Premessa
Ho conosciuto Bob e Rita Resnick nel 2008 in Lituania, nel corso della 37ª edizione dell’European Summer Residential Training Programs e, successivamente, in Italia nei loro seminari specificamente dedicati alla terapia di coppia. Ciò che mi colpì subito del loro lavoro era la fluidità e la semplicità dell’interagire, una grande capacità di accogliere, di risuonare, di riflettere, di restituire, nonché di intercalare i loro interventi in una danza armonica. Anche il modo di spiegare ciò che fanno, la loro teoria gestaltica, ha la proprietà, paradossalmente rara in Gestalt, della semplicità e della comprensibilità. Chiarezza, accoglienza, eleganza, efficacia furono le qualità che mi colpirono e diedero a suo tempo una svolta significativa al mio modo di lavorare come terapeuta. Pensai che sarebbero state preziose anche per la comunità gestaltica a cui appartengo e che si riconosce intorno alla Scuola Gestalt di Torino e perciò, quando ci fu l’occasione, vi organizzai il recente seminario (Torino, marzo 2014) che ha trovato grande adesione e successo.
I fondamenti della Terapia della Gestalt
Cercherò di seguito di riportare le linee essenziali della Terapia Gestaltica secondo l’Istituto GATLA – il Gestalt Associates Training of Los Angeles – fondato da Bob e Rita insieme al compianto, recentemente scomparso Todd Burley, usufruendo di alcuni loro articoli, testi classici e miei appunti personali tratti dal suddetto seminario. Per Bob (1995), i fondamenti imprescindibili e comuni ad ogni approccio gestaltico, pur nelle differenze degli stili possibili, sono: la teoria del campo, la fenomenologia ed il dialogo.
Teoria del campo. Perls e Goodman (1951) sottolineavano già come fosse erroneo e fuorviante pensare la persona come un individuo isolato e che, invece, per comprenderla, occorresse sempre connetterla al relativo ambiente di vita, un complessivo campo organismo-ambiente che, in coerenza ai principi della Psicologia della Gestalt, è dotato di specifiche proprietà emergenti, vale a dire caratteristiche proprie di organizzazione ed evoluzione verso equilibri più semplici, forme migliori, stati di minore tensione; Malcom Parlett fissò successivamente (1991) questi concetti in 5 principi:
Principio di organizzazione: ogni cosa nel campo è interconnessa e il significato e l’azione emergenti derivano dalla situazione totale (in particolare ciò che accade nella seduta è funzione anche dell’interazione reale fra terapeuta e paziente).
Principio di contemporaneità: il campo presente ingloba le strutture cognitive ed emozionali dei suoi componenti (in particolare del terapeuta e del paziente), formatesi nel corso delle esperienze passate, ed ora alla base delle rappresentazioni spontanee dell’esperienza presente nonché delle aspettative degli accadimenti futuri.
Principio di possibile rilevanza: non tutte le parti del campo hanno eguale rilevanza nei processi di attribuzione del significato e di scelta del comportamento, ma non è possibile a priori escluderne nessuna (sta alla sensibilità estetica del terapeuta ed alla sua capacità di contatto con il paziente e con la situazione focalizzare ed energizzare, senza matematiche certezze, gli elementi più significativi e potenzialmente evolutivi).
Principio del processo di cambiamento: il campo ed i suoi elementi non sono staticamente determinati, ma continuamente in evoluzione, secondo linee che portano a situazioni di minor tensione e forma migliore (di cui è possibile intravedere intuitivamente ed esteticamente la possibile direzione).
Principio di singolarità: ogni configurazione é volta per volta unica e, benché possano esserci similitudini, non è mai definitivamente esauribile da nessuna teoria o categorizzazione (attenzione alla diagnosi ed alle schematizzazioni).
