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Supporto e contatto nella Scuola Gestalt di Torino

Supporto e contatto nella Scuola Gestalt di Torino
Mariano Pizzimenti e Piergiulio Poli
In questo dialogo Mariano Pizzimenti e Piergiulio Poli si confrontano su tre temi “caldi”, sviluppati negli ultimi mesi nella Scuola Gestalt di Torino, partendo dai concetti di Supporto e Contatto. Il primo tema affrontato è l’uso dell’ansietà in seduta e risente della discussione che membri dello staff e i professionisti della scuola hanno portato avanti sulla seduta Perls-Gloria. Il secondo tema riguarda la presenza del tutor nei corsi di formazione in counseling e psicoterapia e i relativi vantaggi e svantaggi dovuti all’introduzione di questa figura. Il terzo tema riguarda il sostegno alle richieste dei nuovi professionisti che hanno contribuito allo sviluppo della scuola negli ultimi 2-3 anni.

Piergiulio Poli: Laura Perls dice che l’ansietà è la consapevolezza di un’acuta discrepanza tra supporto e funzioni di contatto. Nella pratica di formazione occorre che l’ambiente creato da leader, tutor e gruppo non diventi troppo ansiogeno (mancanza di supporto) o eccessivamente sicuro (eccesso di supporto). Nel primo caso c’è un ritiro dall’ambiente nel secondo caso nessuno stimolo ad uscire dalle modalità conosciute di interazione con l’ambiente. In entrambi i casi c’è frustrazione. Ci spieghi in questo contesto cosa significa che preferisci lavorare con “livelli elevati di ansietà”? Suppongo che lavori anche con elevati livelli di sostegno. Ci parli di questo sostegno?

Mariano Pizzimenti: In questa domanda tu stai riassumendo un aspetto fondamentale della formazione e della terapia della Gestalt. Il nostro approccio tiene conto del contesto sociale come elemento che dà forma ai vissuti dell’individuo e alla mente soggettiva. Non solo, come ci ricorda Francesetti nel suo manuale di psicopatologia, la Terapia della Gestalt considera il rapporto tra una specifica situazione culturale-sociale e l’emergere di specifiche forme di sofferenza. Cioè, ogni campo sociale implica la presenza/assenza di elementi di supporto alla persona e alla relazione. Paul Goodman, dal canto suo, ha detto che la stanza di terapia (e della formazione aggiungo io) è un posto dove il paziente (e l’allievo) deve sperimentare la massima sicurezza per correre i massimi rischi. Leggendo la frase di Laura Perls – che tu hai riportato – si corre il rischio di pensare che l’ansia sia qualcosa di sbagliato e non una semplice osservazione fenomenologica della genesi dell’ansia, ovvero un’occasione per la seduta di psicoterapia. Il problema è quando cominciamo ad aggiungere dei superlativi, cosa che spesso rappresenta un tentativo manipolatorio di screditare un concetto. Se l’ansia è “troppa”, non va bene. Se il sostegno è “poco”, non va bene. E lo stesso vale per il contrario. Lavorare con elevate quantità di ansia vuol dire con la massima quantità di ansia sostenibile da quella persona, in quel momento, in quel contesto e con la quantità e qualità di sostegno di cui dispone. La difficoltà e l’arte del lavoro di terapia e di counseling è proprio saper valutare questi parametri che sono molto variabili nel tempo e nello spazio.

Che si crei una discrepanza tra il sostegno che io riesco a trovare nel mio ambiente per sostenere la mia crescita – cioè l’incontro con la novità nutriente – e le azioni necessarie per distruggere gli ostacoli, fare esperienza della novità e assimilarla, è un processo inevitabile. Se non ci fosse questa discrepanza fra supporto e contatto, vuol dire che non avremmo più la necessità di imparare qualcosa di nuovo. Ovviamente se la discrepanza non fosse più solo “acuta”, cioè importante, grande, ma diventasse “troppo acuta”, allora la persona non ce la può fare e rischia di venirne schiantata, come se ponesse sulle sue spalle un peso “troppo” pesante per lei.

