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Sessuologia e terapia della Gestalt

Sessuologia e terapia della Gestalt
Incontro e scambio. Uno sguardo alle scuole e associazioni di sessuologia presenti sul territorio nazionale.Andrea De Lorenzo

In questo articolo Andrea De Lorenzo illustra il panorama delle scuole di sessuologia esistenti in Italia e lo stato dell’arte in tale materia a livello nazionale e internazionale, citando alcune ricerche tra cui quella di Carlo Del Rosso sulla perversione e alcuni studi classici di stampo cognitivo-comportamentale  

 

La parola sesso deriva etimologicamente dal greco “tekos” traducibile con generato e/o procreato, ma altri studi la rimandano anche a “exis”: qualità, stato, condizione o ancora al verbo latino “secare” ovvero tagliare, separare, in senso più lato distinguere. Laddove la prima traduzione rimanda all’atto della procreazione e/o comunque del generare “qualcosa”, le successive due si situano maggiormente sulla distinzione tra femminile e maschile. Messa in questo modo e interpretando un dato etimologico parrebbe che il sesso delinei una definizione di stato e la possibilità di un incontro tra differenti entità in grado di condurre ad un atto pro-creativo. Questo ci conduce nella direzione del nostro interesse: la sessuologia.

Prendiamo in prestito le parole di Fabio Veglia (Veglia, 2001) per affermare che “se la sessuologia fosse davvero una scienza, sarebbe comunque difficile definirne l’oggetto di studio”. Sembra, in effetti, che “l’oggetto sessualità” come e più di altri dipenda nella sua definizione dallo sguardo dell’osservatore; sarebbe in effetti assai differente se consegnassimo ad un urologo, un etologo, uno psicoanalista o un teologo il compito di definirla. In tal senso potremmo vedere il sesso come un apparato dell’organismo umano, una strategia ricombinante del patrimonio genetico, un organizzatore della vita psichica o una specialissima forma di conoscenza. Certamente la sessualità è tutte queste cose – viste da punti di vista differenti e la sessuologia in quanto discorso sul sesso e sulla sessualità si manifesta fortemente multi-sfaccettata.

L’aspetto che mi pare tuttavia centrale per la nostra professione è quello della strutturazione della vita psichica e del profondo atto conoscitivo insito nell’incontro intimo. Carlo Rosso, docente di psicopatologia sessuale all’università di Torino e presidente della Società Italiana di Psicopatologia Sessuale (SISPSe), afferma che “la sessualità è conoscenza di noi stessi e dell’altro” (Rosso, 2013) e in tal senso la definizione che ne dà Mariano Pizzimenti risulta ulteriormente variegata e chiarificatrice: nelle sue parole la sessualità si intende come più estesa della mera genitalità; si conforma come bisogno di contatto e di scambio tra differenze all’interno di una dimensione di eccitazione e piacere, connessa ai genitali, ma non necessariamente coincidente con essi (2015). Di fatto l’importanza di una vita sessuale sana è sancita dalle affermazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che sostengono: “La sessualità è un aspetto centrale dell’essere umano lungo tutto l’arco della vita e comprende il sesso, le identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione. La sessualità viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, condizioni, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Sebbene essa possa includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite e espresse. La sessualità è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali” (OMS, 2002). Si evidenzia, dunque, in modo chiaro la centralità del tema sessualità nella vita degli esseri umani, il suo carattere non circoscrivibile ad una ristretta fascia d’età, l’importanza delle differenze di genere e di orientamento nonché l’impossibilità di ridurla al solo fattore riproduttivo, infine ma non per ultima la connotazione non puramente comportamentale: la sessualità risulta essere qualcosa di molto più ampio di una serie di attitudini e di atti più o meno innati e più o meno acquisiti. Dall’ultima affermazione promana la necessità di un’educazione sessuale attenta, complessa e adeguata al carattere sfuggente della questione e che quindi superi e vada oltre le mere indicazioni su “Cosa e come fare?”, su “Come agire nei vari contesti?” e che si situi invece sul “Come incontriamo l’Altra/o?”, “Come e cosa scambiamo con Lei/Lui?”, “Come possiamo e sappiamo abitare questo atto essenziale?”, “Cosa proviamo nell’incontrare chi è – per la natura stessa dell’incontro/scambio – Altro da Noi?”.

