Abstract
L’intervista verte a ricercare un approfondimento sulla tematica della paura nel campo della psichiatria ad indirizzo fenomenologico-esistenziale. Nella prima parte si presenta un approfondimento del tema della paura dal punto di vista sociale, con riferimenti agli autori Jonas, Benasayag, Basaglia, Sartre. Nella seconda parte vengono esplorate le definizioni e le differenze tra paura, angoscia, terrore, fobia, ansia. Collegando il tema a casi clinici ed esperienze personali.
Carla Martinetto, Psichiatra, Psicoterapeuta ad indirizzo fenomenologico-esistenziale e gestaltico. Già responsabile della Struttura Semplice Residenzialità del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL TO 4 della Regione Piemonte. Formatrice e supervisore presso gruppi di lavoro e scuole di counseling e psicoterapia su temi come la Comunità Terapeutica, l’esperienza psicotica e borderline, la gestione dei gruppi di lavoro. L’intervista è frutto di due incontri, a distanza di tre mesi l’uno dall’altro, in cui il dialogo ha aperto infinite possibilità e linee di sviluppo. La scelta, per motivi di spazio, di quali contenuti portare al lettore ha inevitabilmente tolto parte della ricchezza e degli stimoli che con generosità Carla Martinetto ha condiviso.
Secondo te che cos’è la paura? Oggi ho l’impressione che le neuroscienze o le teorie che descrivono il funzionamento delle persone solo mediante neurotrasmettitori, come se le persone fossero semplicemente una macchina che ha ricevuto uno stimolo e fornisce una risposta, diano un significato meccanicistico alla paura. Noi siamo un prodotto culturale. Quindi anche la paura per me è un prodotto culturale, è una risposta dell’uomo, con un significato culturale. Cos’è per te la paura all’interno della cultura della psichiatria e/o nella tua esperienza professionale?
Sono d’accordo sull’attenzione al significato riduttivo della paura, che è abbastanza ubiquitario. Ho indagato alcune definizioni sul Galimberti piuttosto che altri autori: la paura viene considerata proprio una emozione che abbiamo in comune con gli animali e quindi qualcosa di istintivo di fronte ad un pericolo, a cui reagiamo in modo predeterminato e innato. Riflettendo, direi che la paura nell’umano si declina poi in una varietà di vissuti, di sentimenti, di emozioni, che vanno dall’ansia, all’incertezza, allo sgomento, al perturbante, all’inquietante, all’angoscia, al terrore… La paura acquista una serie di declinazioni umane che hanno un punto in comune che è il percepirsi a rischio, che nella paura detta in senso più neurobiologico, è il sentirsi a rischio rispetto ad un pericolo esterno. Nell’umano, con tutta la sua complessità di consapevolezza, la paura non è solo più per un pericolo reale e concreto da sfuggire nell’ambiente, ma è qualcosa che può essere immaginato, percepito: è un sentirsi a rischio della propria esistenza in modi molto diversi, molto variegati a seconda della situazione. Quindi può assumere un significato esistenziale, fondamentale: l’ansia può essere già una forma di paura più complessa; per non parlare dell’angoscia e dell’inquietudine e tutto quello che riguarda il rapporto con l’ambiente, anche solo la percezione di un’atmosfera. Può essere che riguardi il senso della mia esistenza, può essere che percepisca un’insicurezza, una fragilità profondissimi come nell’ansia o nell’angoscia, può addirittura essere che non percepisca più il senso della mia esistenza o del mondo o senta la continuità della mia esistenza spezzata, come nell’esperienza del terrore, del trauma.
Mi colpisce anche un fatto che hai usato termini che a volta io faccio avvicinare più che ad un’emozione a un sentimento, quindi con una parte di costruzione cognitiva, insieme alla percezione che noi abbiamo. E quindi, che significato ha? Perché per me un’emozione è qualcosa di estremamente intenso, incarnato nel corpo, ma anche di breve durata. La paura è salvavita, quindi quali sono questi pericoli dell’ambiente? Quali sono questi pericoli interni che noi possiamo vivere, che noi percepiamo? E dall’altra: a cosa serve la paura? C’è un pericolo e la paura a cosa serve: a evitare il pericolo, a sconfiggere il pericolo, ad attivare le risorse?
Ho trovato, citato in un articolo Jonas (1990), che ha scritto e ha teorizzato proprio sulla proprietà cognitiva della paura. Come la paura quindi, sia dal punto di vista emozionale, che cognitivo possa essere un segnale di un qualcosa che può attivare i nostri comportamenti di salvaguardia. Salvaguardia intesa come in una previsione: lui l’ha legata moltissimo al rischio della tecnologia. Immaginava gli sviluppi della tecnologia, che evolve nostro malgrado, in quanto ha una sua autonomia, e in conseguenza la fine dell’essere umano. Immaginando questo scenario può sorgere in noi un senso di paura, un sentimento di paura, che lui ascrive ai sentimenti morali, spirituali. Un qualcosa di più complesso, come tu dici nell’essere umano, che non sono le emozioni primitive, basiche con le reazioni più comuni paralizzare e fuggire, tantomeno reagire con rabbia. Scartando tutte queste reazioni basiche, può diventare invece una molla, qualcosa che si basa sul principio di responsabilità, che può attivare un nostro senso di responsabilità per prefigurare degli scenari, per mettere in atto dei comportamenti correttivi o comunque per metterci in allerta, per farci vigilare su un possibile rischio. Lui lo poneva sullo sviluppo tecnologico scientifico. Per andare sul concreto, a una discussione caso in ambulatorio in cui ti immagini tutti gli scenari di un certo intervento o di un non intervento o di un intervento alternativo e che si accompagnano a un certo grado di timore di quello che può succedere, che può diventare poi allarme…
… la paura diventa lo stimolo per la prefigurazione …
… per dare un orientamento nella prefigurazione. Non tutte le prefigurazioni sono equivalenti, ma l’aspetto emotivo della paura, del timore può darti un orientamento quasi istintivo, molto più veloce di quello cognitivo.
