Abstract
L’attenzione processuale è il cuore del lavoro gestaltico: è attraverso il processo di contatto, che l’incontro tra terapeuta e paziente/cliente diventa occasione di crescita.
Non basta ascoltare, né solo sentire, né tantomeno appoggiarsi alla mera teoria: la co-costruzione dell’incontro terapeutico si nutre dell’intersezione dei diversi livelli di esperienza – qui descritti come livelli di analisi – che collaborano alla costruzione del senso e allo svelamento della complessità dell’incontro con l’altro.
In questo articolo proverò ad illustrare, rendendoli sequenziali, una vasta gamma di processi attivi parallelamente mentre sediamo l’uno di fronte all’altra nel lavoro terapeutico.
Non propone una idea nuova del processo, mette solo una lente su cosa accade quando siamo immersi nel contatto, radicati nella prospettiva gestaltica.
Premessa storica e metodologia
Durante gli anni di formazione in psicoterapia mi sono sentita dire molte volte che, come gestaltista, mi sarebbe dovuto interessare solo il “come”, il “processo” e non il “cosa” né il “perché”. L’idea che il fuoco del lavoro fosse il processo mi piaceva molto, ma ricordo di aver sofferto una mancanza di chiarezza, che mi sembrava invece presente in altri approcci. Il bisogno di una struttura chiara mi lasciava persa ma anche consapevole della realtà descritta da uno dei miei docenti padovani di psicologia clinica, Alessandro Salvini: “La psicoterapia non è una terra ferma, è una zattera ed è inutile illudersi del contrario, solo grazie alla nostra capacità di stare nell’incertezza, affrontando le onde, possiamo superare la tempesta dell’incontro con l’altro”.
Forte di questa convinzione ho avviato la mia professione come psicoterapeuta, abbandonando all’inizio l’idea che la gestalt potesse essere descritta in maniera sistematica, che il processo di contatto fosse qualcosa di difficile da spiegare e che solo il viverlo fosse la scelta possibile.
La mia carriera mi ha però condotto a doverla insegnare la psicoterapia della gestalt, e quando ho incontrato Massimo Biasin ed abbiamo iniziato a collaborare in diversi progetti e a strutturare un nostro modo di operare, le sue domande, sempre più pressanti e approfondite, sui “Passaggi” hanno imposto una ricerca di chiarezza espositiva sempre maggiore, come se, nell’incalzare dei suoi quesiti, io mi trovassi sempre troppo approssimativa e crescesse in me il bisogno di saper dire, oltre che di saper fare.
Proprio da questi nostri scambi, scontri, confronti ed accordi è nato il modello di analisi gestaltica del processo che ora vado a descrivere in questo articolo, facendo però una premessa fondamentale: è una schematizzazione, e quindi, come ogni schema, è di per sé una riduzione.
Le cose che accadono con la persona che incontriamo nella stanza di terapia non vanno esattamente così, perché una mappa non sostituirà mai il territorio: quei passaggi che qui vengono descritti come se fossero sequenziali e distinti, sono di fatto contemporanei e sovrapposti.
I quattro diversi livelli sono il risultato dello sforzo descrittivo di in una situazione molto complessa.
Tale distinzione può essere fatta solo a scopo didattico, per addestrare il gestaltista in formazione a focalizzarsi, ma nella pratica clinica il confine schematico decade e cercare di utilizzarlo allontana dall’obiettivo del contatto.
Questa premessa appare oltremodo necessaria proprio a valle dell’aver iniziato a parlarne agli allievi della psicoterapia ed aver visto come sia facile cadere nell’errore di usarlo come uno schema di comportamento: non è così, non vuole e non può esserlo.
L’ambizione dello schema è quella di mettere in luce i meccanismi che sottendono il lavoro processuale, affinché li si possa descrivere con chiarezza e si sviluppi confidenza con essi, per mettere un po’ di ordine nell’enorme complessità che l’inesperto si trova ad affrontare quando ha di fronte un paziente, oppure quando – seppur più esperto – sta lavorando in supervisione per comprendere qualcosa che non è stato così chiaro nell’esperienza.
