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Crisi di uno psichiatra contestatore e fenomenologia

Crisi di uno psichiatra contestatore e fenomenologia

In questo articolo Enrico Pascal racconta – con grande umanità, empatia e delicatezza – la sua straordinaria esperienza professionale che si intreccia profondamente con la sua vita personale e con crescenti dubbi sul sapere universitario. Il suo racconto ripercorre in modo autentico le diverse fasi, gli incontri, le paure, le lotte, le sofferenze e le letture che lo portano ad aderire al movimento di lotta anti-istituzionale  avviato dai Basagliani che nel ’78 porterà all’approvazione della Legge 180.

Cari amici Gestaltisti, eccovi, come promesso per la nuova rivista “Figure emergenti”, il racconto di quella che è stata una delle più profonde e sofferte esperienze della mia vita professionale, esperienza che ha sconvolto la mia visione del mondo e cambiato radicalmente il mio modo di essere, di pensare e di agire. Infatti, ogni crisi autentica grida dentro di noi perché esige un cambiamento della nostra esistenza, non più procrastinabile. E inevitabilmente si consuma in due fasi: la prima è la pars destruens, che fa cadere le difese tradizionali a cui ci si era abituati e smaschera impietosamente gli autoinganni personali e la paura di rischiare di fronte al nuovo imprevedibile che avanza, la seconda è la pars costruens in cui si assume la responsabilità di lottare per conquistare libertà e autonomia per sé e per gli altri.

Ma veniamo al racconto, con qualche premessa.

Era la primavera del ’56 quando, per la prima volta, mi recavo al manicomio di Collegno per prendervi servizio come medico “straordinario“, cioè precario (e tale sarei rimasto sino al primo concorso pubblico, sette anni dopo). Secondo una legge interna non scritta ma praticata – come al servizio militare – nell’istituzione manicomiale, l’ultimo arrivato doveva compensare tutte le assenze dei colleghi per ferie e malattia, non solo a Collegno ma anche nelle altre “Case” manicomiali. L’impegno era pesante, perché poteva costringere a turni anche di 24 ore per più giorni successivi; perché lo avevo accettato?

Senza dubbio per ragioni economiche: volevo sposarmi e metter su famiglia; laureatomi nel’54 frequentavo da 2 anni la clinica universitaria neurologica per conseguire in 3 anni la specialità in neurologia e psichiatria, allora unificate. Ambire ad un ruolo universitario accademico remunerato era impossibile. Nonostante feroci competizioni tra colleghi (spesso abilmente occultate) l’ambiente era simpatico e stimolante e mi dispiaceva lasciarlo; consideravo l’istituzione universitaria come la migliore depositaria del sapere clinico, e come tutti i miei colleghi, mi ritenevo appartenente alla normalità “sana” chiamata a curare con mezzi “scientifici” i “malati mentali” piuttosto gravi e incomprensibili. Non avevo allora i mezzi critici per vedere la distanza incommensurabile che separava il pensiero e l’agire medico dal sofferente mentale, e per accorgermi della valutazione essenzialmente neurologica e organicista su tutto. Fui comunque compatito e salutato cordialmente dai colleghi; un docente cercò di consolarmi: “Lì a Collegno troverà molto materiale interessante”. Peraltro avevo un forte e motivato interesse per la Psichiatria, e non mi spaventava troppo l’idea di finire tra i “matti” nella loro casa: il “manicomio”.

Non posso dimenticare l’impressione che mi invase quel primo giorno di marzo: arrivato da Torino con il mio scooter a Collegno, fui costretto a girare intorno ad un interminabile muro che circondava tutto il manicomio, e che una nebbiolina rendeva surreale e misterioso, prima di trovare l’ingresso, austero ma elegante, perché si trattava di una antica e grande Certosa. Appena giunto fui accolto cordialmente dal direttore di allora, colto umanista, e dai pochi colleghi (meno di una decina per quasi 2000 degenti uomini).  I medici erano i soli in camice bianco; dedicavano poche ore al lavoro intra-manicomiale, agivano quasi tutti frettolosi per poter dedicarsi ad altri impegni mutualistici o libero professionali. Gli infermieri, di “sana e robusta costituzione” a norma del regolamento, che indicava la prevalenza del loro ruolo di custodi, vestivano una divisa grigia, da lavoro pesante, mentre i loro pochi ispettori che li controllavano avevano una divisa blu scuro e giravano in bici coperti da mantelline eleganti, dello stesso colore. Quasi tutti gli infermieri avevano un “doppio lavoro” e si sentivano impegnati in quello esterno cercando di alleggerire il più possibile quello interno, con astuti stratagemmi, come potei constatare in seguito.

