Incontriamo S. nel 2014, è amica di un’amica: bionda platino, unghie laccate lunghissime, convive con un uomo, ha appena iniziato un nuovo lavoro ed è in transizione “Male to Female”, ovvero, è nata uomo “per sbaglio” e sta aspettando di portare a termine il percorso per diventare se stessa. Abbiamo chiesto a S. di essere la nostra prima cliente in questo “esperimento” difficile da portare a termine, oggetto di diffidenza delle principali organizzazioni a favore di transessuali e trans gender; eppure il nostro progetto è proprio rivolto alle persone in transizione, per sostenerle con un ciclo di sedute che coniughino Gestalt Counseling e fotografia, per esplorare il prima, il durante e il dopo transizione, attraverso immagini e cicli di contatto.
S. è la prima persona ad accettare volentieri di confrontarsi con noi.
Oggi il suo percorso è finito, è S. dentro e fuori e al cospetto della Legge Italiana. Le abbiamo chiesto di raccontarsi ancora per noi, come chiusura dei nostri incontri.
L’intervista sarà seguita dal commento di Anna Ravenna, psicologa, psicoterapeuta, supervisore-didatta riconosciuto dalla Federazione Italiana Scuole e Istituti Gestalt (FISIG) e dalla Federazione Italiana Gestalt ad orientamento fenomenologico-esistenziale (FeIG), supervisore presso il SAIFIP, Az. Osp. S. Camillo, Roma. Membro di numerose associazioni nazionali ed internazionali. Co-autrice dei libri “Il disturbo della identità di genere”, “Esistenze possibili-clinica, ricerca e percorsi di vita nei disturbi della identità di genere”. Autrice di numerosi articoli pubblicati in riviste specializzate. Co-fondatrice della sede di Roma dell’Istituto Gestalt Firenze – IGF Roma.
Elena: Grazie di essere qui.
S: Grazie a voi.
Alessandro: Facciamo una premessa, tu hai iniziato con noi a fare un percorso supplementare di counseling e quindi tra noi c’è si è già consolidato un rapporto. Per questo motivo ci permetteremo di farti alcune domande, in virtù dell’intimità, della confidenza che c’è tra noi. Le prime domande saranno di carattere più generale poi ci addentreremo in argomenti più personali, sul tipo di percorso che hai intrapreso e portato a termine.
Elena: Quando hai iniziato a capire che la tua identità di genere era diversa rispetto a quella biologica?
S: L’ho capito quando ero molto piccola, è un vissuto di sempre, qualcosa che ho sentito sempre dentro. In realtà quando si è così piccoli non se ne ha una vera e propria consapevolezza, per l’età e per il background che si ha. La consapevolezza effettiva l’ho avuta intorno ai venticinque anni, poi il coraggio di portare a termine questo percorso l’ho avuto molto più avanti, per una serie di situazioni familiari e non che non mi hanno permesso di realizzarlo prima.
Elena: Ci sono stati eventi scatenanti che ti hanno portata a ad andare fino in fondo al tuo percorso?
S: Sì l’evento scatenante è stato conoscere una persona che per la prima volta mi ha vista come donna, nonostante io all’epoca avessi un tipo di abbagliamento e di fisionomia non dico maschile, perché io sono sempre stata abbastanza androgino, “unisex”, quindi ero ancora tra le due identità. Però questa persona mi ha fatto capire che in realtà io ero donna, e il mio percorso è iniziato in quel momento.
Alessandro: In che modo te l’ha fatto capire?
S: Me l’ha fatto capire con i suoi atteggiamenti, con il modo in cui si comportava con me.
Alessandro: È un po’ vago, faccio difficoltà a comprendere… Lui chi era?
S: È il mio ex compagno. Lui mi ha conosciuta en travesti, quindi mi ha conosciuta in una situazione in cui indossavo abiti femminili, ma non avevo ancora iniziato il mio percorso di trasformazione. In seguito mi vedeva anche non en travesti, quindi in abiti assolutamente normali…
Alessandro: Per normali intendi maschili?
S: Sì. E mi ha sempre considerata una donna.
Alessandro: Lui è omosessuale?
