Michela Parmeggiani ha colto la sfida della redazione, accettando di parlare del “senso di vuoto”, collocato nella sua esperienza con gli adolescenti. Ed è una testimonianza, la sua, di grande rispetto per gli incontri con questi giovani/antichi maestri, messi alle strette dalla vita, a confronto con un costante interrogativo di senso, più o meno consapevole. Le parole di Michela spingono anche noi adulti a metterci in discussione. A continuare cioè ad ad-olescere, a nutrirci di senso e dai sensi, in un percorso che non avrebbe, per definizione, un termine. Infatti e secondo me non a caso, la parola adulto ha la stessa radice di quella di adolescente. Nel mondo antico esistevano solo due età, l’infanzia, l’età senza verbo, che non può provvedere alla sua sussistenza e quella dell’adulto, cioè di chi è già cresciuto e può farlo. L’adolescenza è una nuova sfumatura del nostro tempo, la visione di qualcuno che sta ancora nutrendosi, crescendo. Ma se è così, non dovremmo continuare a farlo sempre tutti, bambini, adolescenti, adulti o anziani che siamo? Chissà che in questo modo si riesca di più ad oltrepassare la trappola di un invecchiamento vuoto e incontrare invece il vuoto come spazio che può essere riempito da uno “stupefacente” e “naturale” “inedito”, antidoto alla sofferenza ed alla noia esistenziale. Incontrare la novità e poter ricevere i frutti offerti dall’esperienza, avere spinta sufficiente a far emergere altre direzioni, a rompere schemi ormai svuotati di senso. Come trapela dalle ultime righe, piene di sostegno e amore per gli adolescenti e per chi si trova oggi, a doversi destreggiare in una realtà sempre più caotica e meno amica, nella quale un amico adulto può ancora fare la differenza.
Ivan ormai è pienamente adulto e artista affermato (www.i-v-a-n.net). Ricordo i suoi esordi di poeta d’assalto milanese quando sorridevo leggendo sui muri grigi la sua celebre scritta: “il futuro non è più quello di una volta”.
Io passavo, andando al lavoro in un centro per adolescenti, davanti a quella che mi pareva, a prima vista, una frase d’altri tempi, di quelle che ti aspetti in bocca a un nonno. Invece no, l’autore allora era da poco maggiorenne e riassumeva così una perturbante nostalgia del futuro. La stessa che ritrovavo parlando con i “miei” giovani pazienti. “Qui non c’è niente per i ragazzi. Io non lavoro… sono un grafico…ma non trovo da lavorare. Passo le giornate al bar, gioco, mi ammazzo di canne alla sera e poi daccapo. Alla fine ho iniziato a spacciare il fumo…che devo fare…” (I. 20 anni).
“Io ne ho combinate di tutti i colori adesso ho messo la testa a posto sogno di andarmene da qui. E’ una vita troppo noiosa…ci vogliono i soldi…se solo sta bastarda di macchinetta (slot machine) pagasse…lavoro…qualche amico…regolare di giorno, sballato di notte…che palle” (A. 22 anni).
E’ passato qualche anno e quello che mi colpisce sempre è il senso di noia dei ragazzi ora come allora. A scuola mi hanno insegnato che esistono due forme di tempo: quello dell’orologio (kronos) e il tempismo del fare la cosa giusta nel momento giusto (kairos). Quante delle nostre strade sono state influenzate da un incontro? Nessun insegnante, allenatore, formatore, educatore in senso lato può ricordarsi di tutti i suoi allievi negli anni; gli allievi però si possono ricordare di lui, se è stato credibile.
Siamo adulti sempre più in difficoltà, con sempre meno tempo da dedicare ai nostri ragazzi e talvolta un adolescente è folgorato da un’idea, uno spunto, un commento fatto da un adulto di riferimento, chiunque sia.
Ritengo fondamentale, nella mia pratica terapeutica, mettermi in una posizione di sospensione di giudizio, per cose che appartengono alle nuove generazioni e che io posso solo intuire, in base all’esperienza.
Non sono capace di condannare un adolescente che, per ritornello mediatico, è vuoto e per questo fa e dice cose terribili.
Sono sempre incuriosita dai ragazzi e li tratto con rispetto, lo stesso che pretendo da loro. Cerco di spiegargliene il senso, talvolta, dicendogli che la mia libertà finisce dove inizia la loro. Parlo di fatiche, di dubbi, di insicurezza, di aspettative, di soldi, di nuove droghe, di social e videogiochi, di resistenza alla frustrazione e a volte esco dai colloqui frustrata io stessa, ma non perché chi ho di fronte è vuoto. In Gestalt sappiamo che l’individuo è in costante relazione con l’ambiente: lo influenza e ne è influenzato. Ne esco frustrata quando penso che per i ragazzi questo vale spesso solo come legge di mercato. E penso a Ivan e al futuro che non è più quello di una volta. Non lo è perché, per dirne una banale, non è vero che se studi trovi lavoro, non lo è perché non capiamo i meccanismi che lo regolano.
Allora penso che forse il mio contributo come adulto e come professionista che si occupa di ragazzi è sostenerli nel fare una scelta, che a me spesso suona come LA scelta: senso di vuoto o vuoto di senso. Ci rido con loro, dicendo che una speranza c’è: invertendo l’ordine il risultato non cambia. Il senso di vuoto ti porta a muoverti se incontri qualcuno che ti conferma che vale la pena ascoltarlo il tuo vuoto e trovargli una direzione.
Parimenti il vuoto di senso può essere un motore che ti spinge a cambiare rotta, a sperimentare da ragazzo come da adulto. Negli anni il tuo atteggiamento resterà quello dell’adolescenza nell’affrontare le asperità, i successi o le rovinose cadute.
Per questo ho rispetto del vuoto che, nelle arti marziali, è un “non ancora”. Questo ci tengo a mostrare ai ragazzi, con pazienza. Li aiuto a superare la paura paralizzante, la sfiducia che ti annebbia.
Li comprendo e mi fa simpatia trovarmeli accanto a cantare a squarciagola a un concerto che “I bicchieri abbandonati sanno come ci si sente ad essere come diamanti, invisibili alla gente” (postconcerto, brano dei Comacose) e penso: siete voi, ribellatevi! Io con umiltà cerco di continuare a dare un senso alla mia professione, sostenendovi in un mondo sempre più complicato. Per tutti.