Ogni specifico campo è dunque formato nel qui ed ora dall’incontro di due o più persone che tendono a organizzare il loro interagire secondo storie, risonanze e creatività. Schemi predefiniti e adattamenti creativi, variamente mescolati, sono le due fondamentali sorgenti di organizzazione. Secondo Parlett, il sé, la funzione organismica di contatto con l’ambiente, è lo stesso principio organizzatore del campo, e lo fa sulla base sia delle passate esperienze (Personalità), che portano a riconoscere nella situazione presente affinità e probabilità, sia in base alla capacità di apertura alla novità, unicità e complessità (Es) della situazione. Tendenze rigide, generalizzate ed acontestuali di attribuzione di significato e di scelta del comportamento (gestalt fisse, personalità rigide, strutture caratteriali o nevrotiche), possono essersi formate a causa di molte interazioni ripetitive in un ambiente primario stereotipato o pericolosamente traumatico. Nondimeno, secondo il principio di organizzazione, esse possono essere sfidate dalla capacità dell’interlocutore (il terapeuta) di non farsi ricondurre a categorie predefinite e richiedere perciò nuovi adattamenti creativi.
Secondo le parole di Bob Resnick (1995):
“Il carattere è una struttura congelata di ciò che un tempo fu una risposta adattiva e generalmente salutare ed è ora acontestuale, anacronistico ed obsoleto. Gli schemi cristallizzati di organizzazione che costituiscono il carattere sono basati sulla storia di quel campo, e influenzano fortemente le realtà fenomenologiche create”.
Fenomenologia. Husserl è stato il filosofo che, in una critica radicale all’epistemologia scientista, all’inizio del Novecento, mise in discussione ogni teoria che non ponesse le sue basi nell’esperienza vissuta e nel dialogo intersoggettivo. Il mondo della vita non è quello spiegato dalla scienza matematica ma quello vissuto direttamente attraverso l’esperienza, ed ogni modello che tenda a negarla, per esempio trascurando la conoscenza emotiva e soggettiva, deve essere rigettato come inadeguato o insufficiente. Come mettere allora in discussione le teorie personali irrigidite e gli schemi di comportamento stereotipato, propri delle strutture caratteriali, che si esplicano nel qui ed ora attraverso le interruzioni di contatto (confluenze, introiezioni, proiezioni, retroflessioni, ecc.)? Sempre attraverso la messa tra parentesi (epoché) degli schemi di cui occorre diventare consapevoli, e il tornare alle cose ed al corpo, all’esperienza sensorialmente vissuta, al contatto con sé e con l’altro, con la complessità della situazione prima dell’emergere della figura, destrutturando i significati deboli e precoci, e con la fiducia che il semplice stare, masticare, gustare, possa portare a nuovi insight di significato e di comportamento. L’etica, il che e il come fare, nasce così fenomenologicamente dall’estetica, dal senso intuitivo e corporeo del bello e del meglio. Il lavoro gestaltico, e in questo Bob e Rita sono grandi maestri, nasce dall’attenzione ai vissuti, dalla capacità di dare loro voce attraverso la risonanza empatica, dalla fiducia nel processo e nella autoregolazione degli organismi in interazione.
Dialogo. Anche se ogni esperienza vissuta è in definitiva profondamente soggettiva, noi condividiamo uno stesso mondo e la natura ci ha dotato della capacità di risuonare con l’esperienza dell’altro, nonché di trasmettergli, immediatamente e verbalmente, la nostra, ed il nostro comunicare ed interagire è la base della costruzione di un mondo comune. Sempre Husserl aveva a tale riguardo parlato di intersoggettività, la necessità e lo sforzo comune di incontrare l’esperienza dell’altro per creare, per quanto possibile, una realtà condivisa. L’incontro Io-Tu è anche liricamente espresso da Martin Buber (1984) come l’essenza dell’individuazione e il segno di una vita reale: Solo con l’intero essere si può dire la parola fondamentale Io-Tu. L’unificazione e la fusione con l’intero essere non può mai avvenire attraverso di me, né mai senza di me. Divento io nel tu, diventando io dico tu. Ogni vita reale è incontro. Echeggiando Buber, Bob (ibidem) afferma che il vero dialogo esistenziale richiede la “presenza” del terapeuta, ossia la sua reale capacità di contatto con la propria esperienza e fenomenologia, la capacità di “inclusione”, ossia il risuonare con l’esperienza dell’altro, e “l’impegno” nel dialogo stesso. Il dialogo delle fenomenologie è la via d’uscita dal solipsismo, dagli schemi stereotipati, l’apertura reciproca e la messa in discussione di due mondi che si confrontano, si uniscono e differenziano, creando in parte un mondo comune, in ogni caso arricchendo i mondi soggettivi, ed aumentando in essi la possibilità della creatività e della scelta: “La fenomenologia del terapeuta viene condivisa per tre motivi: primo per ampliare la possibilità di contatto; secondo per fare in modo che il cliente abbia la possibilità di ascoltare e vedere un altro…; e terzo come esempio del terapeuta che dice quale sia la sua esperienza e così mostra il modo di condividerla” (Resnick B., 1995).