L’obiettivo nel lavoro terapeutico, sarà poi quello di abbandonare completamente lo schema, per immergersi nell’incontro con l’altro ed entrarvi in contatto.
I 4 livelli di analisi
L’analisi del processo parte da un presupposto teorico: ciò che ci interessa come gestaltisti non è il contenuto che un cliente/paziente ci narra, bensì il “Come” lo narra e come, nello stare con noi, sia possibile cogliere elementi di esperienza che parlano del cliente stesso attraverso il suo contatto con noi.
Per poter lavorare terapeuticamente in questo modo, è evidente che la nostra concentrazione si debba sviluppare parallelamente a più livelli, intrecciando dettagli dell’esperienza vissuta a cognizioni teoriche che, dallo sfondo, ci orientano nell’agire – fare domande, proporre esperimenti, focalizzarci, …- e che non rappresentano che una parte di quell’incontro straordinario con la novità che per noi terapeuti è racchiusa nel mondo del paziente e nel suo modo di stare al mondo.
1) Il primo livello: l’analisi fenomenica
Il primo livello a cui noi siamo interessati nell’incontro con l’altro è il livello fenomenico, ovvero quello dell’essere attenti a ciò che accade: non al significato che possiamo attribuire ad esso, ma al fenomeno in sé.
Il mondo fenomenico è quello che ci è dato di conoscere nell’esperienza, attraverso i sensi, e che precede ogni forma di intellettualizzazione (Kant I., 1894).
Con la sospensione del giudizio, “Epoche” (Husserl, 1936), ci permettiamo di uscire dagli ingenui meccanismi conoscitivi che normalmente accompagnano il nostro approccio al reale, stando nell’esperienza dell’incontro in maniera aperta ed interessata a cogliere ciò che emerge dalla co-costruzione (Spagnuolo 2013).
Quali sono i fenomeni rilevabili? Ciò che semplicemente accade, ovvero ciò che è possibile vedere e sentire in termini percettivi.
Ad esempio: “La persona entra e si siede sul bordo della sedia, tiene la borsetta sulle gambe e la stringe con due dita”, piuttosto che “La persona entra mostrando evidente disagio, si siede senza appoggiarsi veramente e mostrando scarsa fiducia nell’ambiente, tenendo la borsetta stretta tra le dita sule proprie ginocchia” – che sarebbe già una lettura interpretativa dei fenomeni osservati.
Oppure:” Il ragazzo indossa una maglietta con delle macchie che sembrano di unto, i capelli sono arruffati, abbassa lo sguardo entrando e mi saluta”, invece che: “Il ragazzo con un aspetto trasandato entra, evitando il mio sguardo, e mi saluta”.
Cercando il più possibile di eliminare ogni interpretazione, a livello fenomenico, non neghiamo la soggettività dell’osservazione: ovviamente ognuno di noi potrebbe notare cose diverse, quindi l’analisi fenomenica non ha alcuna ambizione di essere oggettiva, ma ha quella di evitare l’immediata attribuzione di un nostro significato a quanto l’altro manifesta e, contemporaneamente di cogliere elementi importanti, che elaborati insieme al nostro paziente ci aiuteranno ad aumentare il livello di consapevolezza.
Si potrebbe puntualizzare che a livello fenomenico addirittura non stiamo “Osservando”, perché l’osservazione, diversamente dal semplice “Guardare”, presuppone una teoria sottostante che orienta l’occhio di osservazione.
L’invito, in questa fase, è a cogliere i fenomeni e lasciare sullo sfondo le teorie, facendo emergere le percezioni.
A livello fenomenico “puro” semplicemente guardiamo, sentiamo, annusiamo, tocchiamo, rilevando con i sensi ciò che ci colpisce e che diventa una “Figura” per noi.