L’esperienza di essere inadeguati è un’esperienza importante. Noi esseri umani continuiamo ad imparare ed a crescere e quindi a evolvere, perché ci sentiamo costantemente inadeguati. La discrepanza è tra gli strumenti che abbiamo acquisito, tutto ciò che abbiamo sperimentato e assimilato – che in Gestalt chiamiamo funzione personalità –  e il nuovo che incontriamo. Per nuovo io intendo anche il vedere in modo nuovo qualcosa di già conosciuto, come, per esempio, avviene nel processo di crescita e invecchiamento per i cambiamenti che avvengono nel nostro corpo, quindi nei nostri sensi che esplorano il mondo e nei nostri processi mentali e psichici. Questa discrepanza ci fa sentire inadeguati. La prima reazione a questa inadeguatezza è il proiettarci in avanti per aumentare il nostro controllo, cercando di prevedere quello che potrà succedere. Questo proiettarci in avanti con la mente, senza muoverci dal posto col corpo, crea altre discrepanze a livello fisico come l’aumento dei battiti cardiaci e della circolazione, tipico del coinvolgimento in un azione fisica e nell’apnea o comunque del trattenimento della respirazione tipica della concentrazione mentale.

Un aumento di circolazione non sostenuta da un’adeguata respirazione dà il senso di soffocamento e, come ha affermato Perls, ciò che noi chiamiamo ansia è questa esperienza di soffocamento.

Ecco perché io affermo che in terapia per me è importante attraversare momenti di elevata ansia, perché questo vuol dire che la persona sta vedendo il suo mondo in modo nuovo e si sta rendendo conto che i modi abituali di stare nel mondo non sono adeguati per incontrare questa novità. Il supporto è ciò che il terapeuta dà perché la persona sperimenti che gli strumenti fino a quel momento acquisiti, i modi di stare al mondo sviluppati, sono inadeguati, ma non il suo essere. Questo è uno dei fraintendimenti che ci portiamo dietro per i nostri modelli educazionali. Noi abbiamo paura di scoprirci inadeguati come esseri umani, invece di avere la sicurezza che i nostri strumenti diventano continuamente inadeguati perché viviamo in un ambiente che muta continuamente come del resto noi stessi, ma che noi – in quanto esseri – siamo perfettamente adeguati per imparare continuamente quello che ci serve per adattarci creativamente a questi cambiamenti. Questo è il supporto che dà la terapia. Ecco perché abbiamo bisogno di entrambi: imparare ad accettare l’ansia come segnale che stiamo incontrando qualcosa di nuovo e di importante per noi, sentire l’inadeguatezza degli strumenti di cui disponiamo, rilassarci nella consapevolezza della nostra adeguatezza di esseri umani nel mondo che abitiamo, trasformare l’ansia nell’eccitazione dell’incontro con la novità nutriente.  Perls diceva che essere “sani” vuol dire reggere livelli di ansia sempre più alti.

Capiamoci però su cosa vuol dire reggere. Riconoscere quando l’ansia sta diventando “troppa” e sapersi ritirare senza sentirsi per questo sbagliati, fa parte del saper reggere l’ansia. Sentire di averne avuto abbastanza di una situazione e saper dire basta, fa parte del saper reggere. Con la consapevolezza che  solo quando sperimentiamo il “troppo” sappiamo di averne avuto “abbastanza”. L’affinamento e il buon utilizzo dei nostri confini, dei nostri limiti, si fa attraverso un continuo processo di prova ed errore, di tanti “troppi” attraverso cui impariamo a riconoscere i segnali dell‘“abbastanza”. Reggere l’ansia, quindi, vuol dire reggere l’inadeguatezza tra gli strumenti che possiedo (abitudini, modalità comportamentali, etc.) e il nuovo che incontro. Il sostegno è dato all’essere umano perché scopra di essere perfettamente adeguato ad essere inadeguato, grazie alla sua  capacità di imparare.

