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Sofferenza narcisistica ed aggressività sessuale: esperienza terapeutica “con” e “attraverso” i corpi

Sofferenza narcisistica ed aggressività sessuale: esperienza terapeutica “con” e “attraverso” i corpi

a cura di Simona Colucci

Partendo dalla partecipazione al workshop sull’aggressività sessuale proposto durante l’ultimo convegno FISIG di Torino, Simona Colucci ci racconta come si declina, nella sua esperienza clinica, l’aggressività sessuale al confine di contatto con i pazienti che vivono esperienze narcisistiche. 

Sul tema della sofferenza narcisistica si è scritto molto, è stato affrontato da diversi punti di vista: da quello strettamente clinico/diagnostico a quello fenomenologico e relazionale. Ciò che mi spinge a prestare attenzione e curiosità a questa modalità di relazionarsi al mondo è la profonda ambivalenza che la caratterizza: un sostrato di fragilità ed illusorietà [1] ben custodite su cui attecchiscono sintomi clinici e psicosomatici evidenti (ad esempio tensione e irrigidimento corporeo, desensibilizzazione e retroflessione) circondato da un’immagine di sé grandiosa (falso sé): una buona corazza difensiva, ma illusoria poiché alimenta il vuoto ed il senso di un’esistenza intimamente solitaria.

Ecco che, nell’esperienza narcisistica, l’intimità risulta essere una grande sconosciuta e con essa la possibilità di vivere relazioni nutrienti ed autentiche su uno sfondo paritario: relazioni in cui può esserci aggressività sessuale.

La ricerca dell’intimità, dunque, diventa un tema molto doloroso per chi ha incontrato esperienze narcisistiche nella relazione con il proprio partner [2].

Come sperimentare aggressività sessuale in una dimensione di parietarietà in chi è incanalato in vissuti narcisistici è un tema delicato, ricco di tenerezza, ma non per questo privo di “eccitazione”. Ho riflettuto su quanto sia delicato il contatto aggressivo e sessuale in un setting terapeutico quando davanti si ha una persona che per sopravvivere ha costruito un’immagine si sé grandiosa difendendo la parte “piccola” e bisognosa. Quando, dall’incontro con questi pazienti,  emerge la parte “bambina” provo  tenerezza; ma penso sia fondamentale non dimenticarsi della parte adulta e paritaria. Cercare di raggiungere un contatto diretto lì può essere “spaventoso” per il paziente, forse ci può essere la possibilità di un ritiro e di una retroflessione: uno strumento che mi aiuta molto in queste circostanze è il lavoro sui confini corporei (confini in cui potersi sentire, in cui poter iniziare a vivere il proprio corpo in relazione ad un altro) e sull’aggressività respiratoria (una delle prime modalità di andare verso il mondo per “prendere” e anche per “lasciare andare”). La decisione di lavorare sui confini nasce dal bisogno di individuarsi e quella di far sperimentare l’aggressività respiratoria, nasce dal bisogno di aumentare lo scambio con il mondo.

La scelta di partecipare al workshop sull’aggressività sessuale è stata alimentata dalle mie curiosità circa la centralità dello scambio presente in una relazione paritaria. Proprio nei giorni precedenti, pensando al tema dell’intimità, riflettevo su come quest’ultima potesse essere sostenuta e nutrita  attraverso uno scambio autentico. Nella relazione di coppia l’aggressività sessuale  è una modalità di contatto, tale esperienza  che  può essere sperimentata anche all’interno di un setting terapeutico. Riflettevo su come i termini “scambio”, “paritarietà” e “aggressività sessuale” avessero delle forti interconnessioni e su come, in un campo narcisistico, fossero mischiati al tema della vergogna, alla minaccia di essere visti e abbandonati, alla svalutazione e idealizzazione e all’isolamento.

Nonostante provassi un forte imbarazzo e sentissi il tema dell’aggressività sessuale come molto intimo e delicato, ho scelto di partecipare al workshop spinta dalla mia curiosità: c’era qualcosa di “centrale” e che poteva avere legami forti con il tema della sofferenza narcisistica?

Il mattino del workshop ero un po’ agitata e mi chiedevo: come avrebbero fatto i formatori a non stare esclusivamente sulla teoria, come avrebbero potuto farci sperimentare e vivere il tema dell’aggressività  sessuale,  in un contesto di un gruppo allargato che era insieme per la prima volta?

Nella prima parte del workshop i formatori hanno descritto alcuni concetti chiave del tema:

  • l’aggressività sessuale è presente in ogni atto creativo costruito in una dimensione di scambio con l’ambiente;
  • l’aggressività sessuale è un “andare verso” l’altro sostenuto da uno sfondo che lo nutre e la limita [3];
  • in questi termini aggressività e sessualità sono complementari nel dar vita all’intimità ed è attraverso il corpo che trovano una modalità diretta di espressione: il linguaggio del corpo mette in luce in modo chiaro la nostra eccitazione nell’andare verso, come il nostro bisogno di dare confini e limiti all’altro.

Nella seconda parte del workshop ci è stato chiesto di alzarci e camminare nella stanza con l’intenzionalità di individuare un compagno per sperimentare un lavoro insieme. Non ho avuto nessun dubbio nella scelta della mia compagna per sperimentare insieme il lavoro: è una ragazza che conoscevo un po’ verso la quale nutro simpatia. Insieme abbiamo scelto i nostri ruoli all’interno della coppia. Io raccontavo un’esperienza molto intima alla mia compagna e lei poteva rispondere esclusivamente attraverso il linguaggio corporeo, non usando parole. Inizialmente mi sentivo nuda nel portare un pezzo così importante della mia vita.