La Terapia Gestaltica di Coppia
Nello specifico della psicoterapia di coppia, il metodo non cambia: la teoria di campo e il dialogo delle fenomenologie sono ancora le chiavi per uscire dagli schemi di incomprensione ed interazione patologica. Pur rimanendo importante la condivisione della fenomenologia del terapeuta, come arricchimento del campo dei vissuti, la funzione terapeutica fondamentale è però ora quella di facilitare il dialogo delle fenomenologie proprie dei partners, evidentemente bloccato o difettoso, per consentire all’uno di comprendere i codici dell’altro, e alla fine di costruire un mondo comune dove siano egualmente possibili momenti di unione, ma anche le differenze possano coesistere ed essere valorizzate. Nell’analisi di Bob e Rita, le coppie moderne sono ammalate di simbiosi, tendono all’ideale romantico di unione totale, ma facendo ciò negano la propria o l’altrui individualità, condannandosi alla repressione, all’oppressione e alla sofferenza; secondo il loro tragico motto: due diventano uno e poi non rimane più nessuno!
La stessa opposta tendenza alla singletudine, forse ancora più evidente nella postmodernità, è l’altra faccia della stessa medaglia: non potendo creare una coppia fusionale con un altro essere umano identico, meglio rimanere soli!
L’esplorazione dei campi di provenienza dei partners, le modalità di interazione nel campo qui ed ora creato, ed il dialogo delle fenomenologie permettono sia il venire alla luce dei molti introietti sociali, in primis la fusionalità e l’individualismo, di cui l’uno od entrambi sono portatori, sia l’emergere di reali convergenze o al contrario di differenze profonde nei bisogni esistenziali fondamentali dei partners (core needs). L’individuazione e la destrutturazione degli introietti, l’esplorazione e la valorizzazione dei bisogni centrali, la costruzione della possibilità e necessità di parti di vita condivise e di altre più personali, diventano il nocciolo dell’intervento terapeutico. Di seguito ecco alcuni miei appunti, ritengo abbastanza accurati e fedeli, del recente seminario di Bob e Rita (Torino, 2014):
Solitamente le coppie che vanno in terapia sono ammalate di modello fusionale, almeno uno dei due o entrambi lo pretendono, almeno uno dei due o entrambi ne sono sopraffatti e oppressi. Dicono di cercare più unione ma in realtà stanno cercando più spazio, energia, eccitazione di quanto permesso nella loro coppia, nella quale a causa di una ideologia relazionale sbagliata, si sono progressivamente spenti. Relazione significa “capacità di collegarsi ancora” il che implica un collegarsi e uno scollegarsi, qualcosa che ha movimento, separazione e riunione. Ognuno ha nel mondo qualcosa di personale che lo eccita, lo elettrizza, e non è assolutamente detto che sia lo stesso per il partner. Andate separati nel mondo e tornate con l’eccitazione alla coppia. Non a cercare cosa si deve fare come uomo o come donna ideali o idealizzati, ma scoprendo e seguendo il proprio interesse e la propria eccitazione.
Perché ci possa essere contatto occorre che siano possibili e consapevoli le differenze fondamentali che esistono nei bisogni tra le persone. Occorre che entrambi i partner della coppia diventino consapevoli dei loro bisogni fondamentali, i core needs, su cui non è possibile giungere a un compromesso. Su molte cose esso è possibile, ma per ciascun partner ne esistono alcune su cui non è possibile transigere, perché hanno a che fare con il nocciolo dell’esistenza e dell’identità. Molto spesso non sono chiari, ma è chiaro che quando sono infranti o disattesi si diventa infelici. Una parte fondamentale della terapia di coppia é portare le persone a identificare i propri bisogni centrali e ad assicurarsi di non scendere a compromessi su di essi. I core needs sono individuali, cruciali, solo parzialmente e lentamente mutevoli. Possono cambiare più o meno velocemente, specialmente in gioventù e anche durante lo stare insieme della coppia. Sono in genere molto collegati al temperamento e al nucleo centrale della personalità. Possono cambiare lentamente negli anni e con l’età, e può avvenire che una coppia possa stare insieme in una fase della vita e non in un’altra. Sono fondamentalmente diversi dal carattere, perché sono il cuore dell’autoregolazione mentre il carattere ne è il primo ostacolo, una sovrastruttura di introiezioni che può e deve essere cambiata perché è di intralcio al benessere individuale e relazionale. Il carattere è largamente basato su introietti e non sulla esperienza. Si possono confondere, bisogna esplorarli, molto del lavoro terapeutico è in questa discriminazione. Il carattere viene agito senza consapevolezza e scelta, il core need diventa più chiaro e più forte all’aumentare della consapevolezza. Conoscere oltre ai propri anche i bisogni centrali dei propri partner è fondamentale, per non metterci bellamente sopra le proprie proiezioni, la propria definizione di mondo sul mondo dell’altro. Comprendere la fenomenologia del partner è essenziale per consentire di trovare soluzioni creative.
