Monica Prato
Non si possono comprendere le relazioni tra individuo e società e tra i vari gruppi sociali, senza considerare il tema dell’aggressività.[1]
Per comprendere come un bambino cresce, si sviluppa e si muove nell’ambiente, porterò l’attenzione alla sua capacità aggressiva.
Mi riferisco con questo termine a quella funzione che permette al bambino non solo di spostarsi dal suo confine per trovare nell’ambiente una qualche soddisfazione rispetto a un bisogno emergente ma anche di accettare o rifiutare l’esperienza a seconda che essa sia vissuta come nutriente o nociva.
Il focus quindi del concetto di aggressività, nell’accezione portata da F. Perls, è sulla capacità di scelta che si apre davanti al bambino nel momento in cui passa da una posizione di equilibrio, in cui le funzioni del sé sostano in un bilanciamento moderato e non sono tese nell’atto di incontrare ciò che lo circonda, a una posizione di attivazione, in cui mosso da un interesse, avanza modificando sostanzialmente il suo essere.
Questo movimento di andata e ritorno verso l’ambiente, che racchiude il ciclo di contatto, mira in ultimo a ristabilire l’equilibrio organismico e punta in modo naturale a ricreare una situazione armonica tra mondo interno e mondo esterno attraverso un meccanismo di accomodamento.
Il bambino comincia un processo che gli permetterà di integrare e far suo il mondo attraverso l’adattamento creativo che costituisce il fondamento del meccanismo di assimilazione attraverso cui cambia e cresce.
Tutte le volte in cui viene sollecitato nell’incontrare ciò che c’è nello spazio intorno a lui, spostando quindi il suo confine di contatto aggredisce e distrugge il nuovo per poterlo integrare, incorporare e assimilare affinché il dissimile sia reso simile.[2]
Questa attività gli permette di crescere, evolversi e svilupparsi.
Più il bambino è piccolo più tutto questo funzionamento è legato a bisogni fisiologici e materiali che, se vengono soddisfatti, possono riportarlo a una situazione di equilibrio.
Capita spesso che il pianto di un neonato attivi il caregiver per farlo muovere nella sua direzione, al fine di rispondere al bisogno e soddisfarlo, permettendogli così l’assimilazione dell’esperienza e il ritorno a una condizione di stabilità, pronto per un nuovo contatto.
In questa circostanza l’azione aggressiva è rappresentata dal pianto che muove l’ambiente affinché possa prendersi cura di lui.
Con la crescita il bambino aumenta la capacità di andare a prendere in modo autonomo ciò di cui ha bisogno, affinando l’abilità di stare in ascolto di sé e del mondo circostante.
Impara così a trovare, indipendentemente dall’adulto, una risposta consona e calzante alla necessità che emerge in un dato momento, selezionando nell’ambiente la risposta più adeguata.
Se le funzioni dell’Io non sono ancora sufficientemente sviluppate e incontra delle condizioni troppo ostili che gli impediscono una piena gratificazione, si rivolgerà all’esterno alla ricerca di un aiuto o troverà il modo di adattarsi alla mancanza.
Il bambino si costruisce come adulto oscillando tra un comportamento alloplastico, in cui modifica il suo ambiente in modo che questo possa rispondere al suo bisogno e un comportamento autoplastico in cui sviluppa capacità elastiche e flessibili di adeguamento.
Questo moto pendolare, il cui svolgimento armonico costituisce la costruzione dell’umano, può per ragioni diverse arrestare il suo corso.
Può succedere che il bambino percependo l’ambiente troppo refrattario e troppo difficile da assimilare si ritiri, perdendo il contatto con il suo spazio sociale e confondendo l’intenzionalità che direziona il suo agire in una determinata circostanza.
L’intenzionalità di contatto dovrebbe infatti guidare l’aggressività e questa dovrebbe sostenere l’intenzionalità di contatto.
In una situazione di disagio, il bambino può chiudersi in sé stesso bloccando il movimento spontaneo; sentendosi goffo e impacciato manifesterà comportamenti bizzarri, stravaganti o eccessivamente esuberanti rispetto alla situazione che sta vivendo.
Se la direzione del movimento e le intenzioni che stanno alla base del gesto corrispondono, il bambino potrà muoversi in modo disinvolto ed integrato nel suo spazio di vita, recuperando potenza e pienezza di azione.
L’atto dell’aggredire ,acquista quindi con Perls una sfumatura importante, rispetto alla teorizzazione freudiana: assume una connotazione fortemente costruttiva.