Quando hai introdotto Jonas, hai citato la paura per la tecnologia che procede, io l’ho tradotto mentalmente con “fuori dal mio controllo” e ho fatto un collegamento all’adolescenza, che forse è il momento in cui sentiamo con maggiore consapevolezza e più intensità la paura. La sentiamo anche da bambini, ma non so se riusciamo a darle pienamente un significato quando siamo bambini. In quel momento ci guida proprio su risposte più istintuali, nella ricerca della sicurezza, del contatto, della relazione. Forse la paura cambia quando ci introduciamo nell’adolescenza, dove sperimentiamo ciò che è fuori dal nostro controllo e questo forse incomincia a spaventarci. È possibile che la paura cambi nelle varie età?
Immediatamente ti dico di sì, c’è un’età come la mia, che è già quella della vecchiaia, in cui la paura ha tinte molto diverse da quella che trovi nell’età matura o da giovane. Introduco la seconda parte della risposta, sempre curiosando nel mondo della filosofia, ti porto le idee di Miguel Benasayag, un filosofo psichiatra, psicoanalista argentino che lavora a Parigi. È stato imprigionato a vent’anni come guerrigliero, poi espulso. Per lui avere paura è la percezione della propria debolezza o di qualsiasi perdita; è una situazione in cui il mondo intorno ha una sua stabilità. Per lui, l’epoca attuale non ha una sua stabilità. Lui aveva una grossa fede nel fatto che la positività, la giustizia, il bene, la lotta degli indios, la lotta dei rivoluzionari argentini avrebbe vinto prima o poi, che loro fossero morti o no. Aveva una speranza per poter aiutare le persone vittime di tortura. Adesso lui dice che gli vengono inviati in cura degli ucraini che non sa come aiutare, pur avendo loro patito meno atrocità degli argentini, pur avendo loro molta più libertà, molti più strumenti.
È proprio la struttura culturale, l’abitare il mondo, che è cambiato, non regge più la struttura esclusivamente cognitiva, razionalistica, per cui il bene avrebbe vinto, ci sarebbe stata una giustizia dell’uomo. In teoria la padronanza del mondo avrebbe consentito un avvicinarsi sempre più al bene all’essere buoni. Secondo Benasayag oggi questo paradigma si è spezzato, non è che uno che pensa bene è buono di per sé. È proprio la nostra relazione col mondo che è cambiata. I popoli di cultura non occidentale stanno in una temporalità, stanno in una dimensione ciclica, in cui l’uomo è all’interno della natura. Secondo Benasayag, con Cartesio l’uomo occidentale stesso si è posto in esilio rispetto al mondo: io studio il mondo, io sono io, il mondo è là. Adesso siamo tutti in una dimensione di incertezza, di paura, in cui non sappiamo più che cosa tiene.
Lui, in quanto terapeuta, allora poteva appoggiarsi sul mondo solido e sicuro di valori, di idee. Mentre il collaborazionista, che ha tradito i propri compagni, rifiuta quel mondo perché si sente un reietto, si sente apolide rispetto a tutte le parti coinvolte nella guerra. Benasayag, con i pazienti, finge di non essere lui stesso un rivoluzionario torturato, anzi se la prende con i rivoluzionari, man mano riesce a fare questo processo terapeutico raffinatissimo, di reintegrazione della persona. Può fare tutto questo, anche di smettere di essere sé stesso temporaneamente, perché ha fede nel senso che l’umanità può migliorare l’umanità, può perseguire il bene, la giustizia … per riuscire ad andare a pescare qualcosa, se c’è anche lui parla proprio di andare a vedere se c’è ancora un grammo di umanità, un grammo integro al fondo di queste persone torturate in maniera pazzesca per mesi. Un cercare di recuperare un qualcosa di vivo dentro queste persone già morte, pur vive.
Da docente cerco di trasmettere affetto e interesse agli studenti e questo porta che alcuni si avvicinino, altri si allontanino molto. Questo proporgli una relazione, chiaramente nei confini di docente e studente, li porta all’esame a vivere molto di più la loro paura, come se avessero paura di perdere il legame, l’affetto, il sostegno. È come se non potessero prendere uno sguardo di accoglienza, di sentire il piacere di incontrarsi, indipendentemente dal livello di conoscenza della materia. Questa proposta di relazione li sposta di più nella paura.
Mi viene in mente il cambiamento epocale nel nostro lavoro in quarant’anni: prima la relazione di interesse umano, molto più ricca umanamente, come quella che tu descrivi, era liberatoria. Era di enorme riconoscimento per chi si sentiva, per svariatissimi motivi, più debole ed emarginato. Quindi questo offrire una relazione di grande valenza umana era un grimaldello per stabilire un contatto proficuo, ricco. Oggi ha molto più senso offrire una relazione che mostra una sua coerenza, una sua stabilità. Ci può essere anche coerenza dell’incoerenza del mondo attuale, no? Quindi la coerenza è di tipo sociale: io mi sento che sono coerente con quello che è l’ambiente intorno a me. Non è detto. Coerente nel senso dell’essere stabile in me stessa. Può essere anche molto flessibile, avere dei grandi paradossi, forse coerenza non è il termine giusto: è il senso che sono io che ho il timone della mia barca esistenziale e che anche nella tempesta, in qualche modo cerco di tenere a galla la mia esistenza.
Nella Psicologia della Gestalt sosteniamo le persone ad affrontare livelli di incertezza sempre più alti, perché man mano che ci avviciniamo al contatto pieno aumenta il timore che i propri confini si confondano, che ci si perda nell’altro. Potremmo dire che ogni relazione incontra sempre un certo livello di paura. Forse la paura fa parte della relazione o è la relazione che poi crea paura.
