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La consapevolezza del margine

La consapevolezza del margine

Abstract

Il margine è un luogo che non esiste. O meglio esiste solo nel momento che qualcuno sceglie o è costretto a viverci. Il margine è un confine che non separa più solamente un dentro da un fuori ma che si dilata e diventa “qualcosa”

In questo articolo affrontiamo le caratteristiche del margine e della marginalità sia come fenomeno antropologico e sociale che come fenomeno intrapsichico e di campo.

Il margine svolge una funzione importante sia per gli equilibri sociali che individuali. Soprattutto è un fenomeno che permette di sopravvivere alle discriminazioni e sviluppare consapevolezza e può diventare motore di importanti cambiamenti negli enti che li generano e negli individui che li abitano.

Per la Terapia della Gestalt il margine acquista un ulteriore significato in quanto variante del fenomeno “confine di contatto” dove avvengono tutti gli scambi tra individuo e mondo, dove assimiliamo ciò che ci fa crescere e rifiutiamo ciò che ci danneggia.

Diventare consapevoli di come noi stessi sosteniamo l’emarginazione sia di persone che di eventi che di nostre identificazioni è l’indispensabile per dare dignità a cambiamenti necessari e che continuiamo ad evitare per vecchie paure, pregiudizi e/ compiacenza

Il margine è un confine che diventa abitabile.

Il confine non è un luogo abitabile, è un limite che ha un al di qua ed un al di là. Può essere rigido, flessibile, permeabile, invalicabile, ma in ogni caso contemporaneamente unisce e separa due entità diverse.

Si vive al di qua del confine e si vive al di là di esso. Al di qua della mia pelle ci sono io, al di là c’è l’ambiente, il mondo, l’altro. Sul confine si entra in contatto col mondo, ma non ci si può vivere.

Il confine identifica e differenzia. Senza i confini, le differenze non sarebbero possibili e senza le differenze non ci sarebbe la vita come noi la conosciamo.

Ogni organismo vivente, dai batteri, alle piante, agli animali, vive trasformando ciò che è fuori di sé in sé. E tutto questo avviene grazie ai confini.

Per noi esseri umani il “confine” è diventato particolarmente importante perché non separa solo ciò che è me da ciò che non è me ma anche ciò che è permesso da ciò che non è permesso in una determinata cornice storica, culturale, politica e religiosa. Ad esempio con l’invenzione della proprietà privata e demaniale, è stato separato ciò che è mio da quello che non lo è, ciò che è nostro da quello che non lo è.

Di conseguenza a ciò nelle società patriarcali il confine ha acquistato una ulteriore funzione legata alla proprietà e al controllo della sessualità. Nelle società matriarcali, vigendo la matrilinearità, non potevano esserci dubbi di chi fossero i figli e in quale famiglia dovessero crescere. Il patriarcato ha introdotto la patrilinearità, ma non essendoci elementi evidenti per sapere se i figli sono di quel padre è diventato necessario inventare confini che limitassero la libertà della donna e della sessualità.

È diventato importante delimitare un luogo dove chi ha potere può applicare e far rispettare le proprie leggi e far parlare la propria lingua: la patria, il patrimonio, la famiglia patriarcale vengono circondate da confini sicuri e spesso rigidi. La difesa di questi confini diventa talmente prioritaria che per essi si può morire e si può uccidere. Il confine diventa quindi un luogo di controllo e da controllare.

 

Quando proviamo ad analizzare un sistema impositivo dobbiamo guardare sempre ai margini. Questi fanno parte del sistema stesso, che a sua volta li crea. Ai margini si trovano vite per le quali è impossibile accedere al sistema che tuttavia è stato loro imposto. L’imposizione non tratta di rimanere fuori dal sistema ma ai margini dello stesso: sono i mostri che confermano il normale della normalità.”[1]

 

Può essere utile e importante, a questo punto, citare l’approccio intersezionale che si è ormai molto diffuso nel dibattito politico e accademico e che deve molto alle lotte femministe e antirazziste della fine del secolo scorso. L’intersezionalità offre una prospettiva di lettura che collega fra loro tutti i sistemi oppressivi/normativi vigenti post coloniali, essi agiscono un controllo e un potere sinergico attraverso le interconnessioni sociali, culturali, nazionali e geopolitiche; in altre parole, le discriminazioni sistematizzate e i divari sociali – ossia la produzione di margini e marginalizzazioni quali il sessismo, il razzismo, l’abilismo, l’omobitransfobia e altre – sono collegate e intrecciate fra loro trasversalmente, ne deriva che il loro impatto nei vissuti delle persone con diverse appartenenze minoritarie è amplificato e che le singole categorie identitarie non bastano per leggere la complessità del fenomeno marginale. Risultano evidenziati da questa lettura anche i privilegi di appartenenza ai gruppi maggioritari, spesso vissuti inconsapevolmente.[2]