E i quasi duemila ammalati? Ero ansioso di vederli, ma ne vidi pochissimi: alcuni, in abiti civili, prestavano servizio in segreteria, apparivano tranquilli e apparentemente “normali”, altri ma pochissimi in quella fredda mattinata con le loro divise (appresi anni dopo che disponevano di 3 sole taglie: grande, media e piccola!) di panno blu (da ergastolani) andavano e venivano sotto il lungo porticato della Certosa, lungo il quale si trovavano 21 sezioni: a destra le dispari e a sinistra le pari. Appresi che i degenti erano smistati nelle varie sezioni in base ad un unico criterio: il comportamento. Si succedevano, come potei constatare nei giorni seguenti, le sezioni dei “lavoratori” docili e tranquilli, gli psicotici “incomprensibili”, strambi e imprevedibili nelle loro crisi, i semi-agitati e verso il fondo gli agitati e “pericolosi”. Ultima era la sezione 21 destinata all’isolamento degli infettivi o dei più violenti, isolati e completamente fissati ai loro letti. Infine, appariva la camera mortuaria (non avevo ancora letto Primo Levi!). Per il freddo i cortili delle sezioni erano completamente deserti; quindi i ricoverati erano assemblati all’interno delle sezioni; e non soltanto erano reclusi ma “concentrati” in un locale unico (per facilitare il controllo da parte del personale), e quindi esclusi dal refettorio, dalla zona notte, e da altri locali di cui avrebbero potuto disporre. Tutto questo lo vidi meglio nei giorni successivi. Ma l’angoscia che mi prese quel primo giorno era l’assenza dei “pazzi” reclusi, la loro “insignificanza”, cioè l’assenza di coloro per cui l’istituzione era stata creata; provavo una strana sensazione di vuoto, di mancanza di spazio, di occultamento della vita. Ricordo ancora oggi quell’emozione profonda, quasi agghiacciante di cui non sapevo trovare il senso – vissuto che cercai per anni di rimuovere senza riuscire ad elaborarlo. Soltanto molto più tardi, nel nuovo impatto manicomiale del ‘67, compresi la violenza e l’orrore dell’annientamento istituzionale. Nei primi anni cercavo di accettare e svolgere il servizio che mi era richiesto, nonostante, in maniera inconsapevole, si stessero depositando in me vissuti di scandalo, ribellione, ira, indignazione che più tardi avrebbero scatenato la mia crisi. Nessuno tra il personale medico e infermieristico mi sembrava preoccuparsi o agitarsi. Entrai anch’io in quella sottile, impalpabile alienazione che provoca un graduale adattamento all’esistente, un “sonno istituzionale”. Ebbi comunque modo di girare tutte le “case” manicomiali per turni e sostituzioni: Grugliasco, Savonera, le “Ville Regina Margherita“ per pensionanti, e via Giulio. Quest’ultima, a Torino, mi colpì severamente: concentrava un numero esorbitante di donne rispetto alla capienza e competeva con Collegno per essere un pesante manicomio-carcere pieno di violenza e repressione.

Ebbi finalmente un posto fisso come “medico interno” (il contratto si rinnovava di mese in mese) e divenni responsabile di un reparto a Savonera. Era uno stabilimento-deposito per donne piuttosto tranquillo, gestito da suore benevole, premurose e tolleranti, apparentemente senza gravi problemi e poco impegnativo per me in quanto medico responsabile. Infatti, personale, suore e pazienti convivevano pacificamente in una specie di limbo ovattato e decisamente fuori dal mondo e dalla società, scarso di eventi: insomma un sistema “alienato” e ingenuo. Ricordo che all’inizio ci interrogavamo, la suora ed io, sul perché C. (una valdostana diagnosticata “schizofrenica”), l’unica irrequieta, ci interpellasse incessantemente con la frase: “Ho il pensier di casa” senza riuscire a dir altro. Ci volle un po’ di tempo prima che comprendessi la sua sofferenza e mi mettessi in contatto con i parenti, che purtroppo non vollero e non poterono riprenderla. Fu il mio primo impatto con la profondità del dolore “psicotico”, ne rimasi molto colpito ed anche affascinato e ancora adesso che ne scrivo, la vedo venirmi incontro con il suo sguardo intenso e perduto, il suo parlare a denti stretti; non sono riuscito a fare molto per lei, ma ci siamo in qualche maniera voluti bene reciprocamente. E l’amore, comunque esso sia, sveglia i dormienti e scuote le coscienze.

Durante i lunghi e tranquilli turni di guardia di quel periodo, il tempo a disposizione consentiva di effettuare ricerche (cliniche!) destinate alla pubblicazioni su riviste specialistiche, ricerche necessarie per il concorso nazionale di ruolo. Oggi mi pare stupida quell’ingenuità con cui un po’ tutti cercavamo di usare “materiale“ di studio che l’istituzione forniva. Nel ’59 era di moda per gli anziani la cura Aslan (una geriatra rumena) a base di procaina. Decisi di provarci scegliendo una ventina di donne del mio reparto che accettarono (piuttosto supinamente) gli esami preliminari e successivi e la terapia. I risultati non furono miracolosi, ma evidenti. Presto mi resi conto, uscendo dal limbo, che il successo era dovuto essenzialmente al fatto che il personale si era mosso e impegnato, si era preso cura delle degenti molto di più che nella vecchia routine, e ciò aveva stimolato una riconoscente vitalità nelle donne piuttosto anziane!

