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Intervista: la formazione in Gestalt Therapy

Intervista: la formazione in Gestalt Therapy

Qui sotto troviamo un’intervista svolta negli anni ottanta a Isha Bloomberg, formatore gestalt attivo, soprattutto in Inghilterra ed in Italia, a partire dagli anni settanta. L’intervista è a cura di Minny Mazzucchelli, sua allieva per molti anni a Vignalino (SI) insieme a parecchi dei formatori della Scuola Gestalt di Torino. Nell’intervista si chiariscono i contatti di Isha Bloomberg con Fritz e Laura Perls a New York e si affronta una discussione sulla formazione in Gestalt in epoca precedente la Legge 56/1989. Di Isha esistono pochissime tracce scritte, in questa intervista ritroviamo, direttamente dalla sua voce, alcune radici profonde dell’attuale impostazione delle nostre scuole di formazione e del nostro lavoro di professionisti. Ringraziamo Minny per la gentile concessione.

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Chi è Ischa Bloomberg

lscha Bloomberg ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Psicologia clinica all’Universitá Adelphi di Garden City, New York. Iniziamente ha prestato servizio presso di l’Ospedale Helmhurst di New York, e nello stesso ospedale ha fatto il primo training psicoanalitico. Ha lavorato come Psicologo al Centro per la Cura dell’alcolismo dell’Ospedaile Bellevue di New Yak ed è stato Presidente dell’Assessorato Regionale per l’Alcolismo ad Albuquerque,nello Stato del New Mexico.

E’ stato assistente all’Università Adelphi, all’Università del New Mexico e all Stanford University di Palo Alto in California. E’ stato anche assistente all’Università Adelphi, all’ Università del New Mexico e alla Stanford University di Palo Alto in California. E’ stato anche fondatore, insegnante e primo presidente della Scuola di Psicologia Sperimentale a San Francisco in California. Ha lavorato con varie istituzioni pubbliche statunitensi come l’ospedale militare Letterman, il Ministero della Pubblica Istruzione, l’ufficio per la Protezione dei Pellerossa; ha progettato programmi speciali di scolarizzazione a vari livelli.

La sua esperienza in Gestalt é cominciata nel 1953 con Laura e Fritz, Perls al New York lnstitute for Gestalt Therapy. Dal 1959 ha cominciato ad occuparsi di corsi di formazione. Nel 1962 ha condotto un programma di formazione professionale nel New Mexico. Nel 1967 Fritz Perls lo ha invitato a presiedere il San Francisco Gestalt Therapy lnstitute. Dai 1970 ai 1972 Ischa ha creato e diretto centri residenziali di clinica e di formazione a San Francisco e a Williams in California.
In Europa lscha ha fondato il GTS, Gestalt Training Service, ed ha contribuito alla fondazione del London Gestalt Centre per il training di personale medico, psicologico e para-medico nelle tecniche della Gestalt. Ischa adesso vive in Italia, vicino Siena. Ha aperto i suoi corsi di formazione ad italiani, con i quali lavora attraverso un traduttore.

Intervista a Ischa Bloomber

Con questa intervista condotta a uno dei più importanti didatti internazionali di terapia della Gestalt viene messo il dito su un problema – quello della formazione alla pratica psicoterapica – sicuramente oggi quanto mai aperto, fra le incertezze legislative e le opinioni contrastanti. Con molta chiarezza e semplicità Bloomberg espone le sue convinzioni, nate da anni di esperienza nel campo e di confronto con vari colleghi. Alcuni dati fra quelli esposti ci sembrano particolarmente interessanti. La necessità per esempio di essere il più possibile “trasparenti” e cioè aperti al contatto con l’altro e quindi alla possibilità di imparare continuamente dagli interlocutori, anche se allievi o tirocinante.

Da quanto tempo fai il terapeuta e il didatta?

Sono entrato in terapia con Laura Perls nel 1953. Dopo tre anni ho cominciato il training al New York lnstitute for Gestalt Therapy. Intanto mi laureavo in Psicologia Clinica e nel 1960 ho cominciato a lavorare come terapeuta. Nel 1965, a San Francisco ho avuto, con un gruppo di colleghi, le prime reali esperienze nel campo della didattica.

