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L’intimità e il potere come fondamenti della co-conduzione in sistemi terapeutici complessi

L’intimità e il potere come fondamenti della co-conduzione in sistemi terapeutici complessi
di Elena Palladino e Monica Prato

Introduzione: una pratica che diventa teoria
Questo articolo nasce dal desiderio di dare parola, forma e sostanza teorica a un’esperienza vissuta e coltivata negli ultimi vent’anni: quella della co-conduzione all’interno dei gruppi. Un modo di lavorare che, inizialmente, si è manifestato in forma intuitiva, quasi spontanea, nei contesti con gruppi di bambini e adolescenti, dove la complessità delle dinamiche richiedeva una molteplicità di sguardi, una tenuta relazionale condivisa e una capacità di contenimento amplificata.
In quei primi tentativi, la co-conduzione è apparsa come una risposta naturale a una richiesta implicita del campo: quella di essere presenti non solo come singole terapeute, ma come coppia in relazione, capace di sostenere, rispecchiare, modulare e aprire spazi nuovi di senso.
Nel tempo ha trovato nuove declinazioni anche in ambiti formativi e nei percorsi con adulti diventando progressivamente una modalità di lavoro sempre più consapevole, strutturata e fertile.
Non più (e non solo) un assetto organizzativo dunque, ma una postura epistemologica e clinica, capace di trasformare in profondità la qualità della presenza, della relazione e del contatto all’interno dei processi gruppali.
La nostra proposta non pretende di offrire un modello normativo, né una definizione univoca di co-conduzione. Piuttosto, si configura come una narrazione teorica ed esperienziale che è emersa nel corso degli anni, intrecciando riflessioni e vissuti, e trovando senso nel continuo confronto tra pratica e teoria. Un percorso fatto anche di inciampi, impasse, crisi e incomprensioni, ma attraversato da risonanze profonde, intuizioni condivise e momenti di creatività che si sono generati nel dialogo tra noi e con i gruppi.
Una spinta significativa al nostro pensiero è arrivata durante la preparazione del seminario condotto lo scorso anno e rivolto a tutti gli allievi e le allieve della scuola. È stata un’occasione preziosa che ci ha permesso di intrecciare riflessioni, esperienze e intuizioni, costruendo insieme un linguaggio comune per esprimere ciò che fino ad allora era rimasto in parte implicito o frammentato.

Ma che cosa significa, davvero, co-condurre?

La co-conduzione è un atto relazionale denso e vitale, un modo di stare nella relazione terapeutica che mette al centro la reciprocità, la presenza condivisa e la costruzione di senso nel qui e ora.
Non nasce dalla sola spartizione di compiti, né si esaurisce in una distribuzione funzionale dei ruoli: prende forma piuttosto da un’intenzionalità relazionale profonda, che si nutre di ascolto, permeabilità e co-esposizione.
Co-condurre significa esporsi insieme all’imprevedibilità del campo, abitare con consapevolezza la complessità della relazione con l’altra persona e saper sostare nel non sapere, affidandosi alla qualità dell’incontro e alla possibilità di creare senso insieme.
È proprio da questa posizione condivisa — fatta di attenzione reciproca, continua negoziazione e apertura alla trasformazione — che emergono alcuni elementi centrali, capaci di strutturare lo sfondo della co-conduzione.
In questo articolo ci proponiamo di approfondire due dimensioni che riteniamo fondative all’interno della nostra riflessione: l’intimità intesa come qualità relazionale profonda che permette ai co-conduttori di coabitare lo stesso campo in modo autentico, incarnato, permeabile e il potere come dinamica sotterranea e pervasiva che attraversa ogni incontro umano, e che nella co-conduzione richiede una consapevolezza continua, una pratica dialogica, e una disponibilità a decentrare il sé per fare spazio a una co-creazione paritaria.
La co-conduzione diventa allora un luogo terzo: né fusione né separazione, ma un territorio condiviso dove due soggettività si mettono in gioco senza mascheramenti, sostenendo non solo il processo degli altri, ma anche il proprio processo relazionale. In questo senso, co-condurre è anche un esercizio di co-appartenenza, una pratica etica e politica oltre che clinica.
Accenniamo inoltre a un terzo elemento — il lavoro con lo sfondo — che, pur essendo ancora oggetto di esplorazione teorica e pratica, si rivela promettente e carico di implicazioni. A esso dedicheremo un contributo specifico in un prossimo articolo, dove tenteremo di delinearne con maggiore chiarezza contorni, strumenti e possibilità di impiego.