La dentizione non consente solo un passaggio notevole da una posizione di attesa che l’ambiente risponda a un richiamo – aggressività orale – a una situazione di scelta in cui è il bambino ad andare attivamente verso l’ambiente per soddisfare un suo bisogno – aggressività dentale – ma rappresenta la forza distruttivache viene espressa attraverso la masticazione.
Il processo di triturazione diventa necessario perché direttamente connesso al processo di assimilazione, unico mezzo per l’individuo per imparare qualcosa e risultare preparato per una situazione nuova.[3]
La “distruttività” dell’essere umano, nell’epistemologia sviluppata dai fondatori della Gestalt, non è più vista come foriera di guerra, morte e azzeramento delle relazioni sociali, ma come potenzialità di crescita. Per costruire contatti sani è necessario poter aggredire l’ambiente e distruggere quelle parti dell’altro che non sono assimilabili e quindi, come tali, non portano accrescimento né all’individuo, né alla relazione in corso. Il conflitto viene chiaramente definito dai fondatori della Gestalt come una possibilità di sviluppo.[4]
Nel modo in cui la Gestalt guarda alla persona e all’ambiente, l’energia aggressiva e l’evento ad essa annesso sono legati insieme mediante un rapporto di interdipendenza.
Secondo questo sguardo è possibile descrivere il movimento di un bambino solo mettendolo in relazione con ciò che nell’ambiente è intervenuto per sostanziare la sua attivazione: le due parti sono intrinsecamente legate e simultaneamente coinvolte.
F. Perls all’interno del testo Io, la fame e l’aggressività,[5]definisce la simultaneità della situazione istinto-realtà,[6] in cui la tensione interna della fame e l’aspetto appetitoso del cibo appaiono e scompaiono simultaneamente; la sua concezione va oltre il binomio stimolo-risposta, una sequenza binaria in cui qualcosa di secondario succede a qualcosa che è avvenuto precedentemente, ma introduce il concetto di simultaneo, contemporaneo.
Contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio[7].
Allo stesso modo se si osserva il bambino e il suo ambiente, non si può che considerarli come realtà che esistono l’una in funzione dell’altra, in connessione attraverso una relazione interdipendente, in cui una parte può essere compresa solo in relazione all’altra ed entrambe intervengono nello stesso tempo.
Partendo da questa doppia appartenenza, l’aggressività non è vista come un movimento intrapsichico, che nasce e si sviluppa da dinamiche interne al bambino per dirigersi verso oggetti esterni, ma come un processo a doppio senso, d’influenzamento reciproco.
L’ambiente in cui egli è immerso, le possibilità presenti nello spazio di rispondere alle sue richieste, sono elementi ugualmente presenti che intervengono all’unisono, e costituiscono la figura emergente sullo sfondo del campo organismo-ambiente.
Egli modifica e allo stesso tempo viene modificato, fa e viene fatto, si muove e viene mosso.
E’ immerso in un ambiente che lo determina, lo plasma e ne è parte integrante.
Non è quindi possibile leggere la capacità aggressiva prescindendo dalla costruzione propria del bambino che contribuisce a fare il mondo ed è allo stesso tempo fatto dal mondo.
Secondo l’antropologo F. Remotti, ideatore dell’antropopoiesi:
La cultura è il fattore che pone rimedio alle carenze, che colma le lacune. Là dove l’anatomia degli esseri umani si rivela particolarmente deficitaria per quanto riguarda, per esempio, strumenti organici di predazione e di difesa, la cultura fornisce una serie di strumenti artificiali particolarmente efficaci.
La cultura entra nei corpi; modifica le reazioni fisiologiche; struttura i sentimenti; piega a determinati lavori e determinati sforzi; determina le vie e i modi del dolore e del piacere; attiva alcune piste lasciandone silenti altre.[8]
Quanto quindi il concetto di aggressività si sviluppa e viene influenzato dal modo in cui siamo stati educati, cresciuti, guardati, amati, dal diverso modo in cui la storia ha influenzato le nostre vite e la nostra epoca condizionato il nostro stare al mondo?
La progressiva evoluzione del concetto di autorità ha contribuito nel tempo a modificare la capacità aggressiva del bambino?
Un tempo, per esempio, il sistema educativo sosteneva spesso il bambino a esprimere una volontà evitando l’espressione io voglio che, gli avrebbe permesso un movimento trasparente in direzione del suo desiderio, ma lo avrebbe reso agli occhi degli adulti poco educato.