Ti senti più terapeuta o più didatta?

La differenza fra i due non è poi cosi netta: sono un didatta, e quindi, prima di tutto, sono un terapeuta. Si può dire eventualmente che un didatta deve possedere delle capacità che non sono indispensabili per un terapeuta: una – ovvia – è che deve saper insegnare. La differenza fondamentale tuttavia risiede nel fatto che la terapia del didatta deve essere trasparente, cosi che i membri dei gruppo si rendano conto di quello che sta facendo. Essere trasparenti significa essere prima di tutto molto semplici, così semplici che non ci siano misteri nel lavoro fatto. Naturalmente, nel momento in cui lavora su di sé, il paziente – aspirante terapeuta non può avere una perfetta comprensione di ciò che sta succedendo; ma al gruppo, e a lui stesso in un secondo momento, deve risultare chiaro quale è stato il metodo, quali i rapporti fra lui e il terapeuta e quale la parte avuta nel dialogo da ognuno.

E questo non condiziona la partecipazione emotiva del paziente in formazione?

In questo sta la bravura del didatta. Nell’essere trasparente, ma contemporaneamente efficace come terapeuta. Ed è possibile: accade.

Quando tu ti sei trovato a decidere che strada prendere, cosa ti ha fatto scegliere un training in gestalt invece di uno freudiano, che era probabilmente il più diffuso all’epoca negli Stati Uniti?

Altro che diffuso! A New York all’epoca chi non era un analista freudiano era un selvaggio di cui sospettare. Ma per me quella, come molte altre nella mia vita, non fu proprio una scelta; si trattò piuttosto di una serie fortuita di circostanze. I fatti che mi hanno portato alla Gestalt sono puramente accidentali anche se naturalmente mentre quei fatti accadevano io delle scelte pur sempre facevo.

La prima volta che mi sono trovato la Gestalt sulla strada è stato nella casa editrice per la quale ho lavorato a New York, la Julian Press, che aveva pubblicato La terapia della Gestalt di Perls, Hefferline e Goodman. Il libro quindi stava lì, sugli scaffali. E io non lo lessi. In seguito, lavoravo ancora per una casa editrice e il mio diretto superiore era- per coincidenza- in terapia da Fritz Perls. Ora io avevo la macchina e lui no, spesso quindi all’uscita gli davo un passaggio, talvolta, se stava andando da Perls, mi raccontava qualcosa sulla terapia. Io provavo grande ammirazione, non tanto per il tipo di terapia quanto per l’uomo che lui era; lo rispettavo sul lavoro. Era infatti uno scrittore e un editore in gamba- e pensavo che se lui riteneva che quella particolare terapia fosse buona qualcosa di interessante doveva effettivamente esserci. Così quando a causa di una crisi con la mia compagna di allora decisi anche io di entrare in terapia, la scelta più logica fu di andare dal suo terapeuta. Senonchè a quei tempi Fritz prendeva 15 dollari a seduta, mentre Laura Perls ne prendeva 10. Dal momento che avevo pochissimi soldi decisi quindi di andare da Laura. Ecco la scelta! E fu una scelta fortunata.

Quanto vicini erano Fritz e Laura Peris nel loro lavoro? Seguivano la stessa strada, lo stesso sviluppo?

Laura è stata una dei fondatori e dei grandi teorici della Gestalt. Fu lei a scrivere alcuni dei capitoli del primo libro di Perls, L’io, la fame e l’aggressività. Fu lei che cominciò a lavorare con Kurt Goldstein e introdusse Fritz, che a quei tempi ancora esercitava come psicoanalista, alla psicologia della Gestalt. Laura era una psicologa che si era laureata all’Università di Francoforte, nella quale insegnavano i fondatori della psicologia della Gestalt, come Max Wertheirmer e Kurt Lewin. Fu lei quindi ad introdurre Fritz nell’ambiente; dalla sintesi delle esperienze di Laura nella Gestalt e di Fritz nella psicoanalisi nacque la terapia della Gestalt. Io ebbi fortuna ad andare da Laura, perché lei rappresentava la stabilità fra i terapeuti della Gestalt. Laura viveva a New York, lavorava a New York, e lì aveva una famiglia.

