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Sessualità e Potere

Sessualità e Potere
All in Life Is about sex except sex. Sex Is about PowerA cura di Barbara Bellini e Valeria Magarelli

Abstract

Affrontiamo con gli strumenti della terapia della Gestalt le tematiche del patriarcato, dominanza e consenso nel contesto sociale, pedagogico e terapeutico. Evidenziamo le dinamiche di potere che ne fanno da trama e come il patriarcato influenza in modo pervasivo persone, coppie, gruppi, professionistə che si muovono in vari contesti.

Riteniamo che la sessualità oggi rappresenti il campo in cui si sta giocando la più grande rivoluzione sociale, politica ed economica.

In che modo la terapia della Gestalt può dare il suo contributo ad una cultura della sessualità, del benessere sessuale e delle relazioni intime ed erotiche? Perché la sessuologia è collegata alla gestione del potere?

 

Introduzione

Questo articolo è frutto di riflessioni già scritte nel 2015 quando usciva il libro di Mariano Pizzimenti “Aggressività e sessualità”, poi continuate nel testo “Sessuologia della Gestalt. Manuale imperfetto per continuare la rivoluzione sessuale” (Pizzimenti, Bellini, 2022) e che sono tuttora in evoluzione. Qualche anno fa abbiamo fondato il centro di Sessuologia per portare avanti e contribuire all’evoluzione di una cultura della sessualità più rispettosa delle diversità, delle minoranze e del benessere delle persone.

Nel 2024 le scuole di psicoterapia e di counselling della Gestalt e i/le gestaltisti/e hanno fondato la prima Associazione Italiana di Sessuologia della Gestalt (AISG) nella consapevolezza che la la terapia della Gestalt può dare un contributo clinico e culturale alternativo rispetto al cognitivismo-comportamentale o alla psicoanalisi, di cui ho l’onore (Barbara) di essere la presidente.

A giugno 2024, infine, per il convegno della Scuola Gestalt di Torino (“Margini al centro”) abbiamo condotto (Barbara e Valeria) un workshop su temi quali patriarcato e  dominanza. Più in generale sulle dinamiche di gestione del potere che la sessualità fa emergere, in termini sia personali che sociali. In questo convegno la scuola ha deciso di mettere in figura e dare parola a categorie sociali emarginate e discriminate nella convinzione di poter incontrare visioni “altre” e imparare da esse. Tra i/le vari/e ospiti abbiamo dialogato con Rossella Bianchi, una delle prime donne transessuali negli anni 50, ultima superstite del Ghetto genovese, che lavorò con Don Gallo e ha scritto vari contributi, tra cui “Il prezzo di essere” (2022).

La sessualità è collegata al potere, come ci ricorda questa citazione attribuita ad Oscar Wilde: “All in Life Is about sex except sex. Sex Is about Power”.

Già all’inizio del secolo scorso, Sigmund Freud argomentò con una profondità illuminante che tutto nella vita riguarda la sessualità (1970). Al giorno d’oggi possiamo ripensare alla sua teoria pulsionale alla luce dei progressi che hanno fatto le scienze umanistiche e fisiche. In particolare, la terapia della Gestalt, andando oltre ad una prospettiva individualistica e meccanicistica, esplora la sessualità a partire dalla teoria del sé, del confine di contatto e, soprattutto, da una prospettiva di campo (Perls et alii, 1951). Questa cornice mette in evidenza lo sfondo sociale che dà forma ai vissuti sessuali.

Frederick Perls, co-fondatore negli anni 50 della terapia della Gestalt insieme a Paul Goodman, fu influenzato dal pensiero di Reich sull’energia sessuale e sulla valenza sociale della sessualità.  Per Reich c’era un nesso tra la repressione sociale e la repressione della sessualità, e la patologia veniva da lui vista come l’espressione della cultura dominante, differenziandosi così da Freud che non si interessava all’aspetto sociale delle nevrosi. Per Reich era chiaro che la classe politica vuole tenere sotto controllo il cambiamento sociale e gli equilibri di potere consolidati. Fa paura immaginare di passare dalla parte dei ricchi, bianchi, occidentali e detentori di poteri/privilegi alla parte di popolazioni oppresse (da guerre, fame, assenza di diritti umani, ecc). La sessualità da questo punto di vista è pericolosa perché, in virtù della sua radice corporea e dell’intensità con cui si presenta all’esperienza soggettiva, è in grado di sostenere dei cambiamenti personali ed esistenziali, oltre che muovere dal basso un cambiamento politico e sociale (Pizzimenti, Bellini, 2022).