Fenomenologicamente, viene chiamata angoscia, questa è alla base dell’essere umano. Per Sartre e Basaglia la situazione nevrotica viene vista come una situazione di malafede verso il proprio fondamento di essere umano. Il proprio fondamento di essere umano è l’angoscia, sul non senso della vita, quindi, su qualcosa che ancora più radicale della semplice paura. Non è la paura di perdere la vita psichica, fisica, di morire o di impazzire. L’angoscia è riferita al senso di significato dell’esistenza, la persona continua a essere viva, ma non ha senso vivere, non ha senso la vita dentro e non ha senso la vita stessa. Basaglia (1964) descrive la situazione nevrotica come una malafede esistenziale, l’individuo mente a sé stesso e cerca sicurezze che non possono esistere con le dimensioni di fissità, di regolarità di cui si dice di aver bisogno, diventano quindi dei sintomi. Invece è la situazione dell’uomo che è intessuta del senso della propria fragilità e quindi con la paura della propria fragilità e del mondo che lo sovrasta e che frana. Rispetto a questa fragilità noi individui siamo spesso impotenti: vivere profondamente questa condizione umana, riuscendo a non cedere all’impotenza, ma diventando dei soggetti politici, dei soggetti di idee e di cambiamento.
Passando da Benasayag a Basaglia, abbiamo parlato di grounding, di collegamento culturale, di identificazione, di aspetti che sono nello sfondo e se emergono in figura possono aiutare per incontrare gli altri, sostenermi nell’altro. Quindi se incontro queste persone nella paura e anche l’altro è nella paura?
Non è lo stesso grado di paura. È cambiato il sistema di riferimento: non può più appoggiarsi sulla fede che per esempio la guerra finirà. Perché non siamo sicuri che la guerra finisca, non siamo sicuri che il dialogo vinca. Secondo Benasayag certi cornici di senso si sono spezzate. Lui è molto radicale in queste cornici di senso che davano senso anche alla situazione più disastrosa, per esempio arrivavano a massacrarti in un villaggio, però poi il giorno dopo ricominciare a costruire. Ecco per lui queste cornici di senso, che si appoggiavano alla pura razionalità, oggi come oggi sono violate in maniera irrecuperabile. Non è più possibile, capendo sempre di più, arrivare alla soluzione. Si possono ritrovare altre cornici di senso, altri modi di abitare il mondo, ma non sono più quelli. Come diceva Jonas, se la paura è legata ad una evoluzione disastrosa della mia vita, cerco di cambiare direzione. Quella di cui parlano Sartre e Basaglia e tutti i fenomenologi è una cosa che non può essere evitato: avrei paura della mia condizione umana, sarebbe come evitare di essere un essere umano. La paura non va evitata, ma va abitata. Da questa coscienza di finitezza, di precarietà, di esistenza, riuscire ad andare al di là, però, a partire da questa.
Nella nausea di Sartre il protagonista è sull’orlo del suicidio e si domanda se c’è differenza con la propria esistenza o meno. Cosa cambia se quell’albero ci sia non ci sia? Cosa cambia nel mondo che io sia qui o che sia dall’altra parte. Entra in una caffetteria e viene colpito da una voce della cantante. Sente che in quel momento non ha più questa nausea del vivere. Allora cominciò a interrogarsi: quando questa donna cantava non poteva sapere se quello che cantava sarebbe arrivato a qualcuno o no. Se aveva senso o non aveva senso. Mi è arrivata un’ondata di vita in mezzo a tutta questo senso mortifero, però la cantante non lo saprà mai. Forse non posso rinunciare a vivere solo perché io non ne trovo il senso? In fenomenologia, in genere si parla di angoscia, cioè della paura inerente alla propria condizione, la paura inerente al fatto che sei consapevole di esistere.
A differenza della paura animale, in cui l’animale ha paura di un pericolo esterno e ha paura di morire. L’essere umano ha paura di vivere: si accorge di vivere, quindi ha paura di vivere.
La paura di morire nell’animale è istintiva predeterminata: ha paura di qualcosa da cui sfugge istintivamente senza nessuna consapevolezza di morire. La paura di morire nell’essere umano è consapevolezza della propria morte.
Può essere una paura di vivere, di continuare la vita, generando…?
La paura credo che abbia a che fare con il senso della nostra fragilità: c’è il mondo più grande di noi, siamo in balia della natura, il Covid l’ha messo bene in evidenza. La consapevolezza credo che sia stata toccata in maniera che vedremo negli anni futuri: la perdita della fiducia, il senso di rottura, che la vita possa essere stravolta… Ci sono tutta una serie di segnali, di cui il Covid è uno, che si innestano sulla decadenza del pensiero occidentale: vivere una situazione di tale insicurezza, anche violenta nel momento del Covid, in cui non sapevamo se avremmo potuto padroneggiarlo o meno, non è stata riparata, non è riparabile, ha messo alla luce la nostra fragilità.
Ricollegarci a Basaglia e Sartre ci ha permesso di risentire quella paura collegata al nostro essere umani, che forse in questo periodo stiamo cercando di non sentire in nessuna maniera.
Questo potrebbe servire a una umanizzazione della nostra vita. In una condizione come la nostra di iper sicurezza, dove se una persona proprio non ha niente, non ha soldi, non ha cultura, non ha niente di niente, ma ha i social … l’esistenza a me spesso appare sempre più vuota, vacua.
Serve arrivare alla percezione della nostra incertezza, della nostra fragilità, della nostra umanità: la nostra umanità è fragile. La sua ricchezza è essere fragile. Può un’umanità essere forte, no? L’umanità è fragile perché è fatta di sensibilità, di affettività, di essere toccati dall’altro, di essere sconvolti dalle cose.
L’uomo non è forte, ma può vivere forte. Mi viene in mente il contatto pieno, dove senti una botta che ti arriva composta da tutta una serie di emozioni di energia. Che è nutriente e anche sconvolgente.
Appunto!
Se proviamo a collegare la paura e la patologia, come possiamo collegare questi temi? Abbiamo accennato alla nevrosi, però ci sono altri stati relazionali, anche esistenziali.