La sessualità sembra quindi essere più un’attitudine del nostro esistere e una modalità per incontrare e “andare verso” (etimologicamente “aggredire” ) il “mondo” o, in senso più organismico, il nostro ambiente che non una “semplice” costellazione di comportamenti. In considerazione di tutto ciò si può forse affermare che la sessuologia è anche un discorso su come sostenere e mantenere la salute sessuale definibile, nuovamente con le parole scelte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come “stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale relativo alla sessualità: non consiste nella semplice assenza di malattie, disfunzioni o infermità. Essa richiede un approccio positivo e rispettoso alla sessualità e alle relazioni sessuali come pure la possibilità di fare esperienze sessuali piacevoli e sicure, libere da coercizione, discriminazione e violenza. Per raggiungere la salute sessuale, i diritti sessuali di ogni essere umano devono essere rispettati, protetti, soddisfatti” (OMS, 2002). Occuparci di sessualità e perorarne il più possibile la salute implica quindi il non adagiarsi su una visione osservativa patologizzante e, a mio avviso, anche il tenere desta la nostra attenzione rispetto ad un malevolo concetto di “normalità” che ne renda l’espressione coartata e problematica. Di fondo, come già affermato precedentemente, molti sono i modi con cui guardare al sesso e con cui sostenerne la salute. Gli orientamenti che prenderò in considerazione in questo articolo, oltre a quello gestaltico, sono quello cognitivista e quello psicodinamico.

Dal mio punto di vista gli studi e le analisi dei colleghi cognitivisti ci donano soprattutto la grande attenzione alla dimensione fisica esperita nei suoi particolari e la capacità di andare a sondare insieme al/ai diretti interessati (coloro che richiedono un sostegno psicoterapico focalizzato sulla sessualità) i “vissuti” e i “significati”  che la costruzione dell’intimità sessuale assume per noi. In effetti le terapie cognitiviste “moderne” non si fermano al dato comportamentale in termini di elementi da correggere/risanare, ma tentano di muoversi in questa direzione intendendo anche i significati che stanno dietro ai nostri sintomi. Nelle analisi e negli spunti di tipo psico-dinamico ho trovato preziosa, invece, l’attenzione al concetto di perversione, ovvero all’attuazione di un comportamento che si suppone deviante da una norma o da uno standard; è curioso, dal mio punto di vista, che il termine perversione venga usato e si richiami soprattutto all’ambito sessuale, una delle sfere del nostro esistere meno adatte alla “normalizzazione”. Proprio in relazione a ciò l’apporto degli studi psico-dinamici risulta efficace nel tracciare una linea di normalità, che risulta imperfetta, spesso giustamente rinegoziabile, ma anche fortemente indicativa del sentire umano. Entrando nello specifico: dagli approfonditi e fondamentali studi di Masters and Johnson (raccolti e formulati nella loro opera del 1966) in avanti, la nostra conoscenza della sessualità è sicuramente aumentata e migliorata; dall’antica saggezza della filosofia tantrica e, in modo differente, dalle più recenti esperienze della terapia mansionale (terapia di ambito e intervento strettamente sessuologico in cui una parte fondamentale del lavoro è centrata sulla prescrizione di comportamenti e di esercizi per il singolo cliente o per la coppia) possiamo imparare molto sul nostro modo di inter-agire e scambiare a livello intimo con l’altro e, soprattutto, sul modo di attribuire significati ai nostri gesti. Come evidenzia Helen Kaplan infatti: “La reazione sessuale negli uomini e nelle donne trasforma gli inerti organi genitali in efficienti strumenti riproduttivi. Il flaccido pene urinario è trasformato nell’eretto fallo riproduttivo, mentre l’arido spazio potenziale della vagina diventa un ricettacolo aperto, lubrificato e congestionato”. Di fatto sono i significati e il senso che noi attribuiamo alle nostre sensazioni e alla nostra corporeità che innesca l’eccitazione, anche se, in modo assolutamente speculare, le sensazioni sono il terreno su cui possiamo appoggiare le nostre attribuzioni e intenzioni. Si può affermare che la sessualità è in modo eminente ed emblematico “corporeità intenzionata” ovvero “carica di tensione” e protesa a raggiungere l’altro. Seguendo quest’affermazione intendiamo con evidenza una possibile pista eziologica in merito a ciò che in ambito sessuale diventa “disfunzionale” o, almeno, così risulta a una prima osservazione. Ancora Helen Kaplan (2013) sottolinea che “Masters e Johnson e i behaviouristi ci hanno spiegato che spesso le radici della psicopatologia traggono origine da un terreno ben più elementare” (l’autrice si riferisce in termini di paragone alle analisi e all’eziologia del profondo). “L’ansia di fornire prestazioni, le insicurezze superficiali, le tensioni dovute alla scarsità di comunicazioni col proprio coniuge o partner, l’ansia prodotta da erronei modi di concepire la reattività sessuale umana possono produrre, e di fatto producono, una larga parte delle difficoltà sessuali che noi incontriamo nella pratica clinica” (p. 16).

