Il blu del cielo
Georges Bataille
Giulio Einaudi Editore, 1969
Le Bleu du Ciel, il titolo originale di questo piccolo ma prezioso romanzo, scritto da G. Bataille nel 1935, viene pubblicato postumo, solo nel 1957. La sua lettura evoca una sorta di concreto spaesamento. L’introduzione al libro curata da Jacques Réda, e la nota biografica, redatta da Guido Neri, restituiscono appieno la complessità dell’autore e offrono, a chi ne fosse interessato, la possibilità di un ulteriore approfondimento. Il vorticoso processo della ricerca interiore ci viene restituito dall’autore a partire da una individualità che non si da mai come fine a se stessa, una vera e propria sospensione, che al di là di ogni immediata rassicurazione, ci rende partecipi di quella, sovranità, con la s minuscola,ovvero di una totalità sfuggente nell’attimo stesso in cui i mezzi che abbiamo per conseguirla prendono il sopravvento su di essa oppure si danno come risolutivi per sé medesimi (p.10).
Una poetica del gesto che nella solitudine più profonda è al contempo incarnata in situazione, laddove in ogni istante, la danza incessante che si respira nel con esserci, sottrae l’individuo nel tentativo di ritrovare se stesso dall’avarizia che lo stringe. Al di là di ogni intellettualismo, di qualsiasi misticismo o di qualsivoglia salvezza spicciola, la concretezza di un vero e proprio smascheramento è ciò che apre alla domanda nuda: ”… Cosa succede di noi quando, disintossicati, veniamo a sapere quello che siamo? … Noi non siamo tutto, non abbiamo anzi altre certezze al mondo se non questa, e quella di morire … Se non abbiamo narcotico, un vuoto irrespirabile si svela. …” Ho vergogna di aver voluto essere tutto, perché, ora lo vedo era dormire” (p.10). Dunque, un’esperienza letteraria che inchioda, quella di Bataille una non rivelazione che al di là di qualsiasi anestetico o illusione del vivere, ci offre un’opportunità profonda, quella di sostare nell’ignoto. L’angoscia che accompagna il suo pensiero è l’espressione vivente di una tensione appassionata, nel desiderio incessante di una impossibilità a una certa forma di riuscita, un disagio il suo, che al di là di ogni ammirazione, accompagna il lettore nel tentativo di decifrare il senso di una comunicazione profonda, quella che forse, solo l’equivalente delle lacrime e il sorriso ci possono dire.
La scomodità di questo piccolo libro, non a caso pubblicato decenni dopo la sua stesura, investe in prima battuta l’autore che da subito, nella prefazione, ci avverte:”… Solo un tormento mio personale è all’origine delle mostruose anomalie de L’azzurro del cielo. Queste anomalie sono la base de L’azzurro del cielo (p.30). Il disagio che in sé gli ispira, viene evocato anche in altre opere, nel Post-scriptum de L’Esperienza interiore, 1953, Bataille scrive: ”Non mi sento a mio agio con questo libro…”(p.14). Una mostruosa anomalia che, al di là di un’apparente dispersione, ne rivela una profonda unità e immerge il lettore nella chiarezza del lampo che sorge ai confini della lucidità. “Quella luce sfuggente (che) abbaglia forse, ma (non) annuncia (che) l’opacità della notte” (p.15). Un romanzo erotico di confine, un luogo di contrasto coinvolgente, una possibilità che vive la sua stessa impossibilità, il senso di una vertigine che lascia aperta, con le parole di Réda sull’autore, quellaporta che sbatte al soffio notturno dell’ignoto. La spirale che disegna il movimento incessante e disinteressato dello spirito, verso il luogo radioso della propria perdita (p.7), esprime la consapevolezza dell’autore, un non accomodamento, che al contempo ci ricorda che l’uomo è un essere irriducibile al bagliore della propria forma, se non nella fascinazione (colpevole) di ciò che la distrugge.
L’oscurità, a cui l’uomo insonne, incessantemente tende, è al contempo la direzione e l’attualità del suo messaggio se non altro, per l’umiltà con la quale ci accompagna, nel luogo lucidamente impraticabile di un potere che è al contempo la manifestazione della sua stessa debolezza. Lo smascheramento profondo incarnato dallo stesso autore smuove nella direzione ostinata di una ricerca che, solo apparentemente si offre senza limiti, sostare nell’impossibilità del possibile di un pensiero inquieto come il suo, destabilizza, ma al contempo smuove. Il libro qui recensito, non assume il potere di alcuna rivelazione letteraria ma immerge il lettore, attraverso la narrazione e l’incontro, con il susseguirsi dei personaggi che lo animano, in una nuda intensità emotiva, quella che, per lui, solo la profusione erotica può cogliere, nell’evocare lo stretto rapporto di reciprocità che unisce l’interdetto, (il non dicibile) e la libertà (p. 8).
Qui va ricordato che l’erotismo è un esempio di sovranità. La stesura del libro, datata, Maggio 1935, è storicamente situata a fianco di un progetto appassionato e dall’autore fortemente sostenuto, un movimento politico indipendente, costituito principalmente per suo impulso, sotto la sigla combattiva di “Contro Attacco”. Una circostanza significativa, che in parte ci informa della singolarità del suo pensiero, un’eccitazione politica che per contrasto, ci restituisce un’opera forse, tra le sue opere, la più demoralizzante (p. 22). Il desiderio incessante di comunicare, che nella chiarezza di un lampo, evoca la profondità della solitudine, ci rende partecipi del fatto che, senza il sostegno degli amici più cari, il libro, qui recensito, forse, non sarebbe mai stato pubblicato. Un libro nel quale il (suo) disagio emerge sul piano del racconto, qui è possibile che sia l’essere stesso di Bataille amettersi in gioco.
Il suo narrarsi non ha nulla a che vedere con una corsa solipsistica nei meandri di private conversazioni, la sua biografia ce ne restituisce il senso, ci rende partecipi della vita di un uomo, di uno scrittore, che è profondamente situata nel suo contesto storico, un’esistenza vissuta e influenzata, anche dalle letture di Nietzsche, una direzione che lo accompagnerà in tutto il suo percorso culturale. Un interesse, disinteressato il suo, con un’aggressività verso la vita che sembra non avere limiti, ma che ci ricorda in ogni istante, della reciproca dipendenza che esiste tra l’individuo e il gruppo, nella denuncia radicale di una totalità, che per lui, non può dirsi, se non situata al di là, di ogni cristallizzazione. Uno scivolamento mostruosamente generoso che denuncia al tempo stesso, nel suo costante esserci, il fluire di una vita incerta, il luogo di un contrasto laddove ogni tipo di conoscenza vacilla, nel quale è il lettore stesso ad esserne coinvolto.
Il piccolo movimento che ci fa attraversare l’oscurità anche in pieno sole, è una modalità dell’essere, non certo l’unica, che forse qui, nel con esserci, può aprire ad un ulteriore riflessione e ci ricorda che il potere che irride a se stesso è anche il nostro potere. Qui il mio disagio, e non a caso, ognuno per sé, le cose della vita non accadono mai per caso, ho incontrato questo libro in una giornata di sole abbagliante.









