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La psicoterapia come situazione

La psicoterapia come situazione
Jean Marie Robine

Jean-Marie Robine ci ha generosamente offerto di pubblicare in esclusiva la traduzione italiana di “La psicoterapia come situazione”, articolo incluso nel suo ultimo libro “Social Change begins with two” edito quest’anno dall’Istituto Gestalt HCC. Il suo gesto sostiene la nostra rivista che dà voce alle persone che lavorano dentro e attorno alla Scuola Gestalt di Torino.

Introduzione di Piergiulio Poli

Jean-Marie è un interlocutore importante per la nostra scuola e il suo modo di pensare e fare gestalt ci è giunto attraverso workshop, incontri e collaborazioni editoriali sempre più frequenti. Siamo attratti dal suo concetto di situazione che ci mette di fronte ad una teoria della gestalt orientata all’agire più che al pensare, all’interagire anche attraverso la corporeità. Il suo concetto di situazione ha anche il vantaggio di restringere e dettagliare la definizione di campo, rendendola più “operativa” e utile per il confronto che avviene, ad esempio, durante i nostri incontri di Teoria. Ci piace il modo in cui Jean-Marie non rinuncia -come altri fanno- all’utilizzo della metafora fondamentale organismo/ambiente e siamo d’accordo con le sue affermazioni relative alla terapia come un processo di costruzione e distruzione di gestalt piuttosto che una cura della psiche.

In questo articolo Robine estende e arricchisce di nuovi significati il concetto di situazione che ha già esplorato in articoli precedenti. Prendendo spunto da PHG, dai classici della gestaltpsycologie e da alcuni autori lascamente ascrivibili agli sviluppi dell’interazionismo simbolico l’articolo descrive la situazione come un processo di costante ridefinizione reciproca dei significati da parte di attori (o protagonisti) che interagiscono dal vivo nel medesimo qui-e-ora. Le parole e i comportamenti che le persone scelgono quando interagiscono sono evocate (meglio convocate come dice Robine) principalmente dalla situazione entro la quale stanno interagendo e che si sviluppa momento dopo momento. E’ la situazione che, per così dire, comanda il gioco dei significati, e questi significati cambiano a seconda delle reciproche definizioni di chi è coinvolto nell’azione corrente. La terapia della gestalt è, tra tutti i giochi interazionali possibili tra umani quello che ha finalità terapeutiche: offre e invita il cliente/organismo ad entrare in catene di interazione – processi- finalizzati a modificare il modo in cui struttura la propria esperienza.

Version fraçoise 

(Traduzione dal francese e introduzione di Piergiulio Poli, Scuola Gestalt di Torino. io@cambiodentro.it)

Jean-Marie Robine “La psicoterapia come situazione”

La prima teorizzazione della Gestalt risale a più di sessant’anni fa ed è chiaro che noi non abbiamo ancora esaurito tutti i possibili sviluppi, né tratto tutte le possibili conclusioni teoriche, pratiche e cliniche. Nel porre il concetto di contatto come pietra angolare dell’edificio in via di costruzione i fondatori portano l’attenzione a qualcosa che per noi non era familiare: non è tanto la psiche il centro della nostra attenzione ma ciò che la costruisce poco a poco, vale a dire il contatto, la successione dei contatti che si sviluppano in ogni persona e ciò che la circonda.
Non è più la psiche che organizza l’esperienza ma il campo, in altre parole ciò che si sviluppa tra un certo organismo e il suo ambiente. Anche se oggi il termine ‘organismo’ è a volte criticato da alcuni di noi che preferiscono il termine ‘persona’ o ‘soggetto’, io continuo a usarlo perché ci riporta all’irriducibilità di ogni esperienza: quella del corpo.

E l’ambiente? L’ambiente di cui parliamo qui non è un’entità assoluta, ma nella prospettiva fenomenologica che la Gestalt ha scelto, è ciò che l’ambiente è per qualcuno. Questo significa che IL campo non esiste, ciò che esiste è un campo organismo/ambiente, costituito da un certo organismo e dal suo ambiente. Il ‘mio’ campo non è il ‘tuo’ campo perché la mia esperienza dell’ambiente non è la tua esperienza dell’ambiente, anche se per un momento condividiamo un certo ambiente. Per esempio, potrei dire che noi siamo dentro a una stessa stanza, dentro ad un ambiente che potrebbe apparire comune, ma nessuno di noi ha la stessa percezione visiva o ha un medesimo campo relazionale o affettivo, né ha gli stessi vicini… e ovviamente i nostri ‘organismi’ sono distinti. Io parto quindi dal presupposto che non esistono dei campi oggettivabili, né che esista un campo comune.

