È ancora utile fare uso della frustrazione secondo il modello proposto da Perls nella Gestalt degli anni ‘60? Quali potrebbero esserne gli effetti all’interno di una relazione asimmetrica come quella esistente tra counselor e cliente o formatore e gruppo? Distinguendo tra forme diverse di frustrazione, in questo articolo, si analizza l’impatto che può avere sulle persone uno stile di lavoro frustrante, con particolare riferimento alle prime fasi della formazione del gruppo. Il concetto apparentemente polare di accoglienza viene preso in considerazione come modalità importante di “vedere” l’altro e la sua intenzionalità autentica di contatto che non esclude la differenza ed il confronto. Così ridefiniti, frustrazione e accoglienza, si sfumano nel concetto di “sostegno” che utilizza entrambi gli strumenti come stimolo equilibrato per la crescita.
Intendo qui portare alcune riflessioni emerse dal confronto teorico della comunità di professionisti della Scuola Gestalt di Torino e dalla mia personale esperienza di terapeuta e conduttrice nei gruppi del primo anno di formazione in counseling.
Tra le questioni dibattute, particolarmente interessante è stata quella dell’uso della frustrazione e/o dell’accoglienza come strumenti di intervento terapeutico o formativo. Partendo dalla originaria impostazione di Perls ci siamo chiesti se e come, nel corso del tempo, queste modalità sono cambiate, confrontandoci con posizioni e pratiche diverse nel nostro modo di fare Gestalt.
Nel suo lavoro Perls usava frustrare le modalità considerate nevrotiche e inautentiche affinché la persona diventasse consapevole del modo manipolatorio con cui ricercava sostegno dall’ambiente e iniziasse a contare sul proprio autosostegno per riconoscere e soddisfare responsabilmente i propri bisogni. “Aggrediva” gli schemi nevrotici per decostruirli e lasciare spazio alla persona autentica, nell’esperienza del “qui ed ora”. Era questa autenticità che veniva fondamentalmente accolta e sostenuta, mentre ogni interruzione di contatto era puntualmente frustrata. La sua modalità era in quegli anni estremamente nuova e spettacolarmente efficace (Perls 1973).
Al concetto di frustrazione possono essere rimandate sfumature di significati e livelli di intensità differenti. Il termine,dall’avverbio latino frustra, “invano”, indica generalmente lo stato in cui una persona si trova quando, per cause interne o esterne, non può soddisfare un proprio bisogno o desiderio. Il significato originario rimanda quindi al senso di impotenza e di mancanza che si accompagnano alla impossibilità di raggiunge un obiettivo, di ottenere qualcosa che è sentito come importante o significativo.
Solitamente la parola “frustrazione” viene usata in un’accezione negativa, come il prodotto indesiderato dell’inibizione (innaturale) di un bisogno (naturale) dell’individuo. Tuttavia è praticamente impossibile vivere senza sperimentare l’esperienza della frustrazione. I nostri desideri e progetti si scontrano spesso con ostacoli o situazioni contingenti che ne impediscono la realizzazione. In questo senso quindi la frustrazione è un’esperienza “del limite”, intrinseca alla vita umana stessa e se non è eccessiva o troppo precoce, può diventare una importante occasione di crescita. Una persona con una certa dose di autosostegno infatti, di fronte ai “no” della vita, può attivarsi per modificare intenzionalmente l’ambiente o le proprie modalità di interazione oppure scegliere contesti migliori dove può soddisfare le proprie aspettative, con la fiducia che tali contesti esistano o si possano costruire.
Intendo però parlare di modalità frustrante facendo riferimento non tanto a questo tipo di esperienza “del limite”, né a quella di un contatto sano tra due persone diverse che incontrano le reciproche differenze, né tantomeno ad una modalità di confronto aperto, per esempio tra counselor e cliente, su comportamenti manipolativi o inautentici di quest’ultimo. Mi riferisco piuttosto a quel tipo di frustrazione prodotta attraverso l’uso di uno stile eccessivamente duro e penetrante che confronta senza empatia, agendo una sorta di “smascheramento” dell’altro e delle sue difese nevrotiche, mettendolo a nudo di fronte ad un giudizio che non contatta la sofferenza originaria e l’importanza vitale della “maschera” stessa.
In genere la persona che utilizza comportamenti manipolativi o inautentici ha perso in qualche modo la connessione con i propri bisogni profondi in quanto tende a non legittimarli, considerandoli per esempio inopportuni, o ne ha perso addirittura consapevolezza. All’origine di questa perdita si trova spesso l’esperienza precoce e ripetuta di un ambiente poco attento o comunque non risuonante nei confronti del bambino che quell’adulto è stato. I bisogni non accolti o trascurati (frustrati) vengono progressivamente vissuti come “sbagliati”, inadeguati, se lo sguardo dell’adulto importante non li riconosce e non se ne cura.
