L’articolo di Paolo Quattrini tratta del rapporto che intercorre tra sessualità ed aggressività in chiave psicoterapeutica.
Viene esplorato il concetto di aggressività a partire da una lettura etologica e dunque inteso come territorialità che, negli esseri umani, non si esaurisce in mero istinto, ma si esprime in modo complesso anche in funzione dell’ambito culturale nel quale si manifesta. L’autore inoltre approfondisce i rispettivi ‘correlati’ del rapporto sessualità – aggressività, ovvero l’esperienza del corteggiamento, della seduzione e come vi possano essere degli squilibri nel rapporto nel momento in cui vi sia una carenza o un esubero di aggressività. L’ultima parte del testo è espressamente dedicata al tipo di lavoro che viene intrapreso in terapia.
L’accostamento fra sessualità e aggressività non è solo dovuto al fatto che essendo queste le fonti pulsionali di maggiore entità sono anche quelle che ovviamente provocano la maggiore quantità di problemi nella vita psichica e quindi che compaiono più frequentemente nella letteratura clinica, ma anche e soprattutto al fatto che l’aggressività è un elemento indispensabile per la vita sessuale degli esseri umani, e va guardata in questa prospettiva. Dal punto di vista etologico, quando si parla di aggressività si intende territorialità, la tendenza cioè a conquistare e a mantenere gli spazi necessari per soddisfare i propri bisogni di sopravvivenza: le scoperte dell’etologia hanno dimostrato che nelle specie territoriali l’attività sessuale dei maschi è strettamente correlata con il possesso di un territorio, tanto che in assenza di questo, in certe specie si arriva a forme di autocastrazione. La funzionalità del fenomeno dal punto di vista evolutivo è evidente: in questa maniera si riproducono solo gli individui che hanno avuto la capacità di conquistarsi un territorio, e la specie si mantiene forte. Gli esseri umani naturalmente non si esauriscono come gli animali nei loro istinti, e possono entro certi limiti seguire cammini scelti liberamente: d’altra parte non bisogna dimenticare che ancora fino al secolo scorso, almeno nel mondo borghese europeo, era prassi normale che una ragazza sposasse un uomo con il doppio dei suoi anni, in quanto essendo ormai affermato professionalmente e quindi territorialmente solido aveva migliori possibilità di provvedere alla famiglia. E’ solo dove le donne possono essere economicamente indipendenti e l’organizzazione sociale garantisce certi servizi, che i matrimoni sono svincolati dalla capacità dell’uomo di conquistare un territorio.
Il tema della territorialità nell’esperienza femminile è meno esplicito, ma non per questo meno rilevante: le donne hanno fra di loro forti livelli di competitività, e si tratta anche in questo caso di territorio: tuttavia non sono aree che si possiedono con la forza ma zone di influenza affettiva. Dunque la competitività femminile invece di un confronto a chi è la più forte, spesso prende la forma di una corsa a chi è la più debole e bisognosa, e quindi da amare di più. Come la forma maschile della territorialità è evidentemente di capitale importanza per la sopravvivenza individuale e della specie, lo è altrettanto quella femminile, la quale provvedendo alla solidità dei legami e cioè alle alleanze, assicura la compattezza nel tessuto sociale: uno dei maggiori strumenti di sopravvivenza di cui la razza umana è dotata è infatti la sua capacità di cooperazione. La territorialità quindi in definitiva è indispensabile per dare uno sfondo alla vita sessuale, specialmente quando questa non è svincolata dalla procreazione; ma quando anche la procreazione non è più il cardine della sessualità, non si può certo immaginare che con questo vengano a cadere i meccanismi di attrazione che gli sono relativi. La territorialità, oltre alla conquista, è la spinta alla difesa del proprio territorio, e bisogna tenere presente che della difesa del territorio fa parte anche la difesa delle istanze e delle idiosincrasie della persona, che facilmente in una distanza ravvicinata entrano in contrasto con quelle dell’altra: difendere la propria specificità è chiaramente indispensabile per la vitalità stessa del rapporto. Quando i contrasti con il partner sono facilmente risolvibili, informarsi reciprocamente sui propri bisogni può essere sufficiente: nella maggior parte dei casi però non è così semplice, e le due persone devono avere abbastanza aggressività per riuscire a sostenere a lungo le proprie posizioni se vogliono arrivare a una soluzione dialettica invece di arenarsi in una repressione reciproca.
