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Il Gestalt Café

Il Gestalt Café

Maria Grazia Fiorini e Massimo Biasin
L’articolo “GESTALT CAFÉ” narra la duplice esperienza del creare un luogo in cui le persone possano incontrarsi, ispirati dai principi della Gestalt, e applicare gli stessi ad un’attività imprenditoriale nascente. Gli autori descrivono, a partire dall’idea che li ha ispirati, il progetto e la sua realizzazione, come attività basata sul Modello organizzativo Gestaltico (MOG).


Molte volte ci è capitato durante seminari, gruppi di counseling, lavori individuali, ma più in generale nei luoghi in cui si lavora con l’approccio della Gestalt di sentire frasi come: “Ma qui si può fare perché è un luogo protetto”, “Come sarebbe relazionarsi autenticamente nel modo reale?”, “Che bello sarebbe portare la mia esperienza di qui anche nella mia quotidianità”.

L’idea di aprire il “Gestalt Café” nasce dagli spunti di riflessione che abbiamo fatto in anni di immersione nella Gestalt e dal triplice desiderio di:

creare un luogo fisico, non virtuale, in cui – gestaltisti e “non” – possano ogni giorno avere la possibilità di incontrarsi e scambiare esperienze, idee e riflessioni: un posto in cui le persone possano scegliere di andare verso l’altro, creando scambi autentici, portando in un locale pubblico quell’attenzione alla relazione che è tipica del lavoro gestaltico e che esce così dalle mura protette delle scuole, per raggiungere il quotidiano;
creare sinergie che potessero sostenere la divulgazione delle iniziative gestaltiche, tra cui quelle organizzate dalla Scuola Gestalt di Torino e dai professionisti – counselor, psicologi e psicoterapeuti – che lavorano in questi ambiti;
applicare il lavoro gestaltico che abbiamo sviluppato in questi ultimi tre anni sulle organizzazioni ad un’azienda nascente; nei nostri interventi noi siamo stati chiamati a lavorare su gruppi di lavoro già esistenti, in una fase di vita problematica e – ad orientarci – sono state alcune domande: come sarebbe partire dalla selezione del personale utilizzando un approccio gestaltico? Cosa vuol dire impostare un’intera azienda seguendo questi principi?
Questa intenzionalità prende forma grazie all’opportunità di rilevare un’attività di caffetteria-pasticceria nel centro di Udine, in una piazza particolare della città – Piazza XX Settembre – che, storicamente, è stato luogo di mercati e di raggruppamento per manifestazioni pubbliche cittadine.

Quello che ci ha colpiti nella scelta del posto, oltre alla storicità del luogo, è stata la cura della qualità dei prodotti, oltre che del locale: in termini gestaltici la “buona forma”.  Nasce così il progetto “Gestalt Café” che parte dall’attenzione all’utilizzo dei principi della Gestalt in ogni fase del proprio sviluppo (Modello Organizzativo Gestaltico) e che si snoda in più fasi di lavoro: dalla ricerca e selezione del personale, alla formazione dello stesso, alla conduzione della gestione.

 

I principi base: il MOG

Il primo passo per la costruzione del MOG (Modello Organizzativo Gestaltico) è stato identificare quali fossero i principi gestaltici a cui ispirarci. Entrambi nasciamo in un ambiente imprenditoriale di natura familiare, per cui siamo stati impregnati di una “mentalità classica” rispetto alla gestione aziendale. Grazie al nostro percorso gestaltico, abbiamo messo in discussione molti dei presupposti da cui si muove normalmente un imprenditore, iniziando a pensare all’azienda come ad un organismo, in cui ogni singolo elemento non può essere visto e pensato avulso dal resto dell’ambiente in cui è immerso. Abbracciare quest’ottica ha una serie d’implicazioni pratiche che cercheremo in seguito di descrivere.

I principi base da cui siamo partiti – e che caratterizzano il MOG – sono principalmente quattro:

  1. Riconoscere l’Organizzazione come “Organismo” formato da un insieme di persone che si influenzano reciprocamente
  2. Ritenere che l’Organizzazione, come “Organismo”, si muova per fini auto-realizzativi seguendo i propri bisogni organismici
  3. Credere e tenere presente che il potenziale creativo dell’Organizzazione, necessario per il proprio sviluppo e funzionamento, è al suo interno
  4. Sostenere il contatto pieno dell’intero Organismo con il proprio ambiente in ascolto di ciò accade al proprio interno, come possibilità di cercare il miglior adattamento creativo per la propria soddisfazione e crescita
 I colloqui di selezione