Fritz era uno zingaro e viaggiava continuamente. A New York esercitavano in un grande appartamento a Manhattan, vicino a Central Park, insieme a Paul Weiss. Paul è stato uno dei primi gestaltisti, e forse il più grande che io abbia conosciuto. Fu lui a introdurre lo Zen nella Gestalt, lo fece conoscere a Laura e a Fritz e andò in Giappone rimanendo in un monastero per un anno ad imparare Zen e meditazione. Dopo di lui andò anche Fritz e tutto il gruppo si interessò profondamente allo Zen. Lavoravano tutti insieme in quei tempi- l’appartamento a Central Park dove io cominciai ad andare per la mia terapia.

Quali sono le differenze fondamentali fra la terapia della Gestalt ed una terapia analitica?

Credo che la differenza principale, anzi l’unica, è che in gestalt non si fa archeologia dell’inconscio. Noi cerchiamo di stimolare i processi creativi dell’io, invece di preoccuparci dei suoi processi inconsci. Ecco come procediamo: cominciamo con il creare un contesto generale di sostegno per l’io del cliente: quando questo contesto è stabilito, si induce una situazione di “rischio”. Normalmente, in una situazione di rischio psicologico, l’io è stimolato a produrre risposte creative. Non così l’io del nevrotico, che tende a ricorrere a sistemi vecchi, usati nel passato, che magari mal si adattano alla realtà attuale. Davanti al rischio quindi il nevrotico comincia a comportarsi in modo stereotipato ed interrompe le sue capacità creative. Noi allora lavoriamo sull’interruzione. E stimoliamo nuove e più efficaci risposte. Questa è la grande differenza che ha molte conseguenze sul processo terapeutico. Questo nuovo approccio ora è usato in molte forme di terapia, ma inizialmente fu tipico solo della Gestalt.

Mi sembra che un altro aspetto fondamentale della differenza fra terapia della Gestalt e terapia analitica sia nel tipo di rapporto che esiste fra terapeuta e paziente.

Beh, è quello che fanno insieme che è diverso. Il terapeuta affronta la sessione pronto ad avere un contatto reale e questo fatto mette il cliente in una situazione di rischio. Se egli interrompe la possibilità di contatto, allora i due possono lavorare all’interruzione.

Tu dici anche che il terapeuta deve correre sempre il rischio di cambiare nel corso del suo far terapia

Questo è esattamente quello che voglio dire quando parlo di essere pronto ad avere un contatto reale. Essere aperti ad un contatto reale con un’altra persona significa essere aperti a possibilità di cambiamento. Nel momento del contatto infatti tutte e due le persone perdono il senso del proprio confine ed è inevitabile che questa esperienza cambi qualcosa in loro. In effetti, se il terapeuta non si concede questa possibilità, la sua terapia finisce per diventare arida e senza vita e lui stesso si sentirà impoverito e senza ricambio. Come può un terapeuta mantenersi vivo e vitale in anni di lavoro con nevrotici e psicotici? In questo momento in America ci stiamo occupando molto del problema del “burn out” ,dello svuotamento del terapeuta e di come prevenirlo. Perché se il terapeuta non trova modo mentre fa terapia di sentirsi nutrito e caricato, andrà fatalmente incontro a questo fenomeno.

Questo significa che nel corso di una terapia Gestaltica il terapeuta si farà conoscere più di quanto non faccia mediamente il suo collega analista, immagino. Fino a che punto pensi che un terapeuta possa farsi conoscere?