In un’ottica il più possibile paritaria, l’approccio è dell’Es, che coglie gli elementi di superficie che emergono come figura percettiva, restando consapevoli che lo stesso cogliere alcuni elementi piuttosto che altri sia già effetto del nostro specifico sguardo.
Il tentativo di abbandono delle interpretazioni si radica nella consapevolezza che il significato che potremmo attribuire noi a quel particolare fenomeno, sia condizionato dal nostro filtro, mentre noi siamo interessati al filtro della persona con cui stiamo lavorando.
L’analisi fenomenica risponde alla domanda: “Cosa ho percepito/notato?”.
2) Analisi emozionale
L’insieme dei fenomeni che possiamo cogliere nel primo livello di analisi non è privo di effetto su di noi: il modo in cui la persona si presenta e si comporta ha un effetto sul suo interlocutore e a questo “effetto” siamo interessati.
La rilevazione dell’effetto emotivo che cogliamo è parte del livello emozionale dell’analisi, ed ha a che fare con tutte le emozioni che:
– noi sentiamo insieme al nostro paziente -le nostre emozioni-;
– tutte quelle che dice di provare con noi;
– quelle che descrive di vivere o avere vissuto nel suo ambiente esterno alla stanza di terapia.
A livello di analisi emozionale siamo interessati al cogliere ogni emozione presente nel campo (Lewin K. 1936), in quanto informativa rispetto alla situazione che sta vivendo il nostro cliente e che noi stiamo vivendo insieme.
Se è certamente interessante ascoltare ed accogliere quanto il cliente viva a livello emozionale in ogni passaggio del racconto che ci fa, è altrettanto importante soffermarsi sia sull’effetto che questo ha su di noi, a livello emotivo, che su come il cliente stia nella situazione con noi mentre ci racconta di sé.
Nell’analisi emozionale ci avvaliamo tanto di quanto il paziente ci dice di provare – la sua narrazione emozionale – , quanto di ciò che siamo in grado di cogliere del suo modo di sentire – empatia –, che dell’effetto che ha su di noi il paziente ed il suo racconto – simpatia – (Perls. F. 2022).
L’analisi emozionale arricchisce l’analisi fenomenica e ci consente di accogliere il paziente prestando attenzione non solo agli effetti che il contenuto suscita in noi, ma anche agli effetti che la situazione dell’incontro stesso crea.
A questo livello di analisi è importante prestare attenzione anche a tutti gli elementi presenti nel campo, compresi quelli non verbali e para-verbali.
E’ dall’intreccio di tutta questa vasta gamma di emozioni che si nutre questo livello di analisi e che risulta particolarmente ricca.
L’analisi emozionale risponde alle domande “Cosa sento, che effetto mi fa?” e “Cosa sente, che effetto gli/le fa?”.
L’uso che possiamo fare dell’analisi emozionale non è – diversamente da quanto chi conosca superficialmente la Gestalt possa credere – il semplice condividere il nostro sentire con il paziente: la scelta del condividerlo, del “metterlo al centro”, dipende dalla situazione specifica e dall’opportunità funzionale di farlo. L’uso ingenuo dell’analisi emozionale può risultare controproducente sia se il dare valore al proprio sentire induca all’errore sostanziale dell’attribuzione di un significato unilateralmente dato allo stesso, sia se si traduce in una condivisione tout court, che può causare spaesamento, introiezione, rifiuto, persino giudizio. All’interno della relazione terapeutica il vissuto emotivo diviene elemento fondamentale per la lettura del processo se lo si inserisce in un lavoro d’integrazione dei diversi livelli e se acquista quindi uno spessore relazionale.
3) Analisi processuale
Per analisi processuale si intende un terzo livello di analisi, ovvero la scelta di un modello di riferimento, una lente, attraverso cui analizzare quanto accade. Posto che, come abbiamo detto, ogni osservazione ha alla propria base una teoria di riferimento, nell’analisi processuale la individuiamo e leggiamo il processo attraverso questo filtro.