Se riportiamo queste considerazioni all’evoluzione culturale dal 1900 ad oggi, possiamo vedere il ruolo che la sessualità ha giocato in molti cambiamenti. Per citarne qualcuno: fu grazie a Freud che la sessualità non fu più relegata soltanto nei bordelli o nelle coppie per la sua finalità essenzialmente procreativa, ma diventò un oggetto di conversazione nei salotti borghesi oltreché un aspetto della salute dell’essere umano (Freud, 1920).

Ancora: le rivoluzioni femministe del 1960/70, nelle loro diverse ondate fino ad oggi (vedi gli scritti di Carla Accardi, Teresa De Lauretis, Donna Haraway, ecc) modificarono molti costumi e aspetti della legislatura, lottando per il diritto al divorzio, aborto, parità di genere, fino ad arrivare a tematiche attuali quali la gestazione per altri – tutti temi che ancora oggi sono molto caldi e controversi. Negli ultimi anni il movimento LGBTQIA+ sta chiedendo alla politica ulteriori cambiamenti sociali e politici che generano riflessioni sull’essere umano nelle sue varie possibilità personali e relazionali. Molte persone non si riconoscono nel proprio sesso biologico, altre nel ruolo di genere. Il movimento Queer rivendica la possibilità di non riconoscersi in alcun genere. La critica che esso porta avanti  è che queste categorie siano essenzialmente culturali e generino un pensiero dicotomico (maschio/femmina) che finisce per limitare la libertà e la creatività dell’essere umano (Preciado, 2021).

Soltanto da questi accenni, possiamo renderci conto di quanti cambiamenti ruotino intorno alla sessualità, così come il forte impatto che questi hanno sulle nostre emozioni e sul dibattito pubblico. Sessualità non strettamente intesa nel suo aspetto genitale, ma con un respiro più ampio rispetto al desiderio e all’eros (per un approfondimento si veda Sessuologia della Gestalt, Pizzimenti, Bellini, 2022).

ALL IN LIFE IS ABOUT SEX: L’EROS

Dal momento che tutto nella vita riguarderebbe il sesso – all in Life Is about sex – faremo un accenno al desiderio erotico, per poi concentrarci sulla dimensione del potere collegata al sesso.

Il desiderio è il più potente motore di connessioni e di crescita, ciò che ci muove a creare collegamenti relazionali e orizzonti di senso esistenziali (Galimberti, 2013).

Desiderio è una parola con un’etimologia molto interessante: è composta dalla preposizione “de” che può avere molteplici significati e da “sidus” che significa “stella”.

Prendiamo in considerazione i vari significati di questo prefisso.

“De” può indicare un moto da luogo, una provenienza, quindi il desiderio ha origine dalle stelle, dall’osservazione di quei punti luminosi e lontani, così belli e potenti da far nascere un movimento di spinta verso il loro raggiungimento.

Oppure “de” potrebbe indicare una relazione con qualcosa di luminoso che ci attrae.

Un altro significato del prefisso “de” è di destrutturare, ribaltare, cambiare situazione e stato.

Qui il desiderio diventa una spinta, un movimento carico di energia che scompiglia la forma e l’ordine delle costellazioni per crearne uno nuovo.

Il “de” può essere una particella privativa e indicare una “mancanza”, che spesso non ha una forma chiara e si presenta come insoddisfazione e disorientamento.

Così come la spinta verso le stelle può condurci a conoscere l’esistenza di altre possibilità, mettendo in discussione l’ordine esistente delle costellazioni, allo stesso tempo la spinta a conoscere il diverso da noi può mettere in crisi e soverchiare la situazione politica e sociale non valutandola più come la migliore possibile.

Il desiderio a raggiungere l’altro, ai nostri occhi luminoso perchè “intenzionato”, è quindi quella spinta propulsiva che ci porta ad andare oltre noi stessi correndo il rischio di entrare in contatto con ciò che è diverso da noi e di uscire trasformati da questo incontro.

Quando entriamo in contatto con un desiderio, nello stesso tempo entriamo in contatto con una mancanza, desideriamo sempre qualcosa che non abbiamo.

È quello che ci accade quando ci innamoriamo, in quel momento vediamo nell’altro una luce nuova, diversa che ci attira e che vogliamo.

È l’altro, nella sua diversità ciò che ci spinge ad uscire dalla nostra zona di confort, dal nostro conosciuto per andare verso terre nuove.

Nella terapia della Gestalt, la sessualità non basta per la sopravvivenza e la crescita dell’essere umano (e della specie). Aggressività e sessualità sono due spinte entrambe fondamentali per realizzazione di progetti di vita e la sofferenza è spesso collegata ad una di queste dimensioni relazionali.

