REGOLA
La regola è un confine virtuale, cioè un confine che non percepiamo con i sensi, ma che è frutto di un accordo e che ha lo scopo di non richiedermi di effettuare una scelta ogni volta che mi ritrovo a vivere una situazione uguale o molto simile a quella regolamentata. Se la regola è posta dall’ambiente richiede un accordo tra me e quest’ultimo. L’ambiente può poi cercare di costringermi a rispettare la regola, il confine, il limite che la regola pone, minacciandomi di sanzioni e ottenere da me un accordo forzato, ma comunque io devo essere d’accordo perché una regola possa svolgere la sua funzione di limite.
Facciamo un esempio. A scuola guida ci hanno insegnato a considerare la linea continua tra due carreggiate come un muro invalicabile. È evidente che non c’è alcun muro ma, nel momento in cui ho preso la patente, io ho accettato questo accordo. Sappiamo però tutt* che se sono su una dritta strada di campagna, con una buona visibilità, facilmente verrò meno all’accordo e infrangerò la regola per superare un trattore che mi costringe a procedere a trenta all’ora. Siamo altrettanto consapevoli che se una pattuglia di carabinieri nascosta mi fermerà e mi farà la contravvenzione io protesterò, ma alla fine accetterò la sanzione sapendo di avere infranto una regola con cui mi ero dichiarato d’accordo ed a cui non posso sottrarmi.
Autoregolarsi vuol dire che queste regole me le do da solo, creo da solo un confine per me. Nell’esempio precedente io mi autoregolo decidendo di venire meno ad un accordo preso con l’ambiente, la mia regola diventa che la linea è solo una linea e non un muro e me ne assumo la responsabilità.
L’esempio della linea continua riguarda le regole esplicite con accordi espliciti. A queste però bisogna aggiungere tutte le regole implicite e gli accordi impliciti che tutte le società e gruppi umani costruiscono, e che sono molto più numerose e condizionanti di quelle esplicite perché tendono a trasformarsi in introietti[1]. La terapia della Gestalt ipotizza che, se un essere umano potesse crescere liberamente, senza assorbire introietti, si autoregolerebbe in modo spontaneo. Le regole di comportamento nascerebbero quindi dall’esperienza diretta e dalle scelte personali, insieme a regole esterne che, una volta davvero “masticate” e assimilate, diventano proprie e non vengono più vissute come imposizioni dall’esterno.
Nell’esempio della guida, se la regola è assimilata, e quindi è diventata una mia regola per non mettere a rischio me ed altri, io sceglierò di infrangerla solo dopo aver fatto un’attenta valutazione della visibilità, della larghezza della carreggiata, del traffico etc. Se invece è una regola non assimilata, che io osservo solo per paura di prendermi una multa, vedendo che non ci sono poliziotti, potrei anche fare un sorpasso azzardato e pericoloso.
La Terapia della Gestalt parla di Autoregolazione organismica, cioè tutte quell’insieme di regole che un organismo si dà, anche eventualmente andando in conflitto con le regole esterne, per funzionare efficacemente nell’ambiante in cui è immerso.
Nel testo fondante della terapia della Gestalt (da ora identificato come PHG)[2] distinguono tra autoregolazione sana ed autoregolazione nevrotica. Alzarmi al mattino dopo che mi sono spontaneamente svegliato e non ho più sonno è un’autoregolazione sana. Alzarmi sempre con la sveglia per andare al lavoro, anche se non ne ho voglia, e quel lavoro mi repelle, ma lo faccio perché “si deve lavorare” è un’autoregolazione nevrotica[3].
Credo però che questa differenziazione non sia sufficiente e sia utile farne una ulteriore tra autoregolazione immediata e autoregolazione cosciente[4].
Mangiare quando ho fame o dormire quando ho sonno o piangere quando sono commosso, sono esempi di autoregolazione immediata, cioè non mediata da un pensiero cosciente. In pratica l’autoregolazione immediata si concretizza in azioni che non nascono a seguito di riflessioni.
Mangiare perché è ora di pranzo o svegliarmi con la sveglia o trattenere le lacrime sono esempi di autoregolazione cosciente.