Una delle funzioni specifiche dell’aggressività è la gestione dell’ansia, un’emozione parente della paura. La paura è il vissuto soggettivo dello scatenarsi dell’istinto alla fuga, e fuga e territorialità sono istinti antagonisti: paura e rabbia infatti normalmente si neutralizzano a vicenda. Se l’aggressività è il miglior rimedio per la paura, lo è anche per l’ansia, che è una paura di aver paura, una fuga interna della persona evidentemente impossibilitata a riconoscere di aver paura di qualcosa di specifico. Ora, l’ansia è una delle emozioni generalmente più riscontrabili in contesto sessuale: ha spesso la forma di ansia da vicinanza, che una volta elaborata si risolve in paura di quelle emozioni che il contatto scatena, e con cui si è costretti a entrare in rapporto con l’altro proprio nelle aree che si è meno capaci di gestire. E’ nell’aggressività che la persona può trovare la forza per difendere il proprio territorio e affermare la propria specificità, in quanto è l’istanza istintuale demandata a questo scopo: non ci si può infatti aspettare che una persona semplicemente manchi di paura, dato che essere prudenti è la precauzione minima indispensabile per vivere a lungo. L’aggressività inoltre ha una funzione centrale nel corteggiamento: affermare che è indispensabile per conquistarsi un partner comporta naturalmente grossi rischi di fraintendimento, perché l’aggressività richiama il termine aggressione, e nel linguaggio comune è immediatamente connessa con la violenza. Anche il termine conquista evoca in genere fantasie cruente, ma qui le associazioni fuori del contesto militare (vedi per es. “conquiste della scienza”) ne mitigano l’effetto, e proprio a partire da queste associazioni si può mettere in luce un fattore importante per l’argomento in questione. Di fronte a uno spazio estraneo, si possono infatti verificare due condizioni: la prima consiste nel divieto di accesso, esplicito o implicito che sia, mentre la seconda è semplicemente l’assenza del permesso d’ingresso. Mentre oltrepassare un divieto di accesso è una violazione, ovvero un atto di conquista più o meno violento (come minimo scortese), anche entrare in un territorio non vietato senza avere uno specifico permesso è una forma di conquista: questa però è una conquista senza vittime. Fare la corte a una persona richiede abbastanza aggressività da riuscire a dire e a fare cose per cui non si ha affatto il permesso, anche se non sono esplicitamente vietate: d’altra parte una sessualità che facesse a meno del corteggiamento si potrebbe svolgere solo in assenza di teritorialità, mentre nell’uomo il senso della proprietà, e dunque del territorio, è molto sviluppato. Il fatto è che il proprio territorio diventa ad un certo punto anche una specie di prigione: non è facile infatti cedere quello che si considera proprio, e anche con le migliori intenzioni l’ospite, come si suol dire, è come il pesce, dopo tre giorni puzza. Ci vuole ben altro che una buona disposizione d’animo per accettare che qualcuno possa stare nel nostro spazio privato: è necessario che diventi almeno in parte suo, che insomma in qualche modo se lo conquisti. La sessualità richiede infatti una vicinanza che mette a rischio la dimensione privata dell’intimità, e se non si potesse ricorrere all’aggressività, con la quale si può appunto “conquistare” un partner e conseguire quindi libero accesso al suo territorio, non ci sarebbero grandi possibilità di vivere relazioni sessual-sentimentali. La tecnica di conquista è il corteggiamento: questo è un fenomeno molto articolato, e non è sempre facile distinguere il pattern territoriale sottostante.
