INTRODUZIONE
Questo contributo nasce dalla relazione presentata al convegno della Scuola Gestalt di Torino (16-18 maggio 2025) dal titolo *Autoregolazione senza sforzo*.
L’articolo propone una riflessione sul concetto gestaltico di autoregolazione organismica mettendolo in dialogo con tre dimensioni fondamentali dell’esperienza umana: aggressività, sessualità e potere. A partire dall’osservazione clinica di fenomeni quali la dipendenza affettiva, le relazioni maltrattanti, la sindrome di Stoccolma e la sindrome di Hybris, si esplora il modo in cui le dinamiche di potere attraversano le relazioni intime, i gruppi e i sistemi sociali, influenzando i processi di contatto e di crescita.
L’ipotesi che guiderà questo lavoro è che l’autoregolazione organismica non sia influenzata soltanto dai bisogni individuali, ma anche dalle modalità con cui aggressività, sessualità e potere si organizzano all’interno del campo relazionale all’interno di una cultura – patriarcale – che lo influenza. Quando tali dinamiche si irrigidiscono in forme di dominazione, l’autoregolazione assume configurazioni nevrotiche; quando invece trovano espressioni più reciproche e creative, possono sostenere processi di sviluppo individuale e collettivo.
AUTOREGOLAZIONE ORGANISMICA: UNA PROSPETTIVA DI CAMPO
Nella psicoterapia della Gestalt, l’autoregolazione organismica è la capacità del sistema organismo-ambiente di organizzare spontaneamente l’esperienza in funzione dei bisogni emergenti (Perls. Hefferline, Goodman, 1951, che ora chiamerò PHG). Attraverso il processo di formazione della figura, il contatto e il suo completamento, l’organismo tende a mantenere una continuità vitale e un equilibrio dinamico.
L’autoregolazione non è una strategia deliberata né una competenza appresa. Si tratta di un processo corporeo, prereflessivo e situato, che si modifica costantemente nel rapporto con l’ambiente. Per questo motivo non appartiene esclusivamente all’individuo, ma al campo relazionale nel quale l’esperienza prende forma.
In questa prospettiva, la salute non viene definita in termini di comportamenti corretti o emozioni appropriate, bensì in termini di processo. Ciò che interessa clinicamente non è tanto ciò che una persona desidera o fa, quanto il modo in cui le persone coinvolte organizzano l’esperienza: come riconoscono un bisogno, come entrano in contatto con esso, cosa ne fanno e come lo integrano.
Anche comportamenti apparentemente autodistruttivi possono essere compresi come tentativi di regolazione. Essi rappresentano spesso tentativi creativi di autoregolazione attraverso cui l’organismo cerca di mantenere la continuità dell’esperienza, dando una forma possibile a bisogni non ancora pienamente riconosciuti o modulando livelli di eccitazione percepiti come insostenibili.
Comprenderne la funzione regolativa non significa tuttavia considerarli espressioni di salute. Quando una modalità di regolazione diventa rigida, ripetitiva, costrittiva o lesiva della vitalità della persona, essa segnala un impoverimento del processo di contatto, sostenuta dall’intero campo relazionale.
Ne consegue una specifica posizione clinica: l’autoregolazione non viene insegnata né corretta dall’esterno. Il lavoro terapeutico consiste piuttosto nel creare le condizioni affinché essa possa ritrovare spontaneità, flessibilità e creatività (Perls, 1949).
A partire da questa prospettiva, vorrei esplorare il ruolo che aggressività, sessualità e potere svolgono nell’organizzazione dell’esperienza umana.
AGGRESSIVITÀ E SESSUALITÀ COME FUNZIONI DEL CONTATTO
Riprendendo gli studi di Perls, aggressività e sessualità possono essere considerate due espressioni fondamentali dell’energia vitale che organizza il rapporto tra organismo e ambiente (1949).
Pur criticando il primato della libido nella teoria freudiana, Perls riconosce nella sessualità e nell’aggressività due forze complementari e necessarie alla vita.