Nelle forme gravi la paura diventa subito o terrore o angoscia, diventa subito un qualcosa di molto più estremo. Nella persona con un’esperienza psicotica, la paura è un’angoscia invivibile, per cui si struttura delle stampelle nel ritiro, nel delirio, nelle voci. Non è paura, diventa angoscia di sé e del mondo, o addirittura terrore. Credo che l’esperienza psicotica ci riveli che, per sopravvivere, abbiamo più bisogno di senso che di pane. Quindi, non è sopportabile dall’essere umano, stare in un mondo deprivato del suo significato, in un’incertezza ontologica, in una insicurezza che mina il ground del nostro esistere e non la qualità del nostro esistere. Forse è più insopportabile della fame oppure è una fame psichica, esistenziale. L’incontro con lo psicotico può generarci una paura, che mette a rischio la nostra integrità, che può sollevare i nostri nodi accuratamente messi da parte o le nostre dimensioni più primitive o più arcaiche. Può contagiarci con quelle che Jasper (1983) chiamava le situazioni limite dell’essere umano. Queste possono affascinarci, perché ci consentono di esplorare dei territori o le evitiamo perché abbiamo paura di andare a esplorare quei territori che sono al di là delle nostre costruzioni di senso.
Stiamo disegnando una specie di mappa, abbiamo toccato: la paura; l’angoscia di esistere e di morire, come costitutiva dell’essere umano; abbiamo toccato la paura nella nevrosi, nelle relazioni che non sono come noi vogliamo e che quindi non riusciamo ad abitare. Tra nevrosi e psicosi ci sono altre modalità di relazione?
C’è l’amplissimo campo, che si sta aprendo sempre di più, dei disturbi di personalità. La persona è costretta a vivere amputata. Si dissocia in termini psicoterapeutici da tutta una fetta del suo passato, della sua esistenza, della sua dimensione affettiva, per non stare a contatto col trauma. Il trauma cos’è, se non un qualcosa che ha violato la tua possibilità di esistere? Fisicamente, il traumatismo di guerra, il neglect, l’abuso psicologico… Nel neglect, pensa quanta è la violenza del non esserci nella relazione, quanto può essere violento l’effetto del non esserci nella relazione da parte della figura accudente. Tale che la persona sviluppi poi delle modalità di esistere amputate.
Seconda parte
Riprendiamo il nostro discorso sulla paura, in questo secondo incontro.
Nell’altro incontro abbiamo toccato aspetti sociali della paura, adesso mi proponi di focalizzarci in maniera diversa. Sia nel mio campo professionale, che nel mio campo esistenziale, la paura è presente in modulazioni altre che sono dell’ansia, dell’angoscia e spesso vengono confuse. Attenendosi a una definizione più ristretta, più all’essenziale della paura, la ritroviamo come una modalità di sentire l’ambiente, ma anche di reagire all’ambiente, che è trasversale al mondo animale. Quindi è il modo più arcaico, più istintivo.
La paura è rimasta sullo sfondo, in quanto spesso nel nostro lavoro viene usato il termine paura come mascheratura invece di una situazione di ansia o di contatto con l’incertezza della vita, con l’incertezza della scelta, con l’insicurezza personale. La paura mi sembra essere connotata come emozione e anche reazione immediata: le reazioni immediate sono quelle di fuga, paralisi, aggressione. Sono uguali tra noi e il mondo animale, con un passaggio corporeo immediato, non c’è tanto sensazione della paura, posso anche averla, ma allora si correla ad aspetti neurovegetativi che vanno poi sfumati nell’ansia e altri tipi di fenomeni. Quando c’è la paura che irrompe, acchiappa l’esistenza, la invade, domina, spezza quel momento e tu agisci di conseguenza nella paura vera. Non c’è neanche il tempo della paura, la risposta corporea è andata subito nella paralisi corporea.
Puoi indicare la differenza, tra paura, ansia e angoscia?
La differenza cardine è quella che nell’ansia e nell’angoscia emerge una consapevolezza di sé, c’è qualcosa di coscienza di sé all’intera sensazione.
Dalla sensazione andiamo alla percezione?
Non so se chiamarla percezione, più una sensazione complessa… Proprio la coscienza in senso fenomenologico: la coscienza di sé, del proprio essere il cardine dell’essere umano, il sapere che si è vivi e che si può morire. Nella paura avverti una minaccia e reagisci alla minaccia, l’animale non è consapevole di essere in vita e di poter morire. Mentre con l’ansia inizia invece una paura della morte, della nostra vulnerabilità, di un senso di minaccia, che riguarda la consapevolezza che siamo vivi, vulnerabili, esposti alla minaccia, inoltre la minaccia non è chiara, non c’è possibilità di fuga. Allora se io ho paura per la macchina che mi sta per investire, mi paralizzo, scappo, ecc… se ho una crisi d’ansia di fronte ad una macchina, non so che cosa fare, non so neanche bene perché sto andando in ansia.
Quindi c’è la consapevolezza del pericolo verso la vita, che continua in una confusione di quale risposta dare all’ambiente? La persona sente un pericolo che non riesce a identificare e quindi va nella confusione e non dà risposta.
L’ansia è una reazione, un segnale di una discrepanza: c’è qualcosa di pericoloso nella mia vita e nell’ambiente, un qualcosa con cui non ho dimestichezza. È un contatto con la consapevolezza della propria esistenza nella vulnerabilità dell’esistenza umana e quindi del senso dell’esistenza umana.
Nella angoscia è ancora meno identificato, non c’è nessuna percezione di pericolo. L’ansia è una percezione indistinta di pericolo, mentre nella angoscia la mia esistenza si sta già incrinando; un vissuto di annulificazione del senso dell’esistenza: sei vivo, ma non sai più che senso abbia essere vivo.
In questo senso l’angoscia però richiede anche un processo di base cognitivo perché la persona comincia a domandarsi chi è e che significato ha la propria esistenza.
Questo anche nell’ansia, mi chiedo “sono vivo, ma cosa mi sta succedendo?”, la vita si interrompe. L’ansia è intrusiva, mi fa sentire debole e fragile, mentre l’angoscia mi fa sentire più impotente, più invischiato, una sensazione più paludosa.
L’ansia e un indistinto pericoloso, in cui sono in contatto ancora con l’ambiente, mentre nell’angoscia l’attenzione viene portata dentro, di conseguenza la sensazione si amplifica e diventa qualcosa di pervasivo e destrutturante.