Per capire la tipologia delle interazioni, ci vengono in aiuto i miti e le fiabe. Due favole in particolare tracciano i cammini principali su cui si muove il corteggiamento: “Cenerentola e il Principe Azzurro” e “La Principessa che bacia il Ranocchio”. Apparentemente la prima favola racconta come il Principe salva Cenerentola da una famiglia che la umilia e la calpesta; in realtà quello che si può leggere fra le righe è che il Principe con il suo potere sociale obbliga a cedergli la figlia che la famiglia invece tenderebbe a trattenere in qualità di forza-lavoro. Sulla base di questa traccia si può risalire ad un’antica tradizione, tutt’ora in voga in alcune parti del mondo. Si tratta dell’usanza del rapimento, che in certe popolazioni è un rituale obbligatorio per il matrimonio. La provenienza culturale di questo del rito è legata alla considerazione arcaica delle donne come beni: si legittima la consuetudine di rapirle alle tribù nemiche dopo averne sterminato gli uomini, un’esperienza che si potrebbe definire un’esogamia violenta ritualizzata [1]. Nella favola di Cenerentola, il Principe ha perso le connotazioni cruente ma non ha perso le stigmate della sua essenza, ovvero il livello di maggiore potere rispetto alla famiglia di lei, e il cavallo, che simbolicamente assolve certamente altre funzioni, sembra peraltro portare ancora gli echi delle scorrerie delle tribù confinanti. Se è cambiata la forma della conquista, non è cambiata la sostanza dell’atto, e il successo incondizionato che l’immagine del Principe Azzurro riscuote sempre fra le donne di ogni età e di ogni cultura, indica chiaramente l’importanza dell’attivarsi di questo archetipo nella vita sentimentale.
Nella favola de “La Principessa che bacia il Ranocchio [2]”, abbiamo invece un animale per definizione repellente, che viene nobilitato ed elevato allo status di principe. La situazione sottende evidentemente una subordinazione delle caratteristiche maschili, che qui appaiono come subumane e appunto repellenti, a quelle femminili, che sono invece principesche e capaci di nobilitare, di trasformare appunto un ranocchio in un principe: si tratta evidentemente di un sistema di valori dove il femminile predomina, ovvero di una cultura di tipo matriarcale. L’elemento della territorialità in questa storia è meno evidente, ma ugualmente importante: per rendersene conto bisogna ricordare che se il territorio per i maschi della specie umana è stato per lungo tempo la terra in senso stretto (i nobili erano appunto possessori di terre), per le femmine è invece tradizionalmente la rete di relazioni familiari e sociali tessute nella loro vita, per cui farsi amare da qualcuno è un modo di “conquistarlo”, significa letteralmente farsi largo nei territori del cuore, proprio e dell’altro: trasformare orribili ranocchi in magnifici principi è una vera e propria manifestazione di conquista, che richiede non poco potere.
Bisogna infine tenere presente come fattore di importanza non secondaria il potenziale erotico dell’aggressività. Il fattore dell’erotismo è una componente molto importante della vita sessuale: l’esperienza del rapporto può variare moltissimo di intensità, e una maggior intensità, cioè un maggiore stimolo erotico, è nella maggioranza dei casi motivo di preferenza. L’effetto erotico può essere legato a innumerevoli fattori, diversi da persona a persona: molti di questi fattori sono infatti dipendono dagli eventi contingenti in cui la persona ha vissuto i primi stimoli sessuali, oppure a particolari configurazioni più o meno idiosincratiche in cui le vie del destino hanno portato a cristallizzarsi le sue dinamiche intrapsichiche. Ci sono però anche connotazioni erotiche definibili “oggettive”, nel senso che sono significative in genere per tutti gli esseri umani, indipendentemente dall’etnia o dalla cultura. Una di queste ad esempio è il movimento: i balli di origine africana hanno conquistato culturalmente l’Europa appunto per il loro estremo eroticitismo.