Descriviamo brevemente la loro funzione in quanto sono alla base dei processi di autoregolazione, rimandando l’approfondimento ad altre fonti (si veda Pizzimenti, 2015; Pizzimenti, Bellini, 2022; Bellini, 2025).
Mentre l’aggressività permette all’organismo di distinguersi dall’ambiente, la sessualità rende possibile il movimento opposto della connessione. L’una separa e definisce; l’altra unisce e integra. La vita relazionale si organizza nel dialogo continuo tra queste due polarità.
L’aggressività non coincide con la violenza. Essa rappresenta la capacità di discriminare, scegliere, trasformare e affermare il proprio confine. Ogni volta che soddisfiamo un bisogno, prendiamo una decisione, diciamo “no” o ci differenziamo dall’altro, stiamo esercitando una forma di aggressività.
La sessualità, da parte sua, non si riduce alla genitalità. Essa costituisce una forza di connessione, creatività e apertura al contatto. Attraverso il desiderio, il piacere e il coinvolgimento corporeo, la sessualità contribuisce ad aprire i confini e a favorire l’esperienza dell’incontro e dell’interconnessione.
Dal punto di vista della sessualità genitale, l’orgasmo può essere inteso come un’esperienza relazionale e psicologica nella quale i confini del sé si ritirano sullo sfondo dell’esperienza e le persone vivono un senso di profonda connessione, sentendosi parte di qualcosa di più grande. In questo momento, le differenze che hanno reso possibile l’incontro non scompaiono, ma cessano temporaneamente di occupare il centro della consapevolezza. I confini continuano a esistere, senza essere vissuti come separazione.
Se consideriamo l’esperienza maschile vediamo che orgasmo ed eiaculazione non sono fenomeni sovrapponibili. La scarica genitale associata all’eiaculazione non coincide necessariamente con un’esperienza di incontro e scambio sul confine di contatto, poiché le persone possono continuare a percepirsi come separate nelle rispettive individualità.
Quando i confini si ritirano sullo sfondo e prevale l’esperienza di connessione, la terapia della Gestalt parla di esperienza del Sé: un momento in cui organismo e ambiente si incontrano pienamente nel processo di contatto e l’esperienza di appartenenza prevale temporaneamente sull’esperienza della separazione.
LA COPPIA COME LABORATORIO DELL’AUTOREGOLAZIONE
Le relazioni amorose costituiscono uno dei luoghi privilegiati per osservare l’autoregolazione del campo.
Nelle fasi iniziali della relazione prevalgono spesso le caratteristiche proprie della sessualità: attrazione, vicinanza, piacere, curiosità e creatività. Successivamente emergono le differenze tra i/le partner e con esse la necessità di ridefinire i confini della relazione.
È qui che compare l’aggressività nelle sue molteplici forme: conflitto, disaccordo, frustrazione, rabbia, presa di distanza, negoziazione. Questi momenti non rappresentano necessariamente un fallimento della relazione; possono costituire occasioni preziose di crescita, consentendo alle persone di riconoscersi reciprocamente nella propria alterità.
La maturazione di una relazione richiede infatti la capacità di attraversare sia i momenti di connessione sia quelli di differenziazione. In alcuni casi questo processo conduce a una rinnovata scelta reciproca; in altri, alla separazione. Entrambe le possibilità possono rappresentare esiti coerenti dell’autoregolazione del campo.
QUANDO IL PROCESSO SI IRRIGIDISCE
L’autoregolazione non viene mai completamente interrotta. Anche quando il contatto incontra ostacoli, l’organismo continua a cercare forme di adattamento. Ciò che può andare perduto è la spontaneità del processo.
Quando l’eccitazione non trova sostegno, essa può trasformarsi in ansia. In tali condizioni la persona tende a ricorrere a modalità di contatto rigide e ripetitive che riducono la tensione nel breve periodo, ma limitano la possibilità di esperienze nuove.
In questa prospettiva, la cosiddetta autoregolazione nevrotica può essere intesa come una forma di autoregolazione che ha perso flessibilità pur continuando a perseguire finalità adattive.