Anche se Perls e Goodman mettono la questione del campo al centro del dispositivo teorico che hanno elaborato lo evocano solo raramente e le sessioni registrate di Perls sono ben lungi da illustrare come queste premesse teoriche si sarebbero potute concretizzare. È solo da venticinque anni che alcuni successori hanno intrapreso una ricerca di maggiore coerenza tra prassi e teoria, radicalizzando quindi la direzione solo abbozzata dai fondatori.

Una lettura attenta del testo fondamentale ci permette inoltre di rimarcare che il termine situazione è utilizzato quattro volte più frequentemente di campo.È così che un chiarimento importante può essere apportato alla prospettiva di campo.

I dispositivi terapeutici, qualsiasi cosa siano, sono soprattutto un certo tipo di situazione. Essere consapevoli del modo in cui possiamo essere creatori o co-creatori delle situazioni nel qui-e-ora è similmente un modo di restaurare o rinforzare la nostra propensione all’adattamento creativo.

Il punto di partenza delle mie domande sulla “situazione”, e le sorprese che ne scaturiscono, si trovano dentro a una “piccola” frase di Perls e Goodman (PHG, 1951) che evoca “l’Es della situazione”, senza spingersi oltre! Questa breve formulazione mi è girata in testa per molto tempo come un koan zen. Sta a noi far chiarezza e risolvere questa proposizione sorprendente che ci porta così lontano dai sentieri calcati da Freud e Groddeck, lontano dalla teoria delle pulsioni e delle forze interiori che ci animano. L’Es DELLA situazione non l’Es NELLA situazione. Per come lo comprendo l’Es non emerge da qualche “sorgente di pulsioni” ma è generato dalla situazione. In altri termini è l’istante effimero che crea l’intenzionalità e non è un archivio storico o le pulsioni residue, siano sessuali o di altro genere. L’Es della situazione articola la corporeità dell’Es e la datità della situazione. Anche se i nostri autori non l’evocano più, questo principio potrebbe essere esteso alle altre funzioni del sé: la Funzione personalità della situazione, visto che è in una situazione che si evocano certe rappresentazioni di sé, appropriate o meno; la Funzione io della situazione perché la Funzione io si attiva quando la situazione confronta il sé con una scelta.

Questo concetto di situazione è di uso così diffuso che raramente si presenta in questa forma nel discorso. E’ come uno sfondo dato, implicito e raramente messo in figura. Pertanto da qualche decina d’anni parecchi ricercatori, in particolare autori vicini a Erving Goffman (Scuola di Chicago), hanno messo questo concetto di situazione al centro del loro lavoro. È incontestabile tuttavia che lo possiamo far risalire sia agli psicologi della Gestalt che a John Dewey l’interesse per questo approccio. Ed è rilevante a questo proposito ricordare l’importanza di Dewey nella formazione intellettuale di Goodman. Ma occorrerebbe fare posto anche a Weber nella ricostruzione della genealogia dell’uso di questo concetto.

Dewey per esempio sottolinea che la situazione è la capacità di controllare l’esperienza, che non ne è semplicemente un contenitore. Delle regole culturali definiscono il modo in cui gli individui devono comportarsi quando si ritrovano insieme.

Goffman (1964) definisce la situazione sociale come un “ambiente fatto di possibilità mutue di controllo, all’interno del quale un individuo si trova immediatamente disponibile alle percezioni dei “presenti” e che sono similmente accessibili a lui”.

La situazione è oggetto di rappresentazione. I soggetti si adattano alle situazioni attraverso le definizioni che via via vengono date. Questa attribuzione di senso è dunque un prerequisito necessario prima di ogni atto della volontà adattatrice.