Intimità (come costruzione, non come dato)
L’intimità è una parola che deriva dal latino intimus, che significa “il più interno, il più profondo”. Non è una qualità data, né una caratteristica automatica della relazione: è una condizione che si costruisce, intenzionalmente. C’è un paradosso al cuore dell’intimità che merita attenzione: se da un lato essa richiama ciò che è più profondo, interiore, personale — l’intimo, appunto — dall’altro, non può esistere se non nella relazione con un altro Si può dire “sono in intimità”, ma solo se questa condizione si realizza con qualcuno: l’intimità, infatti, non è uno stato individuale, ma una qualità relazionale. Posso essere “un amico intimo di qualcuno”, ma non semplicemente “intimo”, come se fosse una caratteristica autosufficiente, scollegata dall’altro.
L’intimità non esiste al singolare: si manifesta sempre nello spazio condiviso tra due soggettività che si incontrano, si espongono, si riconoscono.
L’intimità, dunque, è sempre attraversata dalla presenza del tu. È una dimensione relazionale che si realizza proprio nel punto di contatto tra due interiorità. In questo senso, la parola intimo si apre a una doppia direzione semantica: da una parte evoca la profondità del , dall’altra, il legame con l’altro. Unisce ciò che apparentemente è separato: l’interiorità e la relazione, il dentro e il fuori.
“Sono intimo con te significa, infatti, che ti ho aperto (il) “più dentro” di me, che non mantengo più nei tuoi confronti il mio quotidiano e tentacolare sistema di difesa e protezione. Nell’intimità non mi premunisco né sono sospettoso”. (Jullien, F., 2019, p.25).
Questo doppio movimento è ben rappresentato dall’immagine del confine di contatto, che possiamo pensare come la pelle: una superficie che separa, ma al tempo stesso un punto di incontro.
È ciò che distingue e protegge l’identità di ciascuno, ma anche ciò che permette la relazione, il tocco, lo scambio.
Il confine, dunque, non è solo barriera, ma luogo vivo di interazione, in cui si gioca la possibilità dell’intimità senza fusione, della vicinanza senza annullamento. Il contatto non è mai una fusione totale, né una distanza assoluta. È piuttosto uno spazio di soglia, dove due soggettività si incontrano mantenendo la propria distinzione, ma lasciando che qualcosa di sé passi all’altro — e viceversa.
Il dentro e il fuori, nella nostra esperienza ordinaria, tendono a essere percepiti come opposti che si ignorano, ciascuno dalla propria parte. Ma nell’intimità questo assetto si incrina. L’intimità avviene non nonostante il confine, ma attraverso di esso. È proprio il contatto tra due interni — ciascuno saldo nella propria identità — che rende possibile un’apertura.
Essere in intimità significa dunque abitare questa tensione: essere sufficientemente in sé per non annullarsi, ma anche abbastanza aperti da lasciarsi attraversare. È un equilibrio delicato tra esposizione e ritiro, tra vulnerabilità e presenza, tra alterità e riconoscimento.
Significa rinunciare, anche solo per un momento, all’autosufficienza narcisistica, per aprirsi a un noi che non è fusione, ma co-appartenenza. Nell’intimità, le frontiere tra sé e l’altro iniziano a sfumare: i confini non si annullano, ma diventano più morbidi, permeabili, porosi. È proprio in questa soglia, dove due soggettività si incontrano senza fondersi, che si apre lo spazio della co-creazione favorendo l’interdipendenza tra le parti. I confini tra io e tu si ammorbidiscono e si mescolano, non per annullarsi, ma per creare un nuovo spazio condiviso.
In questa trasformazione reciproca, l’identità individuale non si dissolve, ma si lascia attraversare e modificare dall’altro. L’incontro intimo si manifesta attraverso una presenza piena e vigile al confine di contatto. Richiede la disponibilità a vedere l’altro per ciò che è — nella sua differenza — e a lasciarsi modificare da quell’alterità, senza ridurla né assorbirla. È un atto di ascolto profondo, che va oltre le parole, includendo gesti, silenzi, esitazioni. Sintonizzarsi sull’intenzionalità di contatto dell’altro significa accogliere la complessità della sua presenza, lasciando che l’esperienza dell’incontro diventi pienamente relazionale. Ma perché questo accada, è necessario esporsi. Riconoscere la propria differenza rispetto all’altro e avere il coraggio di esprimerla. L’intimità richiede vulnerabilità — non come segno di debolezza, ma come disponibilità a mostrarsi senza armature, a lasciare che qualcosa dell’altro ci tocchi e, potenzialmente, ci trasformi.

