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Il magnetismo e l’energia bloccata del trauma

Il magnetismo e l’energia bloccata del trauma

Etimologicamente trauma significa ferita, rottura. Il trauma è un evento che travolge l’essere umano e ne modifica per sempre la storia. Si può presentare sotto diverse forme: shock, lutti, incidenti, violenze ed abusi, fino ad arrivare ai traumi dovuti ad interventi medici, invasivi e brutali, tanto comuni e così tanto sottovalutati fino a pochi anni fa. E’ recente l’acquisizione che anche i bambini piccoli possano provare dolore: un tempo si credeva il contrario e pochi erano gli accorgimenti che si prendevano nei riguardi della vita prenatale, del parto o dei primissimi mesi di vita.

Il trauma non ha solo una base psicologica, o spirituale se vogliamo, ma anche di natura fisica. Come insegna la bioenergetica, il corpo racchiude in sé la storia di chi lo abita e di conseguenza porta indelebili i segni di un evento traumatico.

Secondo Peter A. Levine, addirittura il trauma non è di natura psicologica ma bensì prettamente fisiologica   (“poiché quando ci troviamo di fronte a una minaccia non c’è tempo per pensare!”): quando siamo di fronte ad una minaccia, si attivano subito le risposte istintive insite nel nostro sistema nervoso, e più precisamente nel cervello rettiliano. La risposta ad una minaccia è data da un quantitativo di energia che, mettendo in circolo numerose sostanze ormonali, rende pronto l’organismo ad affrontare la situazione d’emergenza.

L’emozione che si prova quando siamo dinnanzi ad una minaccia è quella della paura, emozione innescata dall’amigdala, uno speciale sensore che ci avvisa dei pericoli e che ha la funzione, come tutto il SNC del resto, di far sopravvivere l’organismo.

L’etologia e gli studi di Konrad Lorenz ci insegnano che gli animali, all’attivazione di questa emozione, possono rispondere con la fuga (es. il cerbiatto quando vede l’uomo avvicinarsi), con l’attacco (es. la vipera quando non ha vie di fuga) o con la paralisi che serve per creare una morte apparente volta allo scopo di non essere predati. Gli animali, a differenza degli esseri umani più evoluti (in questo caso esserlo non rappresenta però un vantaggio!), soffrono decisamente di meno degli eventi traumatici in quanto attivano il sistema dello stress soltanto in presenza di una reale minaccia, disattivandolo quando poi essa è cessata. Su questo argomento rimando agli studi di Robert Sopolswy per un approfondimento molto più accurato e basato su solide basi scientifiche.

A differenza degli animali, in una situazione di pericolo o di forte sofferenza emotiva, noi esseri umani siamo in grado di chiedere aiuto e di attivare così anche delle risorse esterne. Il ruolo di queste risorse, come vedremo, è fondamentale per l’uscita dal trauma.

Ciò che determina il trauma è il fatto che l’energia fisica trattenuta nella paralisi non viene scaricata nemmeno quando la minaccia è cessata. Gli animali scaricano questa energia con un tremore e col movimento (interrotto). In alcuni casi, soprattutto i cuccioli per i quali è importante imparare dall’esperienza, ricreano la situazione di pericolo in una sorta di gioco per sperimentare altre possibilità di reazione.  Gli esseri umani invece rimangono bloccati in un vero e proprio shock emotivo creato dalla preoccupazione, ovvero la paura cognitiva. La nostra neocorteccia, se da una parte ci da il vantaggio evolutivo di astrazione, riflessione e coscienza di sé, allo stesso modo può portarci a scollegarci da una reazione istintiva razionalizzando le nostre risposte. Sono le memorie cognitive a tenerci legati al trauma e ci portano a percepirlo fisicamente come attuale. E’ comunque anche grazie a queste memorie che abbiamo la possilità di recuperare l’esperienza e di risolverla.

Dunque, un evento non è traumatico in sé: il trauma si forma all’interno del nostro SNC o comunque deriva dall’esperienza che ne consegue. Più giovane è l’organismo e meno risorse esso avrà per affrontare una situazione minacciosa e perciò sarà più facilmente esposto a dei rischi. Un trauma molto comune nei bambini molto piccoli è quello di smarrirsi al centro commerciale, un’esperienza che può lasciare segni importanti anche molti anni dopo. Soprattutto con i più piccoli, bisogna fare molta attenzione quando si incorre in queste situazioni: la reazione dell’adulto deve essere quella della rassicurazione e non dello spavento, della derisione o peggio ancora del rimprovero. Non si dovrebbero nemmeno invalidare i sentimenti di paura, rabbia o dolore che il piccolo prova in situazioni che a noi adulti potrebbero sembrare esagerate, si dovrebbe invece dare il giusto spazio e contenimento affinché l’esperienza traumatica possa essere elaborata saldando  maggiormente il rapporto fiduciario.