I criteri di analisi possono essere i più disparati e forniscono il paio di occhiali con cui osserviamo quella realtà per descriverla.
Non rappresenta la realtà in sé, ma solo la prospettiva che decidiamo di adottare per osservare o descrivere quella realtà.
In termini gestaltici potremmo analizzare la situazione attraverso:
- la teoria del sé: possiamo chiederci se le tre funzioni del sé sono state attive e se funzionano in maniera integrata e coerente. Ad esempio come sta funzionando la funzione es in questa seduta? Il cliente si è appoggiato al proprio sentire? Lo riconosce? Come lo usa? In che modo la funzione personalità si esprimeva in questa situazione? In che modo è attiva o no la funzione io?
- le interruzioni di contatto: abbiamo rilevato interruzioni? Quali interruzioni di contatto? Cosa è successo a livello del ciclo dell’esperienza?
- la relazione organismo-ambiente in termini dimensionali: l’organismo e l’ambiente erano paritari, c’era un organismo piccolo ed un ambiente grande o viceversa?
- la diagnosi relazionale: qual è stata la qualità della presenza durante la sessione? Che tipo di sofferenza cogliamo nell’esperienza?
L’individuazione di un criterio di analisi processuale può condizionare il tipo di intervento che riteniamo più utile, quello che potremmo definire il “Progetto terapeutico”. Come accade in supervisione, la lettura processuale porta in figura una mappa che ci consente di orientarci nel lavoro terapeutico, cercando di non ricondurre il tutto ad una presunta “normalità” di funzionamento, ma nutrendoci degli altri livelli di analisi per arricchire la prospettiva e cogliere quanto più possibile del funzionamento della persona con cui stiamo lavorando.
Il sostegno specifico che possiamo offrire al nostro cliente si nutre dell’analisi processuale e consente al terapeuta di rappresentare un ambiente sufficientemente buono, in cui portare a compimento l’intenzionalità di contatto racchiusa nel sintomo.
Durante la sessione terapeutica il terzo livello di analisi giace sullo sfondo, si evince come la trama di un film mentre questo si sta ancora svolgendo: se ci soffermiamo a cercare di coglierla distogliamo l’attenzione da quanto sta accadendo nel momento presente, ma contemporaneamente è proprio grazie a quanto accade nel qui ed ora che la trama si costruisce. Nella spontaneità dell’incontro non può essere in figura, ma soggiace ad ogni domanda: si tratta di quella traccia teorica che pur non essendo visibile trasforma il semplice guardare in osservazione.
4) Analisi senso-funzionale
L’ultimo livello di analisi è quello senso-funzionale, che indaga il senso e la funzione che un certo adattamento ha per la persona.
Partendo dal presupposto teorico che l’organismo si muova nell’ambiente per soddisfare un proprio bisogno (Perls F., Hefferline R.F., Goodman P. 1951), una domanda importante ha a che fare con il senso che uno specifico funzionamento ha, o ha avuto, per la persona o per la situazione. Se diamo per appurato che il sintomo – nel momento in cui si struttura – sia un adattamento creativo, quando il paziente chiede sostegno per una specifica sofferenza ci interessa dare un senso alla stessa e coglierne l’eventuale funzione.
A cosa è servita o serve quella specifica scelta dell’organismo? E’ una scelta – e quindi un adattamento creativo – o si tratta di una ripetizione nevrotica di un vecchio adattamento?
Questo interrogativo si riferisce sia alle scelte o le esperienze che il paziente descrive di aver fatto e vissuto, sia per quelle che agisce lì nella seduta con noi.