Quando nelle relazioni umane controllo e potere prendono il posto dell’interesse libero e spontaneo, si sviluppano facilmente tensione, malessere, sofferenza ma anche fenomeni compensatori, uno di questi è il margine.

Può accadere che un confine venga “allargato” e diventi un luogo abitabile: si sviluppa cioè un margine. Qualsiasi entità ha un solo confine che la contorna e la identifica, come abbiamo detto, separa ed unisce il dentro dal fuori. Il margine invece ha la caratteristica di poter avere due confini, uno che lo separa ed unisce dal fuori dell’entità di cui fa parte ed un altro che lo separa ed unisce dal dentro dell’entità di cui fa parte. Il margine fa quindi parte di un’entità più grande ma ne è separato e chi o ciò che abita all’interno dello stesso fa parte dell’entità più grande ma ne è anche differenziato.

A volte margini si creano anche totalmente all’interno di un’entità, questo è possibile solo se l’entità che li ha prodotti trova il modo di utilizzarli, di renderli funzionali ad un equilibrio[3]. Se questo non avviene o vengono riassorbiti e le persone che li abitavano spinte verso i margini esterni dell’entità dove ricreare le zone di margine o diventano dei ghetti. Chi o ciò che abita all’interno di un margine viene emarginato e la marginalizzazione è il fenomeno che adesso cercheremo di comprendere.

Ho detto chi o ciò che abita il margine perché non sono solo esseri viventi emarginati da fenomeni sociali quali le tribù, le famiglie, le città, gli stati, ma anche caratteristiche dell’essere umano, emozioni, identificazioni, vissuti che possono essere emarginati nell’essere e finire per abitare “luoghi” che non potrebbero essere abitabili.

Per meglio comprendere questo fenomeno dobbiamo rifarci al concetto gestaltico di “confine di contatto”[4]. Per la terapia della Gestalt un confine diventa confine di contatto quando io soggetto divento consapevole delle azioni che stanno avvenendo sul confine tra me e l’ambiente in quel momento.

La terapia della Gestalt definisce l’esperienza del sé come l’esperienza del confine di contatto in azione. Io sperimento pienamente cosa vuol dire essere me stesso, cioè il sé, quando vivo consapevolmente l’esperienza di essere contemporaneamente unito e separato dall’ambiente, quando sperimento sensorialmente, emotivamente, cognitivamente e, per chi ci crede, spiritualmente il flusso continuo che avviene nel “campo organismo/ambiente”[5].

Per il tempo che avviene questo fenomeno che la Gestalt definisce “contatto pieno”, il confine diventa un luogo abitabile da me e dall’ambiente contemporaneamente e noi diventiamo un’entità nuova che potremmo definire “organismoambiente”[6].

Sarebbe utile approfondire i concetti di Satori ed Illuminazione, con cui la filosofia indiana descrive questo stato di consapevolezza. Ma per questo scritto mi interessa un altro fenomeno, e cioè cosa succede quando delle persone sono spinte a vivere su questo luogo non abitabile che è il confine. Quando cioè l’abitare un confine non è una conseguenza di un confine di contatto in azione ma la conseguenza di un vissuto di pericolo e/o coercizione e/o fuga e/o rifugio e/o disadattamento e/o espulsione, ecc. Quando cioè abitiamo un margine.

Abbiamo visto che per rendere un confine fisico un confine di contatto è necessaria la consapevolezza. La consapevolezza della novità assimilabile e delle azioni necessarie per assimilarla o rifiutarla in quel contesto[7].

I margini sono funzionali alle società perché diventano un luogo abitabile per chi non si uniforma alle identificazioni dominanti all’interno della stessa ma che questa non può eliminare o rinchiudere nelle prigioni o nei manicomi.

Allo stesso modo i margini sono funzionali agli/alle emarginati/e perché diventa per loro un luogo abitabile in cui proteggersi, sostenersi e creare famiglie alternative a quelle socialmente riconosciute.