Le interruzioni di contatto descritte dalla Gestalt — introiezione, proiezione, retroflessione, confluenza, deflessione ed egotismo — possono essere comprese come modalità attraverso cui l’organismo tenta di mantenere un equilibrio quando il contatto pieno viene percepito come troppo rischioso.
A questo proposito, Salonia distingue tra fitness e fullness. La fitness riguarda l’adeguatezza dell’organismo al proprio ambiente, quanto la scelta corrisponde a ciò che davvero sento di voler fare; la fullness si riferisce invece alla qualità vissuta dell’esperienza. È possibile trovarsi nella relazione giusta o nel ruolo professionale più adatto senza sperimentare un autentico senso di pienezza (Salonia, 2008).
Questa distinzione introduce una questione centrale per il presente lavoro: che cosa impedisce alle coppie non soltanto di vivere determinate esperienze, ma di viverle pienamente?
POTERE E AUTOREGOLAZIONE
Per affrontare questa domanda è necessario introdurre il tema del potere.
Con il termine potere non intendiamo esclusivamente il dominio o la coercizione. Il potere può essere definito come la capacità di influenzare il campo relazionale e di esserne influenzati. In questo senso esso non rappresenta un fenomeno accessorio rispetto alle relazioni umane, ma una loro dimensione costitutiva (Bellini, Magarelli, 2025).
Le riflessioni di Sartre risultano particolarmente utili a questo proposito. Attraverso l’esperienza dello sguardo dell’altra persona, l’essere umano scopre di non essere soltanto soggetto della propria esperienza, ma anche oggetto della percezione altrui. Questa scoperta introduce inevitabilmente una tensione tra libertà differenti.
Ogni relazione implica dunque una reciproca influenza. Ciascun soggetto cerca di affermare il proprio punto di vista, i propri bisogni e la propria libertà, mentre l’altra persona fa lo stesso. Da questa tensione emerge il potere come dimensione inevitabile dell’incontro umano.
Da una prospettiva gestaltica, molte forme di autoregolazione nevrotica possono essere comprese come il risultato di conflitti di potere che non hanno trovato una soluzione soddisfacente. Pensiamo alla persona bambina che rinuncia ad esprimere la propria rabbia per preservare il legame con le figure di accudimento: la rinuncia al proprio movimento spontaneo garantisce la sopravvivenza della relazione, ma produce una perdita di libertà e creatività.
AUTOREGOLAZIONE NEVROTICA, POTERE E RELAZIONI ASIMMETRICHE
Se il potere costituisce una dimensione inevitabile di ogni relazione, occorre allora interrogarsi sul rapporto tra potere e autoregolazione.
Nella prospettiva gestaltica, come abbiamo detto, l’autoregolazione nevrotica non viene considerata un errore o una patologia in senso stretto, ma una soluzione creativa sviluppata dall’organismo per affrontare una situazione percepita come problematica.
Da questo punto di vista, le configurazioni relazionali caratterizzate da forti asimmetrie di potere possono essere comprese come tentativi di soluzione che, nel tempo, tendono a irrigidirsi e a riprodursi
Fenomeni come la dipendenza affettiva, le relazioni maltrattanti, la sindrome di Stoccolma o la sindrome di Hybris possono essere letti come forme particolarmente stabili di organizzazione dell’esperienza, nelle quali il bisogno di appartenenza, riconoscimento, sicurezza o autorealizzazione si intreccia con dinamiche di dominio e sottomissione.
Comprendere la funzione regolativa di tali configurazioni non significa legittimarle né minimizzarne la sofferenza. Significa piuttosto interrogarsi sul motivo per cui esse persistano e continuino ad esercitare una forte attrazione sulle persone coinvolte.
La dipendenza affettiva offre un esempio particolarmente significativo. Restando all’interno degli stereotipi di genere soltanto per semplicità espositiva, una donna che fatica a riconoscere il proprio valore potrebbe sentirsi attratta da uomini percepiti come forti, sicuri o autorevoli. Parallelamente, un uomo che fatica a sentirsi amabile potrebbe ricercare relazioni nelle quali ricevere conferme costanti della propria importanza.