 

Comunque all’inizio del ’61, con l’arrivo del Prof. De Caro vincitore del concorso per direttore generale degli OOPP di Torino e Provincia, libero docente ed amico del Prof. Cazzullo, noto direttore della Clinica Universitaria, si verificò un cambiamento. Rapidamente avviò progetti formativi per noi medici e proposte organizzative innovative. Tra queste la più ardita fu la creazione di un reparto “aperto” all’interno del complesso manicomiale, allora totalmente “chiuso”. Fu scelto, tra i più belli, un padiglione alle “Ville Regina Margherita” (adiacenti a Collegno e destinate a “pensionanti”) e fui prescelto per il reparto maschile, al piano superiore, di 45 posti letto. Ero sorpreso, ma entusiasta, e deciso a fare tutto il possibile. Unico medico per i primi anni, avevo a disposizione un’équipe di infermieri selezionati tra i migliori su un personale di diverse centinaia, ambiziosi di farsi valere, intelligenti e con una umanità sincera e disponibile, non rovinata dalla diffusa alienazione manicomiale. Tuttavia l’avvio fu difficile soprattutto per i forti pregiudizi; le diverse “case di cura” private ricoveravano situazioni anche gravemente psichiatriche, ma definite “nervose” dai professori “neurologi” invianti che cercavano di occultare la loro valenza psichiatrica, o da “neurologi” delle varie mutue, sempre con diagnosi “neurologizzanti”. Non potevamo nascondere l’aspetto psichiatrico di quella che era stata chiamata “Villa Verde”, la sua vicinanza con i “matti”. Il primo anno fu travagliato; ma la lunga attesa di “clienti”, per quanto frustrante, servì a creare la nostra équipe medico-infermieristica, con uno spirito democratico di corresponsabilità e affiatamento. E a quel tempo parlare di équipe medico-infermieristica in ambiente psichiatrico era decisamente strano ed eccezionale.

Comunque i primi “clienti” liberamente inviati furono circondati da una calorosa accoglienza, e presi in cura in modo diverso dalla routine delle case di cura concorrenti. Dopo il primo, difficile anno, il reparto cominciò a riempirsi con invio da parte di molti diversi enti mutualistici e medici privati, e tutti i posti letto furono colmati, trovandosi spesso insufficienti.

Per quanto concerne l’attività clinica, il Direttore volle che Villa Verde offrisse tutto il meglio delle terapie psichiatriche allora esistenti.

La più impegnativa era la cura di Sakel: il coma insulinico provocato da forti dosi di insulina e mantenuto per ore. Gli infermieri fornivano professionalmente, ma anche amorevolmente, un’assistenza continua al capezzale del paziente. Tuttavia la fatica più pesante era quella di cambiare costantemente le lenzuola fradice di sudore da ipoglicemia. A me toccava decidere il risveglio con opportuna somministrazione di glucosio endovena. Si assisteva ogni volta a una sorta di morte simbolica seguita da risurrezione e graduale ripresa di coscienza, che ricapitolava le fasi vitali, dalla suzione del lattante al risvegliarsi di un adulto. Inizialmente, pur avvertendo la responsabilità pesante di portare il “paziente” alle soglie della vita e al rischio della morte, sentivo anche una certa soddisfazione per il mio potere di medico. Ma un’intera notte passata al capezzale di un paziente che si svegliò solo all’alba, i risultati in complesso non brillanti sugli “schizofrenici”, e soprattutto la lettura del libro di Sakel e delle relative spiegazioni “scientifiche” poco convincenti, mi produsse un’angoscia sottile e tenace che mi accompagnò per sempre durante questi trattamenti.

Gli elettroshock (la cura di Cerletti) non potevano mancare, evidentemente, per quei tempi. Con il collega responsabile della sezione femminile al piano terra, ci eravamo accordati per farlo precedere da una preanestesia con Penthotal per ridurre o se possibile eliminare, l’ansia dei pazienti. Decisamente lontani da un ospedale con rianimazione, o da un pronto soccorso, ci assumevano una forte responsabilità, di cui non eravamo del tutto consapevoli. Per fortuna o per grazia non ci furono incidenti. Come sempre ci furono effetti rapidi in situazioni depressive, meno in altre patologie. Anche in questi casi la vita del paziente era totalmente nelle nostre mani in quanto a dosaggio e scelta dei casi. Almeno una cosa positiva posso ricordare: non ci venne mai in mente di attuare il trattamento di “annichilimento” mediante successione di E.S. come proponevano due famosi clinici Bini e Bazzi.

