la libertà: aumentiamo i processi di produzione con l’illusione di raggiungere più in fretta  quei miglioramenti che ci faranno ottenere la libertà (in cosa vuoi sentirti libero?)

Generiamo quantità confondendola con la qualità.

Abbiamo sviluppato un’idea di libertà caratterizzata dall’assenza di vincoli, ma sono proprio questi a permettere delle differenziazioni: il confine ha la duplice funzione di separare E unire. Mentre ho esperienza dell’altro contemporaneamente faccio l’esperienza di me.

Pensiamo ad esempio al confine di cui abbiamo esperienza continuamente: la pelle.

L’organo che ci permette di sentirci integri e contemporaneamente scambiare con il resto dell’ambiente: aria, acqua, temperatura, cibo, fluido, ecc.

“… il tatto implica la mia soggettività più di ogni altro senso. Quando sento questo qualcosa oggettivo là fuori, oltre i limiti del mio corpo, nello stesso istante ho la prova della mia personale individualità. Sento l’altro e sento me contemporaneamente”
Walter Ong

Il limite genera differenza e attraverso la differenza mi identifico, realizzo chi sono.
I confini non appartengono né ad uno né all’altro, ma ad entrambi: è il modo in cui ci incontriamo e separiamo contemporaneamente.

Senza confini, non so più chi sono.

Il confine è quindi relazionale, implica me e l’altro da me: il concetto di libertà si costituisce allo stesso modo. Prende senso se ha dei confini temporali e situazionali, poiché all’interno di essi ho garanzia di muovermi sperimentando tutte le possibilità.

La libertà senza contesto non è libertà, è angoscia.

In una realtà così organizzata, il presente è sovraccarico, compresso in un solo istante dove sembra dover avvenire qualsiasi cosa (il nostro desiderato multitasking).

Mancano invece i tempi di transizione: l’intervallo tra l’adesso e il futuro atteso; viviamo nel costante tentativo di ridurlo al minimo in un tutto costante e presente.

Il presente si affolla di stimoli senza alcuna discontinuità l’uno dall’altro: nell’impossibilità di riconoscerli e distinguerli la nostra esperienza si caratterizza da un cumulo di informazioni, eventi, che lasciano un senso di vuoto.

Il processo esperienziale si caratterizza invece come un’armonia musicale: una successione di note, legate  le une alle altre e alternate da momenti di pausa (spesso sono proprio queste ultime a dare intensità alla melodia); diversamente accumuliamo eventi, come fossero note singole, slegate le une dalle altre.

Non sarà certamente isolata l’esperienza di concludere la settimana senza nemmeno essersene accorti e sperimentare contemporaneamente la sensazione di avere fatto tantissime cose senza averne la percezione.

Al contrario quando si realizza un’esperienza intensa e vissuta, questa permane nel tempo nella nostra memoria, cognitiva e sensoriale e la assaporiamo con il passare del tempo. Anche la percezione della durata cambia e se ci soffermiamo sull’esperienza fatta, ci rendiamo conto della densità (non della quantità) degli stimoli e degli eventi.

Come generare quindi questi momenti di contemplazione?

  • lasciando spazi di non fare: usando i momenti di transizione godendosi il tempo di passaggio da un luogo all’altro, da un’attività all’altra, senza ricorrere all’uso di cellulari, senza chiamare, messaggiare, mandare vocali per ottimizzare il tempo a disposizione.
  • lasciando spazi di espressività ed azioni non orientate ad un obiettivo, la cui finalità è l’esperienza di per sè.
  • esplorando con i sensi: la vista è oltremodo utilizzata, ma possiamo sviluppare e concentrarci sugli altri. Ci accorgeremo che il tempo si dilata nella possibilità di assaporare ciò di cui stiamo facendo esperienza.

Questo coinvolgimento dei sensi è sostenuto anche dall’autore: in particolare il fine di questi ultimi è collegare passato presente futuro, attivando le regioni cerebrali deputate alla memoria. La memoria permette di narrarci, di raccontare la nostra storia che ci restituisce così un senso di continuità e senso esistenziale.

Aggiungo che i sensi sono un modo immediato per relazionarci al contesto: ci permettono di rispondere in maniera immediata alla situazione.
Sono indispensabili per orientarci e attraverso essi possiamo sentirci collegati all’ambiente, appartenere ai luoghi che abitiamo. Questo è piuttosto centrale nella terapia della Gestalt il cui fine è collegare, recuperare i collegamenti presenti inconsapevoli che restituiscono il senso alla nostra esistenza.

I sensi allora più che mezzo per cercare qualcosa diventano modo di fare esperienza di qualcosa, di riconnetterci, ricollegarci non solo in termini temporali passato-presente-futuro, ma anche in termini relazionali, di esser-ci.

Sono essenziali anche per l’individuazione dei nostri bisogni, passaggio necessario per orientare le nostre future azioni.

Abbiamo quindi bisogno di sperimentare entrambe queste forme di esistenza: la vita activa permette di orientare le azioni a partire dai nostri bisogni, di realizzare e realizzarci, di prendere soddisfazione dalla nostra capacità di creare il mondo attraverso le nostre azioni; la vita contemplativa è il tempo necessario al riconoscimento dei nostri bisogni, senza i quali ogni azione diventa defocalizzata, perde di energia e spinta vitale.

I fondatori della gestalt affermarono che la finalità di ogni organismo è l’accrescimento, inteso come processo creativo e generativo che consente non solo la sopravvivenza ma anche il vivere.
Questo processo può essere interrotto, bloccato o rallentato in alcuni suoi aspetti, generando così forme di sofferenza che non riescono a compiersi ed esaurirsi.

Hanno così individuato due forme di patologia: la psicopatologia della consapevolezza, senza la quale non siamo in grado di individuare ciò di cui abbiamo bisogno o ciò che desideriamo, essenziali per dare senso alla nostra esistenza e orientare le future azioni e la psicopatologia del processo di contatto, ovvero quell’insieme di azioni necessarie al conseguimento dei nostri bisogni e finalizzate all’accrescimento, che hanno bisogno di orientamento ed energia per essere avviate e portate a termine.

Potremmo quindi dire, che questo aspetto dell’indugiare, così come formulato da Byung-Chul Han è uno dei modi in cui possiamo sviluppare la nostra consapevolezza, la capacità quindi, attraverso i sensi, di individuare i nostri bisogni profondi.

La vita contemplativa senza azione è cieca, la vita attiva senza contemplazione è vuota. Byung-Chul Han, Il profumo del tempo

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