S: Assolutamente no. È bisessuale e tutt’oggi vive la sua vita da bisessuale. Non stiamo più insieme da quasi tre anni. È stato lui che mi ha dato il via, ha fatto scoccare la scintilla e ho iniziato il mio percorso di transizione con lui: era il 2010. L’ho conosciuto nel settembre del 2009 e nel 2010 ho iniziato il percorso.
Alessandro: Dunque lui ti vedeva come donna anche nei tuoi atteggiamenti?
S: Lui mi ha sempre parlato al femminile. Sempre e comunque, anche in situazioni in cui io ero in abiti maschili, e conducevo una vita da uomo, sia da un punto di vista lavorativo sia da un punto di vista sociale. È stato lui che mi ha portata a capire che quello era il momento giusto per iniziare la mia trasformazione perché ne avevo bisogno per me stessa.
Elena: Da quel momento in poi cosa è successo concretamente?
S: Da lì in poi ho intrapreso un percorso psicologico al CI.D.I.GE.M., il Centro Interdipartimentale Disturbi d’Identità di Genere Molinette. Lì ho iniziato un percorso psicoterapico che è durato sei mesi, duranti i quali ho fatto sia degli incontri individuali di psicoterapia sia degli incontri di psichiatria poi ho avuto tre visite con un’endocrinologa che mi ha spiegato come sarebbe avvenuta la mia trasformazione e mi ha dato delle dritte su quello che sarebbe successo se, passati i sei mesi, avessi avuto l’ok della commissione per poter iniziare la terapia ormonale. Dopo cinque mesi, infatti, prima ancora che il percorso psicoterapico di sei mesi finisse, mi hanno dato l’ok a procedere. Ho iniziato la terapia ormonale, che dura tutt’ora ; la prima parte di terapia ormonale comporta delle reazioni fisiche, quindi da un lato va in un certo senso ad annullare quella che è la tua parte maschile, rende sterile, riduce il testosterone a zero, e, dall’altro, va ad aumentare la femminilizzazione, quindi gli estrogeni vanno a rimodellare il corpo e non solo, il grasso corporeo si ridistribuisce per dare una forma femminile. Dopo diciotto mesi di percorso ormonale la commissione si riunisce e, se ci sono i presupposti, dà il benestare all’intervento chirurgico di rassegnazione del sesso. Ho avuto il benestare della commissione, ho fatto regolare richiesta in Tribunale, il mio avvocato ha seguito tutta la pratica e, finalmente, ho avuto l’autorizzazione a procedere con l’intervento chirurgico. Dopodiché sono stata inserita in lista d’attesa e ho atteso che mi chiamassero per l’intervento, che è avvenuto nel dicembre del 2014; il passo successivo è stato richiedere in Tribunale la modifica dei miei dati anagrafici.
Alessandro: Quali sono i criteri di valutazione che la commissione usa per decidere chi può fare l’intervento di rassegnazione del sesso e chi no?
S: Valutano se, durante il periodo di trasformazione, si sperimenta in senso positivo quella che viene chiamata “life experience”, cioè se si è vissuto in modo femminile e se si è riusciti a integrarsi socialmente, nel contesto in cui si vive. La commissione vede il tuo atteggiamento, che tipo di persona sei, più passa il tempo e più valutano se la tua trasformazione è effettiva oppure no. Ci sono persone che, ancora oggi, nonostante cinque o sei anni di terapia ormonale, non sono in grado di proporsi come donna all’esterno, non si sentono adeguate nel loro nuovo corpo e nella nuova situazione. Se non sei più che integrata socialmente è difficile che ti diano il benestare, sarebbe a tuo discapito, rischi veramente di andare fuori di testa se non ti senti a tuo agio con il mondo.
Alessandro: Sei stata sostenuta nell’avere una consapevolezza di te, delle tue emozioni, del tuo vivere…
S: Assolutamente sì. Durante i diciotto mesi di cura ormonale ho avuto un continuo supporto psicoterapico ed endocrinologico, c’è sempre qualcuno che segue, ti ascolta, ti capisce e ti conosce e che vede che tipo di atteggiamento hai. Sono professionisti, non sono persone che si improvvisano.