Un altro fattore eroticamente, per così dire, oggettivo è appunto l’aggressività: naturalmente si tratta di un argomento da prendere con le molle, tanti sono i possibili fraintendimenti. L’aggressività infatti si colloca in un vasto spazio che va dalla forza alla violenza, dalla capacità di autonomia alla mancanza di rispetto per l’altro, dal coraggio al sadismo. Dato che lo spostamento di registro dall’una all’altra sponda comporta una forte dose di soggettività da parte delle persone implicate, non è possibile fare delle differenziazioni categoriche che escludano possibili fraintendimenti: d’altra parte non per questo bisogna rinunciare a riconoscere e descrivere fenomeni che il buon senso presenta continuamente agli occhi di tutti. La sessualità infatti è un miscuglio, un incontro di attività e passività, il luogo in cui l’attività di un partner s’ incontra con la passività dell’altro e viceversa. La necessità erotica è quella di poter vivere fino in fondo il proprio ruolo del momento, e niente aiuta quanto il fatto che il partner viva a sua volta fino in fondo il suo, passività o attività che sia: un’aggressività che il partner non senta lesiva dei suoi bisogni sarà quindi un incentivo non secondario dal punto di vista erotico. Il problema naturalmente nasce quando le persone non sanno distinguere, o non sanno difendere, i propri limiti. Quando per esempio si fanno travolgere da dinamiche sadomasochistiche, erotizzando dipendenze autodistruttive e lasciandosi tormentare dall’aggressività di partner sadici: siccome però è ben difficile stabilire dal di fuori l’importanza che i fatti rivestono per la singola persona, salvo nei casi più macroscopici, solo la persona stessa può dire se si tratta di innocui incentivi erotici o di prevaricazioni dei propri limiti.
Ci sono inoltre alcune considerazioni dal punto di vista sociologico: nelle culture umane, quasi senza eccezioni se non al limite del mito, l’attività guerriera era svolta dagli uomini: l’aggressività in questo modo veniva a significare quindi anche capacità di conquistare (per la propria famiglia) e capacità di difendere (la propria famiglia). Una qualità dunque molto desiderabile per una donna che volesse essere rappresentata e difesa, tanto da farle dimenticare gli ovvi svantaggi della situazione.
Strettamente connesso al tema dell’erotismo è quello della seduzione: mentre il corteggiamento ricalca schemi profondi che vanno al di là dell’individuo stesso, la seduzione è un processo più o meno consapevole, e che deve essere appreso. Come chiarisce l’etimologia stessa, la seduzione è un modo di attirare a sè l’interlocutore, ovvero di far sì che la sua attenzione e il suo interesse si destino. I messaggi chiave nel corteggiamento sono la forza e la rassicurazione, quindi anche per la seduzione si tratterà di mandare gli stessi messaggi, modulandoli e adattandoli alle orecchie dello specifico interlocutore, fino ad ottenere il massimo effetto di richiamo.
Nel rapporto sessualità – aggressività si può manifestare dunque uno squilibrio sia per carenza di aggressività che per la presenza di componenti troppo aggressive. In non pochi casi quello che vediamo nella coppia è una chiusura da parte dei suoi membri, che sembrano disertare, sottraendosi al contatto e mettendo in piedi un reciproco rincorrersi. Possiamo chiederci se queste mancanze di contatto siano funzionali a qualcosa, e perché una persona possa volere che l’altra non entri in contatto con parti di sé. Quale aspettativa catastrofica giace sullo sfondo? [3] Quello che avviene di sicuro nell’incontro è che l’altro ha una reazione emotiva, a cui risponderà un’altra reazione emotiva, ciò che si vuole evitare è il contatto con l’emozione dell’altro, o piuttosto con la propria conseguente reazione, e questo richiede considerazioni su come e perché non si tolleri un’emozione. Il fatto è che le emozioni si manifestano con trasformazioni fisiologiche più o meno evidenti, ed è esperienza comune che nelle grandi tempeste emotive il corpo viene scosso e portato ai limiti della tolleranza fisica: sappiamo che di shock emotivo si può addirittura morire. Da questo punto di vista l’intolleranza ad un’emozione si configura come una vera e propria debolezza fisica, in cui ha un’influenza determinante l’esperienza: una persona sottoposta a forti pressioni emotive che abbia represso per tutta la vita un’emozione e quindi non sia allenata a sostenerla, facilmente può sentirla come intollerabile, e può non essere in grado di affrontarla. Se immaginiamo una persona che abbia difficoltà a gestire livelli emozionali molto intensi, possiamo capire come tutti i suoi automatismi psichici tendano a preservarla da questo rischio bloccando qualunque tipo di spirale ascendente: l’aggressività è appunto uno stato emozionale che si presta particolarmente ad un’escalation, il cui esito non è facilmente prevedibile.