Agire è quindi trattare una situazione. Ogni individuo non solo analizza la situazione in cui si trova ma fondamentalmente la costituisce. Lui seleziona e scarta elementi rilevanti per costituire una situazione che forma il contesto della sua azione. Nel campo di ogni individuo lui percepirà le possibilità e i limiti, impliciti ed espliciti. Wittgenstein per esempio considerava che la percezione del significato era parte della percezione delle cose. In questo è vicino alle tesi fenomenologiche dell’utensilità che ci fa appercepire in uno stesso atto una sedia e il suo essere “per sedersi”.

La situazione offre delle affordances. “To afford” significa avere i mezzi per fare qualcosa, essere forniti. Il concetto di affordance, nei lavori di Lewin sulla “valenza” è stato particolarmente sviluppato da Gibson che ci ha spesso creato occasioni per usare questo concetto. I lavori di Gibson, pubblicati a partire dal 1979, sono disponibili da un anno in francese e i traduttori hanno deciso di adottare il termine invites [inviti] per rendere affordances. L’affordance, o “invito”, designa il modo in cui l’ambiente può essere percepito in accordo con i mezzi a nostra disposizione per intervenire in esso. Un coltello è un’affordance per tagliare un pezzo di pane e per procurarsi una ferita. Una scogliera è un invito a contemplare e anche a gettarsi di sotto. Gli inviti possono essere benefici o nocivi. La percezione attiva delle situazioni è così controllata dalla ricerca di affordances. Gli studi critici dell’uso del concetto hanno messo bene in evidenza che l’affordance degli oggetti, degli avvenimenti e delle situazioni dipende dal punto di vista intenzionale e dal sistema di prospettive standardizzate e socialmente organizzate. Resta da precisare se il punto di vista intenzionale genera la situazione o è da essa generato.

Un autore contemporaneo apporta un contributo particolarmente interessante per il nostro contesto: Randall Collins nel libro Catene di interazioni rituali. La struttura sociale è per lui in effetti < < una catena di situazioni internazionali, un processo ininterrotto di stratificazione degli individui attraverso le loro emozioni>> (Collins, p. xiii). Nel seguire il pensiero di Erving Goffman lui considera che fare una descrizione da un’ottica dell’individuo ce lo mostra come il prodotto di tendenze religiose, politiche e culturali relativamente recenti, ma questa ideologia è meno produttiva di quella che parte dalla dinamica della situazione. L’unicità, la singolarità di ogni individuo deriva dal modo in cui agisce all’interno di catene interazionali, il mix delle situazioni che allo stesso tempo sono diverse da quelle di altri individui. < < Propriamente, lui scrive, l’individuo è una catena di riti di interazione. L’individuo è il precipitato di situazioni passate e un ingrediente di ogni nuova situazione. Un ingrediente, non la determinante, perché la situazione è una proprietà emergente. Una situazione non è puramente e semplicemente il risultato dell’individuo che ci entra, nemmeno della combinazione d’individui. Le situazioni hanno le proprie leggi, dei propri processi>> (Ibid. p. 5).

Per Goffman (citato da Collins, p. 23) la situazione di rito implica una copresenza situazionale che potrà diventare un vero e proprio incontro appena diventerà un’interazione focalizzata. La partecipazione a un rito genera nell’individuo un’energia emozionale che possiede un potere trasformazionale, soprattutto in presenza di un simbolo. Uno degli elementi che Collins aggiunge al pensiero di Durkheim e Goffman è l’osservazione per cui ciò che le persone credono in un certo momento dipende dal tipo di interazione che ha luogo in un certo momento. E’ facile intendere come queste affermazioni possono trovare immediata risonanza nel dominio della psicoterapia; quando ho intitolato il mio ultimo libro “Il cambiamento sociale inizia da due” (Robine, 2012) stavo seguendo questa linea di pensiero senza saperlo pienamente.

Chiamo situazione la percezione sintetica di elementi del campo di tutti gli attori coinvolti, percezione che struttura il contesto del loro incontro, gli dà senso ed implicitamente definisce le modalità della loro interazione. E’ uno spazio costruito e limitato da ciascun degli attori che, simultaneamente, sono costituiti da esso e dalle definizione che né danno.