Come abbiamo letto nella citazione di Oscar Wilde, la vita non è movimentata solo dalla sessualità, ma anche dal potere, che spesso entra nelle dinamiche erotiche e le svuota della loro essenza sessuale:  “Sex is about power”.

Il potere è una dimensione presente sia nell’aggressività che nella sessualità. Parliamo, infatti, sia di potere sessuale (ad es. la seduzione), che di potere economico, giuridico, ecc.

Il potere si configura non solo in termini di vantaggi materiali (denaro, partner sessuali, titoli, fama, ecc), ma anche “relazionali”. Può prendere forme molto diverse, ma nella cultura patriarcale si configura prettamente come “dominanza”.

La dominanza è un modo di gestire il potere caratterizzato dall’individualismo, da una forza data dai ruoli sociali, dal prevalere e gerarchizzare. Nelle situazioni dominanti, il conflitto è vissuto come una sorta di guerra dove “mors tua, vita mea”.

La forma matriarcale di potere invece si appoggia sulla partecipazione, sulla leadership fluttuante, sulla dialettica delle differenze, sulla sospensione del giudizio, dove torto o ragione sono messi tra parentesi, sulla paritarietà, dove qualcuno/a non è “più” di altri/e (Pizzimenti, 2018).

Nel panorama della Gestalt, Philipson (1973) parla di “one power”/“two power”, mentre Pizzimenti di “aggressività sessuale”, che sono due processi relazionali che favoriscono il passaggio da un potere patriarcale ad uno matriarcale, con tutta una serie di conseguenze sui vissuti emotivi, sull’identità e sulle competenze necessarie per muoversi in un mondo matriarcale.

Il “two power” implica una comprensione di come il potere possa essere condiviso tra le persone, invece di essere visto come un dominio unidirezionale. Si tratta di un’interazione in cui entrambe le parti hanno una certa misura di controllo e influenza.

L’aggressività sessuale, invece, è un concetto che Pizzimenti riprende da Isha Bloomberg, che fu suo maestro e che fu a sua volta allievo diretto di Perls. Si tratta di una forma particolare di aggressività che mette insieme, in un rapporto di figura sfondo, l’aggressività e l’eros (2015).

Perls e Goodman parlavano di aggressività non come sinonimo di violenza (anche se può diventarlo), quanto di spinta attiva e creativa. La distruzione può essere infatti  trasformativa, nel suo rompere equilibri e lasciare spazio a nuove forme.

Quando l’aggressività non si sostiene e non è contenuta dall’eros, rischia di sfociare nella violenza e nel potere abusante.

Il punto, dunque, non è “se” esercitiamo un potere nelle relazioni, ma “come” lo esercitiamo e su questo abbiamo molto lavoro da fare in termini di consapevolezza personale. In particolare se esercitiamo professioni di educazione e, più in generale, di cura, come insegnanti, psicologi/ghe, medici, genitori, counsellor, ecc.

Il potere medico e psichiatrico, ci insegna la storia, ha generato discriminazioni e abusi.

Abuso di potere

Il potere dominante, l’individualismo e talvolta la violenza appartiene a tutte e tutti noi. Pur dichiarandoci persone non violente, essendo parte di un pianeta in cui ci sono ancora pesanti discriminazioni, per i privilegi di cui godiamo, diventiamo in realtà parte attiva della violenza: “la nostra condizione di bianchi in un paese razzista ci colloca in un’esperienza quotidiana in cui siamo violenti per il fatto stesso di esistere” (Eliane Brum, 2023).

Abbiamo sia subìto che perpetrato discriminazioni e abusi. Il lupo cattivo non è solo l’Altro/a e non può essere solo fuori di noi, ma è anche dentro di noi. Siamo vittime così come siamo anche oppressori: siamo individualisti/e e dominanti in quanto parti di questa cultura.

Possiamo ricordare situazioni in cui non abbiamo avuto la possibilità di dire di no, che non eravamo d’accordo, o che abbiamo subito un abuso di potere più o meno mortificante. Da un genitore, un/una insegnante, un/una partner, un/una estraneo/a per strada, un/una superiore, un prete, dai/dalle coetanei/e, da un/una poliziotto/a ecc…

Durante il workshop è emerso in modo molto evidente che è la persona stessa che non si dà la possibilità di dire no. L’educazione dominante in cui al bambino/a si insegna che “è così e basta” ci ha formati e plasmati così tanto che anche nelle situazioni in cui noi possiamo esercitare il diritto del NO non lo facciamo. La dialettica e lo stare nel conflitto (respirando e dando il tempo alle persone di autoregolarsi) richiedono alle famiglie un tempo, una disponibilità e, spesso, una competenza che le famiglie non hanno.