Vi è inoltre da considerare il problema della fragilità dei legami: da alcune persone l’aggressività è sentita come un pericolo mortale perché i legami che hanno con l‘entourage non sono abbastanza solidi (nella realtà o nella fantasia) da sopravvivere ad uno scontro veramente duro. Che si tratti di proiezioni dei propri legami familiari, magari oggettivamente fragili, su legami in realtà molto più solidi, o che si tratti di inesperienza o di una più o meno ragionevole prudenza, per queste persone comunque i comportamenti aggressivi sono il più possibile da evitare, con il risultato che in linea di massima le situazioni si caricano sempre più di aggressività, la quale a sua volta è sempre più temuta e repressa. Da una parte bisogna considerare che reprimere ha una sua dolorosità intrinseca che va comunque presa in considerazione, se non altro perché innesca appunto queste spirali senza fine che oltre a produrre malessere disperdono grandi quantità di energie a vuoto: dall’altro la repressione di un’istanza comporta la perdita di un vero e proprio strumento a livello psichico. L’aggressività ha vari aspetti, alcuni dei quali fra l’altro incruenti: il corteggiamento infatti in molte specie non necessita scontri violenti. Ora, fra gli esseri umani il corteggiamento ha una importanza particolare, perché essendo i rapporti in questa specie in genere abbastanza estesi nel tempo da aver modo di far emergere prima o poi conflitti e frustrazioni latenti, qui non c’è solo il problema che senza corteggiamento non si conquista un partner, ma anche quello che se non lo si ottiene attraverso il normale canale della conquista, qualunque altro modo lascia nella persona dubbi e insicurezze, spesso letali per il rapporto. Da una parte la vita sessuale richiede partners, e per incontrarli bisogna spingersi fino ad assumere comportamenti apertamente attraenti, con tutta la competizione che questo comporta da parte degli altri, e quindi il rischio di scontri; dall’altra l’attrazione tende al legame, e mettersi in un rapporto comporta mettersi in un’avventura che può essere di lunga durata, e che richiede la capacità di affrontare e risolvere i problemi relativi.