Penso che stia tutto nell’accettare di essere trasparenti, di essere molto chiari nel rapporto con l’altra persona. Il problema è naturalmente che con una persona disturbata puoi essere chiaro finché vuoi, egli non ti vedrà chiaramente, interromperà il contatto e tu dovrai lavorare sull’interruzione. Non ha senso quindi domandarsi quanto essere aperti: il grado di apertura dipenderà dalla persona con cui stiamo lavorando, dal momento, dal contesto. Questo delle interruzioni è un argomento molto tecnico, si potrebbe parlare molto a lungo dei diversi tipi di interruzione, di come trattarle, ecc. Qui posso solo dire che questa è un’altra differenza fra un terapeuta e un didatta. Il didatta deve conoscere tutte le forme di interruzione, per poterle far sperimentare a chi apprende, mentre un terapeuta può lavorare essenzialmente su uno o due tipi a lui congeniali. Dal momento che tutti i clienti usano tutte le forme di interruzione, anche stimolando la creatività della funzione dell’io solo in una direzione, il cliente potrà partire da quello per uno sviluppo completo. Il didatta deve possedere un numero maggiore di strumenti di lavoro.

Ti sei conformato a dei modelli, specialmente all’inizio della tua professione?

Sì, credo proprio di sì. Ammiravo il modo di lavorare di Fritz. L’ ho avuto vicino ad Esalen. Nel periodo in cui facevo gruppi lì eravamo molto amici, andavamo insieme all’opera, a cena, facevamo delle lunghe conversazioni, e sicuramente ho utilizzato lui come modello. Prima di lui avevo usato Laura come esempio, ed anche lei è stata molto importante per me. Ma anche adesso imparo da tutti. Pensa che recentemente uno dei miei tirocinanti mi ha segnalato un libro scritto da Ron Kurtz, che si chiama “La terapia Hakomo”. In realtà non si tratta affatto di un tipo di terapia, ma delle esperienze di un terapeuta di talento. Bene, io l’ho letto, ed ho preso molto da lui. Ho anche imparato qualcosa dalla terapia transazionale di Berne, e dalla Neurolinguistica. Un altro modello importante poi mi è stato dato da una supervisione analitica cui mi sono sottoposto e a cui tuttora mi sottopongo. Rubo idee a tutti. Non ho nessuna pretesa di inventare la ruota: se ne è già stata inventata una efficace io la uso lietamente.

Pensi che il tuo modo di lavorare sia cambiato nel tempo? E che questo abbia corrisposto a particolari esigenze tue in particolari momenti di vita?

Il mio modo di lavorare è cambiato in funzione dei diversi contesti in cui mi trovavo ad operare. Quando, al Bellevue Hospital di New York, lavoravo con alcolizzati, mi ero trovato un modo che mi sembrava funzionasse nel rapporto con quel tipo di pazienti. Quando invece ho lavorato alla Clinica Lovelace, che è propriamente un centro diagnostico, ho avuto a che fare con pazienti ricoverati per i più disparati sintomi fisici dei quali io in poche sedute dovevo accertare l’eventuale natura psicosomatica e magari anche curarli.

Altre volte ho avuto pazienti in cura per tre o quattro anni, in un contesto dove, essendo la continuità l’elemento fondamentale, il metodo di lavoro è completamente diverso dal precedente. Trovo stimolante esser costretto a sviluppare un metodo di lavoro efficace per ogni situazione che si presenta. Adesso per esempio ho sviluppato un metodo efficace di tirocinio, perché faccio corsi di formazione; ho anche sviluppato un modo di lavorare con persone con retroterra culturali diversi.

Mi spiego: come ho detto, in Gestalt noi ci occupiamo di cosa accade al confine del contatto tra l’individuo e l’ambiente. Questo confine esiste quale che sia la cultura e la società. Tutti abbiamo un confine, come tutti abbiamo un punto al di là del quale abbiamo troppa paura ad andare. E’ il modo di arrivare ad identificare il confine del paziente che sarà diverso a seconda che egli sia Inglese, Olandese, Tedesco o Italiano. In Olanda, per esempio, sembra che il modo più facile di raggiungere il confine di una persona sia parlare di soldi – nella cultura olandese infatti ci sono una quantità di idee irrealistiche e molte fobie in materia di soldi. Quindi, se vuoi sfidare un Olandese, il modo più sicuro per farlo è sui soldi. Questo non è altrettanto vero con un Inglese o con un Americano. In Germania è la sfera dell’autorità a essere critica. Si può essere quasi sicuri di arrivare a toccare il confine con un Tedesco se si toccano temi legati al concetto di autorità, come anche la storia ha dimostrato. In America c’è la coazione alla competitività, anche se spesso un Americano non si rende neanche conto di quanto si senta costretto a rivaleggiare. Quindi questa è la sfera in cui più facilmente si raggiunge il confine. In Italia ancora non lo so, sarà interessante scoprirlo. Potrebbe – immagino- essere la sfera della sessualità, ma ne devo sapere di più.