Alessandro: E tu come hai vissuto il tuo percorso?
S: Io benissimo! Mi sono integrata perfettamente. Anzi, la mia psicologa mi ha fatto un complimento enorme verso la fine del mio percorso, mi ha detto: “Io ti ho conosciuta in un modo e tu eri già così, tu eri già una donna, hai cambiato il fisico ma non il tuo modo di essere, la tua testa è rimasta la stessa”; e in effetti io sono cambiata fisicamente ma non ho modificato il mio modo di essere. Ho modificato solo il modo di apparire. Il mio è stato solo un adeguamento fisico ma io ero donna già da prima.
Elena: Come hai vissuto l’integrazione nella società, in famiglia, tra gli amici?
S: Bene. Anche perché è stata una cosa graduale, non mi sono presentata da un giorno all’altro completamente cambiata, ho fatto in modo che tutti, con i loro tempi e i loro ritmi, entrassero in sintonia con la mia trasformazione. Ho avuto un cambiamento molto lento, un passo dopo l’altro, fino ad arrivare a quello che volevo che la gente vedesse.
Alessandro: Quindi c’è stato modo per tutti di metabolizzarlo…
S: Assolutamente sì. C’era già una certa propensione da parte dei mie affetti ad accettare quanto stavo facendo, avendo vissuto con me per tutta quanta la mia vita o quasi, la maggior parte di loro sapeva già, anche se non l’hanno mai esternato. Di sicuro sarebbe stato più facile se me l’avessero detto, se a vent’anni mi avessero detto: “Guarda che secondo me stai andando nella direzione sbagliata”. Ovviamente quando hanno saputo che avevo intrapreso questo percorso molti mi hanno detto che effettivamente se n’erano già accorti. Certo, a posteriori è tutto facile…
Alessandro: Sei arrabbiata con loro perché non te l’hanno detto subito?
S: Sì perché ho perso del tempo. Io mi sono sempre trattenuta, sapevo di non essere a posto nel mio corpo però avevo paura delle reazioni della gente, della mia famiglia. Non siamo in un paese così libero, non è così facile. Oggi è più semplice per le ragazzine di diciotto anni che si trovano ad affrontare la disforia di genere parlarne e uscire, ma per me a vent’anni non era così facile.
Elena: E rispetto all’ambiente lavorativo, qual è la tua esperienza?
S: Nell’ambiente lavorativo ho avuto qualche difficoltà. Ho iniziato il mio percorso mentre lavoravo in un’azienda e, ovviamente, ho informato tutti e alla scadenza del mio contratto non mi hanno più tenuta., adducendo motivazioni poco veritiere. Ho intrapreso un’azione legale, ho impugnato il licenziamento e ho vinto la causa. Non l’ho impugnato per discriminazione, ma per altri motivi, anche se, in fondo, la mia era una specie di vendetta.
Elena: Per quale motivo non hai affrontato la discriminazione con la causa legale?
S: Non volevo precludermi future relazioni lavorative quindi non ho toccato l’argomento discriminazione, ho preferito evitare del tutto questo tipo di processo. Ho impugnato il licenziamento per difetto di forma contrattuale e ho ottenuto quel che volevo, quindi va bene così. Dopodiché ho trascorso un periodo in cui mi presentavo ai colloqui senza un’identità di genere ben definita, ed era un po’ complicato. Al momento di tirare fuori i documenti mi scartavano dicendo che avevano scelto altre persone che avevano requisiti più forti dei miei e una professionalità più spiccata. Finché non ho trovato l’azienda dove lavoro oggi; l’ho trovata in un momento quasi conclusivo del mio percorso, quasi alla fine della mia femminilizzazione. Così ho giocato le mie carte, ho fatto una serie di colloqui, tre o quattro, non ricordo bene, e poi durante l’ultimo colloquio ho svelato la mia identità. Loro avevano già dato il loro ok e tirarsi indietro sarebbe stato troppo complicato, difficile. Loro comunque erano interessati a me come persona.
Alessandro: Stai dicendo che con la tua identità definita, anche con la tua personalità è emersa e tutto ciò ti ha portato a presentarti in modo differente?
