Stefania Scarduelli e Alessandro Caldana raccontano a due voci, in modo coinvolgente e ironico, il loro incontro durante il workshop “Un approccio gestalt analitico al tema della coppia” tenuto da Letizia Bonelli e Adelaide Gargiuto in occasione del convegno Fisig di Torino.
“Perchè dici di voler comprendere
se dici di voler sentire?”
Fernando Pessoa, Faust
Stefania:
Sono quasi le 15 e mi avvio all’ingresso della scuola Holden. Sto pensando: “Che bello, anche questa volta hanno trovato una bellissima location per il convegno!”. Dopo i convegni di Udine e Riva del Garda, entrare al Sermig poi qui, significa incontrare un pezzo di storia e anche un pezzo della mia storia a Torino.
All’ingresso ci viene spiegato che dobbiamo essere accompagnati e così, a piccoli gruppi, saliamo nelle aule dei nostri workshop, io come Alice, gettando sguardi sempre più meravigliati intorno, osservando l’attività nelle altre aule, ragazzi sui divani con i loro PC, colori e materiali mai casuali. Mi avvolge e mi dà energia questa atmosfera da campus universitario, la luce di Porta Palazzo che filtra dentro appena possibile, il sottile vociare di chi lavora ma non vuole disturbare gli altri, le pareti di vetro al posto dei muri per dividere gli spazi. Sto per entrare nell’aula e mi accorgo che qualcuno sta tenendo la porta, un gesto che mi colpisce sempre per tanti motivi, uno fra tutti è che di solito quel compito me lo assumo io anche se, quasi sempre, nessuno sembra accorgersene. Sorrido e ringrazio, poi mi chiedo se è un introietto o se lo faccio –il tenere la porta- perché lo voglio, ma il tempo per i pensieri-fai-da-te è concluso e ognuno prende posto su una sedia.
Siamo un cerchio di circa trentacinque persone e Lui, l’uomo della porta, si è seduto esattamente di fronte a me. È iniziata una danza, ma non sappiamo ancora se ci muove la stessa musica…
Con la coda dell’occhio vedo due occhi grandi e blu (i suoi), poi mi perdo a osservare il resto della stanza, un sacco di persone sconosciute sta per fare qualcosa insieme, sento che devo prendere le misure, ma allo stesso tempo sono super rilassata e curiosa. Sono vicina alle due conduttrici; sulla mia agenda leggo i loro nomi e mi domando quale delle due possa essere Adelaide…la mia intenzionalità prende forma e non resisto, devo chiedere: “Scusi Lei è la dott.ssa Adelaide?”- “Sì!”- e io: ”Non avevo dubbi, lei ha proprio il viso da Adelaide”. Sono così soddisfatta di aver azzeccato! Da piccola con mio fratello cercavamo anche di indovinare quale auto una certa persona potesse avere…ma venti anni fa era decisamente più semplice. Forse non sono poi così rilassata, forse sento eccitazione e ho bisogno di darle una forma.
Il titolo del workshop che ho scelto è: Un approccio gestalt analitico al tema della coppia. Sono da poco passate le 15 e viene chiusa la porta. Dopo una breve presentazione si comincia; ci viene chiesto di iniziare a passeggiare per la stanza e di sceglierci un compagno. Ancora prima di alzarmi sento nitidamente, molto fortemente e senza dubbi, che posso anche non camminare: io e il mio partner ci siamo già scelti. Mi sono alzata in piedi, ma, in effetti, non ho direzione, sono ferma qui, a rendere palese che sto solo aspettando. I miei valori, le mie credenze, il mio minestrone di sessismo e tradizione mi impediscono di muovermi e, come in un sonetto dell’amor cortese, attendo che il cavaliere arrivi. Nulla. Vedo gli altri camminare, vedo il formarsi di uno strano girotondo, anche lui si muove, dandomi le spalle. “Nascondi chi sono, e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni.” (W. Shakespeare, Macbeth)
In una manciata di secondi, ripercorro a mente le mie percezioni, forse ho ballato da sola? Eppure, sento che ancora posso appoggiarmi ai miei sensi, sento che posso fidarmi, sono certa di aver condiviso qualcosa. Non lo conosco, non ci siamo mai neppure parlati, ma mi sta chiedendo aiuto e io, QUESTA VOLTA, decido di avere coraggio, non voglio pentimenti. Sono pronta, le mie gambe si muovono prima di dar voce alle mie paure. Inizio a camminare, mi sembra di vedere nell’aria molti fili colorati che uniscono le persone, una sorta di mappa astrale che ha disegnato nuove connessioni e originali alleanze. Ed eccolo lì il mio pianeta sconosciuto. Mi volto di scatto e lo guardo dritto negli occhi: “Questo esperimento voglio farlo con te!”
Sono sbalordita da me stessa, ma deve esserlo anche lui perché sgrana gli occhi e apre la bocca senza emettere alcun suono, poi respira e dice “Si!”. In breve tempo il flusso di persone si ferma e noi tutti ritorniamo in cerchio, le conduttrici verificano che le coppie si siano formate. La tensione mi tiene rigida, ma il mio partner sconosciuto mi guarda e mi dice: “Anche io avrei voluto fermarti, questa cosa la volevo fare proprio con te!”.