Veniva praticata la cura del sonno (alla russa) tipica per quei tempi mediante cocktail farmacologici di varia entità con effetti talora buoni.

Neurolettici, antidepressivi di prima e seconda generazione (nulla rispetto ad oggi) venivano usati in molti pazienti, con discreti e talora eccellenti successi sintomatologici, tranne ovviamente i possibili effetti collaterali.

Un capitolo a parte va riservato ai tossicomani di allora: si trattava in netta prevalenza di alcolisti e solo eccezionalmente dei primi eroinomani. Gli etilisti erano quasi tutti, dopo una prima disintossicazione, sottoposti a un trattamento di condizionamento con Antabuse (una sostanza che, in presenza, di alcool suscita una reazione congestizia con dispnea ovviamente penosa). Anche in questo caso sta al medico la regolazione del dosaggio e quindi degli effetti. Nonostante ciò e paradossalmente i rapporti con la “banda” degli etilisti erano piuttosto cordiali, con feste di compleanno e gustose trovate per nascondere le bottiglie. Particolarmente frequenti erano le visite delle mogli, piuttosto riconoscenti; sprovveduto data la mia formazione universitaria, cominciavo appena a intravedere i giochi di coppia, che avrei capito più tardi.

Che dire della psicoterapia? Nulla era previsto. Tuttavia, per quanto il “paziente” fosse ritenuto spesso poco comprensibile, ciò non impediva (come avveniva in manicomio) un approccio umano e tendenzialmente empatico con i ricoverati e i loro parenti. E di conseguenza, una terapia d’ambiente, una socioterapia certamente ingenua ma spontanea, si verificava nonostante il dominio di trattamenti organicisti. L’essere istituzionalmente un “reparto aperto”, fuori anche se non lontano dal manicomio, garantiva a tutti una disponibilità umana che la violenza del manicomio invece tendeva a soffocare totalmente.

Purtroppo, a sottolineare il peso del neurologismo dominante, veniva considerato psicoterapeutico il cosiddetto “siero della verità”, cioè la “narcoanalisi”, o colloquio analitico con il paziente semi-narcotizzato con Pentothal e interrogato perché disinibito (è fin troppo facile cogliere l’asimmetria di questa relazione). E per ricordare tutto, furono usate vaccinoterapie e raramente ascesso-terapie, basate su un discutibile “bilanciamento psicosomatico”.

Ma che dire della mia crisi personale? Si andava preparando in base a quelle angosce che mi accompagnavano nonostante la diligente operatività con la quale pensavo (in buona fede) di offrire tutta la migliore terapia possibile.

Come ho già notato, l’angoscia compariva soprattutto durante le terapie più rischiose (per me, ma soprattutto per il paziente totalmente nelle mie mani!). Cominciavano anche a comparire dubbi crescenti sul sapere universitario che mi era stato trasmesso, e sfiducia sull’efficacia terapeutica di trattamenti così rischiosi per i pazienti, loro così fiduciosi e inconsapevoli. Sorgeva anche una ribellione che mi avrebbe portato alla contestazione. La “Scienza” in possesso dei normali poteva arrogarsi il potere di decidere la cura e sotto certi aspetti il destino dei ricoverati? Potevano i cosiddetti “sani” manipolare come oggetti totalmente nelle loro mani i pazienti loro affidati? E poi erano del tutto “normali” Cerletti, Sakel, Meduna quando spacciavano per “scientifiche” le giustificazioni delle loro tecniche di shock con varie modalità? Le loro presupposizioni non erano rigorose, le valutazioni sulla casistica discutibili, e le loro stravaganti e folli divagazioni mi lasciavano sorpreso o scandalizzato. Ma soprattutto chi erano questi luminari per arrogarsi il diritto di usare a loro piacimento i malati a loro affidati? E la domanda si faceva rabbiosa e inquietante per me: perché avevo considerato i miei pazienti, pur trattandoli con una certa umanità e gentilezza, degli oggetti, oggetti delle mie terapie? Perché non me ne ero accorto prima? Non mi giustificava il fatto che gli altri colleghi avessero agito come me e continuassero tranquillamente a farlo. Nel mio angosciarmi, mi trovavo solo, incompreso. Apparentemente avevamo successo, le sezioni erano colme di pazienti, i familiari riconoscenti, i medici invianti soddisfatti. Eppure stavano saltando i consolidati legami corporativi e ben presto mi sarei trovato a lottare contro molti colleghi.

Mi sentivo ingannato e tradito da quell’istituzione universitaria che non mi aveva dato strumenti critici e in colpa per tutto ciò che ero stato indotto a fare. Ora dovevo rompere, sia pure dolorosamente, con la mia situazione (e sistemazione) lavorativa. Faticosamente avrei dovuto procurarmi da solo nuovi strumenti e cambiare modo di lavorare. Ero troppo impegnato per adire a formazione esterna. Con tutti i rischi dovevo istruirmi e lasciare alle spalle il sapere universitario e clinico acquisito, ma si apriva un vuoto teorico e pratico: che fare, che senso dare alla mia operatività?