Che cosa è per te una persona realizzata, che usa tutte le sue potenzialità? E che cosa è che fa sì che molte persone non vivano secondo questo standard?

Per rispondere a questo interrogativo dobbiamo tornare indietro alle tensioni che avevamo quando eravamo bambini: tutti per combattere quelle tensioni abbiamo sviluppato strategie, talvolta molto creative, che nel tempo sono diventate abitudini. Quello che interrompe la possibilità che abbiamo di essere creativi ora è il fatto che quelle abitudini sono diventate fisse: sono loro a controllare noi e non noi loro – non abbiamo scelta. È facile dire “tutti possiamo fare nuove scelte, siamo tutti responsabili della nostra vita”. In realtà non è così. Se da piccoli siamo stati molto minacciati da una situazione ed abbiamo sviluppato un comportamento per farvi fronte, quel tipo di comportamento sarà destinato a rimanerci addosso molto a lungo e non avremo possibilità di cambiarlo neanche da adulti. Ci vorrà un dialogo terapeutico per sviluppare la possibilità di fare nuove scelte.

Quello che hai appena detto mi sembra risponda alla domanda che ti volevo fare ora, e cioè che cosa fai per stimolare un processo di crescita nei tuoi pazienti.

All’inizio mi preoccupo solo di rendere il paziente ansioso portandolo, come dicevo, al confine oltre il quale si sente in ansia.

Quello che egli sperimenta a questo punto è difficoltà di respirare, senso di chiusura. Io allora aiuto il
paziente a diventare consapevole dell’ansia che prova invece che fuggirne via e proteggersene precipitosamente. Sostengo la sua ansia e lo aiuto ad entrare in contatto con l’eccitazione che c’è dietro l’ansia, perché l’ansia altro non è che un’interruzione dell’eccitazione. A questo punto il paziente può scegliere fra seguire l’eccitazione o rimanere prigioniero dell’ansia. Questo glielo si può insegnare lavorando sul corpo, lavorando sul respiro, lavorando sul suo stato di consapevolezza.

Quindi si può dire che il lavoro sul corpo è parte integrante di una terapia Gestalt?

In realtà, una delle conquiste della Gestalt è proprio non fare di corpo e mente una dicotomia. Tutto il lavoro che facciamo è lavoro sul corpo perché noi siamo il nostro corpo. Più specificamente, noi facciamo in modo che il paziente smetta di funzionare solo con il cervello sinistro, lineare e cosciente, ma cominci ad usare anche le funzioni del cervello destro. In pratica, stimoliamo l’integrazione delle due parti dei cervello. Viviamo in un società molto lineare: una parola ne segue un’altra, un’ora segue la precedente. Il condizionamento della linearità è così forte che la parte destra dei cervello è costretta a lavorare sempre in modo sotterraneo.

Noi vogliamo invece rivitalizzare il funzionamento del cervello destro, così da sapere non solo le parole della canzone, ma anche la melodia. Solo se integri parole e musica, l’esperienza si fa piena.

Vorrei adesso farti alcune domande o organizzative. Che titoli bisogna avere per partecipare ad un gruppo di formazione? E che tipo di persona è il tuo tirocinante ideale?

E’ una donna fra i venti e i trenta, direi non un medico, meglio una psicologa o un’assistente sociale, calda, viva e sensibile, che già lavori con la gente o, se ancora non lo fa, sia molto interessata a farlo. La ragione per la quale dico che si tratta di una donna è che purtroppo la mia esperienza degli uomini è che sono molto spesso più rigidi, competitivi, autoritari, pensano alla carriera e tendono all’insensibilità. Fondamentalmente comunque c’è l’impossibilità – sulla base del possesso di una laurea o di titoli accademici – di dire se una persona potrà diventare un buon terapeuta.