Piergiulio Poli: l’inserimento della figura del tutor all’interno dei corsi di psicoterapia e counseling della scuola ha reso più complesso il lavoro del leader all’interno dei gruppi di formazione.  Quali sono i rischi e le opportunità per il leader nell’avere accanto a sé un tutor?  In che modo la presenza di un tutor nei corsi può agevolare la creazione di un ambiente fertile, sufficientemente sicuro-rischioso?   

Mariano Pizzimenti: Rischi e opportunità, sempre complesso. Il primo rischio che vedo è una maggiore infantilizzazione del gruppo in formazione. Una caratteristica della nostra scuola è sempre stato sostenere la relazione tra pari. Insistere che le persone che formavamo erano adulti e non bambini. C’è stato un lungo periodo in cui nella nostra scuola non c’erano più esami finali, in base al criterio che –  appunto – formavamo adulti, in grado alla fine di farsi un’autovalutazione. Uno dei punti di questa relazione paritaria si basava sul fatto che, cambiando i formatori ogni mese, fossero gli allievi a farsi carico della continuità del gruppo, riportando al formatore successivo i sospesi che erano rimasti dall’incontro precedente e comunque riportando il processo di gruppo avvenuto in sua assenza. Ora invece c’è una figura, il tutor, che si fa carico della continuità, che fa al formatore successivo un report di cosa è successo e a che punto sia il gruppo. Egli diventa quindi una figura intermedia che crea quindi uno spazio maggiore fra gruppo e formatore con il rischio che il gruppo eviti l’assunzione di responsabilità e si passi vizi o si infantilizzi.

Altro rischio riguarda la collocazione temporale delle ore di conduzione di gruppo svolte dal tutor. All’inizio privano il formatore dell’esperienza di pre-contatto con il  gruppo che si ritrova insieme dopo un mese, alla fine quelle del post-contatto con la preparazione alla separazione e quindi al dissolvimento del gruppo.

Veniamo alle opportunità. Gli studenti vedono in azione una figura più vicina a loro, sia per età che per esperienza, con cui è più facile identificarsi. L’essere sempre presente permette al tutor di cogliere mancanze formative che potrebbero sfuggire ai formatori. Specialmente durante i seminari esperienziali, i tutor possono favorire un lavoro di “ruminazione” dei concetti teorici nuovi incontrati in quella occasione. Non tanto quindi un processo di assimilazione che credo debba essere lasciato all’es del gruppo, così da fare nascere i dubbi, le incomprensioni, i fraintendimenti e gli errori necessari ad un processo formativo, ma la ruminazione, cioè il riprendere concetti incontrati e masticati durante il seminario per masticarli nuovamente.

Per quanto riguarda l’ambiente sicuro/rischioso… credo sposti la lancetta verso la sicurezza. Il tutor, aumenta la sicurezza nel gruppo, perché nutre lo sfondo, è spesso una presenza che va nello sfondo e lo rende più solido.

Questo probabilmente è utile se  -come sostengono Margherita Spagnuolo, Giovanni Salonia e altri – viviamo in un momento storico di sfondi più fragili. Io credo che solo il tempo ci dirà se la figura del tutor è di sostegno o meno alla formazione. La formazione della Gestalt è un processo vivo. Mutevole e in continua evoluzione. Abbiamo fatto e facciamo continuamente nuove esperienze, vedi quello che ho detto prima rispetto agli esami. Ciò che si rivela efficace per la formazione viene mantenuto, ciò che si mostra inefficace abbandonato. I rischi sono inevitabili, così come gli errori e gli aggiustamenti. Per questo nella nostra scuola sosteniamo che non c’è un anno di corso uguale ad un altro e che gli allievi hanno un ruolo importante nello sviluppo della nostra teoria e dei nostri metodi formativi.

Piergiulio Poli: la frustrazione vissuta da membri dello staff e dai professionisti per il mancato riconoscimento del loro contributo da parte della Scuola è un tema attuale. Vedi delle possibili strade per affrontare insieme,  invece che individualmente, questa frustrazione? 