Già le prime letture di Freud (nel 1960) mi avevano aperto nuove fascinose prospettive sull’ignoto sconfinato che è il nostro inconscio, sulle difese e inibizioni, sull’angoscia conflittuale, sul potere immenso della sessualità e del desiderio, ma anche sul “disagio” e la repressione sociale. Ma, qualche anno dopo, avevo scoperto Binswanger, che mi affascinava con i suoi racconti biografici e le sue “antropo-analisi fenomenologiche” che penetravano profondamente nel mondo psicotico alla ricerca delle “forme fondamentali” per capire l’incomprensibilità di quei mondi “schizofrenici” e il possibile “senso” da dare della psicosi. Avevo anche ripreso le letture adolescenziali di Kierkegaard, autore che aveva affrontato i vissuti esistenziali della disperazione e dell’angoscia con profondità, in una prospettiva esistenziale e cristiana. La lettura di Binswanger mi spinse a leggere lo straordinario “Essere e tempo” di Heidegger, allievo di Husserl, filosofo che poneva l’accento sull’inautenticità del modo tecnico di prendersi cura del mondo, per sfuggire all’autenticità del porsi di fronte alla morte e di trarne nella temporalità dell’essere nel mondo tutte le conseguenze esistenziali. Faticavo moltissimo, spesso non capivo per la mia impreparazione filosofica, ma intuivo novità e creatività anche nel linguaggio e ne ero affascinato. La differenza tra il sapere clinico insegnatomi e sperimentato e questa modalità di interrogarsi per conoscere era incolmabile. Era un respiro nuovo quello che mi animava la sera, dopo una lunga e faticosa giornata quando, rimandato finalmente al padre della fenomenologia, potevo leggere la “Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale”, ultima e decisiva opera di Husserl secondo E. Paci, pubblicata postuma nel ’54 e editata in Italia nel ‘61. Per me stava crollando l’edificio imponente di un sapere che avevo ritenuto monolitico e forte; avevo cercato di seguire scrupolosamente le sue applicazioni pratiche, con apparente successo, ma mi sentivo interiormente sfiduciato e insicuro, tradito, ingannato. Soprattutto aumentava il mio senso di isolamento, perché intorno a me nessun collega pareva inquietarsi, tutti sembravano aderire tranquillamente alla routine istituzionale. I migliori si impegnavano in formazione psicoterapeutica essenzialmente per la pratica libero-professionale esterna.

Anche sul piano coniugale andava crescendo l’incomprensione e il dissenso, poiché si profilava la diminuzione della mia pratica professionale sino ad allora soddisfacente e piuttosto riuscita. Pratica che avrei abbandonato completamente scegliendo il tempo pieno alcuni anni dopo. Dunque ero alla ricerca di qualcosa di nuovo e liberatorio, e la ricerca si faceva talora disperata, perché continuavo ad essere sul campo, carico di responsabilità. Ma in certi momenti un libro può parlare e nutrire come e più di un amico! Tale fu l’incontro con Husserl, contemporaneo di Freud, filosofo che con il suo rigore era in grado di dimostrare la “crisi” e la “miseria” della filosofia europea. Pur considerando con ammirazione il grandioso sviluppo delle scienze moderne obbiettive, Husserl evidenzia la insufficienza conoscitiva della fisica di Galileo data la concezione della natura come “universo matematico” e il conseguente “svuotamento di senso” della scienza naturale matematica quando diventa “tecnicizzazione”. Quanto a Cartesio, Husserl evidenzia come la dicotomia da lui proposta nel suo “metodo”, cioè il dualismo tra pensiero e natura fisica, se ha enormemente favorito il procedere delle scienze obiettivistiche “positive”, ha tuttavia esasperato la separazione tra corpo e anima (psiche). Se qualche anno prima Freud mi aveva fatto scendere ai “piani bassi” dell’edificio culturale novecentesco che aveva “psicanalizzato”, ora Husserl mi riportava ai “piani alti”, nel “regno del soggettivo”, anzi nel regno della “intersoggettività trascendentale” (per la facoltà del soggetto, di trascendersi). Husserl aspira a una “soggettività universale” di coscienze viventi, e come tali fungenti e intenzionanti, in grado di conoscere in maniera nuova, essenziale e profonda. Ma questo è finalmente possibile soltanto se il “mondo della vita”, tradizionalmente escluso dalla ricerca filosofica, viene preso in considerazione e indagato con una metodologia nuova: la riduzione fenomenologica e l’intuizione eidetica, cioè il riconoscimento della essenza dei fenomeni che si “presentificano” alla coscienza che li intenziona.

