Abstract
In questa recensione sottolineo la funzione di memoria aggiuntiva al web proposta dall’autore, in quanto i contenuti del web sembrano a volte incancellabili e contemporaneamente sta emergendo anche la tendenza opposta, di essere estremamente labili ed evaporabili. Il tema di un modello di governo attuato tramite paura o peggio terrore, evidenzia la necessità di manipolare fatti e informazioni per riuscire nello scopo. La memoria di fonti documentate e verificate ne può forse essere antidoto.
Giorgio Bianchi, Governare con il Terrore: propaganda e potere nell’epoca dell’informazione globalizzata. Meltemi 2022

Sono il ministro della Paura e, come ben sapete, senza la paura non si vive! Una società senza paura è come una casa senza fondamenta: per questo io ci sarò sempre nel mio ufficio bianco, con la mia scrivania bianca di fronte al mio poster bianco… Aah che paura! Ci sarò sempre con i miei attrezzi del lavoro, la mia pulsantiera, pulsante giallo, pulsante arancione, pulsante rosso rispettivamente poca paura, abbastanza paura, paurissima. E seguendo correttamente questo stato d’animo io aiuto il mondo a mantenere ordine.
Antonio Albanese
Ognuno di noi abita simultaneamente due mondi molto diversi: il mondo reale e il mondo narrativo. Il vero mondo fisico della materia, degli atomi e delle molecole e delle stelle e dei pianeti e degli animali che vagano cercando di mordersi e accoppiarsi tra loro spesso ha ben poco a che fare con il mondo narrativo, fatto di storie e chiacchiere mentali. Le persone potenti hanno capito da tempo che se controlli le storie che le persone raccontano su sé stesse, puoi controllare le loro risorse e la loro realtà. Dai preti ai politici, dagli amministratori delegati agli architetti della guerra, tutti hanno compreso profondamente l’importanza di mantenere il controllo della narrazione.
Caitlin Johnstone
Con questi due incipit iniziano sia Governare con il terrore, sia la mia recensione.
Come in una Gestalt già in sé completa, l’inizio contiene già la trama e la fine.
La citazione di Antonio Albanese tratteggia, tramite la satira, una descrizione magistrale dell’esperienza di controllo sociale mediante la paura, nella quale tutti possiamo riconoscerci. La seconda parla del controllo da parte delle storie, molto spesso utilizzate come si fa con i bambini, ma per fini che possono essere contrari alla nostra crescita di adulti consapevoli.
Chi controlla la paura, i desideri o le aspettative, orienta il pensiero e le azioni della gente.
Paura e desiderio, una leva dolore/piacere che motiva e anima azioni, consapevolmente o inconsapevolmente, al fine di un qualsiasi obiettivo personale o di marketing.
Questo è uno dei fili intrecciati nel testo, che appare come arazzo-labirinto di informazioni. La parte iniziale descrive i tipi di governo che si sono manifestati nel recente passato, a partire dalle analisi che ne fa Hobbes, in particolare nel suo scritto Il Leviatano, per arrivare ai giorni nostri, passando dagli studi psicologia della persuasione effettuati dal nipote di Freud, Edward Barnays (1).
L’autore di questo testo è Giorgio Bianchi, fotoreporter e giornalista indipendente, si è spesso occupato di zone di guerra, dal 2014 è stato testimone a Odessa della vicenda di piazza Maidan ed è stato più volte nel Dombass. Il suo sguardo ha portato elementi diversi e critici rispetto a quanto raccontato da televisione e giornali in Italia e nel circuito informativo occidentale, dopo l’intervento russo in Ucraina. Ha documentato la sua esperienza in quelle (e altre) aree di conflitto, realizzando importanti interviste, documentari, (di cui uno girato contemporaneamente con l’esercito Ucraino e con le milizie popolari del Dombass e l’esercito regolare russo) e un reportage fotografico intitolato Dombass Storie’s.