Come tutti i fenomeni che si sviluppano nel campo organismo/ambiente, il margine non è un fenomeno che troviamo solo nell’ambiente in cui gli esseri umani vivono, ma anche negli stessi esseri umani.

Noi esseri umani non viviamo nella realtà oggettiva, ma nella realtà vissuta[8], in cui possiamo allucinare qualsiasi realtà e creare margini in cui abitare quando la sofferenza causata dal vivere in un ambiente difficile e pericoloso diventa per noi insostenibile.

Questo è ciò che avviene in maniera eclatante nella psicosi, anche in quelle che noi chiamiamo nevrosi possiamo assistere all’emarginazione di parti di noi, che preferisco chiamare identificazioni possibili, non accettabili per regole introiettate e non assimilate.

Non è solo l’ambiente ad emarginare chi è portatore/trice di identificazioni non accettabili dalla società dominante. Sono anche le persone ad emarginarsi e a cercare margini in cui abitare per essere in grado di vivere queste identificazioni, per cercare di essere se stesse.

Possiamo quindi ipotizzare che il fenomeno “margine” sia una variante del fenomeno “confine di contatto”. Una variante che si rende necessaria, utile e possibile quando essere me stesso è reso doloroso o impossibile da minacce alla mia sopravvivenza.

Queste minacce possono arrivare dall’ambiente esterno o dall’ambiente interno, ma hanno in comune la convinzione che non c’è un luogo altro in cui andare, un luogo dove essere libero di essere sé.

Allora questo luogo lo creiamo in un luogo che non esiste e, che se non esiste, non può essere soggetto a quelle pressioni e minacce: creiamo un margine o andiamo a cercare zone di margine che già esistono e in cui possiamo trovare esperienze simili alla nostra.

Molto è stato scritto su questo tema da autori/trici come Michel Foucault, Urie Bronfenbrenner, Hannah Arendt, Judith Butler, bell hooks ed altri/e. Dai loro scritti emerge che la consapevolezza sembra comunque essere presente e necessaria in questi fenomeni anche se in modi diversi.

Se siamo liberi di assimilare o rifiutare la novità che sviluppiamo nell’incontro con l’ambiente, allora la consapevolezza di questa novità genera un confine di contatto che genera l’esperienza del sé. Se invece la novità è soverchiante e/o terrorizzante comunque invivibile per la mia dignità e il mio essere, si aprono alcune alternative. Se riesco a trovare aiuto intorno a me posso lottare e riappropriarmi del diritto di rifiutare la novità. Se sono solo e posso solo subire vivrò un trauma. Se riesco a fuggire divento un esule, un migrante cercherò un ambiente migliore in cui vivere. Se trovo un margine in cui rifugiarmi creerò o mi aggregherò a comunità di persone simili a me, di emarginati con i/le quali creare solidarietà e sostegno.

Quando c’è solidarietà e sostegno i processi di contatto si riavviano[9], in queste zone di margine si sviluppano nuove consapevolezze che diverranno novità sul confine con la società che marginalizza.

Se questa marginalizzazione riguarda la vita interiore dell’individuo, le nuove consapevolezze mettono in crisi l’io e soprattutto la funzione personalità.

Per spiegarmi meglio devo rifarmi al concetto di campo.

L’etimologia più accreditata per la parola campo viene dal greco “skapto” che vuol dire fendere, scavare. Un terreno diventava un campo quando il contadino lo fendeva con l’aratro, lo cambiava, lo rendeva adatto alle sue esigenze.

Questa è anche la definizione che la GESTALT da dell’adattamento creativo: adattarsi all’ambiente mentre lo modifichiamo.

Nel momento che gli esseri umani hanno cominciato a dissodare i terreni, a coltivarli, a modificarli, hanno cominciato ad essere cambiati da questi nuovi ambienti. I terreni coltivati hanno fornito più cibo, ma meno varietà. La dieta è cambiata, la socialità anche. Il campo non era più solo un ambiente che era stato cambiato dall’essere umano per produrre colture diverse, ma un ambiente che rendeva diverso l’essere umano.

Nel campo organismo/ambiente si sviluppano le novità che modificano sia l’ambiente che l’individuo.

Essere costrett* a vivere in un margine è una novità che genera consapevolezze nelle persone emarginate. Queste consapevolezze saranno delle novità per gli enti[10] che ospitano questi margini. Se le novità saranno assimilabili genereranno nuove consapevolezze che saranno delle novità per le persone emarginate è così via in quello che diventa un circolo ermeneutico.

