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LimEs, Es in gioco sui confini del Convegno SGT 2024

LimEs, Es in gioco sui confini del Convegno SGT 2024
di Iride Pistacchio

La mia esperienza con i disturbi dell’apprendimento in età evolutiva e con particolare riguardo alla fisiologia dei processi di attenzione, al sostegno dell’omeostasi e dell’autoregolazione spontanea, sono stati l’innesco alla sperimentazione proposta, chiamata LimEs, sviluppata all’interno del primo giorno del convegno SGT 2024, I margini al centro, quando lo sfondo diventa figura.

Rimando ad un allegato al fondo la presentazione più dettagliata del programma, in questo scritto voglio portare alcune considerazioni e quali sono stati i miei sfondi in figura che sono, la Gestalt, il lavoro di Violet Oaklander, con la Gestalt Play Terapy per bambini, la MusicArTerapia nella Globalità dei Linguaggi di Stefania Guerra Lisi e l’esperienza di trent’anni di lavoro sul campo, confluita nel metodo che ho chiamato Arte Dinamico Relazionale (AR.DI.RE.)

Il collegamento da cui è nata questa idea, è stato il parallelismo esistente tra la frontalità degli interventi teorici dei convegni e l’insegnamento scolastico, dove spessissimo il corpo non è più in figura con la sua sensorialità e fisicità, elementi considerati inopportuni. Le individualità personali che vi afferiscono sono assorbite dal buco nero delle sedie e della dinamica frontale, sia come posizione di stare di fronte e sul fronte di un confine asimmetrico e gerarchico, sia come parte del corpo, la fronte le orecchie e gli occhi, emissari di una nascosta e invisibile corteccia frontale, che sembrerebbe l’unica autorizzata ad esprimersi, secondo la “liturgia” del rito scolastico del momento. Ma in quali modi si esprime la neo corteccia per sopperire alla stasi del corpo, al bisogno di scarica della tensione dovuta alla concentrazione e alla forzatura in una postura non fisiologica, dettata da una norma esterna? L’adattamento creativo entra in azione e protegge, creando fluttuazioni di attenzione, fughe, disagi, conflitti mente/corpo, disprassie, maladresse, iperattività fisica o mentale ecc., eventi a loro volta letti come “fuori norma” rispetto a un comportamento o un funzionamento considerati adeguati.

Nello scrivere questo articolo sono andata a rileggere alcuni scritti di Maria Montessori, antenata illustre in questo campo e altro sfondo interessante da portare in figura, in particolare il suo concetto di fase di normalizzazione del bambino.

Paradossalmente, secondo Maria Montessori quanto descritto più sopra in termini difficoltà a stare nei processi di apprendimento, può essere normalizzato. Questa parola però la intende in maniera opposta al senso comune. La normalizzazione di cui parla, è quella che ha osservato quando il bambino ritrova, per dirlo in termini gestaltici, la sua omeostasi e autoregolazione spontanea, all’interno dei diversi sistemi di apprendimento. Ha infatti osservato, in una finestra di tempo di circa tre mesi, che se il bambino viene lasciato libero di andare avanti ed indietro nei suoi comportamenti apparentemente devianti dalla norma, si normalizza, cioè scopre il piacere di apprendere e, per effetto secondario, si assiste anche all’’esaurimento dei sintomi della precedente fase (La normalizzazione secondo Maria Montessori, dott.ssa Donatella Pecori).

Se nella scuola e in molti ambienti istituzionali e sanitari, ci troviamo di fronte al divorzio tra le specificità individuali e la norma e questo purtroppo è elemento generatore di tanti sintomi e disagi, Maria Montessori sembra dirci che la norma dovrebbe essere la non norma, cioè la specificità di ognuno, la cura e il mantenimento dell’autenticità e della scoperta, l“aiutami a fare da solo” del bambino che esplora, conosce e apprende il mondo dal mondo, sperimentando il sé in azione, nel confine contatto tra l’organismo e l’ambiente.