Questo imponente libro di 832 pagine che ho scelto di recensire in relazione al tema della paura e degli sfondi sociali per questo numero della rivista, fa un’operazione diversa. Non è un reportage sul campo, è piuttosto un’operazione di custodia della memoria. Il libro infatti è una raccolta di dieci anni di articoli, ricerche, saggi, notizie, indagini, depositate sul sito Facebook dell’autore. La maestria che riconosco a Bianchi, è quella di essere riuscito a creare un ordine tra tanta documentazione, seguendo un filo tra i materiali, interpuntato da sue brevi riflessioni e analisi, ma ritagliandosi principalmente la funzione di connettore tra tutti i diversi contributi. Questa funzione è a sostegno della missione stessa del libro, che cito dal testo:
Attraverso le piattaforme di messaggistica o nelle aree commenti sotto i post, ricevo quotidianamente un gran numero di link e informazioni. Nella maggior parte dei casi si tratta di notizie approssimative, talvolta destituite di qualsiasi fondamento. (…) Quando leggo che c’è una notifica proveniente da certi contatti, so già che il contenuto sarà assolutamente degno di attenzione e funzionale al ragionamento che si sta portando avanti in quel momento. Grazie a questo processo di selezione e condivisione del materiale, il mio account Facebook è divenuto nel tempo una sorta di repository contenente le informazioni, le riflessioni e le analisi prodotte da quella che a questo punto potremmo definire una vera e propria “Intelligenza“, “Intelligenza Naturale”. Un patrimonio di inestimabile valore che da un momento all’altro potrebbe essere cancellato con un clic. Di qui la necessità di mettere tutto su carta, per evitare che un giorno Facebook, o chi per lui, possa spazzare via questo meraviglioso mandala fatto di informazioni e riflessioni e vanificare quindi tutto il lavoro svolto per realizzarlo. Se utilizzati con intelligenza e spirito collaborativo, senza altro scopo se non quello di diffondere la conoscenza e di ampliare i punti di vista sulla realtà, i social potrebbero essere uno straordinario strumento per mettere in contatto competenze tra loro complementari. Capisco che dopo aver letto pagine e pagine di condanna nei loro confronti, queste parole possano suonare quantomeno contraddittorie.
Le reti social come abbiamo visto nascono per scopi militari. (…) Ma in fin dei conti nessuno strumento è intrinsecamente negativo, tutto dipende dall’utilizzo che se ne fa. Pertanto, in attesa che si possa giungere a un livello di coscienza tale da riuscire a neutralizzare una volta per tutte la minaccia che si cela dietro le piattaforme social e più in generale dietro il processo di digitalizzazione, occorre sfruttarne gli aspetti positivi per diffondere consapevolezza (…). (Capitolo dieci)
A suffragio della necessità individuata da Bianchi, mi sono accorta che non è l’unico a fare un’operazione di questo tipo. Proprio in questi giorni è uscito il libro di Travaglio, Scemi di guerra, che raccoglie articoli e documenti pubblicati prima del 24 febbraio 2022, con lo scopo di mantenere il più possibile le fonti e i documenti su cui basare la memoria dei fatti, oltre che indagarne la veridicità. Quanto appannaggio e funzione tra le più importanti del giornalismo non è più evidentemente scontato, appare quasi come qualcosa da affermare e difendere. Alla recente presentazione del suo libro su Visione tv, Travaglio, pur sostenendo non si possano eliminare articoli dagli archivi dei giornali, rileva di aver riscontrato la sparizione di uno di questi dagli archivi in rete. Trovo interessante intercettare questa visione, in quanto se vogliamo esprimere consapevolmente delle scelte non solo basate sulla leva piacere/dolore e difficili da cogliere consapevolmente, abbiamo bisogno di prendere in esame più fonti, più informazioni, per poterle destrutturare attraverso la masticazione del dialogo con visioni diverse e contrarie, per poi assimilare i concetti, tradurli in pensiero critico e autonomo.
E proprio il dialogo, in particolare il dialogo critico, sembra essere il grande assente del nostro tempo.
La mole di materiale raccolta da Bianchi descrive un clima di costante emergenza, basato sulla paura. In questo scenario si creano le condizioni che giustificano passaggi veloci, mancate discussioni in merito alle scelte, alle posizioni da assumere. Tutto sembra dover essere in linea, in quanto in palio c’è come una protezione dal male, da cui qualcuno di più adulto, di più responsabile, esperto, competente ci può liberare, mentre noi possiamo guardare Netflix o distrarci con qualsiasi miorilassante naturale o artificiale, droga, psicofarmaco o comunque piacere a breve ripetibile all’infinito, come ci succedeva da bambini, mentre i grandi pensavano già a tutto per noi.