Prima fase: accogliere la novità

Sulla base di questi quattro principi abbiamo iniziato i colloqui di selezione, cercando di creare un gruppo di lavoro che accogliesse quest’ottica, accettando, per esempio, di lavorare con i colleghi in maniera diversa dal consueto: facendo delle riunioni mensili in cui si parlasse delle relazioni tra di noi, “rischiando“ quindi di esporsi personalmente. Abbiamo scelto le persone non solo sulla base delle specifiche competenze, ma sulla percezione che potessero accogliere un  modo di lavorare in gruppo basato sulla reciproca collaborazione ed il senso di appartenenza.  Abbiamo narrato il nostro progetto alle persone selezionate e chiesto loro di partecipare ad una formazione specifica, di natura gestaltica. L’idea è stata accolta con entusiasmo, in particolare è piaciuta la possibilità di lavorare in un ambiente in cui gli aspetti relazionali fossero così attenzionati. In molte esperienze precedenti era stato proprio il clima emotivo dell’ambiente di lavoro a causare la rottura dei rapporti e il conseguente malessere sul posto di lavoro

Seconda fase: responsabilizzazione

Creato un primo abbozzo di gruppo di lavoro, abbiamo proposto un incontro per illustrare le basi della Gestalt e come avremmo voluto condurre il lavoro. L’elemento caratterizzante il gruppo operativo è stato la responsabilizzazione.  Differentemente dalle loro aspettative, non abbiamo impostato la riunione partendo da elementi pratici o dalle nostre direttive, ma dalla necessità di creare un gruppo di lavoro autonomo, capace di gestirsi e di funzionare efficacemente anche in assenza dei titolari. L’idea che questa responsabilità non potesse esser delegata a noi, che non saremmo stati presenti nel locale se non per alcune funzioni organizzative, ha spiazzato il gruppo, ma contemporaneamente ha creato una sorta di entusiasmo: cosa vuol dire esattamente assumersi questa responsabilità? Un esempio pratico è stato il tema “turni”: come organizzare l’orario di lavoro. C’era la chiara aspettativa che saremmo stati noi titolari a definire come avrebbero dovuto lavorare: se a turno fisso, variabile, semi-variabile. Non abbiamo fornito una risposta, ma iniziato a parlare con un “noi “ allargato, condividendo il nostro pensiero e richiedendo il loro, ponendoli sullo stesso piano e la decisione è stata presa insieme: primo passo verso l’autoregolazione

Terza fase: autoregolazione

Dall’iniziale spaesamento il gruppo ha ben presto iniziato a comprendere cosa significasse assumersi la responsabilità di “far funzionare” il Gestalt Café: siamo stati convocati dal gruppo per una riunione ed una ragazza del gruppo – la più inesperta – è stata “espulsa” in quanto non sufficientemente abile. La cosa sorprendente per noi è stato il realizzare che lei stessa riconoscesse il proprio limite ed accettasse di uscire dal gruppo (di fatto perdere l’opportunità di  lavoro) perché “Il bar ha bisogno di altro”. Una seconda espulsione è avvenuta in maniera meno unanime, ma altrettanto autentica, questa volta non per inadeguatezza pratica, ma per una modalità relazionale considerata non adeguata. Il gruppo chiaramente si autoregolava, integrando ciò che considerava “buono” e rifiutando il resto.

Sono seguiti altri colloqui di selezione ed altre giornate di “prova”….e finalmente i primi giorni di luglio il gruppo era formato: cinque ragazze dai venti ai quaranta anni, più noi due. Il processo auto-regolativo che ha portato il gruppo ad auto-selezionarsi è nato proprio dalla presa di coscienza dell’importanza di un gruppo paritetico, forte e coeso, in grado di gestire le difficoltà e di sostenersi reciprocamente.

Il lavoro pratico e gli aspetti relazionali: come soddisfare i bisogni organismici?

Nel quotidiano il gruppo di lavoro si occupa praticamente della gestione di una caffetteria-pasticceria, ma il MODO in cui si chiede al gruppo di lavorare è quello di prestare la massima attenzione alla relazione con le persone, accettando il rischio del contatto pieno. Durante le riunioni di gruppo parliamo di aspetti meramente pratici (il costo dei pasticcini, le difficoltà con i fornitori, ecc.) e di aspetti relazionali, sia con i clienti che tra colleghi, tenendo sempre in figura il “Noi”. Un esempio di buon funzionamento del “Noi” è stato il prendere la decisione di aprire anche la domenica mattina: valutata l’opportunità di tenere aperto 7 giorni su 7, per poter coprire gli alti costi aziendali, abbiamo parlato al gruppo di questa possibilità. Non avendo selezionato le persone con tale accordo (all’origine prevedevamo di lavorare solo 6 giorni su 7) non abbiamo ritenuto buono per il gruppo modificare l’orario, bensì decidere insieme cosa fosse più opportuno per “noi come azienda” e per loro come singoli individui. Quello che ne è emerso è che il gruppo ha valutato commercialmente buona l’idea dell’apertura domenicale, anche se tre ragazze su cinque non lo sentivano buono a livello individuale e desideravano la domenica di risposo. I bisogni individuali sono stati letti come bisogni organismici e, come gruppo, ciò che abbiamo deciso è stato di organizzare turni bimestrali domenicali per le due ragazze interessate e di selezionare una nuova persona da assumere per le domeniche mattina. Così facendo abbiamo soddisfatto i bisogni di tutto il gruppo di lavoro.