Ma solo se si è nudi davanti all’altro, se si è pienamente presenti nel qui et ora e con l’altro è possibile sostenere l’evolversi dell’eccitazione dell’incontro. Occorre, per raggiungere questo traguardo, riconoscere le proprie paure (e le obiezioni che conseguentemente si sviluppano verso l’altro), di cui ci si veste nell’intimità, come pure occorre riconoscere il vissuto dell’altro. Quando si arriva a questo è possibile sintonizzarsi sull’intenzionalità di contatto propria e dell’altro. (Lee, R. G., 2018, p.323).

L’intimità non si costruisce nella somiglianza assoluta. Al contrario, essa nasce dall’equilibrio tra somiglianze e differenze. La sola somiglianza porta alla confluenza, all’appiattimento del contatto, non c’è crescita. La sola differenza genera distanza e discontinuità, anche in questo caso il contatto viene interrotto. Se il campo è illuminato solo dalle differenze, può emergere il giudizio sul proprio agire e la sensazione di sentirsi “meno” dell’altro; può sorgere il giudizio sull’altro, accompagnato da fastidio o irritazione; può affiorare la vergogna: la paura di non essere accettati e riconosciuti dall’altro nella diversità; può manifestarsi incertezza e instabilità, il non sapere cosa accadrà.
Quando la relazione tra i co-conduttori riesce a tenere insieme la polarità somiglianza/differenza, può diventare un modello relazionale trasformativo anche per il gruppo.