Invece, nell’accezione comune, la norma coincide con il significato etimologico della parola, nel suo significato di squadra che misura gli angoli retti e tutto ciò che è fuori, ne è una deviazione, un’uscita dalla regola, dalla misura ideale uguale per tutti, come espresso bene nel mito del letto di Procuste. http://www.fondazionepsicologi.it/wp-content/uploads/2018/10/Il-letto-di-Procuste.pdf

Questo per noi non è uno sfondo accettabile, in quanto non siamo interessati a “normalizzare”  (..) https://figuremergenti.it/tag/numero-3-far-finta-di-essere-sani/

Ma sempre nell’etimologia della parola, si nasconde un altro possibile significato. Secondo un altro autore (http://www.etimo.it/?term=norma) la parola norma sarebbe la contrazione di gnòr’ma, cosa per far conoscere, che attiene alla stessa radice latina di noscere, conoscere, far conoscere. Da cui gnòma, strumento degli agrimensori, i misuratori della terra, che scoprivano terre nuove e ne segnavano i confini e quando erano inesplorate avvisavano i viaggiatori scrivendo, “hic sunt dracones”, o “hic sunt leones”. L’esplorazione, il noscere, il conoscere è affrontare draghi e leoni, la paura del vuoto e dell’ignoto, è fare esperienza di poter uscire dai confini per scoprire nuove possibilità e usare i limiti come strumenti di conoscenza.

In questo senso la proposta dell’esperienza LimEs ha voluto dire esplorare terre nuove, vedere quali draghi o leoni potevano arrivare all’orizzonte attuandola per la prima volta in un nostro convegno.

Nel PHG, edizione 1995, parlando del pensiero di Goodman, Michael Vincent Millerne nella prefazione fatta con Isadore Fromm, enuncia: La crescita deriva dal metabolizzare l’ignoto, che viene assunto dall’ambiente, e dal renderlo conosciuto, così da trasformarlo in un aspetto del sé. E poi ancora più avanti commenta la frase del poeta Wallace Stevens, “Tutto perviene a lui/Dal centro del suo podere” dicendo: Ma, nel complesso, si cresce quando si va al di là del recinto e del perimetro, là dove ciò che si possiede perde importanza e si fa più vicina la regione selvaggia del contatto umano.

La struttura dell’esperienza si è appoggiata sull’uscita dai recinti del solito e dell’usuale, per poter vivere questo contatto anche con l’esplorazione sensoriale contemporanea e auto regolata, in piccoli gruppi, potendo scegliere se muoversi verso gli stimoli o meno, attraverso lo spostamento fisico nello spazio e l’attivazione dei sensi e del piacere di esplorare combinazioni di forme, materiali, colori, corpo e attenzione.

La realizzazione dell’idea è stata possibile grazie al gruppo organizzatore del convegno e a tutto lo staff che ha accolto e sostenuto la sperimentazione, come figura emergente evidentemente appartenente ed espressione del campo della nostra scuola, di questo momento.

Un ringraziamento particolare voglio farlo a Giulia Iseppi, per la generosità con cui ha accettato di sostenermi, nonostante la richiesta dell’ultimo minuto e al buio. Abbiamo felicemente unito due sconsideratezze, visto che a sua volta ha aggiunto alla complessità dell’arte visuale e plastica messa in campo da me, la sua specificità poetico narrativa e teatrale. Ma ci siamo state reciprocamente, abbiamo esplicitato dubbi e sensazioni, dando alla nostra ridon-danza una direzione fertile, di arricchimento reciproco. Abbiamo quindi modificato in corso d’opera la struttura originale, integrando l’idea della pesca di una parola sincronica, da parte di ogni partecipante, parole da cucire poi tutte insieme e usare nel gran finale, come opera poetica collettiva, letta da lei in modo profondo e toccante (link al testo).

Il confine tra noi è stato fluttuante e mobile, sempre esplorato per non lasciare “terre di nessuno”, luoghi di possibili equivoci e incomprensioni. Il sostegno trovo sia stato reciproco. Oltre all’aiuto   pratico ho sentito la sua energia, il suo piacere di esserci e questo ha dato forza al mio, di piacere. Credo che la disponibilità a sostenere da parte di Giulia, l’abbia autorizzata ad una presenza attiva, in cui prendersi uno spazio di sperimentazione personale che apprezzo, in quanto non è scontato possa sempre succedere. Sarà lei a dire di più o contraddire, eventualmente, parlando se lo vorrà in prima persona. E in questo, voglio ripetere ancora quanto riportato sopra di Millerne: “nel complesso, si cresce quando si va al di là del recinto e del perimetro, là dove ciò che si possiede perde importanza e si fa più vicina la regione selvaggia del contatto umano…” perché lo sento uno dei punti di forza del modello della nostra scuola, che incoraggia il mettersi in gioco e prendersi lo spazio per crescere, attraverso la co-costruzione, l’impegno e l’appartenenza.

Sono grata per la bella energia al gruppo di tirocinanti della psicoterapia, a Ermana, Alfredo, Rebecca ed Elisa che, al di là di tutto e coinvolti all’ultimo anche loro, hanno voluto esserci, hanno aiutato nell’allestimento, rimanendo a disposizione durante la giornata.