Ciò che ci ha veramente colpiti è stato vedere in azione  l’essere “più dei singoli elementi” e come la partecipazione emotiva sia stata forte anche nella ricerca delle soluzioni a problemi pratici, come il rendere efficiente la gestione economica dell’attività commerciale. In genere le aziende in cui abbiamo fatto interventi di consulenza lamentavano la poca partecipazione e il basso coinvolgimento come sintomo di malessere principale, cosa del tutto assente se le persone si sentono “parte di un tutto”. È stato sorprendente vedere anche la generosità e gratuità di alcuni gesti, come lo scegliere di non farsi pagare per la partecipazione alla riunioni di gruppo, dichiarando di trovare un arricchimento già nel farle.

Chiaramente il gruppo sta vivendo una fase di confluenza che sostiene la costruzione del Noi e – la caratteristica riscontrata – è l’elevata energia e senso di soddisfazione, evidente anche nelle esternazioni di alcune delle ragazze: “Vengo al lavoro contenta”, “Com’è possibile che ci sia questa sintonia con le mie colleghe già da subito?”.

Un altro elemento che conferma il buon risultato del senso di gruppo è stata la spontanea ricerca di una buona comunicazione, con soluzioni creative come la nascita di un gruppo virtuale tramite WhatsApp, che consente di rimanere in contatto tutto il giorno tra i membri dello staff, anche quelli che fisicamente non sono nel bar in quel momento. Altra soluzione creativa per superare una difficoltà con il principale fornitore di dolci: le ragazze hanno pensato di creare un altro gruppo “Ordini” su WhatsApp, in cui registrare ogni ordinativo, riducendo così il rischio di errori e fraintendimenti. Un buon adattamento creativo in contatto con l’ambiente.

Interessante anche come il gruppo prenda le scelte rispetto ai prodotti e servizi da offrire ai clienti,  tenendo in figura i feedback delle persone, i  loro gusti, i loro bisogni (ad esempio la velocità nell’essere serviti, di avere un tavolo, di essere considerati come persone, ecc.): ciò può essere fatto solo spingendosi verso un contatto pieno. Ci ha colpito come la proposta di modificare la farcitura delle brioche – che ora viene fatta ad una ad una davanti al cliente a fronte di una già preparata dal fornitore (quindi più economica per la ns. azienda) – sia stata bocciata motivando “La persona rimane stupita e meravigliata quando farciamo la SUA brioche davanti a lui”.

Conclusione: quale intenzionalità?

Crediamo che grazie all’esperienza quotidiana dell’applicazione dell’approccio gestaltico nelle relazioni all’interno del Gestalt Café, il gruppo abbia avuto la possibilità di accantonare, parzialmente, il vecchio introietto su “come dovrebbe funzionare un’attività commerciale” in cui le persone prendono le direttive e le eseguono. Rimandare giorno dopo giorno la voglia di andare verso una relazione in cui “l’altro può portare il proprio potenziale a disposizione del gruppo”, dell’Organismo Azienda, è risultato essere un buon modo perché l’esperienza si strutturi in maniera creativa.

Il Gestalt Cafè è appena nato, ma vuole crescere  essendo un punto d’incontro in cui i principi della Gestalt possono diventare esperienza tra le persone. Vuol essere un luogo in cui si possa arricchire nell’incontro, in cui la volontà di crescita e le iniziative per incentivarla possano venire a conoscenza di tutti.

Attualmente vi è una zona dedicata alla pubblicità degli eventi gestaltici e culturali in generale, ma quest’area si svilupperà: porteremo libri da mettere sulle mensole, organizzeremo pomeriggi e serate dedicati a proposte d’esperienza di chi vuole mostrare i propri talenti, il proprio lavoro, di chi voglia andare nella direzione dell’arricchimento e dello scambio reciproco.

Vogliamo che la Gestalt arrivi a chi non la conosce, che la Scuola Gestalt di Torino, le iniziative varie, nostre o di chi ha voglia di proporsi, si “mettano in vetrina” e che nel Gestalt Café si respiri Gestalt a tutto tondo: dal modo in cui si viene serviti, alla qualità di ciò che si mangia, agli incontri che si possono fare.

Vogliamo portare il counseling e la psicoterapia tra le persone perché arrivi – come ogni giorno – sia possibile creare un’esperienza buona per sé e per gli altri.

Questa è l’intenzionalità che vogliamo diventi contatto.

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