Il concetto di disfunzione entra in modo forte nell’incontro con la sessualità e sovente il malessere e il venir meno di un sano e fisiologico funzionamento è la via principale, o almeno iniziale, con cui “contattiamo” noi stessi: in fondo, per la maggior parte del tempo, non pensiamo e non ci accorgiamo in modo vivido di avere un corpo fino a che non inizia per qualche motivo a darci forti sensazioni tra cui soprattutto il dolore e/o la frustrazione. Le persone arrivano da noi il più delle volte portando una sessualità sofferente e interrotta: disturbi del desiderio, disfunzioni erettili, eiaculazioni precoci e/o ritardate, vaginismi e anorgasmie (come recitano e in qualche modo “recintano” le diciture diagnostiche e le categorie del DSM). Il “sintomo” si conforma di fatto come un messaggio e un’occasione in termini esistenziali e si manifesta ancor di più in tal modo quando va ad “ostruire” la vita e lo scambio di una coppia. La natura del sintomo e del suo potenziale trasformativo ci arriva dai vari e differenti approcci: gli studi di tipo cognitivo-comportamentale, lo sguardo psicodinamico soprattutto nelle sue modalità più attuali e la psicoterapia della Gestalt, affermano in modi diversi che la sofferenza e i blocchi nell’ambito sessuale celano un problema pregresso rispetto ai quali il sintomo si conforma già come una soluzione; l’unica o la migliore possibile e a disposizione. Con parole gestaltiche possiamo affermare che un sintomo, anche di natura sessuale, è un adattamento creativo, per l’appunto il miglior modo di mantenere vivo e intatto un contesto relazionale importante, anzi basilare, e il nostro rapporto/scambio con esso. Il sintomo, quindi, ha e dischiude un significato e non va eliminato, ma prima di tutto compreso. Fenelli e Lorenzini in “Clinica delle disfunzioni sessuali” (2001) sostengono che “Un disturbo sessuale è una manifestazione cognitiva (di pensieri e di emozioni) e comportamentale (sia individuale che relazionale) che è considerata sgradevole dal soggetto stesso e che tende ad automantenersi”(pag.62). E aggiungono ancora in merito “poiché dunque tale valutazione di sgradevolezza è data dallo stesso soggetto che ha prodotto il sintomo, non è infrequente che sia lo stesso modo di pensare, che giudica il sintomo insopportabile, a causare il sintomo stesso”. In questo modo gli autori sostengono la fondamentale interconnessione dell’aspetto valutativo e di quello operativo. Il nodo della questione è, quindi, come sosteniamo e perpetuiamo quella valutazione e quell’atteggiamento che generano ciò che noi stessi troviamo e riteniamo sgradevole. Chiaramente il primo punto è che il nostro atto (valutazione/azione interconnesse) diventi consapevole, cosa che verosimilmente non è laddove insorge un disturbo. Il secondo è a cosa ci serve mantenere questo stato di cose ovvero cosa “difende” il nostro comportamento che etichettiamo come disfunzionale; è essenziale riconoscere che ciò che difendiamo, finché continuiamo a farlo è importante quanto il piacere, la serenità e la felicità che pensiamo e bramiamo di poter ottenere laddove immaginiamo che il disturbo receda fino a svanire. La difesa, la resistenza e/o la soluzione creativa, a seconda del vocabolario al quale ci appelliamo, attendono di essere ri-valorizzate e quindi ri-comprese; ne