Del titolo di questo articolo sono debitore ad una intuizione di Isha Larry Bloomberg. Lui sosteneva, nel suo modo un po’ criptico che raramente spiegava, che il nostro lavoro consiste nel ripristinare i collegamenti perduti dalla persona, il resto lo farà lei.
Isha, come anche il PHG, non ha mai fatto un’esplicita differenza tra collegamento e contatto, ma in italiano li utilizzava entrambi, mentre in inglese era probabilmente confluente con una contraddizione che è presente nel PHG.
Noi sappiamo che il nostro testo fondante: Teoria e pratica della terapia della Gestalt, non è stato molto curato dai suoi autori che avevano urgenza di pubblicarlo e hanno scelto di lasciarlo in alcune parti approssimativo ed anche contradditorio. Erano più interessati che fosse uno stimolo che non un testo esaustivo.
Una di queste contraddizioni la ritroviamo già nelle introduzioni scritte alle due sezioni del PHG. Nella prima si afferma che: “Il contatto in quanto tale è possibile anche senza consapevolezza”. Nella introduzione alla seconda parte si definisce il contatto dicendo che: “ il contatto è la consapevolezza della novità assimilabile e il comportamento assunto nei suoi confronti, nonché il respingimento delle novità non assimilabili”.
In un altro punto del PHG si parla di modulazione di contatto e di stili di contatto, lasciando intendere che il contatto ci sia sempre. Per poi dedicare gran parte del volume allo studio delle interruzioni di contatto.
Io credo che questa contraddizione dipenda da una confusione tra contatto e collegamento e che questa confusione sia presente in tutto il libro.
Credo altresì che distinguere il collegamento dal contatto ci possa aiutare a comprendere meglio cosa rende efficace un intervento della Gestalt.
Il collegamento è un dato. Ci parla della nostra realtà di esseri dipendenti dall’ambiente e non in grado di sopravvivere se scollegati da esso.
Questo ci deve far riflettere, perché ci parla di una caratteristica che sembra propria di tutto l’universo così come lo conosciamo ed in particolare della vita sul nostro pianeta.
La moderna fisica quantistica, ma non solo, la fisica in genere, l’astrofisica, la biologia, la biochimica, la botanica, la zoologia, la geologia ci dicono che la vita è un fenomeno di coesistenza, di cocostruzione, di coabitazione e di collegamenti. La vita individuale, indipendente, isolata, è un mito, non esiste.
Proprio per questo i collegamenti non possono essere soggetti alla funzione Io, perché non possono essere soggetti alla volontà, alla scelta. Noi non possiamo scegliere di essere individui indipendenti, non più di quanto possiamo scegliere di vivere senza respirare. Però possiamo costruire realtà allucinatorie per evitare di assumerci la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni.
Questo perché i collegamenti sono esperiti attraverso la funzione Es.
Nel PHG troviamo questa definizione della funzione Es:
L’Es è lo sfondo dato che si dissolve nelle sue varie possibilità, comprese le eccitazioni organiche, il passaggio alla consapevolezza delle situazioni incompiute del passato, la percezione vaga dell’ambiente e I SENTIMENTI APPENA INIZIALI E PRIMITIVI CHE COLLEGANO L’ORGANISMO CON L’AMBIENTE.
Noi normalmente viviamo in uno stato di confluenza con i nostri collegamenti, non li mettiamo a fuoco, li manteniamo nel vago e confuso del nostro sfondo, a meno che qualche cambiamento, una novità non intervenga provocando conseguenze che noi non possiamo evitare.
Non siamo consapevoli del collegamento che c’è con i nostri organi interni, finché non ci ammaliamo, a quel punto sentiamo il ginocchio o lo stomaco o la gola. Non siamo consapevoli del collegamento con l’aria, finché questa non diventa troppo inquinata e noi ne viviamo le conseguenze. Non siamo consapevoli del collegamento con gli altri esseri umani finché le conseguenze delle azioni dei nostri governi o di quelli di paesi con cui ci alleiamo, non scatenano guerre che ci coinvolgono o costringono milioni di persone a lasciare paesi in cui non è più possibile vivere e migrare in altre parti del mondo come tutte le forme di vita fanno dall’alba dei tempi o più semplicemente quando i nostri giovani sono costretti ad andare in altri paesi a cercare lavoro perché le nostre scelte, o meglio la nostra inconsapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte, rende questo paese non più vivibile per loro.
Il fuoco sulle conseguenze delle azioni è uno dei criteri diagnostici sviluppati dalla Gestalt e che Perls indicava insistendo sull’importanza della relazione simpatica per il lavoro della Gestalt. La relazione simpatica riguarda la conseguenza delle azioni. Non è sufficiente identificarsi con l’altro per percepire gli eventi come li percepisce lei, classico dell’empatia, e tanto meno non farsi coinvolgere per analizzarli logicamente, tipico del l’apatia: presto attenzione a cosa le azioni dell’altro suscitano in me e nell’ambiente intorno e cosa le mie suscitano in lui e nell’ambiente intorno. LE CONSEGUENZE.
È importante però riconoscere che noi viviamo in uno stato di confluenza con i collegamenti, rimanendo inconsapevoli delle conseguenze di molte nostre azioni non perché siamo stupidi o vigliacchi.
È difficile e pericoloso rompere la confluenza con gli infiniti collegamenti che abbiamo col mondo che ci circonda. Esserne consapevoli nel senso pieno del termine, cioè riconoscerli, comprenderli e percepirli con i nostri sensi. Questa esperienza rende i nostri confini permeabili fino anche a dissolversi e noi siamo tutt’uno con l’ambiente in cui siamo immersi in quel momento.