Il potere che ci attraversa

Parlare di intimità senza affrontare la questione del potere sarebbe un’ingenuità. Ogni relazione che ambisce alla profondità dell’incontro è anche attraversata da dinamiche di potere, e la co-conduzione non fa eccezione. Anzi, proprio quando due terapeuti condividono la responsabilità di un processo – il modo in cui il potere si gioca – la distribuzione del potere, sia nelle sue forme esplicite che in quelle più sottili e implicite, si manifesta come una trama invisibile che struttura il campo relazionale.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di potere? E quale accezione vogliamo dare a questo termine? In che modo permea le nostre vite, influenzando i nostri incontri?
Tutti noi siamo cresciuti all’interno di una cultura del one-power (Philippson, 2020), dove solo un individuo alla volta può esercitare il proprio potere. Pensiamo, ad esempio, alla famiglia, alle istituzioni scolastiche o lavorative: in questi contesti, o c’è una persona che detiene sempre il potere, oppure questo si alterna tra i membri, a seconda delle situazioni. Tuttavia, non è mai realmente condiviso nello stesso istante.
Di fronte alla differenza, si può scegliere di lasciare il potere all’altro oppure di esercitarlo, interrompendo quel noi e ristabilendo una divisione. In questa dinamica, la relazione smette di essere uno spazio co-costruito e diventa un terreno di confronto gerarchico, in cui uno dei due poli si afferma a discapito dell’altro. È in questi momenti che il potere smette di essere una risorsa condivisa e si trasforma in controllo, mettendo in discussione la possibilità stessa di un incontro autentico.
Un’altra prospettiva che evidenzia lo stesso meccanismo ci arriva dalla cultura patriarcale, che per secoli ha modellato il nostro modo di intendere le relazioni, anche le più intime. Nel nostro confronto siamo partite dalla figura del patriarca: colui che detiene l’autorità, che rappresenta il punto di riferimento, ma anche il limite. La sua figura incarna un potere centralizzato, non negoziabile, a cui gli altri membri della comunità si devono rapportare in modo subordinato. Il patriarca è “colui che sa”, “colui che può”, e da questo sapere e potere trae la legittimazione per guidare, ma anche per escludere.
Da questa immagine prende forma un sistema sociale e relazionale di tipo gerarchico e piramidale, dove c’è qualcuno che decide e a cui viene delegato tutto il potere. Un sistema che, al tempo stesso, offre sicurezza, perché esiste una figura riconosciuta che sa cosa è bene per la comunità e che ne tiene insieme l’unità, quel “noi” che rassicura. Tuttavia, si tratta anche di un sistema che deresponsabilizza, poiché il potere e la responsabilità – intesa come capacità di rispondere alle situazioni – rimangono nelle mani di una sola persona.
Così facendo, si delinea un modello relazionale che difficilmente lascia spazio alla reciprocità, all’incertezza, o alla negoziazione delle differenze.
Sia il modello one power che la cultura patriarcale offrono, da un lato, un senso di sicurezza, poiché propongono una struttura stabile e prevedibile, in cui i ruoli sono definiti e le responsabilità chiaramente distribuite. Tuttavia, dall’altro lato, si configurano come sistemi rigidi, poco flessibili e dinamici, scarsamente aperti alla novità. Sono centrati sul mantenimento della stabilità e non lasciano spazio alle differenze, che vengono spesso eliminate attraverso il dominio, le regole, la legge.
Altre lenti per osservare e vivere le differenze ci vengono offerte dal modello two power (Philippson, 2020) e dalla cultura matriarcale.
In questo modello descritto da Philippson, tutti i partecipanti a una relazione sono riconosciuti come detentori di potere. Il potere, in questo senso, non è qualcosa da contendere o da distribuire a turno, ma una qualità che può coesistere e manifestarsi simultaneamente in più persone. Le differenze, quindi, non rappresentano ostacoli da superare o minacce da neutralizzare, ma diventano elementi generativi, fonti di arricchimento per il campo relazionale. In un sistema two-power, la relazione è vista come uno spazio dinamico e creativo, dove ciascuno può portare la propria voce senza dover rinunciare alla propria soggettività, e dove il confronto, anche conflittuale, è considerato una risorsa evolutiva e non una rottura del legame.
Allo stesso modo nel sistema matriarcale, il potere si fonda sulla partecipazione, sulla leadership fluttuante, sulla dialettica delle differenze, sulla sospensione del giudizio, sulla paritarietà.
Questo non significa che la leadership venga negata, ma che i poteri sono funzionalmente suddivisi. Il focus non è sull’individuo, ma sul noi: noi coppia, noi comunità che collaboriamo per un obiettivo comune.
In questo orizzonte, non è l’omologazione o l’uniformità la via per costruire legami autentici, ma il confronto, l’apertura e la capacità di co-creare nuove forme di relazione.
L’altro non è visto come un problema da eliminare, ma la propria parte mancante: simbolo della propria incompiutezza e insufficienza.
“La sua differenza diventa per me un dono, e la mia differenza rappresenta a sua volta un dono per l’altro: qualcosa che sostiene il legame, che alimenta l’intimità”. (Molinari & Cavaleri, 2015, p.38).
Questi principi trovano una naturale applicazione nella co-conduzione, dove due terapeuti lavorano insieme condividendo potere e responsabilità. La co-conduzione, infatti, è uno spazio in cui le differenze tra i conduttori non vengono negate né appiattite, ma valorizzate come risorsa per arricchire l’esperienza terapeutica. Come nel modello two-power, ogni conduttore porta la propria soggettività e prospettiva, contribuendo a creare un campo relazionale più ricco e dinamico. La leadership si distribuisce in modo fluido, sostenuta dal dialogo e dalla collaborazione, e le differenze tra i co-conduttori diventano un’occasione di crescita, non una fonte di conflitto da evitare.
Inoltre, questo modo di lavorare consente di affrontare e trasformare aspetti narcisistici, in quanto mette in gioco la capacità di riconoscere e accogliere l’altro come diverso ma ugualmente importante, superando il bisogno di controllo esclusivo o il timore di essere sopraffatti.
In questo modo, la co-conduzione diventa un modello relazionale trasformativo che può favorire anche la crescita del gruppo, offrendo uno spazio di intimità e potere condiviso.