L’adattamento creativo che ne consegue, finalizzato originariamente alla protezione del sé, si tradurrà facilmente in modalità rigide di comportamento, corrispondenti alle caratteristiche rigide e ripetitive di quell’ambiente, che si incarneranno nelle posture del corpo e in sintomi psichici o somatici. Il sostegno esterno che era mancato a suo tempo non si è potuto trasformare nell’auto sostegno necessario all’adulto per esprimere in modo aperto la sua intenzionalità di contatto con l’ambiente. I bisogni profondi tenderanno a non emergere o saranno probabilmente confusi o retroflessi, bloccati nel corpo e poco accessibili alla consapevolezza. Il contatto con l’esterno non sarà orientato e diretto, ma sarà pervaso dal desiderio di evitare situazioni che ripropongono la dimensione emotiva dell’originario rifiuto. Le modalità di interazione messe in atto per soddisfare i bisogni originari tenderanno ad essere indirette e manipolative, la vitalità e la creatività a ridursi e ad atrofizzarsi.
Nel lavoro individuale o di gruppo si incontrano sovente persone che – a vari livelli – presentano questo tipo di difficoltà. In che modo allora è possibile sostenere un’intenzionalità di contatto autentica verso l’ambiente? È ancora utile far uso della frustrazione secondo il modello proposto da Perls nella Gestalt degli anni sessanta? Quali potrebbero essere gli effetti di una modalità frustrante “vecchio stile” nel contesto attuale della società post-moderna?
Vorrei riportare il discorso sull’uso della frustrazione riferendomi al lavoro di gruppo della formazione in counseling. Il gruppo come “campo organismo/ambiente” si presenta come contesto ideale per sostenere l’evoluzione delle persone. L’esperienza relazionale a 360 gradi, il rispecchiarsi continuo o il differenziarsi, il forte coinvolgimento emotivo, l’intreccio delle relazioni sempre più intime gli conferiscono un grande potere nell’innescare processi di cambiamento nei soggetti che lo costituiscono. Nel processo di formazione le persone fanno esperienza di sé in rapporto all’altro e, attraverso questo, apprendono il modo in cui possono sostenere lo sviluppo di altre persone. In tale contesto i percorsi di consapevolezza individuale e di “gruppo come sistema” si innescano e si alimentano reciprocamente dando luogo ad un organismo vivo che si evolve nel tempo configurandosi con caratteristiche diverse a seconda del livello di sviluppo.
Nelle prime fasi della sua costruzione, le persone si “assaggiano”, cercano di scoprire le regole implicite, sperimentano ansie e timori connessi al nuovo contesto, vogliono comprendere quanto è “sicuro” il posto in cui si trovano. In genere alcune domande che le persone si pongono in modo più o meno consapevole sono: “Che cosa posso esprimere di me senza correre troppi rischi?”, “Posso essere chi sono e appartenere a questo gruppo?”, ”Verrò giudicato, rifiutato oppure accolto?”
Come sostiene E. Kepner in questa fase prevalgono i bisogni di aggregazione e appartenenza che portano generalmente all’evitamento dei conflitti (confluenza); l’interazione tende perciò ad essere prevalentemente dipendente dal contesto e dal formatore. Altre categorie di bisogni come l’autonomia, che produce un comportamento controdipendente, e l’intimità, che favorisce l’interdipendenza, restano inizialmente presenti più sullo sfondo. “Tali bisogni emergono ciclicamente nella vita del gruppo e tuttavia, considerando l’evoluzione nel tempo del gruppo stesso, tendono a presentarsi secondo un certo ordine e quindi a caratterizzane le fasi di evoluzione.” (E.Kepner, p.21).
Nella fase iniziale l’attività del formatore è volta a sostenere la creazione del gruppo stesso, inteso come sistema interconnesso di relazioni, favorendo la connessione tra gli individui e la creazione di un clima di fiducia che sostenga l’assunzione di rischi sempre più elevati. Questa fase è molto importante perché “all’innamoramento” iniziale seguirà una progressiva differenziazione in cui il confronto potrà essere più diretto o conflittuale. A mio avviso l’assunzione di rischi da parte di una persona è proporzionale al grado di accoglienza che percepisce nel campo; laddove il campo viene percepito come luogo “minaccioso”, insicuro, difficilmente la persona si spoglierà delle difese che ha imparato ad utilizzare per fronteggiare la minaccia stessa. Facilmente si creerà un clima dove prevarranno idee proiettive (paranoiche) e retroflessioni, le persone tenderanno ad isolarsi ed a percepire gli altri come potenziali nemici oppure si evidenzieranno strategie e scelte individuali che non prendono in considerazione il supporto e la relazione con l’altro. Penso che, soprattutto nella fase iniziale, uno stile di intervento volto a frustrare in maniera dura le difese (interruzioni di contatto, giochi, manipolazioni, ecc.) che la persona utilizza per fronteggiare l’ansia o i timori connessi al nuovo contesto, possa avere diversi effetti negativi.