La sessualità è un campo in cui l’abuso si manifesta oggi in modo molto chiaro e ci indigna.

In realtà, parlare di abuso all’interno di una sessualità condivisa come quella di una coppia non è per nulla semplice.

L’abuso prende delle sfumature e dei confini confusi in cui è complesso comprendere dove inizia la responsabilità di chi compie un’azione abusante/invadente e dove inizia la responsabilità di chi non delinea bene i propri confini e bisogni.

Qui emerge un altro concetto per noi molto caro e importante: il CONSENSO.

Affinché non ci sia abuso e violenza è fondamentale che nell’esperienza sessuale ci sia consenso pieno ed entusiasta da ambo le parti rispetto a ciò che si esplora e si pratica.

Educare al consenso, quindi vuol dire educare al “NO”, educare a sputare il cibo non buono, di conseguenza all’accettazione del rifiuto, allenando così la capacità di affrontare e sostenere la frustrazione nelle persone. Rifiutare ed essere rifiutati/e sono esperienze per alcune persone difficili e dolorose, così come quella di parlare ed esprimere i propri bisogni per altre.

La società di oggi non sostenendo l’insegnamento a trasgredire (bell hooks, 2020), non sostiene il diritto al NO e non permette tale allenamento alla frustrazione generando come conseguenza un terreno di abuso e violenza in cui tutti/e noi camminiamo subendone le conseguenze, o essendo attivi/e, in vari ambiti della vita.

Il potere riguarda il contesto educativo e scolastico

Nelle scuole la curiosità e il pensiero degli/delle allievi/e non sono valorizzati, al contrario gli/le chiediamo di introiettare insegnamenti, promuovendo un apprendimento acritico e lontano da un aspetto esperienziale e corporeo.

L’eros è tagliato fuori dalla scuola, anche se è un’evidenza che quando l’allievə si innamora del suo/a maestro/a si innamora anche della sua materia, come argomenta l’educazione erotica (Mottana 1996, 2008, 2020; Bertolini, 1999; Massa, 2006).

L’erotismo, inteso non solo in senso sessuale, ma anche come espressione di affetto, passione e connessione umana, arricchisce e dà profondità all’interazione educativa. La consapevolezza di questa dimensione può contribuire a creare un ambiente di apprendimento più ricco e autentico.

Nel 1949 Perls introduce la metafora dell’aggressività dentale per descrivere il modo in cui le persone interagiscono con il mondo circostante, enfatizzando l’importanza di “mordere” la vita, ossia di impegnarsi attivamente e autenticamente nelle esperienze, affrontando le sfide e i conflitti in modo diretto. Questo approccio incoraggia l’individuo a riconoscere e integrare diverse parti di sé, abbracciando sia gli aspetti creativi che quelli più aggressivi della propria personalità. L’aggressività dentale si riferisce a un comportamento che esplora il concetto di “aggressività” non tanto nel senso di violenza, ma come un’espressione di una spinta creativa e vitale.

Secondo Perls, l’aggressività dentale può avere un effetto significativo sull’apprendimento in diversi modi:

  1. **Impegno attivo**: L’aggressività positiva incoraggia gli individui a impegnarsi attivamente nel loro processo di apprendimento. Invece di essere passiva, la classe è invitata a esplorare, fare domande e “mordere” temi e concetti, analizzando e discutendo attivamente le informazioni.
  2. **Affrontare le difficoltà**: L’aggressività dentale stimola la capacità di affrontare le sfide. Gli/le allievi/e che possono riconoscere e esprimere le loro frustrazioni e difficoltà sono più propensi a trovare soluzioni creative e innovative.
  3. **Autenticità e consapevolezza**: Perls sottolinea l’importanza dell’autenticità. Attraverso l’aggressività dentale, le persone imparano a esprimere i propri bisogni e desideri, portando a una maggiore consapevolezza di sé. Questa consapevolezza è fondamentale per un apprendimento significativo.
  4. **Integrazione delle esperienze**: L’aggressività permette emozioni ed esperienze, contribuendo ad una comprensione più profonda del materiale studiato. La classe integra non solo le informazioni cognitive, ma anche le esperienze emotive, rendendo la crescita un processo non solo nozionistico e mentale, ma anche corporeo, umano, identitario.

In sintesi, l’aggressività dentale, intesa come una forma di impegno attivo e autentico, è vista da Perls come una componente essenziale per un apprendimento profondo e trasformativo e comporta tra l’insegnante e l’allievə la creazione di una relazione patica, piuttosto che apatica come comunemente accade.