abbiamo smarrito il senso e la connessione con l’importanza che hanno (o che hanno avuto finora) per noi, oltre che con la sofferenza che finiamo per generare e mantenere restando attaccati ad esse. Sovente il più delle volte difficile per noi “dare valore” a una “disfunzione” ad un “problema” e in un ambito intimo in genere diventa ancora più complesso “valorizzare” ciò che ci ostacola nel raggiungere un pieno appagamento. Resto colpito dall’uso dei nostri termini perché nell’ambito sessuale spesso per bloccare noi stessi – o meglio – per sostenere una situazione di stallo in passato utile, ma nel presente ormai stantia e deleteria, ci appelliamo spesso ai “valori” in nome dei quali: non si può fare questo o quello. Non si può attuare un comportamento perché lo giudichiamo non giusto, non morale. Rifiutiamo di “identificarci pienamente” in ciò che “proviamo e sentiamo” e di lasciarci guidare da questa “situazione” potenzialmente foriera di novità e cambiamento. Trovo quindi interessante che per mantenere un supposto valore (anche se bisognerebbe capire a cosa facciamo realmente riferimento) smettiamo di prestare attenzione e “dare valore” a ciò che proviamo e di conseguenza a una parte essenziale di noi stessi e della situazione che stiamo vivendo. A tale proposito ho in mente clienti con sofferenze legate a disfunzioni sessuali che confrontati rispetto alla possibilità di condividere la loro insoddisfazione con il partner si dicevano disposti a “tutto fuorché questo!” motivando la cosa con la “non volontà di ferire l’altro” tramite la propria richiesta e con il vissuto di vergogna legato alla possibilità di essere visti nella realtà del proprio desiderio, proiettato dunque come non legittimo, inadeguato, forse “sporco”. La difficoltà e l’importanza di valorizzare la nostra parte più sentita e vissuta – la nostra funzione es, per dirla con termini gestaltici ovvero la funzione del nostro sé contrassegnata dal fluire delle nostre percezioni e sensazioni, successivamente sintetizzate in quella forma di comprensione immediata del reale che chiamiamo emozione – ci spingono verso il concetto, centrale nell’ambito della sessualità, di perversione. I maggiori contributi in merito giungono dall’ambito  psico-dinamico e si riferiscono ad un atteggiamento comportamentale deviato rispetto alle norme di una supposta normalità e del senso comune. Stolorow e Lachmann (2004) sostengono che quella che loro definiscono relazione oggettuale perversa sia funzionale a mantenere la coesione strutturale e temporale della rappresentazione di sé e degli oggetti. In sostanza l’atto del pervertire la propria intenzionalità e spinta sessuale sarebbe una sorta di soluzione creativa interiorizzata a livello della percezione rappresentativa e riconoscibile nel comportamento agito. In altre parole è come se nelle fantasie e negli atti (riconoscibili come) perversi mettessimo in scena un “teatro di relazioni” funzionale a mantenere il benessere, il buon funzionamento e la sana strutturazione del nostro sé. Ancora Stolorow e Lachmann (2004) evidenziano che le attività e le fantasie sadomasochistiche possono essere richiamate al servizio di una funzione narcisistica in quanto ripristino o tentativo di riparazione e preservazione di un sé fragile, precario e a rischio di frammentazione.