Si possono considerare anche altri riflessi dell’aggressività sulla sessualità all’interno di un rapporto: il fatto che l’aggressività sia indispensabile alla vita sessuale non significa infatti che ogni livello di aggressività sia funzionale, nè sul piano della conquista nè su quello della difesa. Se infatti una persona si difende troppo e non permette mai agli altri di avvicinarsi abbastanza, si rende evidentemente impossibile avere una vita sessuale. Altrettanto ostacolante, anche se in modo meno evidente, è un comportamento talmente aggressivo da prevaricare il partner, che lascia la persona nel livello autistico dell’esperienza, deprivandola degli stimoli che un partner non prevaricato fornirebbe nel rapporto. Il registro su cui l’aggressività in campo sessuale deve essere tarata spazia dunque fra la capacità di avvicinarsi all’altra persona e di farsi conoscere, e il rispetto delle specificità del partner. Nella coppia il legame affettivo è quello che permette alle due persone di fidarsi reciprocamente e quindi di aprirsi, di esporre cioè le aree psichiche intime (e quelle sessuali sono fra le più vulnerabili), senza mettersi in pericolo. E’ chiaro d’altra parte che sia la disponibilità ad esporsi, sia l’aggressività di una persona variano secondo le circostanze, e al momento che si determina nella coppia una qualche frizione si ha una flessione momentanea dell’apertura. In caso poi di aggressività cronica, si capisce bene come si possano determinare delle chiusure altrettanto croniche, le quali trasformano il contatto in qualcosa di sgradevole: quando infatti l’organismo è impegnato nella difesa o nell’attacco, ogni contatto è potenzialmente pericoloso e quindi non piacevole. Questo vale anche dal punto di vista strettamente fisico, dato che infatti il contatto con la muscolatura tesa non è granchè piacevole sul piano sensuale. In questa maniera viene dunque a mancare il supporto della sensualità, che è pur sempre il grande mare da cui si levano le alte onde della sessualità e in cui alla fine vanno a ricadere. Sensualità e affetto sono componenti fondamentali del rapporto umano, che è sostrato imprescindibile del rapporto sessuale. Quando non si riesce a raggiungere l’apice e quindi la remissione, l’aggressività diventa cronica, il clima del rapporto si tinge di inquietudine, e quelle interazioni che normalmente non generano attrito perchè vengono lubrificate dalla reciproca benevolenza, diventano pian piano occasioni di conflitti che, caricatisi di vari altri elementi, possono finire per disturbare seriamente il rapporto. Questo può avvenire anche malgrado la migliore buona volontà da parte della persona, che magari sta reprimendo un’aggressività che non sottoscrive: per tenerla sotto controllo infatti deve isolare una parte di sè, sottraendola al contatto con l’altro. Questa operazione può essere fatta in modo più o meno manifesto, ma molto difficilmente il partner non se ne renderà conto, e anche nel caso che sia stata eseguita con la più grande capacità di occultamento, rimarrà sempre la percezione a livello inconscio, che pur non potendo esprimersi con aperte recriminazioni sarà comunque terreno per la produzione di sintomi compensatori. Insomma, il partner defraudato di una parte del proprio coniuge ha facilmente modo di proiettare in questa situazione tutte le sue insicurezze, e sia che possa attribuire apertamente la responsabilità all’altro oppure no, entrerà, direttamente attraverso recriminazioni o indirettamente attraverso sintomi, in uno stato di risentimento che, vissuto come una punizione dal coniuge già impaurito della sua propria aggressività, produrrà ancora più paura e chiusura, instaurando una spirale di tensione e di allontanamento nella coppia. Quell’aggressività poi che è paura mascherata (secondo il vecchio detto “la miglior difesa è l’attacco”), porta a non prendere neanche in considerazione la possibilità di un rapporto molto ravvicinato, in quanto una situazione pacifica è già un grande ottenimento. Quello che una situazione del genere provoca, anche nel caso che non sia un diretto ritirarsi difensivo del partner, sarà comunque probabilmente una delusione per il naufragare di tutti i tentativi di avvicinamento, e di conseguenza un progressivo disinvestimento energetico nel rapporto.