In questi casi la relazione non si struttura soltanto attorno a bisogni infantili irrisolti, ma anche attorno a possibilità di sviluppo ancora inesplorate, il now for next (Spagnuolo Lobb, 2011). Ciò che attrae non è soltanto ciò che manca, ma anche ciò che potrebbe essere appreso.
L’amore dell’altra persona può così diventare il luogo in cui imparare a riconoscere il proprio valore; la stima della persona partner può diventare il luogo in cui imparare a sentirsi accettati nei propri limiti e nella propria vulnerabilità.
In questa prospettiva, la ripetizione nevrotica può essere compresa come il tentativo persistente dell’organismo di completare configurazioni relazionali rimaste aperte e di realizzare possibilità evolutive che non hanno ancora trovato una forma soddisfacente.
Tuttavia, quando la disparità di potere si cronicizza, il processo di crescita si blocca e la relazione tende a trasformarsi in una struttura rigida, nella quale uno dei due poli si sviluppa a scapito dell’altro.
L’ipotesi che sviluppo in questo contributo è che uno dei fattori che impedisce le coppie (o i gruppi) di sviluppare un senso di maggiore pienezza e soddisfazione è il blocco su dinamiche di potere che non riescono ad evolvere e ad essere trasformate per adattarsi alle possibilità di crescita degli esseri umani coinvolti.
DALLA CLINICA ALLA SOCIETÀ
Le dinamiche osservabili nelle relazioni individuali non emergono nel vuoto. Esse prendono forma all’interno di contesti culturali, sociali e storici che ne favoriscono alcune espressioni e ne scoraggiano altre.
Per questo motivo, una riflessione sull’autoregolazione non può limitarsi alla dimensione individuale, ma deve necessariamente interrogare il campo sociale nel quale gli individui vivono.
Nell’ipotesi che sto argomentando, le forme di autoregolazione osservabili nelle relazioni intime sono influenzate da dinamiche di potere e in particolare dalle modalità con cui il potere viene organizzato a livello collettivo.
In questo senso, il patriarcato può essere inteso non semplicemente come un sistema di rapporti tra uomini e donne, ma come una specifica modalità di organizzazione del potere.
Ciò che caratterizza il paradigma patriarcale non è soltanto il privilegio storicamente attribuito agli uomini, ma una più generale valorizzazione della gerarchia, della competizione, della dominanza e dell’affermazione individuale.
All’interno di questo modello, il valore delle persone tende a essere definito attraverso categorie quali forza, successo, prestigio, controllo e superiorità.
Il problema non riguarda quindi soltanto le differenze di genere, ma il modo stesso in cui il potere viene pensato e distribuito.
Quando la relazione è organizzata secondo una logica gerarchica, uno dei poli tende inevitabilmente ad assumere maggiore rilevanza dell’altro. In queste condizioni, l’autoregolazione organismica incontra maggiori difficoltà, poiché il pieno sviluppo di una persona rischia di avvenire a discapito dello sviluppo dell’altra.
Non si tratta di affermare che ogni società patriarcale produca inevitabilmente autoregolazioni nevrotiche, bensì che sistemi sociali fondati su forti asimmetrie di potere tendano a favorire configurazioni relazionali più rigide e meno reciproche.
La lotta di potere che osserviamo nelle coppie, nei gruppi e nelle organizzazioni può essere letta come l’espressione microscopica di processi culturali più ampi.
Quando una coppia rimane intrappolata per anni nel tentativo di prevalere reciprocamente, essa non sta semplicemente vivendo un problema privato. Sta anche riproducendo modelli relazionali profondamente radicati nella cultura di appartenenza.
FORZA, AMORE E OGGETTIVAZIONE
La riflessione di Simone Weil offre una prospettiva particolarmente preziosa per comprendere queste dinamiche.
Nel suo celebre saggio sull’Iliade, Weil descrive la forza come ciò che trasforma l’essere umano in cosa. La forza non agisce soltanto attraverso la distruzione fisica, ma anche attraverso processi più sottili di oggettivazione (1941).
Chi esercita la forza e chi la subisce risultano entrambi imprigionati nella medesima logica.