Ai bambini s’insegnava a richiedere qualcosa esprimendo l’interesse attraverso un tempo verbale declinato al condizionale. La traduzione che ne derivava veniva così espressa in una forma più consona, io vorrei, che però inibiva l’azione aggressiva verso l’oggetto bramato e poneva distanza tra il bambino e ciò che avrebbe voluto raggiungere.
Il bambino, non sentendosi quindi potente nei confronti dell’ambiente, imparava così a manipolarlo, disimparando così a raggiungere ciò che voleva in modo limpido e diretto.
L’esempio che viene portato nell’articolo di Mariano Pizzimenti per spiegare questo concetto è assolutamente calzante e molto diffuso nel sistema educativo di poco tempo fa
Mi ricordo che quando ero ragazzino la parola “io voglio” era assolutamente proibita. Se andando in giro con mio padre io avessi detto “Papà, voglio un gelato”, non solo non l’avrei mai ottenuto, ma sarei stato anche severamente sgridato. Ecco che allora io avevo imparato a “parlare” del gelato. Potevo per esempio fare commenti generici del tipo: “Sai che mi hanno detto che i gelati di frutta sono fatti con l’acqua?”. Al che mio padre mi faceva immancabilmente una spiegazione sull’argomento per poi concludere “Vuoi un gelato?.[9]
In quel caso quindi il bambino non seguiva con serietà e ardore il suo bisogno, ma si organizzava in modo da soddisfare comunque il suo desiderio manipolando l’ambiente, imparando, come in questo esempio, a parlare del gelato piuttosto che a chiederlo in modo diretto all’interlocutore.
Nel tentativo di insegnare al bambino a domandare “per favore” e a non avere fretta di ottenere le cose, molti genitori usavano dire ai loro figli:
“L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re”, non volendo certo mettere uno stop ai loro desideri e sogni, piuttosto intendendo portare loro un insegnamento: volere tutto e subito e ottenerlo non è detto che si riveli una cosa utile.
Non sono passati tanti anni, ma questi precetti sembrano quasi superati, in riferimento a un contesto sociale che si sta strutturando attraverso una pluralità di sguardi e che sta sostenendo la nostra trasformazione come adulti, genitori e figli.
Se da una parte è pur sempre valido l’assioma dell’imparare a guadagnarsi le cose e saper aspettare, dall’altra il bisogno di liberarsi di gabbie educative rispetto al passato e la velocità di scambi dettata da un sistema tecnologico in continua evoluzione, ha condotto l’attenzione dei genitori su versanti differenti.
Il processo d’interscambiabilità nei ruoli materni e paterni, è parte di questa metamorfosi che sta portando alla nascita di pedagogie alternative, incentrate a tradurre e declinare in modo diverso il bisogno del bambino di oggi, riconoscendone la centralità, rispettandone l’autonomia e la dignità come persona indipendente.
In modo analogo alcune didattiche democratiche, come la condivisione delle regole, la consuetudine delle discussioni collettive, la relazione non gerarchica di alcuni rapporti, hanno rovesciato il concetto di autorità e contribuito a modificare il sistema educativo.
L’ondata migratoria che ci sta attraversando infine, sta portando con sé una multiculturalità di pensieri, pratiche, linguaggi, che influenzano la nostra crescita e ci permettono di guardare meglio al modo in cui siamo fatti, a come alleviamo i nostri figli e a quali loro competenze siamo disposti a dar valore, comprese quelle che nascono dalla loro energia aggressiva, necessaria per sostenere una ricca e piena crescita del sé.
[1] F.Perls, Io, la fame, l’aggressività, Milano, Franco Angeli, 1995, pag. 15
[2] F.Perls, H.F. Hefferline , P.Goodman, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Roma. Astrolabio, 1997, p.43
[3] F.Perls, H.F. Hefferline , P.Goodman, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Roma. Astrolabio, 1997, p. 102
[4] Barbara Bellini, Aggressività sessuale, Figure Emergenti, Pratica e Teoria, numero zero
[5] F.Perls, Io, la fame, l’aggressività, Milano, Franco Angeli, 1995
[6] F.Perls, Io, la fame, l’aggressività, Milano, Franco Angeli, 1995, p.50
[7] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, i sassi nottetempo, Venezia, 2006, p.13
[8] Francesco Remotti, Forme di umanità, Milano, Mondadori Bruno, 2002
[9] Mariano Pizzimenti, Aggressività: il moto della vita, Figure Emergenti, Numero 1, Aprile 2013