Nella mia esperienza i pazienti e/o le coppie che giungono in terapia e arrivano ad esprimere fantasie o a volte vissuti di tipo sadomasochistico li portano e li esprimono a livelli e in modi molto differenti. A volte appaiono come elementi di gioco, condivisione e buon sostegno di un intimo scambio di coppia, altre volte sembrano elementi e vissuti scomodi, difficili da condividere per quanto eccitanti e finiscono per essere trattati dalla coppia o dal singolo come qualcosa che suscita un forte desiderio, ma che “non dovrebbe esserci”, “da nascondere”, “uno scomodo compagno da evitare”. Non è a mio avviso inusuale che tali vissuti celino dietro di sé la richiesta inconsapevole di attenzioni assai differenti, più tenere e più legate all’accudimento piuttosto che all’ambito passionale; la natura di queste richieste diventa più evidente nell’interazione col terapeuta laddove si manifesta sotto traccia un’intenzionalità inappagata differente da quella che viene portata in modo esplicito. Quindi ancora una volta l’elemento perverso assume le fattezze di qualcosa di succedaneo, funzionale a sorreggere un’altra parte della relazione appagabile ed esprimibile solo tramite esso. Carlo Rosso (2013) parla delle nostre fantasie sessuali come un modo di rispondere ai nostri bisogni e desideri di base, definisce poi la sessualità trasgressiva come sessualità intrisa di aggressività e come un efficace stratagemma per regolare la distanza dal partner e permetterci di incontrarlo in modo passionale. Egli fa riferimento al fatto che dopo una prima fase di corteggiamento e innamoramento la coppia tenderebbe a spostarsi verso una dinamica di quotidiana ripetizione rasserenante tesa a sostenere il bisogno di sicurezza, ma che ha come effetto collaterale il marcato abbassarsi dell’eccitazione. Sempre lo stesso autore, rimarcando il carattere fondamentale della trasgressione nelle coppie attuali, traccia la differenza tra una trasgressività”sana e funzionale” e una “trasgressività patologica” che diventa a lungo andare ripetitiva, ritualizzata e distruttiva. A detta dell’autore quando la sessualità trasgressiva viene espressa in una dimensione di salute e benessere a sostenere lo scambio di coppia è presente una dimensione etica e affettiva: ovvero il partner è considerato come un’entità a se stante, è fine non mezzo, con proprie intenzioni e desideri; in tale situazione l’amore esiste e prescinde dalla dimensione trasgressiva. Al contrario se lo scambio va verso la patologia, la trasgressione diventa un’espressione ritualizzata e fine a se stessa dove il piacere copre un dolore sordo e ipoteticamente funzionale a mantenere compatti il nostro sé e la precaria struttura relazionale della coppia. Anche il concetto di aggressività sessuale teorizzato in ambito gestaltico da Isha Bloomberg, ripreso, ampliato e definito più recentemente nel suo lavoro da Mariano Pizzimenti (2015) si fonda sull’opinione che la distruttività e la sessualità vengano espresse e portate verso l’altro in modo univoco e in contemporanea; l’atto e il desiderio di distruggere ciò che dell’altro non mi serve, non mi piace, non accetto, si poggia su uno sfondo rassicurante e contenitivo caratterizzato dall’amore. La spinta alla salute sarebbe quindi insita nella possibilità di coniugare in modo nuovo ed efficace le due tensioni non più opposte, ma armonicamente interrelate. Non più dunque una dicotomia aggressività – sessualità come nella teoria freudiana, ma un connubio e un amalgama delle due spinte. Sovente nelle sedute con pazienti che portano tematiche inerenti le difficoltà di incontro con  i propri partner emerge l’impossibilità a portare il malcontento nella relazione, ad attaccare e lasciare andare le parti dell’altro e dello scambio intimo che non ci piacciono; la comprensione della possibilità di coniugare il nostro desiderio di distruggere e di mantenere la nostra attenzione all’altro risultano fondamentali. Il pensiero che appare paradossale è che l’atto di aggredire sia al servizio della relazione e del suo potenziale mantenimento o rinnovamento. Ritengo che un ipotetico incontro tra sessuologia e terapia della Gestalt potrebbe essere contrassegnato proprio da questa peculiarità: il sostegno alla capacità di coniugare le nostre modalità aggressive e la nostra propensione a raggiungere l’altro per scambiare con lei/lui e creare insieme qualcosa di nuovo (sia che questo si riferisca ad un nuovo scambio-rapporto sia che si faccia riferimento all’atto riproduttivo e ai suoi esiti). Allo stato attuale sul territorio piemontese vi sono due scuole che la FISS (Federazione Italiana Scuole di Sessuologia) riconosce come adeguate per abilitare i professionisti alla pratica della  sessuologia e alla divulgazione del sapere sessuologico: il “Centro Clinico Crocetta” (CCC) e la Società Piemontese di Sessuologia Clinica (SPSC). La prima scuola segue un orientamento di natura cognitivista, l’altra si orienta all’integrazione di vari criteri di ordine biologico, psicologico, antropologico ecc. e si avvale di categorie di lettura di tipo psicodinamico.