La vittima perde progressivamente la possibilità di esprimere la propria soggettività. Ma anche chi domina rischia di perdere il contatto con la vulnerabilità, la reciprocità e la complessità dell’esperienza umana.
Da questa prospettiva, vincitori e vinti sono accomunati da una medesima perdita: la riduzione della ricchezza dell’esperienza a rapporti di controllo e sottomissione.
Questa osservazione permette di rileggere in modo nuovo molte forme contemporanee di sofferenza relazionale.
Da questa prospettiva, la dipendenza affettiva, la sindrome di Stoccolma e la sindrome di Hybris possono essere comprese non come fenomeni psicologici separati, ma come esiti diversi dell’irrigidimento dell’autoregolazione organismica attorno a configurazioni asimmetriche di potere.
Nella dipendenza affettiva il potere di definire il proprio valore e la propria sicurezza relazionale viene progressivamente delegato all’altra persona, con una riduzione dell’autonomia e dell’auto-sostegno in funzione della conservazione del legame.
Nella sindrome di Stoccolma, in condizioni di forte asimmetria e possibile coercizione, la persona subordinata può organizzare la propria esperienza attraverso l’identificazione con chi esercita il potere, come tentativo estremo di ridurre l’angoscia e mantenere una forma di sicurezza relazionale, con il rischio di una progressiva riduzione della lucidità critica e della capacità di distinguere tra tutela di sé e adattamento al dominio.
Nella sindrome di Hybris, tipica di alcune posizioni di leadership o di forte responsabilità organizzativa, il processo si concentra invece sul polo dominante: il soggetto tende a identificare il proprio punto di vista con la realtà stessa, riducendo la capacità di ascolto del feedback, la tolleranza al dissenso e la funzione di verifica offerta dal campo relazionale.
In tutti i casi il potere perde la sua natura circolante e relazionale e si cristallizza in forme di delega, identificazione o sovrapposizione tra sé e realtà, con una progressiva riduzione di reciprocità, flessibilità e possibilità di crescita condivisa.
EROS E DOMINIO
A queste configurazioni può essere utile aggiungere un’ulteriore considerazione: il dominio non rappresenta soltanto una struttura che produce sofferenza o limitazione della libertà, ma può esercitare anche una forte attrazione psicologica ed erotica. Il potere non agisce esclusivamente attraverso la coercizione; esso può organizzare il desiderio, l’eccitazione e il senso di identità delle persone coinvolte.
In alcune configurazioni relazionali, la superiorità, l’autorevolezza, la capacità di guidare o di prevalere possono assumere una funzione eroticamente organizzante. Parallelamente, la possibilità di affidarsi, lasciarsi condurre o rinunciare temporaneamente a quote di responsabilità può offrire esperienze di sicurezza, orientamento o intensificazione emotiva. In questi casi, la gerarchia non viene vissuta soltanto come imposizione esterna, ma anche come modalità regolativa capace di ridurre l’incertezza, strutturare il campo relazionale e sostenere il senso di appartenenza.
Da una prospettiva gestaltica, ciò non implica considerare patologica ogni asimmetria né negare la possibilità che alcune differenze di ruolo, competenza o iniziativa possano essere vissute in modo consensuale, creativo e reciprocamente nutriente. La questione clinicamente rilevante riguarda piuttosto il grado di mobilità del processo: se le posizioni di potere restano flessibili e trasformabili, oppure se tendono a irrigidirsi in identità stabili che limitano la libertà, la reciprocità e le possibilità evolutive delle persone coinvolte.
In questa prospettiva, il problema non coincide con l’esistenza del potere o della differenza, ma con la perdita della loro dinamica relazionale. Quando il dominio diventa l’unica modalità possibile di organizzazione dell’incontro, il campo relazionale si impoverisce progressivamente e l’autoregolazione perde creatività.
VERSO UN’ALTRA IDEA DI POTERE
Se il problema non è il potere in sé, ma la sua cristallizzazione in forme di dominazione, allora la questione diventa immaginare modalità differenti di esercitarlo.
In questo senso, il concetto di potere necessita di essere ripensato.