Secondo questa visione stiamo assistendo e siamo tutti sottoposti ad una possibile infantilizzazione sociale, da cui non ci salva a priori nemmeno un maggiore livello di istruzione, di per sé non più antidoto sufficiente. Nel testo vengono riportate analisi e studi relativi alle persuasioni utilizzate, nei casi di alti e di bassi livelli di istruzione. Il tipo di narrativa fa leva ormai anche su aspetti e temi che contraddistinguono le persone informate, come la scienza, l’ambiente, i diritti civili, creando un illusorio senso di essere nel giusto, mentre in realtà è tutto molto più complesso. Dice Bianchi:
Si sta determinando da anni un processo di continuo e costante svuotamento del ruolo degli Stati Nazionali a vantaggio di soggetti politici trans-nazionali, che va di pari passo con il progressivo smantellamento dei diritti sociali, sostituiti dal progressivo allargamento dei diritti civili alle minoranze. La stampa, o più in generale il mondo dell’informazione, che avrebbe dovuto svolgere un compito di vigilanza su questi processi, ha subito anch’esso un processo di globalizzazione, concentrandosi sempre più nelle mani di pochi soggetti, spesso legati al mondo del grande capitale o della finanza. Questo fenomeno ha fatto sì che il ventaglio delle sorgenti primarie delle notizie sia andato nel tempo sempre più restringendosi, fino a giungere alla situazione attuale, dove le notizie si avvicendano senza sosta, sospinte dalla necessità di arrivare per primi, e senza dare il tempo ai soggetti posti alla base della piramide dell’informazione di verificarle adeguatamente o commentarle, o di metterle in relazione con altre riguardanti gli stessi argomenti. Al punto in cui siamo, le informazioni vengono il più delle volte semplicemente inoltrate ai propri lettori attraverso un processo di copia-e-incolla delle fonti primarie. Il risultato di questo processo è un flusso ininterrotto di informazioni che girano per il mondo alla velocità di internet, il più delle volte senza che ci siano giornalisti in grado di verificarle sul posto, o anche solo di analizzarle e metterle in relazioni con le informazioni date in precedenza. (…) Abbiamo guardato al futuro con speranza quando i promotori della globalizzazione ci hanno prefigurato, dopo il crollo del Muro di Berlino, un avvenire di progresso e prosperità. Non appena gli effetti collaterali di questo processo hanno cominciato a manifestarsi nelle nostre società, abbiamo cominciato a guardare all’avvenire con crescente paura. Oggi che tale promessa di un benessere perpetuo sembra essere definitivamente tramontata, senza rendersene conto la nostra società ha prodotto una specie di ideologia della crisi, un’ideologia dell’emergenza, che in modo impercettibile ma inesorabile, si è insinuata ad ogni livello, dallo spazio pubblico alle sfere più intime e private, fino a costituire in ciascuno di noi un nuovo modo di pensarci come persone. Le nostre società appaiono sempre più regolate da un’azione di governo basata sulla prevenzione e sulla neutralizzazione del rischio (da non confondere con il pericolo) come requisito fondamentale richiesto a ogni livello e in ogni contesto nazionale e internazionale, pubblico e privato. Nella modernità il rischio — di attentati terroristici, di pandemie, di catastrofi ambientali dovute al cambiamento climatico, di crisi del mercato finanziario — non è più un evento ipotetico che ha un certo grado di probabilità di accadere in presenza di determinate condizioni; il rischio ora va in scena nel presente, diventando quasi reale e contribuendo alla crescita di una condizione di perenne incertezza, precarietà e insicurezza. Il rischio dipende infatti da fattori che, pur appartenendo al futuro e pur essendo meramente probabilistici, vengono però avvertiti e tematizzati nel presente. In questo senso la paura che prefigura una eventuale catastrofe non è meno reale della catastrofe stessa. Zygmunt Bauman ritiene che la caratteristica principale della paura oggi è quella di essere una “paura di secondo grado”. “Una paura che, indipendentemente dalla presenza immediata o meno di una minaccia, orienta il comportamento dell’essere umano dopo aver modificato la sua percezione del mondo e le aspettative che ne guidano le scelte”. La paura di secondo grado è uno stato d’animo che può essere sintetizzato come una sorta di ansia fluttuante unita a una ipersensibilità al