Questa esperienza può essere mistica, illuminante, è così che la filosofia indiana chiama le persone che sviluppano la capacità di essere consapevoli dei collegamenti con tutto l’universo e non hanno più bisogno di confini che li proteggano ma solo di organi che li colleghino, illuminati.
E il PHG sembra fare sua questa intuizione Indiana quando scrive: “potremmo dire che il confine di contatto – per esempio la pelle sensibile – più che essere parte dell’organismo, è invece in sostanza, l’organo di un particolare rapporto tra l’organismo e l’ambiente. (PHG ed.94. Pag 39)
D’altronde, già nella pagina precedente il PHG afferma l’assoluta integrazione fra organismo e ambiente, tanto da affermare che il campo organismo/ambiente è la cellula più piccola indivisibile. Arrivando al punto di affermare che “Anche quando siamo di fronte ad un organismo mobile che agisce in un campo abbastanza vasto ed è dotato di una struttura interna piuttosto complessa, come nel caso di un animale, sebbene ci possa sembrare plausibile parlarne come di qualcosa a sé – l’insieme della sua pelle e di ciò che ne è compreso all’interno, ad esempio – dobbiamo tuttavia tener presente che si tratta solo di un illusione dovuta al fatto che in paragone alla stabilità e relativa semplicità dello sfondo, il moto attraverso lo spazio, e i dettagli interni, richiamano l’attenzione”
Questa esperienza di rinuncia ai propri confini in quanto protezione e separazione dal mondo che ci circonda può essere però anche devastante e dare vita ad esperienze psicotiche, in cui il percepirci senza confini rispetto all’ambiente non è vissuto come un’esperienza di integrazione, ma come un’angosciante irrompere del mondo dentro di me.
Per poter uscire dallo stato di confluenza con i collegamenti in cui siamo immersi e poterci assumere la responsabilità delle conseguenze del nostro muoverci nell’ambiente che ci circonda, abbiamo bisogno del processo di contatto.
Abbiamo bisogno del lento emergere di una figura dallo sfondo, confrontando tutte le interruzioni che agiremo durante questo processo, quando l’ansia diventerà troppo alta.
Nel momento che questo avviene, nel momento che acquistiamo consapevolezza di collegamenti di cui non ci rendevamo conto, allora il lavoro sul processo di contatto diventa fondamentale. Perché la consapevolezza non serve per mantenere i collegamenti, ma è essenziale per ripristinarlo nella loro forma migliore.
La terapia della gestalt ha sviluppato il lavoro sul ciclo di contatto è sulle interruzioni di contatto proprio perché è partita dalla consapevolezza che l’entità organismo/ambiente è la cellula più piccola indivisibile e noi non possiamo dominare il nostro ambiente, così come non possiamo dominare le nostre emozioni che del nostro collegamento col mondo ne sono la comprensione immediata anche se iniziale ed incompleta. Non possiamo perché questi fenomeni si basano sul processo figura sfondo. Se io forzo l’emersione di una figura che lo sfondo non sta spontaneamente sostenendo, divento quindi dominante, otterrò una Gestalt patologica, cioè carica di sofferenza. Stesso risultato se rifiuto o ignoro una figura che invece lo sfondo sta nutrendo. Noi possiamo solo diventarne consapevoli, sostenendo il processo di emersione di una figura dallo sfondo attraverso il processo del contattare che ci serve per crescere in un ambiente difficile ed, eventualmente riparare i danni provocati imparando a farlo. Non dimentichiamo che noi impariamo per prova ed errori.
Il fine del contatto resta l’assimilazione della novità per permettere la crescita. Se non c’è novità non c’è bisogno di contatto e se invece la novità c’è ma non è assimilabile il contatto non è possibile. Se inizialmente è assimilabile, ma poi diventa non assimilabile, perché magari diventa violento, soverchiante o troppo ansiogeno, il contatto viene interrotto.
Ma tutto avviene su uno sfondo in cui sono presenti gli innumerevoli collegamenti col nostro ambiente.
Il contatto ha bisogno di consapevolezza e quindi di funzione Io. Il collegamento no. Questi si affida alla sola funzione Es. Il contatto, per arrivare ad essere pieno e permettere il dissolvimento dei confini, necessita che tutte e tre le funzioni, Io, Es e Personalità, siano presenti insieme sul confine con l’ambiente. Il contatto è un processo creativo che cocreiamo con l’ambiente e che, contemporaneamente, crea l’esperienza del Sé
L’Es è la funzione del Sé che esperisce con immediatezza e inconsapevolezza i collegamenti attivi in una situazione. Ma per vivere l’esperienza di essere Sé, abbiamo anche bisogno della funzione Io, della consapevolezza del contatto presente e dell’identificazione ed alienazione progressiva con le varie possibilità; nonché della funzione Personalità che unisce ai risultati della crescita precedente la figura creata che il se assimila all’organismo.
È necessario sostenere il processo di contatto, confrontando le varie interruzioni di questo processo, perché la persona possa diventare consapevole di come è indissolubilmente collegata al mondo della vita e riesca a reggere l’ansia di questa consapevolezza e trasformarla in eccitazione per la trasformazione e la crescita.
Noi dobbiamo aiutare la persona a collegare, solo collegare.
C’è una storia Indiana che dice che quando Budda morì arrivò in paradiso e trovò le porte spalancate e gli angeli che lo attendevano, ma lui si sedette fuori e quando gli chiesero perché non entrasse lui rispose che non poteva entrare in paradiso finché al mondo ci fossero state creature che soffrivano. Io non credo che Budda l’abbia fatto per altruismo, ma semplicemente perché, se siamo tutti collegati, soprattutto in paradiso, ammesso che ci sia, non si può entrare finché continua la sofferenza che stiamo cocreando nel mondo.