La Scuola della Gestalt affronta il tema del trauma considerandolo una vera e propria ferita e si pone l’obiettivo di curarla, facendo in modo che essa possa diventare una cicatrice.  A differenza di un impianto di chirurgia estetica, che spesso ha lo svantaggio di rendere irriconoscibile la persona trattata, la cicatrice permette di guardarsi e di riconoscersi, valorizzando l’insegnamento che essa ci porta in termini di esperienza.

I segni di un trauma si possono presentare anche a distanza di diverso tempo e si possono manifestare in un’infinità di sintomi differenti: incapacità di concentrazione, attacchi d’ansia o di panico, fobie, paranoie, disturbi fisici o comportamentali e via dicendo. E’ noto oramai che fra le principali cause di comportamenti antisociali o criminali ci siano degli eventi traumatici (violenze, abusi, abbandono ecc…) nei quali i carnefici sono stati a loro volta le vittime in un passato remoto della loro vita.

Il trauma, se non elaborato, condiziona la vita degli esseri umani, ma se viene affrontato e superato porta con sé una forza spirituale impensabile. Una prima problematica che si riscontra nel lavoro con il trauma è che esso spesso non è accessibile alla coscienza delle persone, e che anche quando effettivamente lo è, la mera conoscenza da sola non è sufficiente per un’elaborazione e una risoluzione dello stesso.

Quando si trova in situazioni che potrebbero ricordare l’evento traumatico, la persona entra in allarme e perde la sua lucidità: l’amigdala invia i segnali d’allarme bypassando la neocorteccia e innescando un processo che porta in quel vorticoso buco nero dal quale poi si esce senza forze e completamente annebbiati. Fanno fatica a trovare un posto nella società civile i soldati ai quali hanno diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress, come farà molta difficoltà ad avere un contatto amorevole quella persona che è stata abusata sessualmente in tenera età. Persone che sono state esposte a delle esperienze molto violente, raccontano spesso di aver vissuto l’esperienza della dissociazione, una specie di anestesia che non permette al dolore di arrivare alla coscienza: “Ero presente col corpo, ma la mia anima non era più lì!”, una delle frasi tipiche che possiamo sentire da chi ha vissuto tali esperienze. La dissociazione è un meccanismo di difesa dell’organismo molto simile alla paralisi, che ha la funzione di proteggerci da un dolore che sarebbe troppo intenso da sopportare per il nostro equilibrio psichico.

La forza del trauma sta anche nel suo magnetismo, una specie di incantesimo nel quale la persona viene attratta e nel quale perde il contatto con la realtà. La persona che si trova a rivivere tale esperienza perde la cognizione del tempo: vive e sente le stesse sensazioni che provava al momento dell’evento traumatico.

Talvolta sono le persone stesse che, inconsciamente, contribuiscono a ricreare quelle situazioni che le portano a rivivere eventi traumatici. Queste persone spesso si trovano a chiedersi perché ciclicamente commettono sempre gli stessi errori o perché ad esempio scelgono  sempre gli stessi partners (o ne vengono scelte). C’è in loro la volontà di rivivere quel trauma in modo da chiudere quella gestalt rimasta aperta e così dolorosa, cosa che però non avviene mai.

In definitiva, il trauma ci fa vivere nel passato al quale siamo attratti da una forza incontrollabile. C’è una spinta interna a rimediare al trauma rimettendolo in scena, cioè riproducendo nel nostro presente il trauma originario. Si potrebbe dire che questa dinamica sia un tentativo (fallito) di scaricare l’intensa energiadi sopravvivenza mobilitata per difendersi da quella che è stata originariamente una minaccia mortale. Un altro fattore molto curioso sta nel fatto che persone che hanno avuto dei traumi molto forti si legano assieme intrecciando relazioni spesso ‘malate’, come quelle che legano, ad esempio, la vittima al suo persecutore e viceversa.

Gli strumenti e le tecniche della Scuola della Gestalt permettono di entrare in contatto con le diverse parti della persona riuscendo, così, ad integrare la ferita della psiche con quella del corpo, in un tutt’uno armonico. Perls diceva che la piena consapevolezza passa attraverso l’integrazione di quelle parti che tutti noi alieniamo dal nostro confine dell’io.