Al contrario l’educazione attuale si sostiene sulla forza data dal ruolo, dalle gerarchie e dalle regole. In pratica il contrario dell’educazione erotica che richiede uno scambio maggiormente “paritario” con le allieve e gli allievi, pur non rinunciando alle responsabilità connesse alle diverse funzioni.

Il potere riguarda il controllo dei corpi

Nel femminismo intersezionale, il corpo è visto come un campo di battaglia su cui si svolgono conflitti di potere, e la comprensione di queste dinamiche è essenziale per affrontare le ingiustizie in maniera olistica.

Il femminismo intersezionale, in particolare, esplora come diverse forme di oppressione e privilegi interagiscono tra loro. Ecco alcuni modi in cui il potere è collegato al corpo:

  1. **Corpo come sede di oppressione**: Le donne e le persone non conformi al genere spesso subiscono forme di controllo e oppressione che si manifestano attraverso il corpo. Ciò include la sorveglianza sui corpi femminili, le norme di bellezza, e le pratiche mediche invasive. L’intersezionalità analizza come le diverse identità (razziali, di classe, sessuali, ecc.) influenzano queste esperienze.
  2. **Corpo e identità**: il corpo non è solo un oggetto di oppressione, ma anche un luogo di resistenza e affermazione dell’identità. Le persone possono rivendicare il controllo sui propri corpi, rifiutando le norme imposte e celebrando le loro uniche identità.
  3. **Potere istituzionale**: Le istituzioni sociali e politiche esercitano il potere sui corpi attraverso leggi, politiche sanitarie e pratiche culturali. Ad esempio, le leggi sull’aborto, la violenza di genere e le politiche di salute riproduttiva riflettono come il potere maschile e le strutture patriarcali influenzino il controllo sui corpi delle donne, in particolare nei gruppi marginalizzati.
  4. **Intersezioni di oppressione**: L’intersezionalità esamina come diversi strati di identità (come razza, classe socioeconomica, orientamento sessuale) interagiscono, producendo esperienze uniche di oppressione. Ad esempio, le donne di colore possono affrontare un doppio svantaggio rispetto alle donne bianche, subendo sia il razzismo che il sessismo.

Come possiamo vedere, molte forme di discriminazione passano attraverso i corpi. Se questi non rientrano nei parametri dell’”armonia”, diventano corpi marginalizzati che nel migliore dei casi possono avere una spinta propulsiva e reattiva, ma rimangono corpi feriti e non possono non sentire la portata della discriminazione sistemica a cui sono sottoposti: tutti i corpi marginalizzati restano tali, anche se rispondono e reagiscono (Wolf, 1991).

Come terapeute, per quanto apparentemente evolute nelle tematiche femministe, ci accorgiamo di vivere nel corpo i giudizi ricevuti. Se un attimo prima non ne eravamo consapevoli e ci muovevamo spontaneamente, ecco che dopo un commento apparentemente neutrale sulle sopracciglia, il mattino dopo iniziamo a guardarci allo specchio. Cerchiamo di contrastare ogni giorno la spinta a nascondere e mascherare quelli che abbiamo iniziato a chiamare difetti dopo che qualcun* ce li ha fatti notare, ma la verità è che i micromovimenti del corpo, quelli non controllabili, saranno movimenti di chiusura.

Le donne sono una fascia di popolazione molto esposta ai giudizi estetici e appartengono ancora al “sesso debole”. Come scrive Gloria Anzaldua (2000a), i corpi sono sessuati, così come razzializzati perché non si puo’ controllare come le altre persone ci percepiscono; le nostre società capitalistiche sono marchiate dal genere e dalla “razza”, in quanto strumenti di controllo sociale, politico ed economico.

Abbiamo nella testa una serie di ruoli e compiti e caratteristiche e doveri imposti culturalmente perché ognuno di noi stia al grande gioco del capitalismo patriarcale (o patriarcato capitalista, o neo-capitalismo patriarcale) senza protestare e senza cercare alternative. Abbiamo alle spalle secoli di uomini pittori e donne modelle, uomini scultori e donne modelle, uomini fotografi, cineasti, romanzieri e donne modelle-muse-oggetto-di-desiderio. Come smontare la storia dell’arte che abbiamo studiato a scuola e visto in gita, i film, i secoli di “come sei carina alle bambine” e “com’è intelligente” ai maschi?

Riguardo a queste tematiche c’è un film del 2009 che, al di là degli stereotipi tra uomo e donna che sicuramente sono presenti, fa emergere riflessioni molto interessanti sui rapporti di coppia, sull’amore e su alcune dinamiche maschili e femminili.