Il tema dell’aggressività sessuale rimarca l’importanza della sessualità nel contesto nella terapia della Gestalt e le ridona un’attenzione peculiare, tracciandone i confini e definendola come ambito e modalità di scambio esistenziale con l’ambiente intorno a noi. La cura che portiamo a questa parte essenziale del nostro esistere risulta fondamentale per chi in quanto terapeuta si pone al servizio del benessere individuale e sociale; seguendo l’ipotesi e la citazione di U. Galimberti: “Nessuno infatti ama l’altro, ma ognuno ama ciò che ha creato con la materia dell’altro. Qui cade la distinzione tra l’animale e l’uomo che, a differenza dell’animale, non può fare a meno di percorrere lo spazio fra la natura e la sua trasfigurazione. Diventa così evidente quello che la nostra storia ha sempre saputo e taciuto e cioè che anche nelle cose d’amore l’uomo ama solo la sua creazione, quindi non la natura, ma quella natura coltivata che siamo soliti chiamare “cultura”.” Questo ci rinforza nell’idea che una sessuologia che abbia come riferimento la terapia della Gestalt possa essere tesa a sostenere l’amore insito nell’atto di creare, nei nostri scambi, la novità lasciando andare, trasformando, eliminando gli elementi vecchi della relazione, nella continua ricerca della situazione di maggior benessere globale per le coppie, i gruppi, le comunità alle quali apparteniamo.

Bibliografia

  • Fenelli e Lorenzini, “Clinica delle disfunzioni sessuali”, Carocci Editore, Roma, 2001.
  • Galimberti U., “Le cose dell’amore”, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2004.
  • Masters William – Johnson Virginia, “L’atto sessuale nell’uomo e nella donna” Feltrinelli, 1982.
  • Kaplan Helen, “Manuale illustrato di terapia sessuale”, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2013.
  • OMS (dal sito FISS Federazione Italiana Scuole di Sessuologia), “Standard per l’educazione sessuale in Europa”, 2010.
  • Pizzimenti Mariano (a cura di), “Aggressività e sessualità”,  Ed. Franco Angeli, Milano, 2015.
  • Rosso Carlo, “Perversi e felici”, Golem Edizioni, Torino, 2013.
  • Stolorow e Lachmann, in “Psicopatologia intersoggettiva” (a cura di Marco Casonato), Ed. Quattroventi, Urbino, 2004.
  • Veglia Fabio, “Manuale di psicoterapia cognitiva” (a cura di Bruno Bara), Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

Sitografia

  • Wikipedia, “Etilmologia della parola sesso”.

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