Inoltre, arrivare a presentare l’esperienza, prepararla, curare lo sfondo attraverso lo scambio in staff e la divulgazione di una breve presentazione, sono già tutti passi e primi risultati in sé, in quanto non è scontato passare da idee folli alla loro messa in pratica. Mentre scrivevo queste note, a convegno ancora aperto, nessuno di noi del comitato organizzativo sapeva come sarebbe andata a finire, ma sapevamo che in ogni caso era un successo il fare stesso, lo sperimentare, al di là del risultato. Cosa ci poteva succedere di terribile? Se nessuno avesse risposto alle nostre sollecitazioni e proposte, avremmo accolto il feed back, avremmo analizzato il dato e questo ci avrebbe comunque portato avanti.

Insomma, siamo arrivate/i a proporre qualcosa alla quale abbiamo dato valore insieme, lavorando tra margini e confini tra noi, nel preparare l’esperienza che è poi continuata per tutta la durata del convegno.

Per me e stato utilissimo per svuotare e riordinare il mio laboratorio, trasferito quasi per intero nella sala convegni e c’è quasi voluto un tir. A parte lo svelamento della mia natura di accumulatrice seriale, mascherata da arteterapeuta, l’abbondanza del materiale, la sua particolarità di non essere usuale, hanno contato molto, per aprire la percezione a più stimoli possibile… A disposizione, oltre ai colori, sabbia, ghiaia, farina, carte Paesine, un mazzo di tarocchi, bottoni, sali colorati, fiori secchi, gusci d’uovo, d’avocado, bucce d’ arancia, scatole di vario tipo, cartoni, pistole di colla a caldo e diverse colle, carte di tutti i generi e molto altro. Questo per favorire un approccio materico e sensoriale, e poter stare in un continuo passaggio tra stati di coscienza alimentati da diversi canali sensoriali. Mentre tocco la farina si attivano delle parti in me, delle memorie, delle emozioni, che non sono le stesse di quando tocco la sabbia. E mentre i miei recettori sensoriali processano questo, passare all’esperienza di sentire cosa avviene in sala, ascoltare i relatori e, magari per qualche attimo, allargare il mio campo di attenzione contemporaneamente. Mi posso diver-tire, nel senso di diver-gere, cambiare strada, biforcare, alternare movimenti e schemi, così da sottrarmi dal pantano della stasi e dell’abitudine….

Nel post convegno rimangono tante terre da esplorare e frutti da riconosce o conoscere per la prima volta, tanti altri aspetti da descrivere, riflessioni da svolgere, se interessa, finestre di curiosità che possono essere aperte. Questo scritto potrà essere ampliato e raccogliere maggiore complessità, elementi e feed back di chi ha partecipato all’esperienza.

Come preannunciato, dopo la bibliografia allego lo scritto descrittivo preliminare, di stimolo e sfondo al lavoro.

Un grazie particolare a Fontana e a Burri, di cui parlo al suo interno, da me coinvolti in virtù del coraggio mostrato uscendo da recinti e dai letti di Procuste del senso comune del loro tempo, chi tagliando tele per vedere oltre, chi usando sacchi di iuta per dipingere nel campo di prigionia ed evadere attraverso l’espressione e il potere di creare, nonostante tutto.

BIBLIOGRAFIA
  • Il gioco che guarisce. La psicoterapia della Gestalt con bambini e adolescenti,di Violet Oaklander, Edizioni Pina Catania 2009
  • Il tesoro nascosto. Alla ricerca del sé del bambino. La psicoterapia della Gestalt per bambini e adolescenti, di Violet Oaklander, ed Homo Scrivens, 25 febbraio 2021
  • Il metodo Oaklander. La psicoterapia della Gestalt attraverso il gioco, di Peter Mortola ed Franco Angeli 23 febbraio 2022
  • Teoria e pratica della terapia della Gestalt, vitalità e crescita nella personalità umana, F. Perls,R.F. Hefferline, P. Goodman ed Astrolabio Ubaldini 1995
  • Il metodo della Globalità dei linguaggi, Stefania Guerra Lisi, 1988 Borla
  • Il metodo Montessori oggi. Riflessioni e percorsi per la didattica e l’educazione. Sonia Coluccelli e Silvia Pierantonio, Edizioni Erickson pag 89 (cap 5) La normalizzazione secondo Maria Montessori, dott.ssa Donatella Pecori.
SITOGRAFIA

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