Si, l’ansia nella nostra accezione linguistica ha un forte correo fisico che è simile alla paura, quindi hai palpitazioni, hai sudorazione, puoi avere tremore, puoi avere un senso di soffocamento. L’angoscia è più connotata da un blocco o da un peso, un senso corporeo di peso, il corpo non lo percepisce più così vivo, così vitale come nell’ansia, non hai tachicardia o altri sintomi neurovegetativi…
… nell’angoscia comincia proprio anche a spegnersi il corpo?
Si! Fondamentalmente la paura si fonda sulla paura per la nostra integrità, sul rischio di morire. Se penso alle mie esperienze sono stata un po’ allevata da un padre che pensava che facendomi provare paura sarei cresciuta meglio; quindi, mi ha esposto in diverse esperienze devastanti da questo punto di vista. Ricordo il terrore della prima volta legata all’imparare a nuotare, in cui mi ha buttato in acqua senza preavviso, e di conseguenza dopo ho cercato che nessuno mi potesse più prendere alle spalle e buttarmi in acqua e farmi provare quel terrore di affogare.
Cerchiamo di vivere evitando situazioni di paura e di terrore. Cerchiamo di proteggere il bambino e di fornirgli quelle che chiamiamo poi le sicurezze esistenziali. Di fornire degli antidoti al sentirci così fragili nella nostra vita, così esposti alla paura, la paura non ci consentirebbe di vivere.
La paura come è stata descritta nella tua esperienza, sembrava un orientamento per andare nell’ambiente. Un modo educativo, discutibile oggi, per andare incontro all’ambiente, mentre oggi mi sembra che i giovani siano immobili di fronte ad un’esperienza di paura, come se la paura possa solo bloccare nell’ambiente.
Sono d’accordo, in altre situazioni si adottano strategie di evitamento, come svenimenti o vertigini di fronte a esposizioni a situazioni pericolose. Mettiamo in opera dei dispositivi di sicurezza per non esseresempre a contatto con la paura che sarebbe devastante, non si riuscirebbe a progettare, se fossimo sempre consapevolmente a contatto con la nostra vulnerabilità. Sono d’accordo con te che rischiano di essere anche dei fattori che ci allontanano dalla paura, che ci proteggono dalla vulnerabilità, dal senso di morte, ma che ci allontanano anche da una presa diretta autentica con la vita. La mentalità in Occidente è che la morte sembra essere nelle nostre mani: noi abbiamo tutte le soluzioni tecniche, le soluzioni mediche oppure se non c’è la soluzione, moriamo perché c’è la guerra, il terremoto… su tutto abbiamo un’impostazione mentale che è quella di acquisire un maggiore controllo.
… in medicina questo poi è assolutamente estremizzato …
Si, anche rispetto alla morte, è ridotto al minimo il contatto ed è sempre più anestetizzato in qualche modo, cauterizzato. Non fa più parte di una ritualità collettiva, nella impostazione del DSM 5 il lutto, se protratto, diventa già depressione, non c’è più neanche il tempo del lutto. Il lutto diventa patologico e quindi curato, non vissuto ed esperito.
Come se la paura fosse qualcosa che è sbagliato vivere.
Sì, invece di un’apertura sul senso della vita, sul vivere. Sorge il quesito: dobbiamo aver fiducia nella tecnica o fiducia in noi stessi? Nella relazione con gli altri? Una fiducia di fondo nella vita? Dobbiamo avere fiducia e credere, quasi come se fosse un Dio che tutto risolverà, qualsiasi problema e ci renderà forti, invulnerabili, che è un falso. È una mitologia, escludendo chi ha fede, sono assolutamente dei modi inautentici, direbbe la fenomenologia, di affrontare una problematica più vera: l’uomo, a differenza dell’animale, sa che morirà.
Sia l’animale che l’essere umano prova la paura, la differenza tra noi e gli animali è che noi siamo consapevoli che possiamo morire. Allora siamo finiti nell’ansia, nell’angoscia o siamo ancora nell’ambito della paura?
Credo che siamo finiti più nell’ansia e nell’angoscia, in cui la paura in noi diventa una consapevolezza da come non lo so, parliamo di un di un albero che poi sviluppa diversi rami. Nell’uomo, a partire dalla paura, si struttura un’esperienza: nei ricordi da bambina, io non ero in ansia, non sapevo che potevo morire. Sapevo che ero stata male e che quello spavento non volevo più provarlo.
Verso i 10, 11 anni, ho cominciato a mettere in opera delle operazioni di evitamento, quindi una sorta di ansia o di paura, capacità di anticipare la paura e di non voler arrivare a provare certe sensazioni.
Questo è un modo in cui la paura ci orienta nell’esplorazione dell’ambiente e delle scelte che noi facciamo. Mi viene in mente che io ho incominciato ad arrampicare, perché soffro di vertigini. Da una parte, incominciai ad arrampicare con la ragionevole certezza che non sarei morto, perché avevo le attrezzature di sicurezza e mi ha permesso di abbassare il livello di paura. Dall’altra parte c’è l’eccitazione nella paura.
Questa parte di eccitazione che indubbiamente c’è. Nelle mie esperienze personali con un genitore, che oggi potremmo definire sadico, non ho potuto vivere l’eccitazione, ma solo il pericolo. A un certo punto è scattato il meccanismo di interiorizzazione della paura. A quel punto basta poi uno stimolo minimo, come nel branco inizia l’ansia e scatena in tutti la reazione di fuga, di allontanamento, di evitamento.
A quel punto io non sto più neanche reagendo allo stimolo nel qui nel qui ed ora, ma vado all’esperienza acquisita e memorizzata. Certo. Riprendendo l’aspetto eccitatorio della paura, come la paura diventi in realtà a sua volta lo stimolo a cercare il pericolo? A sfidare. Nel momento in cui la paura diventa eccitazione, quindi vado a cercare il pericolo. Io sto mettendo tutta la componente cognitiva. Perché scelgo, vedo, scelgo e volutamente vado. E quindi mi sto chiedendo che paura è quella?
