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Autointervista 😉 il workshop ce la faccio da sola/o io!

Autointervista ;) il workshop ce la faccio da sola/o io!

Nota dell’editore: Ilaria è una counsellor diplomata del nostro istituto. Porta una ironica autointervista sul suo workshop al convegno 2019.

 

Ilaria qual è l’Abstract del Workshop?

Devo farcela da sola/o io! Non devo chiedere aiuto a nessuno, se avrò successo il merito sarà solo mio, se fallirò è perché non sono all’altezza, tutto dipende da me. Voglio che tutto dipenda da me per non dover dire grazie a nessuno!
Quando pensiamo così dimentichiamo il contesto, le persone che ci circondano, la nostra storia. Siamo un’isola nel mondo.
Pensiamo che “fare da soli” ci metta al riparo da legami di dipendenza dagli altri, ci renda liberi. Ma qual è il nuovo legame/schiavitù a cui diamo vita?
Durante il workshop verranno proposte delle brevi esperienze per verificare cosa succede se prendiamo consapevolezza del contesto in cui ci troviamo, se utilizziamo le risorse che l’ambiente ci mette a disposizione in quel momento, se ci confrontiamo con l’altro: in che modo “vedere” e “sentire” il contesto in cui ci muoviamo modifica il nostro agire e il nostro sentire? In che modo possiamo utilizzare le risorse che l’ambiente ci mette a disposizione senza perdere la nostra libertà? In che modo il confronto con l’altro può diventare sostegno e non limite al nostro agire?

Com’è nato questo workshop?

Il tema del fare da sola, nelle sue molteplici sfaccettature, mi ha incuriosito fin dagli anni della formazione. Visto il tema del convegno, ho pensato che fosse l’occasione giusta per proporre un workshop nel quale sperimentare un aspetto del fare da soli, ovvero sperimentare una possibilità alternativa a quella offerta dall’introietto che per essere grandi, per essere in gamba, bisogna fare da soli. Che chiedere aiuto o avvalersi delle competenze altrui crea un legame di dipendenza o di debito. Che per essere liberi bisogna essere autonomi, intendendo per autonomia il fare tutto da soli.
Ma mi sono chiesta: impedirsi di chiedere aiuto non diventa anch’essa una limitazione della libertà? Se siamo consapevoli dei nostri limiti e delle nostre capacità non è forse più semplice capire di cosa abbiamo bisogno e attingere alle risorse che l’ambiente ci mette a disposizione?.
Il tema è ambiguo e si presta a diverse interpretazioni…
Sì hai ragione, per come la vedo io, può essere inteso in almeno due modi:
− imparo finalmente a fare da sola senza sentirmi sempre dipendente dall’altro, per esempio dalla figura genitoriale (alcuni dei partecipanti al workshop lo avevano inteso proprio in questo modo).
− Imparo a chiedere aiuto invece di voler essere completamente autosufficiente, “di bastarmi” anche là dove le mie capacità o le mie competenze non me lo consentono.
Come avrai capito questo secondo aspetto mi ha incuriosito enormemente e ho voluto indagarlo.

Qual è stata l’idea alla base del workshop?

Far sperimentare com’è realizzare una cosa qualunque nel proprio isolamento e nella propria individualità senza confronto e senza condivisione, senza la possibilità di chiedere aiuto. E al contrario com’è poter attingere alle risorse che l’ambiente mette a disposizione, confrontarsi, chiedere aiuto o consiglio alle altre persone presenti secondo le competenze e capacità specifiche di ciascuno.
Mi sono e ho chiesto ai partecipanti: davvero fare da soli rende più liberi? Non crea schiavitù diverse?

Come lo hai realizzato?

Ho usato il mezzo più vicino alla mia formazione ovvero matite e pennarelli, fogli e cartoncini colorati, forbici, colla, clips e mollette, nastri colorati, qualunque cosa solleticasse la mia fantasia.
Ho preparato dei sacchetti contenenti ciascuno materiali e strumenti diversi, uno per ogni partecipante.
Ho pensato di guidare i partecipanti attraverso un percorso che partisse dall’isolamento per arrivare alla condivisione.

E iI setting?