pericolo. In quest’ottica, la paura si stacca dalla sua potenziale origine e si trasforma in un senso paranoide di minaccia costantemente avvertito. Questo processo ha moltiplicato a tal punto le possibili cause del sentimento della paura, che essa ha finito per distaccarsi dalle sue sorgenti per trasformarsi in una sensazione generalizzata, che data la sua natura aspecifica, può facilmente essere ricondotta a origini diverse da quella che l’hanno realmente generata. La tendenza a coltivare e a dirottare scientemente la sensazione di paura generalizzata è ampiamente utilizzata per fare fronte alla crisi apparentemente irreversibile di credibilità della politica e del mondo dell’informazione. Infatti, tra i prodotti più venduti attraverso lo sfruttamento di sensazioni di angoscia e di paura, ci sono sicuramente il “prodotto politico” e il “prodotto giornalistico”. In pratica questi particolarissimi “beni di consumo” alimentano quella che possiamo tranquillamente definire come una vera e propria “economia della paura”. Giovanni Arrighi usava spesso il termine di “grande inganno” per definire la strategia utilizzata dagli apparati di governo e di intelligence statunitensi per diffondere paura tra le popolazioni civili, al fine di attirare consenso verso di sé mediante la diffusione di un sentimento di ostilità verso presunti avversari o nei confronti dei nemici geopolitici che si intende colpire: Al-Qaida, Russia, Siria, Iran, Cina… La disillusione del tutto post-novecentesca riguardo alla possibilità che la politica sia uno strumento efficace per ottenere un reale cambiamento del mondo dominato dalla globalizzazione, sta determinando da un lato una totale alienazione delle classi dirigenti dal proprio corpo elettorale, mentre dall’altro sta provocando una crescente diffidenza nei confronti della politica, che di conseguenza è sempre più costretta a invocare continue situazioni di emergenza per legittimare il proprio potere. Per lo stesso motivo, anche gli organi di informazione cercano di mantenere alta l’attenzione del pubblico attraverso un richiamo costante alla sfera emozionale e uno stimolo continuo della soglia di allarme. Il risultato è quello di una sensazione di paura indistinta che può in molti casi portare alla percezione della presenza del nemico di turno ovunque: dalla persona dai lineamenti mediorientali che sale in treno o in aereo (che potrebbe essere un terrorista), fino al passante che viene incrociato sul marciapiede senza mascherina. Il punto non è quanto questi soggetti siano realmente un pericolo per la nostra incolumità; la questione è con quali lenti cognitive stiamo guardando il mondo. Il rischio infatti è che la paura cessi di essere un sentimento soggettivo e che divenga sempre più un vero e proprio strumento di governo capace di regolare i rapporti e le divisioni sociali. Oltre a un sentimento coltivato e scientificamente diffuso attraverso i mezzi di comunicazione di massa al quale la politica attinge al fine di legittimarsi e ottenere consenso, oggi possiamo ipotizzare la paura come un vero e proprio strumento di governance. Le esigenze securitarie sono quelle che attualmente dettano i criteri di organizzazione delle più importanti istituzioni presenti nella società. In un clima del genere il leader politico ha facile gioco nel vendere alla collettività l’immagine del buon padre di famiglia responsabile e protettivo, cosciente dei pericoli e della necessità di prevenirli prima ancora che si manifestino, ma che al contempo sa essere inflessibile e duro contro chiunque possa mettere a rischio la sicurezza e la salute pubblica. In quest’ottica i terroristi e i dissidenti, rispetto alle forme di governo securitarie, finiscono per costituire il terzo vertice del triangolo del potere: pur essendo considerati un pericolo per la sicurezza e la salute pubblica, risultano comunque essere perfettamente funzionali alla narrazione che legittima la paura delle vittime e la conseguente risposta autoritaria da parte dei governanti, i quali si sentono a quel punto legittimati a rivestire il ruolo di protettori. (capitolo due)
Questo sguardo sembra descrivere un mondo dove a parole si sostengono identità progressiste e liberali, nei fatti si costruiscono recinti e scatole isolate, in cui sono segregate opinioni e confronti, ormai sempre più sterili, perché tutto si svolge all’interno dello stesso gruppo di pensiero.