Ora è contatto pieno. Sento che possiamo ballare il nostro tango insieme.
Alessandro:
Venerdì 17 aprile, mi accingo ad andare al workshop “Un approccio gestalt-analitico al tema della coppia. L’amore: una proiezione narcisistica, l’emergere dell’ombra o fantasma genitoriale?”, che si tiene presso la scuola Holden.
Salgo le scale e, dinanzi ad una porta, la apro e la tengo aperta per fare entrare alcuni di quelli che saranno i miei compagni di workshop. Entrato nella stanza, mi siedo, prendo confidenza con l’ambiente e inizio a osservare tutti; ad un certo punto di fronte a me ascolto una compagna che dice ad una conduttrice che ha il viso da Adelaide, penso tra me e me “ma anche no!”, ma rimango incuriosito dal coraggio che ha avuto ma soprattutto sono affascinato da lei, perché dopo aver parlato si gira verso di me e mi guarda, la sua testa è leggermente inclinata all’indietro quindi il suo sguardo che scruta dall’alto in basso, “di chi ti squadra”, uno sguardo che mi attrae, il suo viso mi piace.
Inizia il workshop, ci chiedono come mai l’abbiamo scelto, io per il concetto dell’emergere dell’ombra o del fantasma genitoriale, dopodiché dobbiamo iniziare a camminare nella stanza e osservarci fino a scegliere la persona che maggiormente ci ispira; io ho già in mente a chi chiedere, quindi la mia intenzione è quella di alzarmi immediatamente e dirigermi verso di Lei senza troppi preamboli e soprattutto inutili rischi, ma, complice la paura del rifiuto e il non voler essere troppo diretto, non lo faccio e prima mi concedo un giro a vuoto; non faccio neanche mezza stanza che mi volto per vedere dove si trova e non la vedo più: panico.
Mi maledico, l’inutile rischio si sta concretizzando e non me lo perdono volentieri, per mia fortuna la vedo sbucare tra la piccola folla dei partecipanti e venendo verso di me mi dice: “Io voglio lavorare con te”. Avverto una “sottile” gioia al cubo, per non averla persa, per lavorare con lei, per l’essere stato scelto; sento la necessità di dirglielo e lo faccio, lei ne è compiaciuta e mi fa piacere.
Il lavoro prosegue, seguendo il pensiero di Jung che divide l’uomo nelle categorie di pensiero, intuizione, sensazione e sentimento, dobbiamo mettere un ordine di importanza secondo quella che è la percezione che abbiamo di noi; metto nell’ordine: pensiero, intuizione, sensazione ed infine il sentimento; dopodiché mi confronto con l’ordine messo dalla mia compagna (non ci siamo ancora presentati) e il suo ordine risulta: sensazione, pensiero, intuito e sentimento.
Classificando l’ordine dalla prima scelta alla quarta in A, B, C e D risulta quindi che il mio A (pensiero) è uguale al suo B (pensiero) ma il suo A (sensazione) non è il mio B (intuizione), quindi siamo una coppia problematica e provo piacere e divertimento in questo. Nel confrontarci sull’ordine da noi scelto lei mi dice che (secondo lei) io non sono una persona che ha nel pensiero il suo punto di forza. Mi diverte il fatto che tenti di convincermi della sua tesi sebbene io le dica che il pensiero l’ho messo al primo posto perché in me domina, fino al punto da non ascoltare il mio intuito oppure le mie sensazioni; infatti il mio intuito aveva individuato in lei la persona con la quale lavorare ma il pensiero mi ha fuorviato. Da parte mia, ascolto le motivazioni della sua scelta senza obiettare nulla. In seguito ci verrà detto che, nei casi come il nostro, in cui uno dei partner ha A uguale al B dell’altro (io) ma non viceversa, nell’incontro il secondo partner (Lei) viene compreso dal primo ma che la comprensione di quest’ultimo nei confronti del primo viene meno…infatti mi viene subito in mente che mi contestava l’ordine e glielo faccio notare, sorridiamo ed a quel punto ci presentiamo: lei si chiama Stefania, ha un bel sorriso e quando sorride le si chiudono leggermente gli occhi, che sono già sottili e questa sua particolarità mi piace parecchio.
Il lavoro ci coinvolge, mi diverte osservare le varie tipologie esistenti, prosegue con una seduta tra due persone che non si erano scelte ma avevano il loro A opposto al D e viceversa; le dinamiche di difesa nella loro relazione piovono a secchiate, la conduttrice le porta da sfondo a figura, ciò permette loro di comprendersi e modificare la relazione.
Unica nota negativa, la mia curiosità dell’emergere dell’ombra o del fantasma genitoriale è ancora intatta ma, per contro, ho conosciuto Stefania con la quale ho condiviso altre esperienze del convegno.