In psicoterapia il problema si configura nell’avvicinamento progressivo da parte del paziente all’emozione o alle emozioni in questione, magari in contesto di gruppo, dove possono essere impattate in modo diluito o comunque in una situazione non critica, perchè fra l’altro vissute con persone che non fanno parte del contesto quotidiano e familiare. Può essere conveniente quindi impiegare un approccio psicoterapeutico dove l’attenzione sia posta sulla domanda “cosa stai provando in questo momento?”, che permette di lasciarsi andare in qualunque genere di esperienza proposta in quanto occasione di sperimentare e di conoscere le proprie reazioni, sia gradevoli che sgradevoli. Questo permette di rendere una dignità all’esperienza normalmente considerata negativa, e dà la possibilità alla persona di sperimentare le relative sensazioni, che hanno pur sempre la funzione di dare informazioni sul mondo circostante e che non devono essere evitate se non si vogliono perdere appunto queste informazioni, le quali possono essere in realtà di vitale importanza. Crescendo la tolleranza delle sensazioni “negative”, diminuisce la tensione psicofisica: questo lascia spazio alla possibilità del piacere, innestando quindi una spirale in senso contrario a quella dell’allontanamento, e contemporaneamente aprendo il mondo delle sensazioni. Come ogni altro posto, anche questo, per entrarne in possesso, bisogna appunto conoscerlo: questo significa evidentemente essere in grado di distinguere le sensazioni fino alle sfumature. Tanto più grande sarà il territorio conosciuto, tanto più il campo della sensualità sarà vasto e fruibile, permettendo in questo modo sia molte più strade di approccio alla sessualità, sia un continuo sostegno sottostante, capace di sorreggere quelle angosce da perfomance che più o meno tutti gli esseri umani hanno. D’altra parte, caduti i meccanismi di separazione e avvenuto il contatto, i partners possono verificare le effettive reazioni reciproche, con più o meno soddisfazione, perdendo quella mancanza di conoscenza che fa da supporto a ogni genere di proiezioni. Possono quindi avviarsi a questo punto verso una strada di incontro, che può portarli sia alla separazione sia ad un maggior apprezzamento reciproco, quindi a consolidare il rapporto affettivo e a una maggiore apertura. L’elaborazione invece delle componenti fortemente aggressive comporta in genere grosse difficoltà per la psicoterapia, dato che si tratta molto spesso di fenomeni che sono almeno superficialmente e a tempi brevi redditizzi per l’economia della persona: comportandosi da prepotente questa ottiene infatti sul momento quello che vuole, anche se poi alla lunga magari perde il rapporto, perchè il partner magarisi stufa. Se si riesce a superare questa prima fase della terapia, e la persona arriva a considerare la sua forte aggressività come un sintomo da elaborare, sarà comunque di grande importanza che entri in contatto, emotivo o almeno intellettuale, con l’esperienza dolorosa che questa sottende. Prevaricare il partner all’interno di un’esperienza è infatti un modo di farne a meno, e fare a meno di un partner che si è peraltro cercato è evidentemente una rinuncia, che non può che essere motivata da ragioni importanti. A parte i casi in cui la prevaricazione è data da motivazioni sadiche, ovvero nei casi dove questa via è diventata l’asse portante del comportamento e che sono ascrivibili a una vera e propria patologia, in genere la cosa ha a che fare con il fatto che la presenza del partner, se da una parte è desiderata, dall’altra è anche causa di un tale disturbo da dover essere soppressa. Si tratta cioè di una presenza che produce una tale paura e un tale dolore da non permettere il contatto senza portare con sé una profonda minaccia per la persona: far emergere queste emozioni profonde e nascoste può essere sufficiente per interrompere un comportamento fortemente aggressivo, anche se poi risolverle è invece un’altra questione.
Bibliografia
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Note
[1] Qui l’uomo evidentemente non si aspetta il consenso della donna e traccia da solo le direttive dell’azione, quelle che danno il senso della vita: è lui insomma il vertice gerarchico sul piano culturale. Si tratta chiaramente di un patriarca, e il tipo di rapporto fra uomo e donna che questo mito sottintende è quello che sta alla base delle società patriarcali.
[2] Il mito della Bella e la Bestia è una variante di quello del Ranocchio e della Principessa: anche qui c’è una figura femminile in primo piano, la Bella, la quale non ha paura della Bestia, malgrado che sia irsuta zannuta e terrifica, e la tratta, invece come se fosse un essere umano, nè sgradevole nè terrificante, ma per un certo verso addirittura interessante.
[3] Ovviamente stiamo ipotizzando casi in cui quello che viene nascosto sono informazioni su come è fatta la persona, non su cosa ha fatto, il che porterebbe ad affrontare problemi che esulano dal contesto in esame