È inoltre importante non perdere di vista il fatto che reagire alla situazione, è allo stesso tempo agire con le proprie memorie, la propria affettività perché sono parte del campo (organismo/ambiente) di ogni partecipante. Per articolare il concetto di campo con quello di situazione, direi –magari in modo provvisorio!- che la situazione è creata dall’intersezione e interazione del campo di ciascun dei protagonisti coinvolti.

La percezione immediata e selettiva di ciascuno dell’implicita organizzazione dei campi degli attori organizza la situazione. Dai campi dei protagonisti emergono degli inviti (Gibson) e delle valenze (Lewin) che si congiungono per costituire la situazione. Come scrive Lewin: < < In psicologia ci occupiamo di unità situazionali>> (Lewin, 1952, p. 52).
Se il pensiero di Lewin considerava che “il bisogno organizza il campo”, Malcom Parlett pensa che questa proposizione può essere ribaltata e diventare “Il campo organizza il bisogno” (Parlett in Wollants 2008, p. 18). Difatti, come ha scritto Lewin (1926/1999, p. 97 in italico): “la situazione determina per lo più la valenza che ha effetto e le azioni che saranno compiute”. E poco oltre: “‘questi bisogni esistono’ è una proposizione equivalente per qualche verso a ‘questa regione di strutture ha una valenza per queste azioni’ ”. Questo per dire, la situazione nella sua totalità organizza il campo come un processo figura/sfondo, come la gestaltung.

Nell’introduzione generale della nostra opera fondamentale, Goodman scrive: < < la situazione terapeutica è più di un evento statistico costituito da un medico e da un paziente. […] Ne una piena comprensione delle funzioni dell’organismo, né una migliore conoscenza dell’ambiente (società, etc.) non rende conto della situazione totale. Solo l’interazione dell’organismo e dell’ambiente costituisce la situazione psicologica, e non l’organismo e l’ambiente separatamente>> (PHG, p. 43-44).

Quando Perls e Goodman affrontano le caratteristiche del sé, lo descrivono come “ingaggiato entro una situazione” e precisamente: < < noi vogliamo dire che non esiste il sentimento di sé o degli altri oggetti se non entro l’esperienza della situazione >> (PHG, 10,4 – p. 220). Io sono fatto della situazione tanto quanto partecipo con gli altri alla creazione della situazione. E già Wertheimer nel suo studio Pensiero produttivo (1945) considerava che la capacità di ristrutturare una situazione, vedere una situazione da un altro punto di vista, costituisce uno dei fattori fondamentali della creatività.

Uno dei principi proposti dalla prospettiva di campo fa riferimento al principio di contemporaneità. < < Questo principio sottolinea che è la costellazione delle influenze dentro al campo presente che ‘spiega’ il comportamento presente. Nessuno status causale speciale è accordato a eventi del passato che, in molti sistemi, sono pensato come determinanti di ciò che succede ora>> (Parlett, 1991, p. 71). È il principio più controverso o quantomeno quello più totalmente ignorato. La tradizione del pensiero psicologico e psicoanalitico ci ha talmente abituato a considerare i nostri comportamenti, sintomi e relazioni come determinati dalla nostra storia che rischiare di pensare che essi siano solitamente riconducibili al presente è diventato per noi insostenibile.
Inoltre, tutti i clinici non possono che riconoscere che l’esperienza attuale contiene degli elementi di ripetizione o di riconduzione al passato, che delle situazioni non risolte e fissate si attivano in terapia e nella vita quotidiana. Allo stesso modo l’anticipazione, l’avvenire l’intenzionalità può diventare un grande organizzatore del momento presente. Dovremmo vedere una contraddizione in questo?

La questione può essere posta in termini differenti se consideriamo che non si tratta di qualsiasi tempo, qualsiasi in qualsiasi circostanza, in qualsiasi situazione o con qualsiasi interlocutore che materiale immagazzinato nel passato si manifesta. Ognuno di noi, nella propria terapia avrà constatato che di certi temi, certi comportamenti, certi ricordi non si sarebbe mai parlato con certi terapeuti mentre emergevano rapidamente con altri.