Per lungo tempo il potere è stato associato prevalentemente alla capacità di imporsi, controllare, prevalere e vincere. Questa concezione si fonda sull’idea che il potere sia una risorsa limitata, che può essere posseduta da alcuni soltanto a scapito di altri.
Esistono tuttavia forme differenti di potere.
Un insegnante può esercitare potere facilitando l’apprendimento anziché imponendo obbedienza.
Una persona terapeuta può esercitare potere creando le condizioni per l’autonomia del paziente anziché promuovendo dipendenza.
Una persona leader può esercitare potere coordinando risorse e competenze senza accentrare il controllo.
In tutti questi casi il potere non scompare. Cambia forma.
Per descrivere questa trasformazione abbiamo utilizzato altrove il termine “matriarcale” (Montella, 2025). Con esso non intendiamo un ribaltamento dei ruoli di genere né una sostituzione del dominio maschile con quello femminile.
Utilizziamo questo termine in senso simbolico per indicare una modalità di organizzazione della convivenza fondata sulla partecipazione, sulla cooperazione, sul riconoscimento reciproco e sulla valorizzazione delle differenze.
Una tale prospettiva non elimina il conflitto, l’aggressività o le differenze. Al contrario, ne riconosce il valore all’interno del processo relazionale.
L’obiettivo non è costruire relazioni prive di tensioni, ma creare contesti nei quali le differenze possano incontrarsi senza trasformarsi in rapporti di dominazione.
CONCLUSIONI
L’autoregolazione organismica non può essere compresa esclusivamente come un fenomeno individuale. Essa emerge all’interno di campi relazionali attraversati da bisogni, desideri, conflitti, differenze e rapporti di potere.
Aggressività, sessualità e potere non rappresentano ostacoli all’autoregolazione, ma dimensioni fondamentali del suo funzionamento.
L’aggressività rende possibile la differenziazione e l’affermazione dei confini. La sessualità favorisce la connessione, la creatività e l’incontro. Il potere emerge inevitabilmente dalla reciproca influenza che caratterizza ogni relazione umana.
Le difficoltà sorgono quando queste dimensioni perdono flessibilità e si cristallizzano in forme di dominio, controllo e sottomissione.
Da una prospettiva gestaltica, i sintomi individuali e le sofferenze relazionali possono essere compresi come tentativi dell’organismo di trovare nuove possibilità di equilibrio e sviluppo. Anche le configurazioni più rigide conservano, al loro interno, un’intenzionalità di crescita.
Il compito della psicoterapia non consiste allora nel correggere tali processi dall’esterno, ma nel creare le condizioni affinché possano evolvere verso forme più ampie, creative e integrate di contatto.
Analogamente, il compito delle comunità e delle istituzioni potrebbe essere quello di favorire modalità di organizzazione del potere che sostengano la crescita reciproca anziché la dominazione.
L’ipotesi sviluppata in questo contributo è che molte difficoltà relazionali non derivino semplicemente da bisogni individuali irrisolti, ma dall’incapacità dei sistemi relazionali di trasformare nel tempo le proprie configurazioni di potere. Le coppie, i gruppi e le organizzazioni soffrono non tanto perché esistono differenze di forza, competenza, desiderio o influenza, quanto perché tali differenze tendono a irrigidirsi in ruoli stabili di dominazione e dipendenza. Quando il potere perde la sua mobilità e diventa identità, l’autoregolazione si impoverisce e la crescita reciproca si arresta.
Se l’autoregolazione organismica rappresenta la fiducia nella capacità del campo di generare forme sempre nuove di equilibrio, allora la sfida contemporanea non consiste nell’eliminare il potere, l’aggressività o il conflitto, ma nel creare condizioni relazionali in cui queste dimensioni possano rimanere dinamiche, reciproche e trasformative. In questa prospettiva, la maturità di una relazione, di un gruppo o di una società non si misura dall’assenza di tensioni, bensì dalla capacità di attraversarle senza trasformarle in rapporti di dominazione, mantenendo aperta la possibilità dell’incontro, della differenziazione e della crescita condivisa.
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