Una scena, tra le tante, ci colpisce. Una bambina sta costruendo un castello con la sabbia al parco giochi. Ad un certo punto arriva il bambino che le piace e lui la spinge e la insulta dicendole: “tu puzzi come la pupù del cane e sei stupida. Tu sei una pupù del cane”.

La bambina corre dalla mamma piangendo raccontandole cosa le è stato detto.

La madre, asciugandole le lacrime, le sorride e le dice: “Tesoro sai perché quel bambino ha fatto e detto quelle cose? È perché gli piaci. Quel bambino ha fatto delle cose terribili perché è innamorato cotto di te!”

Il film con la semplicità di questa scena mette in evidenza come veniamo programmate ad associare che se un uomo ci tratta male é perché gli piacciamo e/o ci ama.

Veniamo educate a mischiare il piacere e l’essere desiderate con l’essere trattate in modo svilente e svalutante. Ciò fa sì che le donne, invece di mettere in  discussione la dinamica patriarcale, spesso la alimentano e la trasmettono alle generazioni future.

Il nostro occhio è governato da immagini e parametri prodotti da secoli di letteratura, arte, politica e leggende metropolitane: “Iniziamo dal Met. Museum. Avete presente lo slogan delle Guerrilla Girls? Do women have to be naked to get into the Met. Museum? Less than 5% of the artists in the modern art section are women, but the 85% of the nudes are female” (Teresa Cinque, The Period https://www.theperiod.it/il-corpo-delle-donne/).

Il discorso sul potere femminile vuole essere lontano sia dalla lamentela e dal vittimismo, che dall’invidia o dalla reattività rispetto al potere maschile.

CIÒ CHE VOGLIAMO È CHE SIA GLI UOMINI CHE LE DONNE IMPARINO UNA FORMA NUOVA DI FORZA E DI POTERE, CHE NON AMBISCA A PREVALERE E CHE NON NEGHI LA VULNERABILITA’ E LA PARTECIPAZIONE!

POTERE E GENITORIALITÀ

Che il sesso riguardi non solo l’eros, ma i rapporti di potere lo possiamo vedere nella gestione biologica della procreazione, così come nella genitorialità.

Il tema della “gestazione per altri” o della “fecondazione artificiale” ha creato in Italia una vera e propria guerra politica, molto lontana da confronti dialettici.

Tuttavia anche l’esperienza della genitorialità all’interno delle giovani famiglie crea non meno tensioni:  è frequente che la nascita di un/una figli* faccia emergere guerre sui comportamenti di ruolo legati a come essere madre o padre e alla cura dei/delle figli/e.

I papà “aiutano” le mamme o si prendono la loro responsabilità nella cura dei figli? Perché se semplicemente “aiutano” vuol dire che la responsabilità nella cura dei/delle figli/e (o della casa) è della donna e l’uomo ha un ruolo marginale. Vuol dire che le decisioni in merito ai momenti e prassi della quotidianità, le visioni educative, le soluzioni ai problemi emergenti, chi fa cosa, la quantità di tempo trascorsa con il bebè è un lavoro di cui si fa carico la donna, senza averlo concordato prima. Crescono così le insoddisfazioni, le tensioni nella coppia, e i/le figl* finiscono per allontanare i partner piuttosto che avvicinarli in un progetto che di condiviso finisce per avere poco.

Non è raro infatti che nel momento in cui i figli spiccano il volo e vanno nel mondo, la coppia genitoriale entri in crisi. I partner si trovano nuovamente soli, uno di fronte all’altro, ma praticamente ormai come due estranei pieni di rancore accumulato negli anni dato che non sono più abituati a vedersi ed ascoltarsi.

Come ci fa notare il femminismo intersezionale, le discriminazioni legate all’abuso di potere in realtà non riguardano solo le categorie deboli o LGBTQIA+ (donne, persone nere, disabili, trans, omosessuali, poveri, ecc), ma anche le persone che stanno dalla parte del privilegio. Gli uomini, per quanto godano di stipendi più alti e, spesso, di minori carichi domestici pagano un prezzo molto alto per questi privilegi, che alla fine si trasformano in trappole (Tuaillon, 2019). Nel caso della paternità, l’uomo si perde una parte di potere nell’influenzare la crescita del bebè. L’assunzione di responsabilità, infatti, va di pari passo con la presa di potere e la capacità di influenzare gli eventi. Quando non c’è una relazione paritaria e ci sono differenze di potere poco o nulla concordate, c’è sofferenza in entrambi i poli della relazione.