Il lavoro terapeutico consiste allora nel comprendere, e far comprendere alla persona traumatizzata, quali siano le sensazioni fisiche che si rivivono quando emergono le forme di dolore scritte nel corpo (pallore, blocco, formicolio, calore, aumento del battito cardiaco ecc…), nonché quali siano le emozioni e le immagini che da esse vengono attivate. Ciò aiuta il terapeuta a districarsi nei meandri non facili dell’esperienza che si presenta quando si lavora a contatto col dolore. Ogni terapeuta della Gestalt sa che più che ascoltare ciò che dice una persona, è importante ascoltare il ‘come’ lo dice. Così facendo, assumono un’importanza rilevante: la voce, la postura, le reazioni e i movimenti involontari, e così via. Ciò che personalmente mi colpisce molto, è il suono del pianto. Il pianto, per il mio modo di lavorare, è un alleato preziosissimo pregno di informazioni utili per entrare in contatto con la parte ferita: basta seguire la sua voce per trovare la strada che porta all’origine del trauma. Inizialmente è utile riconoscere se siamo di fronte ad un pianto di protesta oppure di disperazione, e poi in seguito scoprire a chi appartiene quel pianto. Dentro ad ogni persona ferita, c’è una parte bloccata nel suo sviluppo, una parte che è rimasta ferma al momento nel quale il trauma si è verificato.

Solitamente questa parte ferita rappresenta ciò che in molti chiamano il “Bambino interiore”, quello che a volte può fare le bizze, che è impaurito, che si fa timido o vergognoso. In molti, soprattutto nelle culture positiviste degli ultimi tempi, pensano che il bambino interiore vada assecondato facendolo esprimere anche nelle sue bizzarrie perché ritenuto giocoso e creativo. Io credo fortemente, invece, che i bambini debbano essere soprattutto messi in condizione di crescere e lo stesso deve valere anche per il nostro bambino interiore. In questi anni di lavoro sul trauma, non ho mai incontrato un bambino interiore felice o spensierato. Ho trovato bambini malnutriti, impietriti, incazzati, tristi, soli e assieme alle persone (gli adulti di oggi) li abbiamo tolti dagli scantinati, da situazioni impietose, dall’immobilità impotente, dai pericoli, dalle torture, dagli aguzzini e da tanto altro. Togliere il bambino dal suo blocco aiuta a sbloccare quelle energie psichiche rimaste per tanto tempo inceppate. Il terapeuta può condurre, ma è la persona che smuove l’energia andando a riprendersi quel bambino rimasto nello scantinato. Facendo ciò, solitamente si percepisce uno scarico d’energia, un tremolio, che va a sanare il trauma togliendo dall’impotenza e dalla paralisi.

Quando ci si trova dinnanzi al dolore che il trauma porta con sé, bisogna innanzitutto essere molto rispettosi e cauti. La parte ferita, lasciata nel dimenticatoio per anni, inizialmente potrebbe non fidarsi del nostro intervento, né tanto meno del nostro insight! Non è sempre facile riuscire a lavorare con queste parti, bisogna essere molto attenti ai segnali che da esse provengono e farsi carico dei bisogni (essenziali!) che queste esplicitano.

Secondo il mio punto di vista, il lavoro sul trauma è quello più ricco a livello esperienziale in quanto permette al terapeuta di entrare veramente in un mondo oscuro e magnetico, carico di dolore ma anche di amore, compassione e gratitudine. Permette di assistere al miracolo della trasformazione, quello che parte dalla ferita sanguinante per arrivare a formare una cicatrice. Questo è un potere insito in ogni essere umano, non serve andare a cercare lontano, è dentro ciascuno di noi.

 

CASO CLINICO: AGGRESSIVITA’ E PAURA

Lorenzo è un uomo di quarant’anni, professionista affermato e padre di due bambine. Lo conobbi in un momento molto delicato della sua vita, quando a causa della sua irritabilità fuori controllo rischiava di mandare all’aria matrimonio e carriera.

Egli mi raccontava che da sempre si sentiva in allerta, non era mai tranquillo, soprattutto se si doveva confrontare con altri uomini come lui. Eccellente sportivo, ha sempre curato l’alimentazione e il proprio corpo in modo da essere in ogni momento pronto ad un eventuale scontro. “Ho sempre fatto sport da combattimento perché non vorrei mai trovarmi nell’eventualità di non poter difendere me o la mia famiglia. Questo era il mio pensiero anche quando ero molto giovane e non pensavo ancora al matrimonio o ai figli…” racconta con un tono molto aggressivo. Dopo la nascita della sua seconda figlia, gli eccessi della sua aggressività si manifestavano sempre più di frequente rendendo la sua vita, e quella della sua famiglia, un inferno.