I setting sono stati due in realtà.
Uno per sperimentare l’isolamento, l’individualità: tutti in cerchio ma dandosi le spalle, cercando di non comunicare, di creare il proprio spazio vitale e rispettare quello altrui. In questo contesto li ho invitati a realizzare qualunque cosa volessero con il materiale a disposizione.
Uno per sperimentare la condivisione: tutti rivolti verso il centro del cerchio. Li ho invitati a prendere consapevolezza dell’ambiente precedentemente solo percepito, a guardare negli occhi gli altri partecipanti, a guardare il lavoro altrui e mostrare il proprio. Li ho invitati, se ne sentivano il bisogno, a chiedere aiuto, supporto, o chiedere di poter co-creare con gli altri.

C’è stato un momento iniziale di radicamento e/o presentazione?

Il pre-contatto è avvenuto con la voce dei partecipanti che hanno percepito e sentito la presenza e la voce dei colleghi, pur non vedendoli. C’è stato un momento di presentazione e a seguire un momento di radicamento. Una piccola meditazione guidata alla consapevolezza di sé, del proprio corpo e del proprio confine, portando l’attenzione al qui e ora, allo stato in cui ciascuno arrivava al workshop, alle immagini che emergevano, a ciò che evocava in ciascuno il fare da soli.
La domanda alla base è stata: che cosa significa per ciascuno fare da soli? Che cosa evoca?

Cos’è successo?

Come sempre si è scatenata la creatività insita in ciascuno. Sono nati lavori bellissimi. Ciascuno ha espresso nella forma che meglio preferiva quanto emerso dal momento di radicamento iniziale.
La possibilità successiva di ampliare completare o ricreare il proprio lavoro in contatto e con il supporto dell’ambiente, ovvero delle persone e dei materiali altri presenti nella stanza hanno portato a reazioni diverse:
– B a s t a r s i:
− “confermo non ho bisogno di nessuno…ho realizzato il mio lavoro che va bene così com’è non chiedo niente a nessuno”
− …Ci crediamo?
– R e s t o i n d i s p a r t e:
− “vorrei chiedere, si ma poi…il tempo è finito e non mi sono osata/o”.
− “Fallo adesso, permettiti di dire di cosa o di chi avresti avuto bisogno”
− …E dopo quel sorriso che si allarga in un “grazie è proprio diverso così!”
– A l l’ a r r e m b a g g i o!:
− “Mi passi le forbici?”
− “Mi dai il cartoncino rosa?”
− “mi aiuti a ingegnerizzare l’altalena che se no non sta su?”
− Quanta ricchezza nello scambio, nella condivisione e nella possibilità di non isolarsi.
Come hai ideato e creato il workshop? Hai fatto tutto da sola?
Bella domanda! No ho scritto l’abstract e creato la traccia del workshop con il supporto delle mie ex colleghe del corso di formazione.
Chiedere aiuto a loro è stato sperimentare in prima persona quanto stavo proponendo.
In passato avrei considerato un fallimento chiedere aiuto e supporto. In questo caso è stato liberatorio non sentirmi sminuita ma arricchita dai feedback e dai “consigli” che mi hanno aiutato a mettere a fuoco il tema e a punto la traccia.

Hai avuto dei feedbak positivi?

Sì devo dire che i rimandi sono stati buoni, anche da chi era scettico o si è tenuto in disparte, In molti uscendo mi hanno detto frasi o portato immagini che magari non hanno avuto tempo di esprimere per mancanza di tempo. Mi è spiaciuto molto non poter approfondire e dare spazio ai lavori che stavano nascendo.

Sei stata soddisfatta? Era il primo workshop che conducevi da sola mi pare?

Sì proprio così, che paura! Però alla fine sono stata contenta, mi sembra che i partecipanti siano riusciti a sperimentare quanto mi ero prefissata e devo dire che il caloroso e spontaneo appaluso finale ha lucidato il mio ego e mi ha dato energia per proseguire su questa strada.

Vorresti portare avanti il tema?

Sì certo porterò avanti questo argomento insieme al tema del confine, a me molto caro, che sento collegato. Mi piacerebbe strutturare una serie di workshop successivi.

Qualche rimpianto?

Questa autointervista. Ho fatto tutto da sola…forse potevo chiedere aiuto?

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