Facciamo un esempio più complesso. Il mio lavoro mi piace e voglio alzarmi per andare al lavoro, non lo vivo come un obbligo: voglio farlo. La sera prima esco con le amiche: voglio farlo, mi diverto e vado a dormire tardi. La mattina dopo la sveglia suona. Ho ancora sonno. L’autoregolazione immediata mi tiene incollato al letto, non c’è un pensiero cosciente, solo sonnolenza che non svanisce: non sono presente a me stesso, nessuna fessura nel sé[5]. Comincio però a pensare che il lavoro che ho da fare è importante per me e voglio farlo oggi: comincio ad essere presente a me stesso, a riflettere su quello che voglio. Si sta creando una tensione tra l’autoregolazione immediata che mi tiene a letto e l’autoregolazione cosciente che mi fa alzare per andare al lavoro. Se prevale l’autoregolazione cosciente mi sforzerò a staccarmi dal letto.
Possiamo definire lo sforzo come la misura della tensione che si crea tra autoregolazione cosciente e autoregolazione immediata, più la tensione cresce più aumenta lo sforzo necessario per sviluppare un’azione.
Sviluppare un’autoregolazione senza sforzo vuol dire ridurre al minimo la tensione tra autoregolazione cosciente e immediata così che l’inevitabile scelta emerga spontaneamente dalla situazione e non sia un atto dominante nei confronti dell’ambiente e delle mie emozioni.
La terapia della Gestalt, nel suo libro fondante[2], parla di autoregolazione organismica nei termini in cui noi parliamo di autoregolazione immediata. Non opera una distinzione con una forma di autoregolazione cosciente. In quel libro il fuoco principale è il processo di contatto, tanto che da esso possiamo trarre un vero e proprio manuale di psicopatologia del processo di contatto.
Il ruolo della consapevolezza è meno evidenziato in quel volume, e non a caso compare quella famosa frase che tanto ha fatto discutere i gestaltisti, parlando della terapia nel PHG si afferma: Possiamo inoltre renderci conto perché di solito la “consapevolezza” non sia di grande aiuto.
Nel PHG ci si riferisce solo all’awerness, parola che non ha un equivalente nelle lingue latine e che Jean Marie Robine ha tradotto con “conscience immédiate”, cioè una forma di coscienza essenzialmente affidata ai processi sensoriali e non mediata dai processi riflessivi dell’io.
Sempre per il PHG la Consciousness e la Deliberateness, che possiamo tradurre con coscienza riflessiva e azione cosciente, intervengono quando c’è un ritardo nel passaggio dall’awerness all’azione sull’ambiente. Solo nello scritto di 15 anni dopo, “Psicopatologia della consapevolezza”, Perls approfondisce il ruolo della consapevolezza. Le considerazioni che faccio in questo articolo nascono dall’integrazione di questi due volumi e dalle osservazioni cliniche sviluppate in questi anni.
Il motivo per cui nel PHG si parli quasi esclusivamente di coscienza immediata[3] è da ricercare nel contesto politico e culturale a cui apparteneva l’intero gruppo di intellettuali che fondò in quegli anni la Terapia della Gestalt a New York. Essi ritenevano fondamentale liberare l’individuo dall’irreggimentazione delle culture patriarcali e dagli indottrinamenti religiosi dando al “corpo vissuto” un potere che da sempre gli era stato negato nelle società europocentriche. Questa centralità del corpo, dei sensi e delle emozioni trovò collegamenti immediati con la fenomenologia di Heidegger che tanto aveva influenzato la cultura tedesca dell’ante seconda guerra mondiale, realtà in cui i coniugi Perls erano cresciuti e si erano formati. Questo mix portò ad una critica profonda della psicoanalisi ed allo sviluppo di una visione clinica centrata sull’esperienza di cosa accade tra l’organismo e il suo ambiente. La psicologia non è più vista come la scienza che studia ciò che avviene “dentro” l’essere umano, ma bensì come lo studio degli adattamenti creativi,[6] cioè l’incessante alternarsi di novità e routine che origina il processo di assimilazione e crescita.