S: Assolutamente sì. Adesso sono sicura di me, non ho più nulla da nascondere. Nessuno può più attaccarsi a nulla dal punto di vista lavorativo, se non alle mie esperienze o competenze, ma questo fa parte del gioco, è così per tutti. Oggi ho i documenti a posto, sono assolutamente S, in tutto e per tutto. Anche se dovessero sorgere dubbi per qualcuno, non avrebbero fondamento.
Elena: Quali pensi che siano le tue caratteristiche che potrebbero dare adito a dubbi?
S: La voce! Poi qualcuno potrebbe notare qualche caratteristica fisica, non so… Io mi vedo totalmente donna, conosco donne che sono molto più mascoline di me!
Alessandro: Nei nostri incontri ti ho più volte fotografata, affermavi di avere un brutto rapporto con la fotografia in quanto nelle foto ti vedevi uomo: adesso il tuo rapporto con la fotografia è cambiato? Ti vedi ancora uomo nelle foto?
S: No, adesso non ho più quella sensazione, probabilmente perché sono io a sentirmi più donna.
Alessandro: Come ti sei sentita a fare il percorso con noi?
S: Bene, mi ha aiutata ad avere maggiore consapevolezza. Pur facendo il percorso di sostegno richiesto in questi casi, mi sono resa conto che il percorso con voi mi stava aiutando.
Elena: Quindi non hai realizzato subito!
S: No, me ne sono resa conto successivamente.
Elena: Che progetti hai per il futuro?
S: Ahahahah (risata), vorrei realizzarmi professionalmente e, dal momento che ho una relazione stabile con una persona con cui sto bene, vorrei sposarmi e vivere in una grande casa con molti cani.
L’intervista letta da Anna R. Ravenna
In una visione fenomenologica definiamo l’identità come consapevolezza della propria unicità nel qui ed ora di ogni situazione data, evidenziando così la centralità del soggetto che ne fa esperienza e che di questo processo è unico testimone e depositario sia a livello conscio che inconscio. La parola identico può avere il significato di ‘perfettamente uguale’, ‘medesimo’ (in latino idem) ma allora è riferibile solo ad oggetti perché solo questi possono essere identici tra loro o nel tempo. Nel significato di ‘egli stesso’, ‘proprio lui in persona’ (in latino ipse) la parola allude ad un processo di attribuzione in continua trasformazione in quanto, come la visione esistenzialista sottolinea, è l’essere nel tempo la modalità specifica degli umani; questa visione di processo evidenzia il costante pathos del divenire: la responsabilità della scelta (aut aut), l’angoscia per l’imperscrutabilità del futuro anche prossimo, la finitudine, il limite.
Nel 1970 Money definisce l’espressione identità di genere come il vissuto, abbreviazione di esperienza vissuta ( Dilthey, 1896), come il sentire personale, soggettivo di appartenenza al genere maschile o femminile o, nel tempo, in modo ambivalente ad entrambi.
La parola genere rimanda al fatto che l’evoluzione degli esseri umani prevede nella norma il dimorfismo sessuale come effetto dell’evoluzione umana o della creazione (Mito dell’androgino in Platone; Genesi 1:26/27).
Ma come mettere insieme le parole norma e unicità?
La norma è una definizione generale che trova la sua specificazione in contesti statistici, funzionali o assiologici ed il cui significato dipende dalla modalità paradigmatica di volta in volta assunta. Ma la proscrittività (comportamenti vietati) e la prescrittività (comportamenti imposti) di una norma culturalmente determinata, e quindi soggetta a mutamenti nel tempo, non può essere assunta come costitutiva della natura umana in generale.