In questa logica tramite la paura, prendono forza pericolosi in quanto sotterranei e ammantati di modernità, processi di relazione paternalistici e patriarcali. Da questo punto di vista, i progressi tecnologici ci fanno sognare frontiere prima impensabili da raggiungere, come l’idea di immortalità promessa dalla fusione uomo macchina, grazie all’intelligenza artificiale. Allo stesso tempo queste conquiste, se non sostenute dalla consapevolezza, ci sottraggono la possibilità di fare i conti con le difficoltà, di affrontare la paura della morte operando scelte intenzionali e contenibili dalla nostra esperienza, perciò assimilabili, attuate un passo alla volta. Sempre in questa direzione verremmo privati della facoltà fondamentale di poter sceglier il nostro destino, di decidere quanto, dei possibili cambiamenti operabili grazie al progresso tecnico, davvero vogliamo inserire come modifica alla nostra attuale condizione umana. Altre prospettive partono dall’assunto che questa scelta non è mai stata in mano dell’essere umano e mai lo sarà, come afferma lo storico Yuval Noah Harari, anch’esso tirato in ballo nel testo. Ma qui si aprirebbe un capitolo che va oltre la semplice recensione e può aprire proprio un esempio di quel dialogo che mi auspico si possa creare in tante sedi, anche grazie al lavoro e al libro di Giorgio Bianchi e di quanti come lui si battono per uno sguardo fenomenologico. Un collegamento nato al mio interno a partire da questa lettura, è proprio quanto la fenomenologia abbia a che fare con la professione di fotoreporter. Certo non è scontato avvenga, anzi è sempre maggiore il rischio delle derive ideologiche da parte di tutti gli opposti schieramenti che si sono venuti a creare, e anche questo è ampiamente dibattuto e affrontato nel testo. Nella lettura ho trovato molto piacevoli i recuperi di piccole perle di scrittura, o di racconti, di episodi significativi, che mi sono persa nel tempo. Ne cito uno per tutti, trascritto dalla conferenza di Baricco sul sogno di Alessandro Magno, reperibile su YouTube. Il pezzo citato racconta la sua esperienza, vissuta direttamente e diventata per lui emblema del cambio di registro in atto nel giornalismo da scoop. L’evento fu l’invito da parte dell’allora direttore di Repubblica, ad andare a vedere il passaggio della cometa Hale-Bopp quattro giorni prima del passaggio effettivo, per per realizzare uno scoop narrativo e battere la concorrenza. Lui lo fece. Così tutti i giornalisti nei giorni a seguire, dovettero adeguarsi al suo pezzo e la novità del reale passaggio, qui e ora, fu bruciata a favore di un altro storytelling. Così in quel caso la narrazione divenne artefice della creazione di una nuova realtà. Come disse il direttore citato, “la cometa passa quando lo decidiamo noi”.
Tutte le tesi portate da Bianchi sono supportate dai riferimenti raccolti e da cui trae spunti, da elaborazioni ed argomentazioni di studiosi e intellettuali appartenenti alle più diverse discipline, come il già citato Hobbes, ma anche Pasolini, la cui visione lungimirante aveva già anticipato molte delle situazioni odierne. Il capitalismo della sorveglianza, di Shoshana Zuboff, pubblicato dalla Luiss, è un altro testo importante per Bianchi. In relazione alla logica che segue, lo sviscera e declina in collegamento con altri testi ed autori e come sfondo alle sue riflessioni.
Insomma una lettura di grande pregio, con un pensiero definito, apprezzabile o criticabile, una raccolta ricca di elementi da masticare, per dialogare e conoscere più facce di una realtà complessa come quella attuale, spesso sconosciute. Arricchire scambio e confronto ci aiuta a maturare nuove consapevolezze, a scegliere con più chiarezza e autonomia in che modo vogliamo affrontare insicurezze, paure e disorientamento, mentre procediamo verso qualcosa di davvero inedito per tutti.
(1) Bernays, L. E., (1923) 2011, Crystallizing Public Opinion, Ig Pub, New York, USA.
Bernays, L. E., 1928, Propaganda; tr. it., 2008, Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia, Fausto Lupetti Editore, Bologna