Se le novità che giungono dal margine non sono assimilabili allora l’ente tenderà a diventare rifiutante ed aggressivo verso i margini.

Entrambi questi fenomeni avvengono continuamente e contemporaneamente.

L’emarginazione a cui erano costrette le persone lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, agenders Etc. ha prodotto la consapevolezza che si è tradotte nel movimento LGBTQ+. La novità rappresentata da questo movimento è stata assimilabile per alcuni settori dell’ente ospitante generando nuove consapevolezze. Per altri settori è stata una novità non assimilabile ed ha generato in questi rifiuto e repressione.

Quando la risposta è duplice la complessità aumenta perché anche nel margine si svilupperanno sia nuove consapevolezze che rifiuti e aggressività.

Perché si sviluppino circoli ermeneutici che garantiscano una crescita continua di consapevolezza e nuovi cambiamenti è importante che i giudizi vengano sospesi e che le novità generino curiosità e desiderio di conoscere quelle identità/identificazioni strategiche, le narrazioni fuori dalla norma, che possono trasformare la realtà d’insieme.

Abbiamo visto il fenomeno del margine e dell’emarginazione come conseguenza di discriminazioni, repressioni, espulsioni Etc,  anche questa sembra essere una conseguenza dell’uso dei confini nelle società patriarcali.

Nella società Mosuo, un’etnia cinese che vive intorno al lago Lugu, nel sud-ovest della Cina e che pratica il matriarcato, le ragazze vivono in stanze speciali chiamate “stanze dei fiori”. Queste stanze hanno due porte, una che si affaccia verso l’esterno della casa familiare in cui vivono, attraverso cui possono fare entrare gli/le amanti, ed una che si apre verso l’interno della casa o del cortile attraverso cui interagiscono con la loro famiglia. Questo sistema fa parte della loro pratica matrimoniale chiamata “matrimonio camminato”, dove le relazioni sono spesso temporanee e gli uomini visitano le donne di notte ma non vivono con loro. I bambini nati da queste unioni appartengono alla famiglia della madre e sono allevati dalla comunità materna, mantenendo una struttura familiare matrilineare.

Ecco che le stanze di queste ragazze diventano margini del confine della comunità materna. Hanno un confine verso l’esterno della comunità ed un confine verso l’interno.

In questo caso però il margine non nasce da un tentativo di allontanare, di espellere persone indesiderate, persone che mettono in crisi la cultura dominante. Al contrario c’è proprio la necessità di creare luoghi privilegiati di contatto in cui le ragazze e anche coloro che invitano, possono incontrarsi in uno spazio di sicurezza e autonomia al riparo anche da tentazioni di controllo da parte dell’ente famiglia.

Un margine nasce per preservare gli equilibri e la coerenza interna di un’entità consentendo però l’esistenza di differenze minoritarie per il momento non assimilabili[11].

Il fatto che nelle società patriarcali, dominanza e potere si sviluppino con caratteristiche espulsive e repressive, alimenta la nascita di margini che diventano luoghi primariamente di sopravvivenza e, con fatica, di nascita di nuove consapevolezze.

Nelle società matriarcali in cui partecipazione e sostegno si sviluppano con caratteristiche inclusive e creative, i margini diventano luoghi di esperienza libera e protetta anche dalle ingerenze della stessa società.

La funzione del margine sembra essere quindi quella di contenere esperienze portatrici di novità non assimilabili dall’ente ospitante ma che possono produrre nuove consapevolezze trasformative anche per l’ente.

Questo non rende i margini luoghi idealizzabili. Se l’ente che sviluppa il margine utilizza repressione, sopraffazione e violenza per mantenere potere ed equilibrio, queste dinamiche le ritroveremo facilmente anche all’interno del margine e le nuove consapevolezze saranno spesso inquinate da queste.

Nella terapia della Gestalt noi lavoriamo con vissuti di marginalizzazione. Quelle esperienze che nel PHG vengono descritti come “Trionfo sul se” [12].