“Mi arrabbiavo per tutto e con tutti, soprattutto in strada: per i parcheggi, chi ti taglia la strada, chi non ti da la precedenza…tutto era un valido motivo per perdere la brocca!” fino a quando: “Una sera sotto casa incrociai un vecchio malfermo che mi urtò. Quello mi prese a male parole e prima di rispondergli a tono come avrei voluto, mi accorsi di avere una paura immane. Fui sorpreso!”.

Ciò che colpì Lorenzo fu il fatto di provare una paura molto intensa nonostante la sua incolumità non fosse in pericolo. Lavorammo fisicamente su quella paura, emozione che dava accesso immediato alla sua forte aggressività e alla sua rabbia, le quali a loro volta lo sconnettevano dal proprio sé facendogli assumere delle condotte che lui stesso non approvava. Lorenzo comprese che molte delle sue azioni e scelte erano dettate più dalla paura che dalla logica, e che, in ogni occasione di scontro nella quale s’era ritrovato, era la paura l’emozione che scatenava poi la collera e gli causava la perdita del controllo.

Le sensazioni del corpo, poi, erano quelle tipiche dell’immobilità e dell’impotenza: “Sono come bloccato, disteso!” mi disse in seduta con lo sguardo tipico di chi è terrorizzato.

“Disteso dove? Lascia che le immagini salgano liberamente…” gli dissi con tono profondo e rassicurante.

Come se stesse rivivendo l’episodio in quel preciso istante, Lorenzo iniziò a raccontarmi ciò che visse moltissimi anni prima: “Ho sei anni e sono solo a casa con mia madre. Mio padre è via per lavoro e sono arrivati i ladri in casa.”. Intanto che disse ciò, notai come il suo corpo iniziò a tremare. Questo è un tipico segnale dell’energia psicofisica bloccata che ritorna in circolo nel tentativo di essere scaricata e chiudere così la gestalt. Lorenzo mi spiegava che una delle poche sensazioni che ricordava d’aver provato durante i suoi momenti di black out fosse un tremore nel corpo e nella voce.

“Dove sono i ladri di preciso?”

“Sono al piano di sotto. Mia madre entra in camera mia spaventata, mi dice di non fiatare, che ci sono i ladri e si mette a pregare silenziosamente affinché se ne vadano. La guardo: ha le lacrime agli occhi. ”

Lorenzo racconta di essere rimasto bloccato in quel letto anche molto dopo che i ladri se n’erano andati. Rimase talmente pietrificato che per notti intere non riuscì a dormire e dovette ricorrere ai sonniferi. L’evento in sé, e soprattutto lo spavento della madre, attivarono emozioni di terrore ed impotenza tali da calcificare un trauma che non fu mai affrontato né risolto. In famiglia non ne parlarono mai, quasi fosse un tabù. Egli inconsciamente andava a ricercare vendetta per lui e per sua madre, rimanendo soltanto con un enorme senso di frustrazione.

Il lavoro con Lorenzo fu quello di ritornare da quel bambino bloccato su quel letto, di tranquillizzarlo, di rassicurarlo sul fatto che il pericolo ormai fosse passato, e di portarlo via da quel letto e da quella camera buia.

Lorenzo dopo questo lavoro aumentò la propria sicurezza e non percepì più quella paura che lo spingeva a cercare lo scontro.

Bibliografia

  • Baiocchi P.,Gestalt Empowerment, Istututo Gestalt Trieste, 2015
  • Levine P.A. “Waking the tiger: healing trauma”, North Atlantic Books, 1997
  • Lorenz K., “L’Etologia”, Bollati Boringhieri, 1980
  • Lowen A., Le depressione e il corpo, Astrolabio, 1972
  • Perls F., Io, la fame, l’aggressività, FrancoAngeli, 1995
  • Perls F., La terapia gestaltica parola per parola, Astrolabio, 1969
  • Quattrini G.P., Per una psicoterapia fenomenologico-esistenziale, Giunti, 2011
  • Sapolski R.M. “Why zebras don’t get the Ulcers”, Owl Book, 2004
  • Zerbetto R., La Gestalt. Terapia della consapevolezza, Xenia, 1998

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