Ci sono dei dispositivi per reggere la paura, perché le mie esperienze da paura sono diventate di terrore? Perché non c’era proprio il sostegno. Quando tu hai detto il sadismo mi è venuto in mente, in un confronto con Pizzimenti, che il sadismo del mio genitore non è nel portarmi a esperire una situazione estrema di paura, ma di non partecipare alla esperienza di paura. È nell’abbondono alla tua esperienza che dalla paura diventa terrore, perché ti senti completamente senza rete, neanche la rete emotiva affettiva. Pur essendo stata convinta che in fondo lui mi voleva bene, ma la rete affettiva è un’altra cosa dal voler bene: è la sostanza. La paura può diventare terrore nel momento in cui ti isola da tutto.
Ti isola anche dell’ambiente, perché se sei su un baobab nel deserto con il leone sotto che ti vuole mangiare, tu cerchi il ramo più alto, diventa terrore quando ti isoli non solo dalla rete affettiva, ma dall’ambiente.
Quello che dici tu però mi sembra che ti isoli più che dall’ambiente, dal tuo corpo, cioè tu hai ancora la forza di fare, hai ancora una fiducia di fondo negli antidoti alla paura, hai ancora una fiducia di fondo che puoi farcela a raggiungere il ramo più alto, penso che la reazione non è quella di fuga, ma di attivazione, e se sono a contatto con l’ambiente… allora la risposta alla mia domanda di prima può essere che vado a cercare volutamente una paura che non è paralizzante, non è quella che mi fa ritirare. È quella che mi permette di attivare risorse. Mi fai venire in mente la tragedia dell’Antigone, messa in scena di recente a Torino: sfida la morte pur di fare quello che pensa che sia giusto, cioè seppellire suo fratello. È posta di fronte al bivio se decidere di vivere tradendo le leggi costitutive dell’essere umano, il rispetto dei morti e di suo fratello in particolare, oppure disubbidire alle leggi umane, che suo zio creò, che impedivano questa sepoltura. Nella messa in scena di questa Antigone con un gruppo di attori giovani, pur di non avere troppe scelte e quindi trovarsi a non sapere cosa fare, arrivavano a chiedere che ci fosse la guerra come in Ucraina. In una situazione estrema si sarebbero mobilizzate le risorse, sarebbe stato chiaro da che parte stare. Il singolo può tirare fuori sé stesso. Mentre in una situazione in cui tutto è possibile e non si hanno direzioni, le proprie risorse rimangono bloccate.
Sembra quasi che quindi più alto il pericolo è, più può mobilitare energie. Ti chiedo rispetto al senso di responsabilità. Oggi può essere, in particolare per le persone più giovani, che non scelgono perché sceglie l’ambiente per me?
Gli attori portavano un rischio contenuto a scegliere la professione di attore, alla fine avrebbero comunque mangiato. Quindi non è una scelta con un alto livello di responsabilità. Secondo me è la fiducia che ci consente di sostenere la paura. È importante sostenere la paura. La fiducia nell’essere dell’esistenza, la fiducia in sé stesso e fiducia nel mondo, anche nell’umanità. Ed è anche fiducia nell’esistenza, proprio la fiducia basica.
C’è una leggenda sarda, in cui c’è l’angelo della morte bacia in fronte i neonati, per far dimenticare loro che un giorno moriranno. Gli schizofrenici sono i neonati che non sarebbero stati baciati, sono quindi sempre consapevoli della propria morte. La presenza costa, noi non possiamo vivere nella presenza costante della nostra morte. E quindi deve esserci un angelo, una fiducia di fondo che qualcosa ci sarà, che sorregge la tessitura della nostra vita.
Cosa ne facciamo della paura, oggi, in questa società?
Oggi è pieno di surrogati della paura: sport pericolosi, droghe sempre più pericolose e devastanti… Si presentano come tu accennavi prima con corredo tecnico per cui il tuo rischio sarebbe solo di provare il thrilling, ma non di morire, però poi se provi solo il thrilling non è davvero paura. È un discorso molto complesso, in cui non metti in gioco, completamente consapevolmente la tua esistenza. Pensiamo a quanto siamo distanti, invece da una consapevolezza della nostra incertezza esistenziale: saremo qua domani? Perché ci va forza per reggere questo, come dicevamo, ci dà la forza, coraggio, fiducia, speranza.
Come se a un certo punto, i giovani in questo momento, ma non necessariamente solo loro, entrassero in una noia esistenziale. Il sapere che nulla è pericoloso rende l’ambiente e l’esperienza di vita in qualche maniera noiosa. Non è solo la paura che rende viva la persona, perché si può essere anche l’incontro con l’altro, la sessualità… Ma forse un pezzo di questa noia è legata proprio al fatto che manchi la possibilità di sperimentare la paura?
Ma anche la possibilità di sperimentarsi a fondo con l’esistenza, che in sé ha anche la paura. Non a livelli devastanti di chi non è baciato dall’angelo, che è quella devastazione pura, ma potersi confrontare, cioè poter rimanere noi stessi, che ci confrontiamo consapevoli della precarietà della nostra esistenza. Questo dà anche valore all’esistenza, dà rilievo: su questo sfondo tutti gli attimi che io riesco a vivere, cerco di viverli intensamente. Questo è dato anche in parte dalla paura a livello esistenziale, non più un livello di sfida della natura: Sartre indicava l’equivalenza dei possibili, tutte le possibilità si equivalgono, non c’è nulla che mi porti in una direzione. La scelta è una responsabilità totalmente propria è un atto in cui affermo la mia vita. Emozioni spiacevoli sono tipicamente le emozioni che servono per compiere, scegliere perché portano al cambiamento. Se io sento la rabbia, la paura tendo a modificare, quindi scelgo. Mi viene anche una altra immagine, come se la nostra società dica: l’importante è non provare pericolo, l’importante è cercare di far sì che la persona non viva la paura. Oggi un bambino viene allevato e la cautela è tutta dei genitori e non è mai responsabilità propria. I giochi con tubi per arrampicarsi nei giardini dei bambini di una volta, i quadri svedesi nelle palestre… io ero ben consapevole che non dovevo farmi male, che dovevo stare attenta. Adesso invece tendono a non darti questa indicazione, che tu devi stare attento alla tua vita, ma essere le figure adulte, i genitori, che proteggono l’esistenza. C’è questo mutamento culturale. Non c’è più un senso di responsabilità, né dei genitori né dei figli, cioè tutto deve essere cautelato dall’ambiente, tutto deve essere cautelato dalle leggi, tutta la vita deve essere protetta tramite dispositivi altri e non più perché, io genitore, do delle indicazioni, di cui tu figlio, ti prendi la responsabilità. Il figlio deve ascoltare e prendersi le responsabilità e le decisioni di dove andare, con la possibilità, “di dire non c’è la faccio più: aiutami”. Quella è la rete di sostegno e di fiducia fondamentale, però viene a mancare un senso di responsabilità verso se stessi, verso la propria vita, verso il rischio che la vita comporta.