I nostri studi, le sale dove facciamo formazione, non sono margini, nessuno ci può vivere. Diventano spazi marginali di piena cittadinanza e convivenza delle differenze. In quanto luoghi sufficientemente sicuri rendono possibile l’emergere e la condivisione di vissuti discriminati e discriminanti, sofferenze e marginalità interiori costruite per resistere allo stigma delle marginalizzazioni esterne.  Sono luoghi in cui sviluppare nuove consapevolezze che aumentano l’eccitazione e la crescita dell’essere umano. Questo può avvenire però solo a condizione che il nostro lavoro metta continuamente in cris ianche noi professionist* e ci sveli l’impatto degli stereotipi dominanti dentro di noi e faccia emergere le nostre anche marginalizzazioni interne/esterne.

Ma è importante che siamo consapevoli di mettere in crisi, almeno per la durata delle nostre sessioni, gli introietti patriarcali e non solo, nelle relazioni umane.

Questo è importante perché le persone nei nostri corsi e nelle nostre sedute sperimentano una qualità di essere che non possono riprodurre o ritrovare immediatamente nell’ambiente esterno. Dico sempre alle/ai nostre/i allieve/i, alla fine dei residenziali intensivi di 5 giorni, che le persone a casa non hanno fatto la loro esperienza, saranno in una dimensione di essere diversa e questo non li/le rende sbagliate/i.

I/le nostre/i pazienti ed allieve/i modificano il funzionamento della loro funzione personalità sviluppando un’intenzionalità[13] matriarcale, anche se spesso non usiamo questi termini, che metterà in crisi il loro ambiente. È importante che ne siano consapevoli.

 

NOTE

[1] Brigitte Vasalo –  PER UNA RIVOLUZIONE DEGLI AFFETTI pag. 94)

[2] Crenshaw Kimberlè – Demarginalizing the intersection of Race and Sex. A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics – University of Chicago Legal Forum, vol n° 1 – 1989,

[3] Vedi le zone dove si concentrano particolarmente prostituzione e/o spaccio.

[4] Perls, Hefferline, Goodman – Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt- Astrolabio – Roma .1971

[5] Per la Terapia della Gestalt il campo organismo/ambiente è per la gestalt un fenomeno da considerare sempre nella sua unità simbiotica, in quanto non esistono organismi che possano vivere separati da un ambiente e non esistono ambienti che non ospitino organismi

[6] Non è un errore di battitura, è una proposta di neologismo, per descrivere l’esperienza in cui organismo e ambiente non sono più entità distinte, anche se in simbiosi, ma diventano un unico essere

[7] PHG – Teoria e Pratica della terapia della gestalt

[8] E. Husserl – Ricerche Logiche – Il Saggiatore – Milano – 2015

[9] Laura Perls – Living at the Boundary – Rivista Gestalt Pr – 1 gennaio 1991

[10] Uso il termine Ente in senso Husserliano di “oggetto di coscienza” che l’individuo intenziona, cioè a cui attribuisce senso. Una donna trans, un uomo bianco imprenditore, un immigrato clandestino e una studentessa della classe media possono anche vivere nella stessa città, ma l’ente città è molto diverso per ognun* di loro.

[11] Come le note a margine del testo

[12] Perls, Hefferline , Goodman – Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt – Astrolabio –

[13] Un’attribuzione di senso che influenza la visione ed il movimento verso l’ambiente esterno

Bibliografia

  • Brigitte VasalloPer Una Rivoluzione degli Affetti – Effequ – pag. 94
  • Crenshaw KimberlèDemarginalizing the intersection of Race and Sex. A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics – University of Chicago Legal Forum, vol n° 1 – 1989,
  • Perls, Hefferline, GoodmanTeoria e Pratica della Terapia della Gestalt– Astrolabio – Roma .1971
  • FoucaultSorvegliare e punire – Einaudi – Torino – 1975
  • FoucaultStoria della follia nell’età classica – Einaudi – Torino – 1961
  • Urie BronfenbrennerThe Ecology of Human Development: Experiments by Nature and Design – Harvard University Press – USA – 1981
  • Hannah ArendtLe origini del totalitarismo – Einaudi – Torino – 2009
  • Hanna ArendtLa banalità del male: Eichmann a Gerusalemme – Feltrinelli – Milano- 2019
  • Judith Butler Problemi di genere: il femminismo e la sovversione dell’identità – Laterza – 2017
  • Judith ButtlerVite precaria : le norme di riconoscimento – Postmedia Books – 2013
  • Bell HooksElogio del Margine – Feltrinelli – Milano- 2020
  • Edmund HusserlRicerche Logiche – Il Saggiatore – Milano – 2015
  • Laura PerlsLiving at the Boundary – Rivista Gestalt Pr – 1 gennaio 1991

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