Oppresso e oppressore sono accomunati da uno stesso destino di isolamento e solitudine, pur con differenze di potere economico, culturale e/o sociale.  

Se usciamo dai binarismi, ricchi e poveri, maschi e femmine, sono accomunati dallo stesso modo culturale di gestire il potere, individualistico e patriarcale.

Cos’è il patriarcato

Nonostante oggi si parli molto di patriarcato, persiste un fraintendimento di fondo, che chiariamo riprendendo Pizzimenti (2023).

Il patriarcato non esiste da sempre, ma ha un principio nella storia dell’umanità (Ryan, 2015) e una funzione di mantenimento della società capitalistica.

Patriarcato e matriarcato non parlano di genere e non indicano un potere gestito dagli uomini e un potere gestito dalle donne. Ergo il patriarcato non indica un sistema di potere dove abbiano più potere gli uomini rispetto alle donne. La differenza è che l’uno parla di possesso, di dominanza e della forza necessaria per guadagnare e mantenere il possesso, mentre il matriarcato parla di partecipazione, di unione e dell’energia necessaria per rendere possibile questa unione e che questa unione sia creativa. Mentre è possibile costruire un patrimonio individualmente, non è pensabile fare un matrimonio da solo. Ridurre il patriarcato all’abuso di potere degli uomini sulle donne vuol dire avallare l’idea che sia possibile cambiare questo sistema senza in alcun modo mettere in crisi tutti i valori del patriarcato.

Superare il patriarcato vuol dire vivere tra sessualità o generi diversi, così come tra lingue, culture o punti di vista diversi, disobbedendo all’imperativo di scegliere da quale parte stare (lesbica/etero, maschio/femmina, monogama/poligama, così come pro/contro vaccino, ecc). Questo atteggiamento non vuol dire negare che si debbano prendere posizioni, ma implica saper esercitare la sospensione del giudizio, accorgersi dei pregiudizi e sapere ascoltare anche quando ci sono differenti visioni. E’ un atteggiamento di flessibilità dei confini, che si allontana da posizioni rigide e, spesso, difensive (nevrotiche). Un esempio sono tutti quei binarismi tipici del pensiero coloniale e patriarcale proprio del nostro sistema dominante capitalistico escludente e centrato sullo sfruttamento del corpo-territorio: donna/uomo, omosessuale/eterosessuale, cisgender/transgender, povero/ricco, bianco/nero, pro-vax/no-vax, ecc.

Il matriarcato produce non solo la capacità di vedere da prospettive molteplici, ma anche l’arte dello stare su ciò che la terapia della Gestalt chiama il “confine di contatto”. Il confine unisce e separa persone diverse. Le mette in collegamento nelle reciproche diversità, supera il dualismo mantenendo le differenze. Se accettiamo di sospendere il nostro punto di vista per accogliere la visione dell’altro/a entriamo in un territorio mediano dove non c’è più ciò che, fino ad un attimo prima, ritenevano giusto, sperimentando quella che è l’esperienza straniante del farci influenzare dall’Altro/a.

Il pensiero binario, al contrario, elimina la possibilità di vivere-vedere lo spazio di mezzo, che Gloria Anzaldua, scrittrice e attivista chicana, chiama “nepantla” (p.34, 2022). Il nepantla è uno stato di liminalità esistenziale e culturale. Questo termine deriva dalla parola nahuatl (lingua degli Aztechi) e si riferisce a uno spazio intermedio, tra due culture, identità o realtà. Il nepantla rappresenta un’esperienza di confine e transizione, in cui le persone si trovano a navigare tra diverse identità e oppressioni. È un luogo di conflitto, ma anche di potenziale trasformazione e creatività. Anzaldúa utilizza questo concetto per esprimere il modo in cui le esperienze di oppressione legate a razza, genere, classe e sessualità possono intersecarsi, creando nuove forme di resistenza e comprensione delle identità.

Il nepantla presenta dei punti di intersezione con il concetto del Sé della terapia della Gestalt, che è inteso come il “confine di contatto in azione”, ovvero uno spazio di possibilità, dove si può dare voce e spazio a diverse prospettive, contribuendo a una ri-definizione delle persone coinvolte.

Nel momento in cui difendiamo le nostre posizioni e siamo interessati alla vittoria, rinunciamo al Sé, cioè ad un’esperienza di contatto in cui i confini vanno sullo sfondo per lasciare spazio ad una interconnessione tra poli diversi dalla quale le persone escono trasformate e dove la consapevolezza può espandersi. Grazie a questa fase del contatto in cui coesistono visioni di mondi apparentemente contrapposti emergeranno non vincitori o vinti, ma nuove narrazioni e altre percezioni.