La terapia della Gestalt per la sua centratura essenziale su ciò che noi chiamiamo “il processo”, può offrire ipotesi utili alla comprensione. Quello che si trova fondamentalmente immagazzinato sono precisamente dei processi, degli schemi d’azione e di interazione, schemi motori, immaginari, emozionali linguistici etc questi schemi non sono un contenuto, sono memorie processuali, procedurali, che quando mobilizzate, si arricchiscono di un contenuto variabile perché l’interpretazione è implicita, variabile e contestuale. La struttura del sogno può essere allora affrontata con la stessa ipotesi di lavoro. In un articolo precedente e in un altro contesto, ho provato a comprendere ciò che qui chiamo “Struttura” dell’esperienza attuale prendendo appunto l’esempio del linguaggio.

< < Se vi dico una parola, ad esempio “albero”, [in franc. arbre] immediatamente vi possono venire delle associazioni. Alcuni di voi penseranno a un albero del proprio giardino, qualcuno di voi penserà all’albero dove giocava da piccolo, alcuni all’albero caduto durante l’ultimo temporale, altri all’albero che avete fatto tagliare recentemente, altri alle casette di legno fatte di tronchi etc… Ognuno associa questo o quell’albero specifico con “l’albero” che pronuncio. Se io sono più preciso e vi dico: “perché dans un arbre” [in franc. appoggiato ad un ramo], già restringo la vostra esperienza a certi ricordi specifici, certe immagini sono risvegliate ed associate: il piacere di salirci, gli uccelli che vedete dalla vostra finestra…

Ma se io vi dico, non più “perché dans un arbre” ma “sur un arbre perché” [su un ramo appoggiato], che succede? Abbiamo una struttura particolare, nella mia costituzione c’è un processo che convoca in tutti i francesi un ricordo comune: la fiaba di Fontaine. Si tratta di una certa struttura dell’esperienza. La mia ipotesi è la seguente: la nostra memoria – e la convocazione nel momento presente tanto delle situazioni inconcluse che delle esperienze infantili e di altre memorie – è qualcosa che funziona a partire dal processo piuttosto che a partire dai contenuti.
“Sur un arbre perché” è un processo sintattico differente da “perché sur un arbre”, nella nostra storia comune [di francesi]. Se dico “sur un arbre perché” non potete che pensare alla fiaba “il corvo e la volpe” (Robine, 2011).

Ora utilizzerò una metafora per portare avanti la mia ipotesi. Abbiamo tutti visto alla TV delle puntate di qualche serie poliziesca americana. Abbiamo visto spesso un poliziotto inserire nel suo computer una rappresentazione del volto di un criminale o un’impronta digitale e abbiamo visto sfilare sullo schermo rapidamente migliaia di immagini fino a quando la sovrapposizione della struttura del viso o dell’impronta digitale coincide perfettamente con una di quelle contenute nell’archivio. Per analogia, io ipotizzo che nella situazione presente, attraverso le parole pronunciate, per la forma della relazione, per l’implicito degli sguardi, dei silenzi dei gesti, nel film del passato che scorre certe strutture saranno mobilizzate nel qui ed ora della situazione.
Questa ipotesi confermerebbe anche il “principio della contemporaneità”, in altre parole solo la situazione nel momento presente dà forma all’esperienza e alla sua formulazione e si arricchisce dello spessore degli schemi del passato.

La libertà non sta dalla parte dell’organismo, occorre cercarla dal lato della situazione. L’alienazione non è nell’area dell’organismo, va ricercata dal lato della situazione. Sviluppo non è dalla parte dell’organismo, va cercato dalla parte della situazione. La nostra vita è partecipazione entro situazioni, ingaggio nella situazione>> non c’è differenza tra l’agire in una situazione e l’essere dell’agire (Robine, 2004).
Il punto è quindi chiedersi come la situazione può essere ristrutturata in modo che il contatto con l’ambiente possa essere più soddisfacente.
La risposta a questa domanda sarà molto differente da quella proposta da una psicoterapia focalizzata sulle perturbazioni dell’individuo localizzate dentro alla sua psiche. Le situazionientro le quali siamo immersi ci portano a costruire gestalts, per esempio relazioni figure/sfondo, questa è la ragione per cui noi siamo Gestalt therapy, non una psicoterapia ma una terapia della costruzione/decostruzione di gestalts.