In primo luogo può ricreare proprio quell’ambiente non accogliente e giudicante dell’esperienza originaria connessa alla formazione del sintomo stesso, rinnovando in qualche modo il vissuto del rifiuto e, con esso, il dolore e la vergogna che vi si accompagnano. Una delle emozioni più diffuse nel gruppo, soprattutto nelle fasi iniziali ma non solo, è proprio la vergogna che è spesso alla base della retroflessione: il silenzio, la fatica ad iniziare, l’energia trattenuta, sono sovente segnali da ricondurre ad un campo percepito come poco sicuro e giudicante. Nel gruppo è più facile sentirsi esposti allo sguardo dell’altro, sentirsi nudi e quindi estremamente fragili. A questo proposito Robert Lee parla della vergogna non come un semplice evento individuale, ma come percezione delle condizioni del campo in cui gli individui si trovano. La vergogna, facendo arretrare le persone, le protegge da un contesto non accogliente (R.G. Lee, 2008).
In genere, se le persone non hanno maturato un sufficiente livello di consapevolezza, tendono ad identificarsi con le loro modalità nevrotiche, reattive o manipolative. L’esperienza di essere “messi con le spalle al muro”, confrontati duramente, in una parola frustrati, viene vissuta sostanzialmente come un rifiuto all’intera persona. Il senso di inadeguatezza allora, provato originariamente in fasi più delicate dello sviluppo, si rinnova nel “qui ed ora” attivando una percezione di sé negativa. L’energia viene perciò trattenuta, l’intenzionalità di contatto retroflessa onde evitare di esporsi ad un giudizio percepito come negativo che invade tutta la persona.
La vergogna inoltre, è un sentimento pesante che paradossalmente produce altra vergogna: ci si vergogna di vergognarsi e perciò viene vissuta come una esperienza da evitare. Secondo J.M. Robine la vergogna porta con sé una serie di comportamenti, di strategie che permettono al soggetto proprio di evitare questa esperienza a livello consapevole. “Ci sono molte modalità di evitamento: nascondere, proiettare, scaricare sull’altro la propria vergogna usando disprezzo, critica o sarcasmo, umiliare, richiedere perfezionismo, essere arroganti e accondiscendenti, ambire al potere ed al controllo a tutti i costi, provare un bisogno eccessivo di prendersi cura degli altri, di essere gentili, di piacere a tutto il mondo, e così via” (J.M. Robine, p.283).
L’accoglienza del campo (e del formatore che ne fa parte) diventa allora un fattore decisivo che va a rafforzare lo sfondo sul quale la persona può appoggiarsi per poter affrontare le esperienze di cui ha timore. La vergogna non può “essere aggredita”, frustrata, se non rischiando di suscitare altra vergogna, da cui poi possono avviarsi possibili forme di evitamento più o meno consapevoli.
C’è un altro aspetto che può emergere come effetto di una modalità di lavoro molto frustrante: la persona che si percepisce inadeguata, sbagliata in quanto le sue difese vengono “smascherate” e non accolte, non comprese nella intenzionalità originaria, piuttosto che accoglierle essa stessa tenderà a scavalcarle, introiettando nuove modalità riconosciute dal campo come adeguate. Il leader ha un ruolo cruciale in quanto tende ad esercitare una forte influenza nel gruppo e il suo modo di essere e di fare fornisce in maniera implicita o esplicita un modello da imitare che facilmente può venire idealizzato. Se la relazione tra il conduttore e il partecipante è sbilanciata, nel senso che il secondo conferisce troppo potere al primo, e se questo sbilanciamento non è riequilibrato dal leader (per es. esplicitandolo), è facile allora che le sue modalità vengano introiettate e che per la persona “l’essere” diventi un nuovo “dover essere”. Agli antichi introietti si sostituiscono quelli più nuovi ed attraenti offerti dal leader o dalle persone importanti del gruppo.
In sostanza l’intervento frustrante può facilmente diventare un intervento di potere che stabilisce implicitamente una relazione “up/down” con la persona, all’interno della quale il conduttore può essere idealizzato e introiettato: “io non vado bene, devo fare, parlare, essere come il leader”. Nella fase “dell’innamoramento” una certa idealizzazione è probabilmente inevitabile, le persone scoprono che è possibile liberarsi dalle gabbie abituali, fanno esperienza di sé in modo nuovo e questo si sviluppa anche a partire dall’imitazione di nuovi modelli (ne è un esempio il parlare in “gestaltese” dentro e fuori il gruppo). Tuttavia questa posizione iniziale deve lasciar spazio ad una progressiva autonomia e individuazione, sostenuta dal conduttore proprio lavorando sulla differenziazione attraverso la consapevolezza e l’accettazione di sé (io sono diverso da te, provo e penso cose diverse da te, compagno di gruppo e leader, e vado bene così e vai bene così).