Chiedere al paziente il senso e la funzione che può avere un sintomo può apparire paradossale. Se alla domanda: ”A cosa ti serve questo sintono” la maggior parte delle persone risponderebbe immediatamente: “A nulla”, soffermandoci sulla domanda, sull’esplorare quello che sembra un vuoto di senso, può emergere una novità. Stando nel paradosso, accogliendo la possibilità che svolga effettivamente una funzione, può emergere una nuova consapevolezza.
Questo approccio ci porta ad evitare l’idea medica della cura come risoluzione del sintomo, e fornendo una prospettiva più ampia che conduce all’intenzionalità di contatto, mette in luce come ogni sintomo possa essere l’espressione di tale intenzionalità.
Un sintomo che diventa chiaro dal punto di vista senso-funzionale può essere vissuto in maniera completamente diversa dalla persona, e in alcuni casi questo può modificarne radicalmente la sofferenza.
Se, per esempio, riconosco che l’agorafobia mi serve a non affrontare un lavoro che mi spaventa, è chiaro che la direzione del lavoro terapeutico non sarà sul “Curare la fobia”, ma la paura relazionale che la genera.
Fintanto che i sintomi svolgono una funzione importante per l’organismo non possono essere “Curati”, perché depriveremmo la persona del proprio adattamento creativo. Ben diverso è se quel sintomo fu un adattamento creativo – là ed allora –, ed oggi non è più utile – perché la persona è cambiata, o è cambiato l’ambiente – ma si è cristallizzato: in quel caso, cogliendone la disfunzionalità, è possibile superarlo attraverso un nuovo adattamento creativo.
Nell’esperienza clinica si rileva in ogni caso importante riconoscerne la funzione ed il senso che una certa sofferenza ha avuto per il paziente, consentendo talvolta una narrazione spesso tranquillizzante e comunque nuova.
Conclusioni
Come sottolineato nella premessa, questi quattro livelli di analisi si integrano e si sovrappongono, rappresentando, nella loro complessità, lo sforzo che un gestaltista fa nell’incontro con l’altro, non appoggiandosi a modelli precostituiti di lettura, ma radicandosi nell’esperienza del qui ed ora.
La diagnosi processuale è una diagnosi intrinseca, che si basa sull’esperienza di contatto.
Evitando di oggettivare l’altro, non possiamo non riconoscere che quanto accade non è solo il frutto del suo modo di stare al modo, bensì la sua risposta al campo che insieme co-costruiamo. E’ una prospettiva poco autoprotettiva, che può spaventare chi preferisca stare al sicuro nel proprio ruolo e non mettersi in gioco, ma che rappresenta il cuore del lavoro gestaltico.
L’incontro autentico è l’obiettivo dell’incontro terapeutico, che permette al paziente di sperimentare la novità assimilabile, all’interno di una situazione protetta. Un grado di “protezione” sufficiente alla possibilità di sperimentarsi in sicurezza, ma non troppo elevata da non permettere il riconoscere un rischio: l’incontro reale con la persona con cui lavoriamo, per consentire la crescita, prevede la fuoriuscita dalla zona di confort ed il temporaneo abbandono delle certezze scontate, per approdare al nuovo.
Sviluppare i propri sensi e la capacità di ascoltarsi pienamente nell’incontro con l’altro, conferisce al terapeuta gestaltico la capacità di stare nel processo immergendocisi completamente anziché osservarlo come se fosse esterno allo stesso. L’analisi processuale che integra i diversi livelli non è un processo cognitivo, bensì una esperienza che accade nell’incontro con l’altro: è nel presente della seduta che i fenomeni, le emozioni, le evidenze processuali ed il senso prendono forma e possono essere riconosciuti dal terapeuta come significativi per la persona, per la situazione e per il desiderio di benessere che orienta il suo chiedere sostegno.
È in quel desiderio di dare sostegno che come terapeuti abbandoniamo la terraferma, cavalchiamo insieme l’incertezza dell’incontro per approdare ad una terra nuova, co-costruita.
BIBLIOGRAFIA
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