L’arte di stare sul confine di contatto

È quello che accade nel “confine di contatto in azione” (Perls, 1951), un luogo/tempo in cui i miei codici culturali e personali collidono con l’estraneità, dove urto contro le parole dell’altro/a. Un luogo/tempo dove mondi soggettivi, talvolta, si coagulano in un’esperienza di reciproco ri-conoscimento (il Sè). Sono momenti in cui avviene un rilascio della tensione, dove le perdite che abbiamo subito e le esperienze in cui ci siamo persi/e possono essere richiamate, dove la guarigione e la trasformazione sono forse possibili.

Questo è ciò che vediamo accadere nei nostri studi professionali, per esempio, quando riceviamo una richiesta di terapia di coppia.

Le coppie spesso arrivano incastrate in lotte di potere che possono durare anni. Ciascun partner vuole avere ragione e che sia l’altro/a a capire il proprio punto di vista. Questo non funziona, poichè tutti/e e due hanno ragione e se vince una sola visione, perdono entrambi.

La stanza della terapia diventa una sorta di nepantla, di spazio liminale e di confine, dove le differenze collidono e sono sostenute ad esprimersi fino in fondo alla ricerca di un’autoregolazione che prima o poi si crea, se si ha la pazienza di “stare” accogliendo l’ansia dell’incertezza. I/le partner imparano un ascolto non fatto solo dalle orecchie, ma in cui si permettono di entrare in connessione con come si può sentire o essere sentito/a l’altro/a in una data situazione. Un ascolto che implica decentrarsi da sé per accogliere la novità di cui l’altr* è portator*. Da questo nuovo incontro (contatto), dovuto al reciproco riconoscimento non è detto che la coppia decida di rimanere insieme, non è questo infatti il fine di una terapia di coppia, ma può decidere di separarsi senza rimanere in un conflitto aperto.

Incontrarsi in questo spazio di mezzo dove ognuno/a lascia la propria posizione per aprirsi all’ascolto dell’altro/a permette di poter decidere di lasciarsi riconoscendosi a vicenda il bene e il valore reciproco, pur nella diversità che in questo caso porta ad intraprendere percorsi differenti.

Riteniamo importante uscire da quel falso buonismo, dall’idealizzazione per cui se mi interesso e incuriosisco a ciò che é diverso da me, di conseguenza, devo abbracciarlo totalmente e incondizionatamente.

Il punto non è aderire, ma confrontarsi e ascoltarsi per far sì che anche nella diversità si possano mantenere posizioni con assenza di giudizio e di riconoscimento del valore reciproco.

Rifiutando di identificarci con un unico posizionamento slittiamo dall’uno all’altro e impariamo l’arte di stare sul confine di contatto, prestando ascolto a tutte le voci. Smettiamo così di essere prigioniere del ruolo di vittima.

È necessario coltivare una “forma mentis” che elimini il pensiero polarizzante dove non esiste il confine, il “di mezzo” o il “tra”, ma solo l’o/o e che reinstauri l’”e”. Le opposizioni duali consolidano rapporti di subordinazione e dominazione.

Non è solo una forma mentis, è un’attitudine che favorisce identificazioni e posizionamenti sociali contraddittori, trascendendo la mentalità delle posture inconciliabili “noi contro di loro”. Siamo sia oppressi e oppressori, conquistator* e conquistat*, Io e Altro/a. La prossimità e l’intimità possono colmare il divario tra noi e loro.

Navigare le crepe tra i mondi è complesso e doloroso, vuol dire negoziare fenditure tra diverse realtà e imparare a slittare tra l’assimilazione/introiezione alla cultura dominante e l’isolamento e il sostegno della nostra integrità e diversità.

Sono necessari entrambi i poli per una trasformazione sociale.

Per concludere…

Se il potere nelle relazioni, anche in quelle amorose, è ineludibile, è importante interrogarci su “come” lo esercitiamo partendo dalla consapevolezza di un individualismo di fondo che ci connota culturalmente e che riteniamo sia alla base della sofferenza della nostra umanità.

Poiché il patriarcato ci ha lasciato un’eredità immensa e controversa (un progresso enorme, ma anche un ambiente impoverito e maltrattato), è ora di sperimentare nuove forme di potere di stampo matriarcale. Non accentrato nelle mani delle donne perché, come abbiamo detto, questo riproporrebbe il dualismo donne/uomini che vogliamo superare, ma un potere basato sulla partecipazione, sul dialogo tra le differenze e su forme di leadership alternative a quella dominante.

Un potere basato su quello che per noi è l’eros.

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SITOGRAFIA

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