Quindi sembra che stiamo andando a dire che: senza provare la paura stiamo anestizzando la responsabilità che ognuno di noi ha?
Sì, la paura ci porta a prendere una responsabilità in più e quindi anche quella attivazione di risorse. Direi che la responsabilità ha che fare con la presa di coscienza dei propri limiti. Dei limiti dell’esistenza e dei propri limiti. Il concetto di limite è un concetto che assolutamente scarseggia ormai. Mancano i limiti formali ormai, figurati i limiti sostanziali. Se ne formeranno degli altri o sbatteremo la testa.
Una volta giocare significava anche farsi male, oggi qualsiasi minimo accenno che la nostra vita non è così blindata, un taglietto rischia di diventare una ferita… per l’involucro corporeo diventa non una ferita superficiale, ma un pericolo di morte… manca una gradualità. Forse la nostra società non vuole avere paura. e vediamo declinazioni della paura verso una dimensione più leggera. C’è l’incertezza, insicurezza, andare cauti, una timidezza, anche nel mondo animale: quando fiutano dal lontano il pericolo, vedi che cominciano ad andare più guardinghi, circospetti. Quindi ci sono comunque declinazioni di cui in quel momento si sente che la vita è un pochino più vulnerabile, non è ancora in pericolo, non c’è la paura in maniera eclatante. Anche queste declinazioni molto più leggere che è sentirsi insicuri se si attraversa una strada: l’essere incerto anche solo di acquistare un prodotto sbagliato nella spesa… in tutte le situazioni della vita cerchiamo di blindarle e di non lasciare nulla alla estemporaneità. Salvo poi avere degli spazi codificati di estemporaneità come le vacanze e lo sport.
Abbiamo detto che di fronte ad un pericolo nell’ambiente se l’energia è alta, ci permette di aumentare le risposte e di unirci anche alle altre persone intorno…
Se penso alla scuola di Franck dell’analisi esistenziale, il nostro modo di accettare o rifiutare l’esistenza della precarietà della vita umana di per sé ci configura un mondo abitabile in modo diverso. Quindi, promuove l’attivazione o promuovere invece un ritiro, un blocco, una scarsità di capacità, di energia e di risorse proprie e ambientali. L’esempio che se percorro la stessa via con bisogno diversi, vedrò risorse diverse: quindi se ho fame vedrò i negozi che vendono cibo; se invece ho paura, vedrò luoghi che mi possono dare rifugio. La via è la stessa. Quindi in questo senso orienta le energie, l’attenzione, le risorse delle persone. Per procedere ti propongo di riflettere su paura e patologia.
Mi veniva in mente l’esempio di una mia grande maestra sulla paura: una mia paziente. Una giovane donna, piuttosto grave dal punto di vista della sofferenza soggettiva dei sintomi… anche delle accuse di cui aveva bisogno. Lei aveva dei suoi margini di gestione rispetto alla paura, secondo me blindati, che erano essenzialmente attraverso il controllo alimentare e lo studio. Eravamo abbastanza stupiti, perché solitamente i pazienti arrivavano portando ansia, angoscia, fobie, depressione, tristezza… e lei diceva: paura. Una paura quasi concreta, mi verrebbe da dire quasi in maniera psicotica: nel senso che era una paura totale. Una paura che diventava più che paura della morte, ma paura della vita. Quindi era propria la vita stessa che faceva paura: non essere viva, la vita! Raccontava che da adolescente il futuro le era arrivato come una bomba e le arrivava addosso. Una sorta quasi di allucinazione, in cui il futuro la schiacciava, incombeva. La temporalità veniva spezzata, c’era proprio una configurazione tipica, che Binswanger avrebbe detto depressiva, dove la potenza di andare verso si ritirava nella vita, nel trattenere del passato. Questa paura era tale che lei ha cercato di bloccare la sua vita, cercando di rimanere quasi un’adolescente efebica. Quindi nessun incontro, neanche emotivo, con nessuna persona dell’altro sesso, nessuno di natura sessuale. Mi ricordava, il libro Il tamburo di latta: la sua vita era tutta incentrato su questo, era come se si fosse fermata ad un vissuto infantile terrorizzante. Io e il mio collega, che la incontrava ogni settimana per i farmaci, eravamo come una coppia genitoriale e siamo diventati anche noi causa di paura. Si sedeva di fronte a noi, fisicamente impaurita, rigidissima, raggomitolata, fino ad arrivare ad avere la posizione fetale, con uno sguardo terrorizzato e tutto questo aumentava ad ogni gesto che noi attuavamo per incontrarla. Diventavamo degli attivatori della paura e ci sentivamo dei mostri. La nostra sensazione di farle del male era invivibile e scatenava la nostra irritazione e aggressività, così la situazione diventava sempre più tesa. Era più di 20 anni fa, molto della psicoterapia era centrato sull’avere una buona relazione, quindi sul cercare di costruire la relazione. Siamo arrivati a tollerare questo vissuti di mostri che ci attribuiva, fiduciosi che non lo fossimo davvero, diminuendo la nostra attivazione ad avvicinarla. C’erano ancora pochissime riflessioni sul misurare la relazione e che in alcune situazioni era la relazione ad essere in qualche modo dannosa o nociva. Quindi bisognava riuscire a ritirarsi a una distanza protettiva per sé stessi e per il paziente. E poi pian piano, ma ci sono voluti mesi, perché il campo si decantasse. Che cosa l’ha fatto decantare? Non lo so. Io credo che lei abbia avuto bisogno di trasferire su di noi la minaccia che lei aveva percepito da parte dei suoi genitori. Lei cominciò a nominare la preoccupazione, l’ansia: un passaggio evolutivo dalla paura antichissima e arcaica ad una consapevolezza di sé, dei propri stati d’animo. Oggi, dopo più di vent’anni, lei è una affermata professionista, con rapporti sociali pari a zero. Immaginavamo ci fosse un mondo un po’ schizoide, un po’ frammentato dal punto di vista emotivo. Quando emergono delle zone di affettività ha una affettività sanissima: poca, ma sana. L’affettività che c’è è lineare e pulita e senza nessuna contorsione: quello che le piace, le piace; quello che è simpatico, le è simpatico; quello antipatico è antipatico. Come se, allora, fosse stata investita da quel macigno di paura che ha tenuto schiacciato tutto, ma dentro le fosse rimasto un isolotto. Nel tempo, man mano questo macigno si è sciolto e sono emerse delle pochissime aree in cui lei è riuscita a non avere paura, come sul lavoro: lì può riemergere un qualcosa che era rimasto intatto. Ha avuto anche dei gravi episodi depressivi, quindi la sua modalità personologica schiacciata… mi viene da dirti personalità schiacciata da una paura che è totale, investe tutti i campi esistenziali fino a contagiare anche l’ambito della relazione terapeutica.