La differenza non è conflitto, ma lo diventa se cerchiamo di eliminarla. Essa è parte della vita, permette l’eccitazione ed il contatto, assicura interesse ed eccitazione, anche se all’estremo può portare al caos. Molti modelli cercano di eliminare la differenza, per esempio arrivando a dei compromessi espliciti, evitando con ciò l’esplosione o l’implosione per qualche tempo, ma poi arrivano inevitabilmente il sintomo o la crisi.
Bob e Rita sostengono invece la differenziazione tra i partners e la connessione nelle differenze: per essi non può esserci contatto se non fra individui differenziati, fra un io ed un tu, tra i quali esiste un confine, e dove è dunque possibile, non scontato né obbligatorio, la connessione e l’incontro. Essi credono fortemente nella coppia, sono una coppia da moltissimi anni, perché la ritengono potenzialmente una modalità ineguagliabile nel dare ricchezza, stimolo e nutrimento ai suoi componenti. Una buona relazione permette la connessione anche quando non si sta insieme, un ground che consente l’andare nel mondo portando l’altro con sé, come un tempo abbiamo fatto con i nostri genitori, lo sfondo da cui emergono le figure, la base di molti significati. Non possiamo avere connessione se non esiste un due, una persona diversa dall’altra, separate da un confine sul quale avviene il contatto. Viva la coppia dunque, ma certamente non a tutti i costi: una coppia autentica, consapevole delle differenze, intenzionata alla collaborazione, ma, allorché le differenze emergano, non condannata allo scontro né obbligata all’incontro.
Occorre far emergere le differenze, e poi onorarle, rispettarle in senso reale, come si rispetta l’Oceano Atlantico, riconoscere che esistono così come sono, qualsiasi emozione tu provi, io la rispetto così come è. Una volta che lasci che tale esistenza possa esistere, allora puoi trattare con essa, con il punto di vista dell’altro, anzitutto chiedendoti: che cosa significa per lui, che cosa lo rende così importante per questa persona? Nel modello fusionale non c’è spazio per la collaborazione. Se tu riconosci la differenza e ci vuoi interagire, allora puoi diventare collaborativo, guardare insieme il problema e qualsiasi commento io faccia esso deve includere la situazione intera, allora è possibile diventare creativi. Certo la vita non è una favola e non c’è sempre una buona risposta, può darsi che una buona soluzione non ci sia, ma se esiste, questa è la strada per trovarla.
Concludendo con le loro parole, ecco l’intenzionalità intrinseca alla terapia di coppia:
“Non siamo interessati a cercare di far funzionare la relazione ma a renderla autentica e poi succeda quello che deve succedere. Far funzionare la relazione potrebbe significare proprio fare quello che non vogliamo fare nel profondo. Noi vogliamo che la verità venga fuori e poi ciascuno ne tragga le conseguenze. Nostro obiettivo non è portare soluzion, ma ampliare la consapevolezza e la possibilità di scelta”
Bibliografia
- Buber M. (1984), Das dialogiche Prinzip, Heidelberg, Lambert Scneider
- Parlett M. (1991), “Reflections on Field Theory”, British Journal, 1991- No.1
- Perls F., Hefferline R., Goodman P. (1951), Gestalt Therapy, Julian Press
- Resnick R. (1995), “Gestalt Therapy: principles, prisms and perspectives”, British Gestalt Journal, 1995, Vol. 4, No. 1