Quindi noi tendiamo a scegliere le persone basandoci sull’intuito. Devo dire però che ci sono divergenze anche fra didatti a questo proposito: alcuni di noi tendono a scegliere tirocinanti in possesso di titoli accademici e professionali, altri si orientano verso gente fortemente motivata a esercitare come terapeuta, a prescindere dai titoli posseduti, quindi alla fine veniamo sempre a un compromesso e scegliamo persone di tutti e due i tipi. In pratica succede che i nostri gruppi risultano prevalentemente formati da psichiatri, psicologi, assistenti sociali.

In Italia la situazione normativa in materia di esercizio della professione di psicoterapeuta è ancora molto fluida. Sembra esserci di tutto: dal terapeuta selvaggio che fa capo solo a se stesso, agli analisti che dipendono totalmente dalla società psicoanalitica cui appartengono. C’è nessuna struttura tale, secondo te, da dare sufficienti garanzie agli utenti e da lasciare sufficiente libertà di rinnovamento ai suoi membri?

Esiste il bisogno politico di controllare l’esercizio delle professioni, e io condivido l’opinione che ciò debba essere fatto nel migliore modo possibile. Questo controllo non riuscirà tuttavia ad eliminare la possibilità che due persone si incontrino e parlino, che una insegni qualche cosa all’altra, che questa voglia pagare alla prima un certo compenso e che tutto ciò avvenga dichiaratamente al di fuori degli albi professionali.

Dal punto di vista della protezione dell’utente, il principio è quello che i latini chiamavano “caveat emptor”, che il compratore stia attento. Non c’è nessun modo di proteggere i pazienti dagli psicoterapeuti incapaci. Incapaci possono essere analisti freudiani, junghiani, psicologi e dottori. Il problema, nel nostro campo più che in altri, è che l’utente si può proteggere chiedendo il possesso di titoli accademici e professionali, ma questo tipo di protezione è molto limitato perché non dice nulla dello sviluppo interiore dell’individuo. Questo è un problema che ho molto a cuore: io voglio che dai miei corsi di formazione escano delle persone professionalmente e politicamente responsabili. Quindi, se a un certo punto della formazione io mi convinco che una persona non è in grado di imparare da me ad essere responsabile ed efficace, lo prego di lasciare il corso. Naturalmente in tutti i casi in cui si tratta di persone con i giusti titoli accademici, essi andranno via, eserciteranno comunque la professione, talvolta anche dicendo che hanno fatto un training con me. Non ho protezione contro una cosa simile, ma se qualcuno mi chiede consiglio su quale dei miei tirocinanti io raccomandi, posso anche dare raccomandazioni negative oltre che quelle positive: sento che questa è una responsabilità che grava sul didatta. Sono profondamente convinto che si debba migliorare il livello qualitativo nella nostra professione, e penso sia necessario migliorare il livello qualitativo anche dei didatti.

Il mio grande desiderio è creare dei momenti di incontro fra didatti, in modo da poter affinare le nostre capacità. Un incontro come questo ci fu, parecchi anni fa, proprio in Italia, ma – ironicamente – i didatti europei, e ancor più quelli operanti in Italia, disertarono l’incontro, che così fu un fiasco. lo attribuisco il fallimento di quello o di altre iniziative simili al culto della personalità di cui i grandi didatti amano circondarsi.

Rilasciate degli attestati alla fine dei vostri corsi?

No, non rilasciamo diplomi. Alla fine dei corsi tutto quello che i trainees si portano via è il miglior training che gli possiamo dare. Se qualcuno ha bisogno di un attestato, io scrivo una lettera in cui descrivo la persona, il corso di formazione che ha seguito e quello che io considero il suo livello di competenza. Quello che non diamo è il solito diploma uguale per tutti, che non dice niente di speciale su nessuno. Oltre tutto non voglio che le persone vengano ai nostri corsi di formazione perché vogliono un diploma: devono venire solo perché vogliono imparare.