Ho contribuito alla fondazione e, per oltre vent’anni, sono stata responsabile dell’area psicologica del SAIFIP-Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica dell’Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma. Qualsiasi ipotesi si possa fare sull’eziologia di quel che il DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, APA 2014) definisce Disforia di genere, quello che a me ha aiutato realmente in questo lavoro è stato ricordarmi costantemente di avere di fronte una persona nella sua alterità, alterità fondata su un insieme unico di relazioni tra caratteristiche irrinunciabili pur se trasformabili. Da una parte mi sono trovata quindi a sostenere richieste pratiche quali l’accesso all’ormonoterapia, alla chirurgia ricostruttiva, ai cambiamenti anagrafici (S.: “rischi veramente di andare fuori di testa se non ti senti a tuo agio con il mondo”), dall’altra ho sempre aiutato le persone ad avere come obiettivo primario lo sviluppo del proprio mondo interno attraverso quel processo che la Gestalt chiama ‘cambiamento paradossale’: diventare quello che si è (S.: “non ho modificato il mio modo di essere. Ho modificato il modo di apparire”).
Nella condizione esistenziale delle persone cosiddette transessuali sembra che la mancanza di legittimità nell’abitare il mondo nasca dal sentirsi l’eccezione a una norma vissuta da tutti come assoluta e che, in modo più o meno consapevole, porta a definire questa eccezione come uno sbaglio di natura (introduzione all’intervista: ‘uomo per sbaglio’).
Dalla ‘normatività’ dello sguardo dell’altro in cui io mi rispecchio nasce allora la necessità di un percorso omologante peraltro sostenuto, direi quasi obbligato, dalla legislazione in vigore almeno in Italia. Essere la persona che si è, vuol dire invece prendere coscienza di se stessi, della propria unicità, coscienza che deriva dalla presenza di quei fenomeni psichici che risultano dalla umana capacità di strutturare sistemi di rappresentazione, la coscienza di sé appunto, e dalla capacità di creare sistemi di ri-rappresentazione più comunemente definiti come autoconsapevolezza sino ad arrivare allo sviluppo del senso di sé e della propria identità personale, unica, irripetibile e in continua trasformazione nel tempo senza bisogno di rinnegare le proprie origini (S.: “ma io ero donna già prima”).
Un possibile percorso di sostegno psicologico non può avere come fine l’omologazione al dimorfismo sessuale, non può muoversi nel tentativo di annullare le differenze nell’altro/con l’altro: così si corre il rischio di eliminare/annientare l’altro come persona. Come tutte le relazioni anche la relazione d’aiuto consiste nel reciproco protendersi verso l’alterità rinunciando alla utopica prospettiva dei criteri norma-lizzanti e al potere che ne deriva per entrambe le persone in relazione.
Si apre così lo spazio del sentire che, al contrario della logica del parlare, ammette le contraddizioni, insegna a stare nell’instabilità, a sentire quella contraddizione che ognuno di noi rappresenta per l’altro.
Entrare con pudore nella vita dell’altro cercando di far vivere intorno alla parola, uno spazio altro, il sentire appunto, aiuta a far cadere i veli di Maia, a s-velare l’illusione, ad aprire in modo costruttivo alle contraddizioni che la vita presenta.
In effetti, nella relazione d’aiuto entrambi i partecipanti vivono una reale esperienza per la quale mancano spesso le parole; è un continuo essere paradossalmente qua e là, dentro e fuori di noi. Nella distanza, in una dimensione estraniante è l’uso della metafora, della parola poetica che allude, evoca, richiama esperienze dell’altro e porta alla dimensione soggettiva del rim-patrio, del sentirsi a casa piuttosto che in una sorta di esilio accompagnato da una costante paura della “reazione della gente” . La relazione terapeutica è comunque un gioco giocato effettivamente nel linguaggio e, come dice Aldo Rovatti (in ‘Abitare la distanza’), il nostro è un tentativo di introdurre attraverso il sentire, attraverso l’empatia pause di percorribilità nell’opacità delle parole.
Il nome/parola e la cosa/persona non coincidono. La persona è altro, è l’Altro e occorre muoversi nella distanza per poterlo raggiungere senza raggiungerlo mai pienamente. Sentire gli altri interessati “a me come persona”, sentirmi sicura di me, vivere la mia intimità senza doverla svelare ad ogni costo e senza avere un segreto da nascondere ad ogni costo questo è quello che rende “Assolutamente S.” unica e irripetibile. Come tante persone che ho incontrato, come tutti noi, come me stessa.