Questa penetrazione conoscitiva nella soggettività individuale ha riscoperto tutto il valore della esperienza quotidiana del vivere: del costante susseguirsi di esperienze vissute nel rapporto io-mondo. Husserl apre nuovi, sconfinati orizzonti di conoscenza e di senso nel trascendersi e intrecciarsi delle soggettività individuali e vorrebbe avviare una nuova “filosofia universale” (“una scienza universale capace di includere nella sua infinità qualsiasi conoscenza possibile”). Ha perseguito questo tentativo che non può mai aver fine, ma che solleva l’intelligenza e la coscienza umana allontanandola da ogni forma di riduzionismo. Anche quello della psicologia, che non è riuscita o non ha saputo cogliere in tutta la loro portata i problemi della soggettività e del mondo-della-vita.

Ma ciò che contava per me, medico pratico, era come il soggetto si pone nel mondo, dato fondamentale della fenomenologia. Infatti tutti gli psichiatri, ispirandosi a questo, sanciranno la fine della classica dicotomia tra normalità e follia, riconoscendo la diversità del modo di porsi di ciascuno e la validità di ogni tipo di esperienza umana, anche e soprattutto quelle tradizionalmente psicopatologiche. Husserl valorizza i “vissuti”, intesi come esperienze del vivere soggettivamente e coscientemente ognuno nel e con il proprio corpo, per cui la rischiosa scissione di Cartesio tra mente e corpo è finalmente superata con una visione olistica e integrante. Sintesi e integrazione che nell’incontro interpersonale sono legati a un vissuto di empatia, di risonanza emotiva che tende all’accettazione e ri–composizione dell’altro dentro di noi. Infatti l’empatia (“entropatia”) fu il vissuto interpersonale più preso in considerazione da Husserl e dalla sua allieva Stein.

Ma non è il caso che mi dilunghi su queste e altre tematiche fenomenologiche che hanno rivoluzionato il mondo della Psichiatria, anche se nate e cresciute ben al di fuori degli ambienti accademici universitari e quindi ad opera di pochi coraggiosi innovatori. Stimolato dalla scoperta di Husserl, cominciavo a conoscerne tramite lettura alcuni: il tedesco Jaspers (unico ad aver iniziato in una clinica universitaria da cui si distaccò in seguito), il francese Minkowski, lo svizzero Binswanger, Cargnello e Calleri in Italia. Era davvero la scoperta di un modo totalmente nuovo di approccio alla ”psicopatologia” del soggetto umano, rispetto alla clinica psichiatrica e alla mentalità manicomiale.

Comunque alla fine del ’66 avevo maturato la decisione di lasciare Villa Verde, chiesi ed ottenni di essere sollevato dal mio incarico. Fui trasferito all’adiacente manicomio di Collegno. Il cambiamento, come era prevedibile, aveva carattere punitivo. Ero stato nominato medico responsabile di due reparti, uno di 140 degenti piuttosto “cronici” (come si usava dire allora) e tranquilli, l’altro composto in gran parte di epilettici, dove violenze dei ricoverati e contro-violenze del personale erano molto frequenti, per cui la maggior parte dei degenti era contenuta con mezzi fisici.

Provenivo da un reparto “aperto”, nel quale nonostante le cure organiciste e la “violenza occulta” di trattamenti che ormai ripudiavo vigeva un clima piuttosto accogliente ed umano, e una discreta libertà. L’impatto con il manicomio, nella sua parte più dura e repressiva, mi sconvolse. Ma anche mi spinse a socializzare la mia crisi e la mia ribellione. Ci fu un primo empatico incontro con un infermiere della sezione 12 “epilettici” (che era stato in un Lager nazista!) e un suo amico, politicizzati e membri del PC. Fu così che iniziò la mia politicizzazione che, collocata a sinistra, non sfociò mai in un’appartenenza partitica, ma rimase per certi aspetti “impolitica”, come amava dire di sé Basaglia stesso. Urgeva fare qualcosa per opporsi alla violenza manicomiale, ma come? I sindacati interni erano tutti schierati a difesa dell’esistente, corporativi e lottizzati a destra e a sinistra, pronti a controllare e bloccare qualsiasi iniziativa di cambiamento.

Poco dopo il mio arrivo un messaggio tragico e tremendo mi fu dato dal Reparto 12, con l’annuncio che due degenti si erano suicidati con farmaci prelevati tra quelli lasciati incustoditi. Denunciai il fatto alla magistratura, colpito dalla incuria e disorganizzazione generale, nonostante il parere contrario di molti che volevano che la questione fosse liquidata all’interno della istituzione. Ero tuttavia assillato dal bisogno di capire: scoprii che la motivazione al suicidio partiva da una profonda amicizia che legava le due vittime, quando uno era tornato ad essere ricoverato, i due amici si erano ritrovati e avevano deciso di uscire per sempre dalla stretta manicomiale!