C’è stata una mini serie su Basaglia tantissimo tempo fa, di cui mi era rimasta in mente una frase: una persona che era in manicomio chiedeva a Basaglia “io sono pazzo perché sto male o sto male perché sono pazzo?” e risposta di Basaglia nella fiction fu “Non lo so”. Penso che sia una risposta molto vera. Qui diventa “Io sono patologico perché ho paura, ho paura perché sono patologico?”
Non lo so. Se lei studiava per una materia, guardava subito tutto quello che avrebbe dovuto sapere della materia e quindi veniva schiacciata da questo. Di fronte al tutto si sentiva niente. Quindi ha dovuto imparare a fare a pezzetti la realtà, in modo da poterla affrontare un pezzetto al giorno, senza andare con la mente al tutto. Mancava di strategie per affrontare la paura. Io mi sto immaginando quando in PdG, diciamo che bisogna adgredere l’ambiente per poter rispondere ai bisogni. Lo fai a morsi, che siano masticabili per te. A questo punto riprenderei una serie di domande. Che cosa sono le fobie?
Diciamo che è l’inverso dell’ansia generalizzata e indefinita: avere una fobia vuol dire riuscire a collocare una ansia generalizzata su un oggetto definito, che si possa evitare. Infatti, la gestione della fobia è tutto sull’evitamento. Per esempio una paziente, una claustrofobica, che seguo preferisce salire cinque piani di scale a piedi per non prendere l’ascensore. È un percorso obbligato e non è un percorso di scelta. Quindi, la fobia consente di avere percorsi di evitamento laddove dall’ansia non hai percorsi di evitamento.
In PdG è un adattamento creativo che ti permette di stare nell’ambiente, nel miglior modo possibile nel qui ad ora.
Poi l’oggetto parla, è simbolico, ci dice delle cose. La scelta dell’oggetto non è mai casuale, quindi è possibile un percorso di decifrazione di quella ansia di fondo.
Mi viene in mente una mia paziente, giovane donna, che ha la fobia di vomitare.
Di fronte alle fobie il primo strato è il sostegno per reggere quelle paure. In questo tuo esempio: i genitori accorrono e la salvano, allora riceve quel sostegno per poter continuare a sentirsi viva e sperare di avere un valore ai loro occhi. Senti di esistere, la sua esistenza ha un valore e quindi sente che riuscirà a superarlo e a vivere oltre questo momento di nausea e di terrore. Poi, in questo tipo di situazione la paura di vomitare ha già a che fare con una fobia che riguarda il proprio corpo. Non è verso qualcosa di fuori, ma verso qualcosa di dentro. Quindi ha connotati più vicini all’angoscia, una forma grave di confusione tra sé e l’ambiente, di contaminazione, di rifiuto della propria esistenza. Di rifiuto e di voglia di vivere: lei ha voglia di mangiare, quindi di affermare la sua propria esistenza, ma poi ha paura che il suo organismo non sia in grado di vivere e quindi vomiti l’esistenza. Sembra che abbia interiorizzato il vomito dei suoi, che l’hanno voluta, ma la rifiutano. L’accudiscono, ma non la sostengono.
Quindi le fobie sono come noi gestiamo l’angoscia e l’ansia, come le concretizziamo in un oggetto? Pensiamo che questo ci permetta di avere più controllo?
Controllo ed evitamento. Con diversi livelli di gravità: la gravità oggi è trasversale alla diagnosi, quindi una diagnosi di ossessione, può situarsi sia a livello nevrotico, sia border o psicotico. La gravità è abbastanza indipendente dal sintomo: non è che il sintomo ossessione colloca automaticamente la persona a livello nevrotico come una volta. Oggi, direi che siamo in una società che cerca di anestetizzare la vita.
Forse di anestetizzare la morte e la paura del pericolo della morte e di conseguenza la paura della vita, il messaggio della società è “Io preservo la vita”, ma in realtà schiaccia la vita come una frittella, un pancake.
Sentire la vita può essere talmente creatore di energia che rischi di perdere i confini.
Un grande ringraziamento a Carla Martinetto per la disponibilità e la generosità di tempo e di contenuti.
Bibliografia
- Basaglia, F. (1964). Ansia e malafede: La condizione umana del nevrotico.
- Fritz, P. (2003). L’Io, la fame, l’aggressività. Milano, Franco Angeli.
- Grass, G. (1974). Il tamburo di latta. romanzo (Vol. 705). Feltrinelli Editore.
- Jonas, H. (1990). II principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 49.
- Jasper, K. (1983). Psicologia delle visioni del mondo. Astrolabio. Roma
- Perls, F., Hefferline, R. F., & Goodman, P. (1997). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Astrolabio, Roma.
- Sartre, J. P. (1958). La nausea. Mondadori, Milano.