Come si articola un corso di formazione?

Dopo molta sperimentazione, sono arrivato a un progetto di corso di formazione che mi sembra il più completo: ogni corso è condotto da un minimo di tre didatti l’anno, e questo proprio per combattere quel culto della personalità di cui parlavo prima. Se il corso viene tenuto da un solo didatta, egli finisce per essere un modello troppo preminente, d’altra parte con un numero troppo alto di didatti si perde in continuità del rapporto. Tre è il numero ideale. Ci sono 9/10 incontri mensili all’anno, di un week-end, e un corso residenziale di una o due settimane. Anche i weekends sono residenziali, nel senso che si vive insieme, insieme ci si fa da mangiare. Questo è il minimo che si deve fare ogni anno e, essendo il minimo, per alcune persone non è sufficiente. Per molti lo è, e si fanno 150 ore di lavoro all’anno. Il contratto viene fatto anno per anno, con l’intesa che il corso durerà tre anni. Anche questi sono il minimo assoluto per una formazione base come terapeuta della Gestalt, se si vuole acquisire una specializzazione, per esempio, sul lavoro corporeo, allora questo richiede un altro corso molto speciale che dura tre mesi distribuiti nell’arco di due o tre anni. Per molte persone quindi il tempo globale di formazione è di sei sette anni.

Ma che cosa si fa nei gruppi di formazione? Cosa c’è di diverso in un gruppo di formazione rispetto ad un gruppo di terapia?

Di diverso c’è il fatto che non facciamo solo terapia. Sin dall’inizio noi chiediamo ai nostri tirocinanti di fare sedute gli uni agli altri sotto supervisione del didatta. All’inizio naturalmente non sanno esattamente come fare, ma questo serve loro a superare la paura di lavorare sotto gli occhi del didatta. Alcuni possono fare un intervento giusto, che noi rinforziamo ed usiamo a scopo dimostrativo e didattico. Naturalmente a questo stadio la cosa importante non è fare una buona seduta, ma una seduta dalla quale si possa imparare qualche cosa. Cominciando come facciamo ora immediatamente con il lavoro sotto supervisione, quando arriviamo al secondo anno possiamo già avere dei pazienti-modello nel gruppo con cui fare sedute individuali fuori dal gruppo o nel gruppo, sotto supervisione, e a questo punto cominciamo a richiedere una “ buona seduta”. Insomma, quello che perseguiamo è una crescita personale che vada di pari passo con l’acquisizione di capacità professionali. L’una cosa senza l’altra è priva di efficacia. Poi, durante tutto il corso, introduciamo nozioni teoriche che, all’inizio, saranno riferite essenzialmente al lavoro contingente che si sta svolgendo nel gruppo in modo da far capire in che modo la teoria si applica a quello che viene fatto. Poi, man mano che il training procede, la teoria diventa più astratta e generale perché i trainees hanno ormai connesso il fondamento teorico al lavoro che si svolge e possono inoltrarsi in concetti filosofici assai più sofisticati. Fa parte del corso anche la trattazione di alcuni argomenti clinici: come trattare pazienti psicotici, come quelli a tendenze suicide, come trattare l’ansia.

C’è un disegno per ogni gruppo di formazione?

Abbiamo un disegno fondamentale generale, ma poi in questa cornice, facciamo un progetto particolare per ogni gruppo e per ogni paese. Il primo gruppo di Italiani per esempio, che ha cominciato il training a settembre, ha chiesto un corso di formazione integrato di Gestalt e di lavoro sul corpo. Quest’ultimo viene fatto secondo la Lomi School della California, e deriva la sua straordinaria efficacia dal fatto che utilizza rolfing, bioenergetica, polarity therapy e meditazione in una combinazione particolarmente adatta all’integrazione con una terapia gestaltica. Un corso di formazione di questo tipo è piuttosto costoso, ma è completo. Altri gruppi possono avere esigenze diverse. Spero che questa intervista possa servire da orientamento e fornire un quadro delle nostre possibilità di lavoro.

a cura di
Minny Mazzucchelli

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