Tutto mi motivava sempre di più alla lotta, ma come, con chi? Ero informato che a Parma Basaglia aveva animato un convegno di tecnici e di politici, dal titolo: “Cos’è la Psichiatria?” con proposte di lotta anti-istituzionale e quindi antimanicomiale. Basaglia aveva citato il suo amico Sartre: “Nessun libro resiste quando un bambino muore di fame” per indicare che, di fronte ai bisogni, la prassi necessariamente deve subentrare vanificando ogni teoria. Subito dopo, quando nel ’67 fu pubblicata la relazione della esperienza di Basaglia, Direttore del manicomio di Gorizia, e della sua équipe di psichiatri contestatori, dal titolo significativo: “Listituzione negata”, lo lessi avidamente e mi trovai in piena sintonia. Non avevo una posizione di potere come Direttore, ma ero responsabile di quasi 300 degenti. Potevo anch’io avviare un’esperienza di “comunità terapeutica” a Collegno: potevo soprattutto realizzare una gestione aperta e democratica dei reparti e coinvolgere la maggior parte dei reclusi in libere assemblee. Il Direttore di Collegno mi considerava con simpatia e con una certa fiducia, non mi avrebbe ostacolato. Dentro di me si andavano ricomponendo forti motivazioni a lottare contro l’istituzione universitaria, depositaria di un sapere piuttosto inutile o dannoso, che la cultura psichiatrica era riuscita a degradare, rendendolo ottuso e inumano, ma soprattutto a lottare contro la istituzione manicomiale che ora vivevo come violenta e distruttiva al punto da ricordare il lager nazista.

L’esperienza dell’équipe Basagliana a Gorizia dimostrava la possibilità di trasformare un manicomio tradizionale in una “Comunità Terapeutica” offrendo ai ricoverati la libertà di parlare, denunciare e contestare, e la libertà di muoversi (abolizione delle contenzioni, apertura dei reparti e possibilità di uscire all’esterno): in sintesi democrazia contro repressione carceraria. Quanto a me ero soltanto un medico di reparto, potevo contare soltanto su un’équipe infermieristica (da costruire), ma perché non provarci?

Ripensandoci oggi, dopo mezzo secolo, rivedo scene tragicomiche, come quando le prime volte andavo a raccogliere i degenti per farli partecipare alle assemblee mentre gli infermieri del Reparto 4 mi guardavano allibiti e attoniti per lo stupore, restando immobili. Ricordo che mi considerarono completamente matto la volta che in assemblea chiesi ed ottenni di vestire i panni dei ricoverati (che disponevano soltanto di 3 misure) per dimostrare quanto erano costretti ad apparire goffi e degradati da quella misera divisa. È evidente che così stavo entrando nella mia fase “antipsichiatrica”, fondata sulla negazione del mio ruolo di psichiatra: cercavo di criticare il mio potere e il tradizionale “paternalismo” medico, provavo sensi di colpa e vergogna per il mio passato, sperimentavo un senso di vuoto circa il nuovo da inventare e da fare per la ricostruzione di una assistenza psichiatrica finalmente democratica e a misura d’uomo. Ma non ero più solo! C’erano contatti non solo all’interno con infermieri motivati, ma all’esterno con sindacalisti innovatori, con movimenti civili per la lotta all’emarginazione ed altri ancora. Aderivo al movimento di lotta anti-istituzionale avviato dai Basagliani che a Torino aveva però varie componenti. Avevo stabilito contatti amichevoli con alcuni leaders del Movimento Studentesco, che a Torino era molto forte e contava molte migliaia di studenti. La situazione politico-sociale era carica di tensioni, che sarebbero esplose con grande fragore nel ’68. I movimenti giovanili in Europa e in America contestavano il “sistema” e tutte le sue istituzioni Chiesa, famiglia, fabbrica, caserma, scuola e università, carcere e manicomio. In nome soprattutto del pacifismo post-Vietnam, invocavano libertà, soprattutto sessuale, “immaginazione” e creatività al potere, con intensità diversa a seconda delle componenti: libertaria, rivoluzionaria, anarchica, ecc. Tra quanti sognavano e pretendevano una società diversa e non più l’uomo soltanto a “una dimensione” (Marcuse) c’era una componente di lotta all’emarginazione ed esclusione, e non mancava una componente antipsichiatrica.

Dopo il sensazionale maggio francese del ’68, nell’autunno dello stesso anno Torino, come altre città, era in fermento. I leaders del movimento di architettura avevano organizzato un Convegno sul tema: ”E’ un crimine costruire un nuovo ospedale psichiatrico?”. Il riferimento era al progetto della Provincia di Torino di costruire effettivamente un ospedale psichiatrico “modello” a Grugliasco. Questo avveniva seguendo la linea della riforma del socialista Mariotti, Ministro della Sanità, che proprio nel ’68 aveva realizzato una nuova Legge Psichiatrica che intendeva modernizzare i manicomi e trasformarli in moderni ospedali psichiatrici, con organici potenziati e con la possibilità di ricoveri volontari in locali opportuni. Dal mio punto di vista ero ormai schierato con quella minoranza che negava radicalmente la possibilità di trasformare i manicomi (quasi tutti obsoleti e simili a lager) in moderni ed efficienti ospedali psichiatrici, anche se lo volevano la maggioranza degli psichiatri e la loro associazione.