Conclusione: la co-conduzione come alleanza trasformativa

La co-conduzione non è semplicemente una tecnica, ma una filosofia relazionale. Richiede coraggio, vulnerabilità, ascolto radicale e disponibilità al cambiamento. È un esercizio continuo di paritarietà e presenza, di attenzione alla complessità, di apertura al mistero dell’incontro.
L’intimità tra co-conduttori, sostenuta da un lavoro consapevole sulle dinamiche di potere, crea uno spazio relazionale fertile da cui può emergere un lavoro trasformativo per i partecipanti al gruppo.
In un tempo in cui le relazioni sono spesso ridotte a funzionalità e controllo, co-condurre diventa un atto politico, oltre che clinico: un modo per affermare che è ancora possibile, e necessario, creare spazi di autenticità e appartenenza — luoghi relazionali che resistano alla deriva narcisistica e all’isolamento dell’io autoreferenziale.
Co-condurre significa riconoscere pari dignità alle percezioni, alle emozioni e alle fantasie di entrambi. Non si tratta di cancellare le differenze – di esperienza, di linguaggio, di postura teorica – ma di impedire che queste si irrigidiscano in gerarchie silenziose, in ruoli prestabiliti che limitano la vitalità dell’incontro.
Solo attraverso questo equilibrio delicato tra somiglianza e differenza, tra potere e vulnerabilità, la co-conduzione rende visibile agli altri il valore dell’intimità autentica, creando uno spazio di trasformazione capace di sostenere sia il processo del gruppo sia la crescita personale di ogni individuo coinvolto.

Bibliografia
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  • Jullien, F. (2019). Lontano dal frastuono dell’amore. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Lee, R. G. (2018). Il linguaggio segreto dell’intimità. Un modello gestaltico per liberare il potere nascosto nelle relazioni di coppia. Milano: Red Edizioni.
  • Macaluso, A. (2021). Fenomenologia del sé e relazione terapeutica. Individuo e campo nell’approccio gestaltico. Milano: FrancoAngeli.
  • Molinari, E., & Cavalieri, P. A. (2015). Il dono nel tempo della crisi. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Philippson, P. (2020). One-Power and Two-Power Therapy. In eBook 15 – Topics in Gestalt Therapy. Con ringraziamenti a Bob Resnick.
  • Pizzimenti, M. (2015). Aggressività e sessualità. Milano: FrancoAngeli.
  • Pizzimenti, M., & Bellini, B. (2022). Sessuologia della Gestalt. Milano: FrancoAngeli.
  • Platone. Dialoghi sull’amicizia e sull’amore.
  • Taussig, M. (2023). L’arte del non-dominio nell’era dello sfaldamento globale. Biblioteca/antropologia.
  • Wollants, G. (2006). Psicoterapia della Gestalt: terapia della situazione. Torino: Edizioni Gestalt.

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