La psiche non è più vista come qualcosa da cercare dentro l’essere umano, dove non è trovabile, ma come qualcosa che diventa visibile, che prende una forma osservabile per l’altro proprio quando circola attraverso i collegamenti continui che esistono tra tutti gli organismi e il loro ambiente e che non si possono interrompere pena la morte. Questi collegamenti avvengono attraverso confini che sono confini di individuazione, cioè separano tutto ciò che è esistente, ma che non può esistere se non collegato ad altri esistenti: collegato, ma anche separato ed individuato. Per la terapia della Gestalt i confini svolgono sempre una doppia funzione, di unire e di separare. Questa per me è la definizione di un confine di individuazione. Prendiamo ad esempio la pelle. Se avvicino la mia mano ad una fiamma, il bruciore che sento sulla pelle mi segnala il confine di dove finisco io, che sento il bruciore, e dove comincia l’oggetto fiamma che mi trasmette l’intenso calore che mi brucia. Ecco che la pelle svolge la doppia funzione di individuare me, e quindi separarmi dal mondo esterno, e di collegarmi all’oggetto esterno che mi trasmette una sua proprietà: sviluppare calore. Questa esperienza di essere un individuo separato dal e continuamente collegato al mondo esterno si interrompe solo con la morte.
Per il PHG la psicologia dovrebbe studiare cosa succede tra l’essere umano e il suo ambiente perché è solo in quel “tra” che la psiche agisce quando la scontatezza dei confini di individuazione viene messa in crisi da una novità. La psiche agisce quando la routine si interrompe perché una novità emerge e l’essere si adatta a questo ambiente modificato dalla novità mentre, contemporaneamente, modifica l’ambiente per rendere la novità assimilabile. Agisce quando si sviluppa ciò che in Gestalt si chiama processo di contatto: l’emergere, dal collegamento esistente, di un confine che non è più di individuazione, ma bensì di contatto. Ricordiamo la prima definizione che nel PHG viene data del contatto: “La consapevolezza della novità assimilabile e le operazioni necessarie per rifiutare una novità non assimilabile all’interno di un contesto. Nessuna esperienza ripetitiva o soverchiante può essere oggetto di contatto”. La prima volta che avvicino la mano ad una fiamma inizia un processo di contatto. L’intensificarsi del calore che sento sulla mia pelle è una novità. Se avvicino troppo la mano la novità diventerà non più assimilabile ed io rifiuterò il contatto ritirando la mano. Il collegamento col mondo esterno non viene mai meno. Anche se non ne sono consapevole la pelle continua a percepire la temperatura dell’aria che mi circonda. Nello stesso tempo io sono cresciuto, ho imparato dalla novità “fiamma” e non avrò più bisogno di un confine di contatto la prossima volta che mi avvicinerò ad una fiamma. A meno che non si sviluppi una nuova esperienza in un altro contesto. Se per esempio, in una giornata fredda, io avvicino le mani ad una fiamma e percepisco che, mantenendo una certa distanza, la sensazione di calore è piacevole, ecco che dal confine di individuazione emerge un confine di contatto ed io divento consapevole di questa novità assimilabile.
Quando questo confine di contatto entra in azione noi cominciamo a sperimentare il sè, che vuol dire avere meno bisogno di essere individuo fino ad arrivare, nel momento del contatto pieno, a non aver più bisogno di confini tra me e il mondo, tra io e l’altro. La congiunzione sparisce, io/altro, organismo/ambiente diventano unità con al proprio interno un confine di contatto e non più un confine di individuazione. Non è l’esperienza di perdere i confini, che è l’esperienza psicotica, ma di non averne più bisogno. Se i confini non sono più necessari vuol dire che le differenze non sono più pericolose, ma nutrienti e assimilabili. Io continuo ad esistere, ma non ho più bisogno di sentirmi separato dall’altro per sentirmi al sicuro. La soddisfazione piena è l’esperienza del contatto pieno.
Se il collegamento tra me e l’altro diventa pericoloso io sperimento l’angoscia, se il contatto tra me e l’altro diventa pericoloso, sperimento l’ansia. Il collegamento è passivo e conservativo e riguarda la sopravvivenza, mentre il contatto è attivo ed evolutivo e riguarda la crescita. Il collegamento è dato, mentre il contatto lo sviluppiamo ogni qualvolta incontriamo una novità. Come ho già scritto, il collegamento tra organismo e ambiente, tra essere umano e mondo non si interrompe che con la morte[7]. Diversamente dal collegamento, il processo di contatto può essere interrotto se l’ansia si sviluppa e diventa intollerabile. L’ansia è la conseguenza di un tentativo di controllare un pericolo che proietto nel futuro, per il quale quindi non posso fare niente nel momento presente, e che temo di non saper affrontare.