L’esperienza drammatica che stavo facendo mi confermava sulla posizione dei negatori anti istituzionali, che temevano giustamente abbellimenti soltanto di facciata. Infine se il manicomio era in definitiva un lager come lo stesso Ministro Mariotti aveva un tempo affermato occorreva eliminarlo e sostituirlo non con nuovi manicomi “moderni”, ma con altre forme di assistenza psichiatrica più democratica, più umana, più civile. Il convegno toccava proprio questo punto. E mi trovava preparato: avevo iniziato nel ’67 a raccogliere dati e testimonianze con i verbali delle prime assemblee al Reparto 4, ma il sindacato interno mi aveva bloccato. Avevo comunque inviato al Direttore Generale, il Prof. De Caro, una relazione documentata sulla situazione del Reparto 4, senza ottenere riscontro. Ero ripartito nel ’68 con il Reparto 12, dove si era formata rapidamente una équipe collaborativa e si andava costituendo una sorta di “comunità terapeutica”: si stava eliminando ogni forma di contenzione, si stava proponendo l’apertura delle porte e l’eliminazione delle inferriate (come avvenne in seguito). Le richieste delle assemblee venivano gradatamente esaudite; del resto anche i familiari potevano partecipare alle riunioni e davano un importante contributo. Dopo un anno di assemblee era stilato e pronto un rapporto sulla situazione da lager in cui si era trovato il reparto e le enormi difficoltà per cambiarlo.

Comunque il Convegno si avviò presso la Facoltà di Architettura che lo aveva promosso, si spostò alla clinica Neuropsichiatrica Universitaria, dove finalmente in una assemblea molto partecipata, potei affermare che come giovane medico non vi avevo “imparato nulla, assolutamente nulla, di psichiatria”, liberando così la mia rabbia contro “l’istituzione universitaria” e scatenando un animato dibattito anti-istituzionale. Ma ero molto preoccupato perché ero stato informato che il Presidente, Cav. Rubatto, ricevuto il rapporto sulla Sezione 12, si era infuriato e mi aveva scritto una lettera aperta intimidatoria, con il proposito di un successivo licenziamento. Tuttavia potei argomentare in pubblico che non potevamo continuare a parlare degli “ammalati di mente” e di soluzioni tecniche continuando ad escluderli, senza ascoltarli e sentire le loro ragioni. Proposi di trasferire il convegno dentro il manicomio di Collegno e invitai il Prof. De Caro a consentirlo. Tra applausi scroscianti e contestazioni il consenso fu dato.

Il giorno seguente, nel teatrino di Collegno, stracolmo, lessi il rapporto-denuncia sulla Sezione 12 che esemplificava l’intera situazione manicomiale e denunciava la crudeltà inumana con cui veniva trattato come bestia l’internato degradato e privato di ogni diritto e lessi la lettera aperta minacciosa a me rivolta dal Presidente. La reazione dei partecipanti fu di sdegno contro l’abuso di potere e l’occultamento della realtà: tra applausi grida e contestazioni fu alla fine deciso che il manicomio di Collegno avrebbe aperto le sue porte ai cittadini che volessero visitarlo e controllarne le condizioni; inoltre sarebbero stati accettati come volontari gli studenti motivati. L’istituzione-lager, come un fortilizio chiuso, impenetrabile, circondato dalle sue mura, era esplosa.

In molti eravamo contenti, compresi ovviamente i ricoverati e molti dei loro parenti. E io ripensavo alla mia lunga e dolorosa crisi: ne era valsa la pena.

Negli anni che seguirono abbandonai la mia posizione antipsichiatrica per cercare di costruire alternative al vecchio manicomio fuori, nel territorio, alternative nuove, efficaci, democratiche. Contrariamente a prima, ora il metodo era di partire dalla pratica per costruire la teoria con cui ritornare alla pratica. Continuai assieme a tanti a contribuire alla lotta anti -istituzionale che culminò vittoriosamente nel ’78, con la innovativa Legge 180. Questa sancisce la fine degli ospedali psichiatrici italiani, l’accoglimento dei pazienti “psichiatrici” negli ospedali generali (come tutti gli altri cittadini) e l’apertura e il potenziamento di strutture e servizi territoriali di ”salute mentale”, dunque anche preventivi. Ma su questo decennio, carico di eventi e piuttosto creativo, se vorrete, potrò intrattenervi con un altro racconto.

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