Mariano Pizzimenti: scusa ma credo che questa domanda sia mal posta, o meglio non condivido l’assunto che ci sia un mancato riconoscimento da parte della scuola del contributo dei professionisti. Io non credo che il potere possa spontaneamente distribuirsi dall’alto senza una forte azione che arrivi dal basso. Ogni struttura tende all’autoconservazione. Lo staff della scuola tende ad auto-conservarsi. I nuovi professionisti rappresentano un’opportunità e una minaccia per l’autoconservazione del gruppo staff esistente. Se vogliamo aspettare che lo staff si apra ai nuovi professionisti riconoscendoli, dobbiamo aspettare un processo lungo. Il gruppo staff potrà includere magari un nuovo professionista e poi fare un lungo processo di digestione ed assimilazione prima di essere pronto per un nuovo ingresso. Questo è il modo di procedere per salvaguardare l’identità esistente e dare il tempo ai cambiamenti di essere assimilati. In questo momento assistiamo ad un evento diverso. Ci sono tanti professionisti che stanno mettendo energie importanti nella scuola e che vogliono essere riconosciuti tutti insieme. Credo che la frustrazione che il gruppo dei professionisti sta sperimentando sia importante per sostenere un’azione aggressiva da parte di quest’ultimi verso il gruppo staff. C’è bisogno di questa aggressività per accelerare il processo e per permettere al gruppo staff di superare le proprie inevitabili paure.

Il rifugio nell’individualismo è sempre possibile, ma non credo che darebbe risultati soddisfacenti per la scuola. Ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo e diverso da altri del passato. I nuovi professionisti non stanno premendo per diventare tutti nuovi formatori della scuola, ma perché la scuola si modifichi e sviluppi altri modi di portare la Gestalt nel mondo. Parlano di aprire un centro clinico, di sviluppare aree di lavoro con l’età evolutiva, di potersi presentare nelle istituzioni come rappresentanti di questa scuola che sentono loro, la stessa redazione di questa rivista è formata quasi completamente da nuovi professionisti. Questo è un processo molto interessante che lo stesso staff della scuola ha sostenuto attraverso lo sviluppo dei gruppi tra professionisti, degli incontri di teoria e di didattica, senza però una piena consapevolezza di quale movimento si sarebbe sviluppato. Del resto questa è da sempre stata una ricchezza della Gestalt, cioè essere stata più un “movimento di scambio” che una rigorosa corrente scientifica. Fin dalle origini, i fondatori della Gestalt, per quanto letterati e filosofi, decidono di partire dalla “strada”, cioè di dare un valore alla Doxa, alle opinioni e alle esperienze del “popolo”, piuttosto che entrare negli ambienti accademici e sviluppare le proprie basi a partire dall’Epistemologia, ovvero la “conoscenza rigorosa” che era patrimonio delle classi dominanti e delle loro scuole. E proprio ora che assistiamo allo sforzo di curare un’epistemologia della Gestalt condivisa tra le varie scuole italiane e non solo, è importante restare aperti ai movimenti, se non vogliamo perdere lo “spirito rivoluzionario” della Gestalt e la sua capacità di contatto con i mutamenti che avvengono nella società. Per questo io non sono interessato a rivendicazioni da parte dei nuovi professionisti, ma alla loro spinta innovatrice e trasformativa. Non sono disposto ad accettare “che ci sia dello spazio” per loro nel gruppo dei formatori, ma che si generi qualcosa di originale che tenga conto delle spinte conservatrici, indispensabili per non perdere le radici e ciò che di buono si è fatto fino ad ora, e di quelle evolutive, indispensabili per continuare a crescere.

Bibliografia

Francesetti G. , Gecele M., Roubal J., Gestalt Therapy in Clinical Practice. From Psychopathology to the Aesthetics  of Contact. Milano: Franco Angeli, 2013.

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