Possiamo immaginare che nel PHG si sia trascurata la coscienza riflessiva perché questa era già molto sostenuta e “sfruttata” dai sistemi educativi, religiosi, politici, governativi che tendevano, e tendono, a nutrirla di introietti perché, come ci ha ricordato Nicol Bosco nel suo intervento citando Foucaul: Se il potere viene interiorizzato la persona si controlla da sola e non c’è bisogno di controllarla dall’esterno.
Tornando al tema dell’autoregolazione senza sforzo, possiamo comprendere come l’autoregolazione cosciente esista sempre in tensione con l’autoregolazione immediata.
Buona parte del nostro lavoro di gestaltisti consiste nel dare dignità a questa tensione.
Nella cultura europocentrica l’autoregolazione immediata è generalmente svalorizzata. Spesso confusa con gli istinti, o peggio, con la mancanza di autodisciplina o “lassezza morale”. Nella lingua inglese la parola awerness viene usata come sinonimo di attenzione, errore su cui Perls ha insistito molto. Possiamo sostenerla con l’attenzione, con la presenza, eppure la coscienza immediata semplicemente accade. Quando chiediamo ad una paziente di prestare attenzione al suo respiro, le stiamo chiedendo un atto volontario di attenzione, ma l’emozione che la persona spesso sperimenta facendolo è un’autoregolazione immediata alla nuova situazione che si crea tra di noi. Si verifica un aumento di tensione tra l’autoregolazione riflessiva, che noi abbiamo portato in primo piano con la nostra richiesta, e quella immediata andata sullo sfondo da cui però riemerge prepotentemente.
La Gestalt ha evidenziato l’importanza delle tensioni che si creano tra polarità necessarie. È proprio la tensione tra esse che determina il nostro movimento nel mondo. Ci muoviamo nello spazio grazie al bilanciamento delle tensioni tra muscoli antagonisti. Ci relazioniamo con l’altro attraverso continue tensioni tra desideri e paure, emozioni e razionalità, necessità e creatività, aggressività e sessualità, tra il probabile ed il possibile. La tensione richiede la capacità di operare scelte, ciò che le regole rendono non necessario. Barbara Bellini nel suo intervento ha citato la famosa frase di Sartre: “Siamo condannati ad essere liberi”[8]. Siamo condannati a fare delle scelte siamo condannati a utilizzare quello che noi chiamiamo responsabilità: l’abilità di rispondere alle situazioni.
Questa tensione che noi sperimentiamo tra le forme dell’autoregolazione organismica è l’internalizzazione della tensione tra l’organismo e l’ambiente o, se preferiamo, tra individuo e mondo. La tensione tra i miei desideri, bisogni, pensieri e tutte le altre mie caratteristiche individuali e quello che il mondo chiede, le regole che l’ambiente pone per creare una società, le regole “esterne”. Noi ci autoregoliamo nel vivere queste tensioni. Tutti si autoregolano. Non è possibile non autoregolarsi, il punto è che per autoregolarci siamo chiamati a rispondere a questa tensione tra le due forme di autoregolazione. Più l’autoregolazione riflessiva è libera da introietti più è in grado di tener conto della autoregolazione immediata, più diminuisce lo sforzo. Più l’autoregolazione cosciente si appoggia a regole esterne introiettate e verso le quali non abbiamo esercitato la nostra libertà di esseri responsabili, più lo sforzo aumenta. Lo sforzo è la conseguenza di forzare una situazione, non ha che fare con la fatica.
Se abbiamo freddo e corriamo verso casa, probabilmente stiamo facendo fatica, ma non ci stiamo sforzando. Tra autoregolazione immediata: “ho freddo voglio andare al caldo” e autoregolazione riflessiva: “meglio andare a casa, il bar dietro l’angolo è più vicino ma affollato e rumoroso” c’è poca tensione. Ma se siamo comodamente a casa, fuori fa freddo e un amico ci telefona proponendoci di andare a fare una passeggiata e noi non ne abbiamo voglia, ma cominciamo a pensare che forse si offende, che magari ha bisogno di parlarci, ecco che la tensione fra le due autoregolazioni è forte e arriva lo sforzo. Anche se dovessimo scegliere di restare a casa, lo sforzo ci sarà comunque perché siamo stati costretti a scegliere, ad essere liberi.