Tornando al concetto di frustrazione, se è inteso come esperienza “del limite” e come espressione della diversità, è qualcosa non solo di ineliminabile, ma anche di necessario che, sbilanciando le antiche posizioni, crea quello spazio incerto e fecondo dove può nascere l’esperienza nuova. La mia critica è rivolta piuttosto ad un modo di utilizzare la frustrazione aggredendo le difese dell’altro, all’interno di una posizione relazionale asimmetrica (leader/partecipante) che facilmente può diventare di potere, senza tener sufficientemente in considerazione l’impatto che può avere sull’altra persona. Credo che quest’ultimo sia un punto cruciale: non è solo l’intenzionalità del formatore a conferire significato al suo intervento ma “l’impatto” che ha sull’altro, o se si vuole , quello che l’altro ne fa, l’esperienza che ne trae, cosa di cui il formatore si deve prendere responsabilità.
È proprio il “modo” che, a mio avviso, fa la differenza creando sostegno oppure una qualche forma mistificata di aggressione dove io (il leader) so quello che tu (l’allievo) stai veramente facendo e ti “smaschero”. Il sostegno nasce proprio nel riconoscere la difficoltà o la sofferenza dell’altro dietro alla modalità nevrotica, riconnettendosi alla sua umanità e conferendogli perciò valore e dignità. In questa dimensione relazionale il confronto (e la frustrazione che a volte ne consegue) è fondamentale, calibrato però alle difficoltà della persona e al suo grado di consapevolezza.
E l’accoglienza? L’etimologia della parola (dal latino accolligere, cogliere, raccogliere), rimanda appunto a qualcosa che viene ricevuto, raccolto, fatto entrare, in una casa, in un gruppo, in se stessi. Accogliere vuol dire disporre un ambiente per qualcuno, renderlo partecipe di qualcosa di proprio, vuol dire aprirsi, mettersi in gioco.
In una relazione cliente/counselor o paziente/terapeuta, così come in un gruppo di formazione, penso che la capacità di accogliere sia un aspetto importante, anche se non l’unico, che permette il costruirsi di una fiducia di base, lo sfondo su cui è possibile sostenere l’intenzionalità autentica del contatto, su cui è possibile confrontare (e anche frustrare) senza dominare, con passione e com-passione, con responsabilità e rispetto.
Accogliere non significa trovare un accordo a tutti i costi o un’adesione acritica, non vuol dire mettere l’altro sempre in una situazione di confort o fornirgli costante rassicurazione creando un campo dove le differenze si fondono in una vacua confluenza. Accogliere ha a che fare piuttosto col “vedere” l’altro, conoscerlo, corrisponderlo in qualche modo: questo include il differenziarsi, il dissentire o l’aperta opposizione. Provare interesse per l’altro è la prima e fondamentale forma di accoglienza, il terreno relazionale su cui le antiche ferite possono trasformarsi in nuove risorse, dove le gestalt aperte possono chiudersi dando spazio all’emergere di nuove.
Ridefinire il senso di frustrazione e accoglienza conduce di fatto al superamento della polarità in quanto entrambi gli aspetti devono essere ricondotti al concetto di sostegno: il sostegno al cambiamento può passare attraverso l’accoglienza e talvolta anche attraverso la frustrazione nel senso tratteggiato in precedenza. A questo proposito Laura Perls, così come riportato in un articolo di Daniel Bloom (2005), soleva dire: “Il sostegno non è il soffice cuscino di un abbraccio, non un calmante consolatorio, ma piuttosto il vero e proprio fondamento per il contatto: il sostegno è l’essere che rende possibile il fare, il terreno che dà forza all’azione”. E quando le veniva chiesto quanto sostegno dare ad un paziente, lei rispondeva: ”Quanto necessario, ma il meno possibile”.
Trovare l’equilibrio tra “necessario e il meno possibile” è in fondo la sfida che ogni gestaltista deve intraprendere nel suo lavoro, facendo affidamento sulla propria esperienza e sensibilità.
Bibliografia
- British Gestalt Journal – Bloom D.J., A centennial celebration of Laura Perls: The aesthetic commitment, 2005, volume 14, N°2
- Lee R. G. , Il linguaggio segreto dell’intimità, Franco Angeli, Milano, 2008.
- Kepner E., Il processo Gestalt di gruppo, da Oltre la sedia bollente, a cura di B. Feder e R. Ronall, Edizioni Scientifiche Magi, Roma, 1996.
- Perls F., L’approccio della Gestalt – Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977.
- Robine G.M., La vergogna, in La psicologia della Gestalt nella pratica clinica, Franco Angeli, Milano, 2014.