Durante il racconto mi sono stupita delle risposte immediate che il viso della mia compagna mi offriva. Anche se non poteva parlare, lo scambio era al massimo livello. Nelle sue lacrime e nel suo sguardo sentivo un contatto vero e profondo, una vicinanza molto intima che non aveva parole per essere espressa. Alla fine del mio racconto abbiamo avuto del tempo per un vivo scambio corporeo. Entrambe eravamo in lacrime, ad ogni abbraccio c’era un adattamento dell’altra verso la costruzione di una giusta distanza e dei propri confini: il tutto in un clima di vicinanza e intimità forti e sostenenti.

Terminata  l’esperienza vissuta ogni coppia ha portato i propri feedback al gruppo allargato.

Tra i contributi finali ciò che ha suscitato maggior interesse è stato il tema del “rifiuto”. Il rifiuto, vissuto come bisogno di stabilire i propri confini in una relazione di scambio e paritarietà, è una delle modalità  per individuarsi e separarsi in un momento particolare.

Concluso il workshop, ancora carica di emozioni, riflettevo sull’importanza dell’intercorporeità come modalità per vivere uno scambio autentico e diretto. La centralità dello scambio e il valore dato alla paritarietà e all’intimità costituiscono delle basi di riferimento da cui partire per incontrare il tema del narcisismo. L’intimità può essere definita “uno spazio relazionale nel quale la persona è disponibile a lasciar emergere aspetti del proprio mondo interno che la rendono particolarmente vulnerabile” (Ravenna, 2015), in un campo narcisistico l’intimità è associata alla vergogna, al senso di disvalore e all’angoscia verso la solitudine. In quest’ultimo caso, lo scambio può essere sentito come “pericoloso”[4] e difficile da sostenere. L’esperienza vissuta durante il workshop ha aumentato la mia consapevolezza dell’efficacia dell’intercorporeità nel vivere lo scambio con l’altro.  Ho sentito quanto sia diretta la comunicazione tra i corpi e ho percepito una reale possibilità di vivere uno scambio molto intimo  “semplicemente” lasciando andare le emozioni e fidandosi del processo, fidandosi del linguaggio corporeo che, se visto ed ascoltato, non mente mai.

Ma se il corpo fosse uno sconosciuto?

In chi ha attraversato esperienze legate al sacrificio di parti del sé, la sofferenza narcisistica ne è un esempio, la perdita di contatto con il proprio corpo è particolarmente significativa (a. Lowen, 1984). A livello d’intercorporeità, Salonia (2011) ricorda come il ritirarsi ai confini, retroflettere e desensibilizzarsi diventa il modo migliore per evitare l’emergere dell’angoscia di consegnarsi all’altro. Chi è immerso nella sofferenza narcisistica, può percepire il rischio di sentirsi violato se “visto” e svalutato se confrontato: per questo motivo penso sia importante curare i confini e lavorare verso una maggiore consapevolezza corporea.

I  teorici della Gestalt,  fin dalle origini, dicevano che l’organismo umano ha bisogno da un lato di permanenza e radicamento, ma dall’altro lato di novità e cambiamento, forze generative che danno pienezza alle relazioni. In un certo senso il lavoro sui confini e la consapevolezza corporea  radica e individualizza , prepara all’esperienza di entrare nel mondo per cambiarlo senza uscirne sconfitti o sentirsi sommersi, ma semplicemente visti per come si è.

[1] Il tema dell’illusorietà implica l’esperienza di sentirsi un bluff: il soggetto con sofferenza narcisistica raggiunge l’altro solo sdoppiandosi e nascondendo alla relazione una parte di sé che non sarebbe stata accettata. Ciò costringe la persona  a non poter essere né spontanea né intera nell’incontro con l’altro (Francesetti, 2011).

[2] La sofferenza legata al vivere una relazione con un partner narcisista è molto profonda: i vissuti possono spaziare da una solitudine non vista, un’impossibilità di vivere uno scambio autentico e nutriente e la difficoltà ad essere sostenuti per come si è. In questo tipo particolare di coppia può essere viva la tendenza alla manipolazione e all’appropriazione dell’altro, uno sfondo in cui nessuno dei due partners può realmente sentirsi amato. La ricerca dell’intimità, dunque, può essere una meta irraggiungibile: avvicinarsi troppo al partner narcisista può alimentare vissuti di svalutazione, inadeguatezza ed invasività. Il lavoro sui confini, sul radicamento e sulla corporeità all’interno della coppia può offrire un modo nuovo di individuarsi, di incontrarsi e, forse, viversi consegnando delle parti vere di sé.

[3] Mariano Pizzimenti descrive l’aggressività sessuale come “una forma di aggressività che mantiene le sue caratteristiche di azione, di andare verso ciò che voglio ed anche la capacità di agire per distruggere gli ostacoli che si frappongono alla mia soddisfazione, ma che perde la sua caratteristica di appropriazione sostituendola con un principio di scambio, risonanza e cura” (Pizzimenti, 2015).

[4] La pericolosità può essere associata alla paura di essere abbondanti se visti nelle proprie fragilità. Francesetti (2011) citando un’espressione di De Lorenzo Poz scrive: “meglio rinunciare a una parte di se stessi che rimanere soli e magari morire”.

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