L’autoregolazione senza sforzo si può raggiungere solo quando autoregolazione immediata e autoregolazione riflessiva coincidono. Come abbiamo detto la tensione tra queste è un’internalizzazione della tensione tra individuo e mondo, e questa tensione sparisce quando sperimentiamo il sé, quando l’ambiente non è più vissuto come pericoloso e noi non abbiamo più bisogno di confini di individuazione. Vivere costantemente in questo stato credo corrisponda a ciò che cultura indiana chiama illuminazione. La terapia della Gestalt non ha un’impostazione idealistica e noi non “tendiamo” a raggiungere questo obbiettivo[9]. Il nostro lavoro consiste nel sostenere il processo di contatto. Di aumentare la consapevolezza della tensione tra autoregolazione sana e nevrotica, tra autoregolazione immediata e riflessiva. La consapevolezza dei collegamenti con l’ambiente di cui non possiamo dimenticarci e rischiare di perdere, pena l’angoscia di morte. La consapevolezza dei contatti che abbiamo continuamente bisogno di sviluppare per assimilare le novità e crescere e dell’ansia che dobbiamo imparare a reggere per non interromperli.
[1] Un introietto è una regola che ha avuto la funzione di proteggermi da un’esperienza dolorosa e che io rendo un’esperienza allucinata, cioè un’esperienza che non ho fatto, ma che è “come se” l’avessi fatta. Per esempio: un bambino sta per infilare le dita in una presa di corrente, il padre esclama: “non farlo che prendi la scossa”. Il bambino si ritira spaventato dalla paura che ha sentito nella voce del padre, anche se non sa cosa sia l’esperienza “scossa”. Se questo evento si ripete più volte il bambino farà propria la paura del padre senza però più rendersi conto che è la paura del padre, e non la propria, e la regola implicita “non si mettono le dita nelle prese di corrente”, diventerà un’esperienza allucinata, cioè egli/ella si comporterà “come se” avesse fatto l’esperienza di prendere la scossa.
[2] Perls, Hefferline, Goodman -Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt – Astrolabio – Milano – 1971
[3] Nevrotica non vuol dire sbagliata, ma ripetitiva ed inconsapevole che la sofferenza che creo a me stesso e ad altri non è inevitabile, ma frutto di automatismi e di una limitazione delle mie possibilità.
[4] Durante l’ultimo convegno della Scuola Gestalt di Torino avevo differenziato tra autoregolazione organismica e autoregolazione cosciente. Dialogando successivamente con Nicol Bosco e Irene Tria mi sono reso conto che era un errore perché tutte le autoregolazioni sono organismiche, da qui il concetto di autoregolazione immediata e autoregolazione riflessiva che credo più corretto.
[5] J.P. Sartre in “L’Essere e il Nulla” definisce la presenza a sé come una mancanza di coincidenza piena con sé stessi: “La presenza a sé sta ad indicare che una impalpabile fessura si è insinuata nell’essere. Se è presente a sé significa che non è più totalmente sé”.
[6] PHG – pag 249
[7] Almeno nella forma che noi conosciamo e riusciamo a percepire con i nostri sensi o forse sarebbe più corretto dire che ciò che noi chiamiamo morte, con i suoi processi irreversibili di trasformazione del corpo, è la conseguenza più probabile dell’interruzione del collegamento tra organismo e ambiente
[8] J.P.Sartre – L’Essere e il Nulla – Il Saggiatore – Milano 2002
[9] Non abbiamo obbiezioni al fatto che possa accadere, solo non riteniamo utile creare altra tensione tra polarità come sarebbe quella tra lo stato ordinario dell’essere, con poco se, e quello dell’illuminazione col pieno sé.
BIBLIOGRAFIA
- Perls – Hefferline – Goodman – Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt – Astrolabio – Milano 1970
- Husserl – Il Mondo della vita – Mimesis – Milano – 1991
- Husserl – La Crisi delle Scienze Europee – Il saggiatore Milano – 2013
- Heidegger – Essere e Tempo – Longanesi – Milano – 1969
- P. Sartre – L’Essere e il Nulla – Il Saggiatore – Milano 2002
- M. Robine – Il Rivelarsi del se nel contatto – Franco Angeli – Milano 2005
- Foucault – Sorvegliare e punire. Nascita della prigione – Einaudi – 1976
- Pizzimenti – Collegare … Solo Collegare – Figuremergenti – 2020
- Bellini – Sessualità e Potere – Figuremergenti – 2023
- Tarditi – Variazioni Fenomenologiche sulla Paura – Figuremergenti – 2023