“Ciò che conta non è l’infantile (Freud), né l’intenzione pedagogica (Adler) né l’inconscio reso conscio (Jung), ma è l’esperienza terapeutica stessa. Certamente i fattori che abbiamo appena menzionato giocano un ruolo, ma sono subordinati al momento dell’esperienza” (Rank, 1976, p. 25).
Perls e Goodman hanno già evocato nella loro scrittura lo spostamento che la terapia deve introdurre quando parla di transfert: < < il senso terapeutico del transfer (…) non risiede nel fatto che si tratta sempre della solita vecchia storia, ma nel fatto che l’esperienza è rielaborata in quanto avviene nel presente: l’analista è un’altro tipo di genitore>> (PHG, 1951, p. 57).
A partire dalla definizione che ho abbozzato sopra (“io chiamo situazione la percezione sintetica di elementi del campo di tutti gli attori coinvolti, percezione che struttura il contesto del loro incontro, gli dà senso ed implicitamente definisce le modalità della loro interazione”), resta inteso che, parlando di ‘percezione sintetica’, io faccio riferimento alla sintesi implicita delle percezioni di ogni protagonista coinvolto, io considero che lo psicoterapeuta ha la capacità di mettere in atto gli spostamenti necessari per la ridefinizione della situazione a fini terapeutici.
Per rendere esplicito cosa intendo per “spostamento” e “ridefinizione” illustrerò con due esempi personali che ho appositamente scelto fuori dal contesto della terapia. Camminavo da solo nella zona sud di Manhattan quando un omone alto due metri, si avvicina, mi prende per il colletto con la mano destra e mi solleva da terra mostrandomi nella mano sinistra una moneta. La situazione è chiaramente percepita e definita dai protagonisti; la situazione è strutturata e le modalità della nostra interazione sono chiare ad entrambi: lui mi sta attaccando e io sono la sua vittima designata. Io scelgo di essere sorpreso e lieto, prendo la monetina dalla sua mano e gli dico: “Oh! Grazie!” Stupito, mi lascia andare e io corro via. Ovviamente mi rincorre, mi raggiunge e mi chiede di restituirgli la moneta. Gliela do e me ne vado. Ho ridefinito la situazione.

Mia figlia ha circa 5 anni. Durante un pasto mi dice: “Papà, ho una verruca sotto il piede che mi fa molto male. La mamma ha provato a fare tante cose ma non è servito a nulla”. Tu che sei un terapeuta, non hai una soluzione?”. “Certo che ce l’ho, ti compro la verruca!” “Come mi compri la verruca?” “Si, te lo compro per un euro” (in verità c’erano ancora in franchi allora!).“E come facciamo?” “ecco un euro, hai un mese per darmi la verruca”. Tre settimane più tardi:“papà che succede se dopo un intero mese ho ancora la verruca? Ce l’ho ancora…”. “Nessun problema, se la vuoi tenere basta che mi ridai indietro il mio euro, questo è quanto”. Dopo una settimana la verruca non c’era più. Ancora una ridefinizione della situazione, io definito come colui che sa perché è terapeuta, e lei definita come una che deposita i sintomi in mani che crede esperte, la situazione viene spostata e diventa una transazione ‘commerciale’ che abolisce riferimenti impliciti ed espliciti alla nostra interazione. Sta a ciascuno di noi di mettere in atto questi scarti che possono cambiare la situazione.

Partendo dalla constatazione che la situazione è la matrice dell’identità, e allo stesso modo la matrice della patologia, e che noi non siamo delle persone definitivamente individuate, la metodologia della terapia della Gestalt offre la possibilità di contribuire al processo di differenziazione dell’individuo attraverso la situazione terapeutica. La situazione nella sua interezza, ci invita, a partire da un’ipotesi di incertezza, di indifferenziazione a ripercorrere in ogni sessione l’itinerario dell’individuazione a partire dai suoi parametri attuali (il vissuto corporeo ed emozionale, il contatto e l’interazione, il contesto…) invece di appoggiarci ai nostri archivi. È anche tenendo presente alla mente che lo sviluppo infantile e dell’adulto sono anche il prodotto di situazioni successive, che noi possiamo contribuire a creare situazioni terapeutiche capaci di rimettere in moto le capacità di adattamento creativo dei nostri pazienti, la capacità di recuperare una certa libertà che, come ha detto Sartre, “c’è libertà solo in situazione”.

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