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Verso una cultura dell’eros. Psicoterapia e società

Verso una cultura dell’eros. Psicoterapia e società

Esiste una cultura del benessere, del cibo, dello sport, ma non esiste una cultura dell’eros. Ognuno fa da sè le proprie esperienze e difficilmente può condividerle o confrontarsi con qualcuno che abbia una funzione di “guida”. Le scuole sono quasi inesistenti. Siamo bombardati di messaggi sessuali e sembra che tutto sia permesso, ma in realtà non c’è nessuna distruzione e assimilazione di questi messaggi. Di conseguenza, la sessualità vissuta nella società attuale non si presenta come “un’esperienza vissuta che diventa cultura”; anzi, sono in aumento i disturbi sessuali. L’autrice in questo articolo presenta delle riflessioni sul tema della sessualità nel setting terapeutico specificando la differenza tra sessualità, genitalità, eros. Attraverso uno sguardo alla letteratura da Freud in avanti, recupera una chiave gestaltica che ci può orientare nel lavoro clinico con la sessualità

L’intento di questo lavoro è di approfondire i termini che usiamo quando lavoriamo o parliamo di sessualità. In particolare, cosa intendiamo con sessualità, genitalità, eros, nonché i rapporti che intercorrono tra questi termini. Nel far questo riprenderò i concetti spiegati nel libro Aggressività e Sessualità, curato da Mariano Pizzimenti (2015). La teoria dell’aggressività sessuale (2015) ha le sue origini nell’epistemologia della Psicoterapia della Gestalt e nella teoria freudiana riletta gestalticamente. Partiremo dal concetto freudiano di “fase genitale”, per poi allargare il discorso al tema della sessualità e, infine, trarre alcune riflessioni sulla sessualità nel setting terapeutico. Rispetto al tema dell’aggressività sessuale rimandiamo il lettore al numero 0 di Figure Emergenti.

Per parlare di sessualità dal punto di vista della psicologia, non possiamo non ritornare a Freud che fu il primo ad indagarne l’importanza nelle relazioni e, più in generale, nella vita umana.

Secondo la teoria psicoanalitica, la dinamica pulsionale è collegata allo sviluppo corporeo, il quale si incentra in zone diverse che, peraltro, corrispondono a differenti modalità relazionali (Freud, 1905). Gli sfinteri (bocca, genitali, ano) sono le zone di confine tra l’interno e l’esterno, e ad essi corrispondono cambiamenti sul piano corporeo e sul piano relazionale. In questa teoria la vita sessuale “adulta” si sviluppa grazie alla comparsa della genitalità come fonte di piacere. Essa ha la sua origine nella cosiddetta fase “fallica” o fase di “genere”, come è stata definita successivamente. In questa fase il bambino impara la possibilità di darsi piacere grazie ai genitali. Successivamente la fase fallica evolve verso la fase “genitale” finalizzata alla fecondazione e alla creatività [1]. Il genio di Freud intuì che la fase della genitalità è connessa con l’esperienza della creatività e dello scambio, ma finì per considerare la sessualità nei termini di un’aggressività ristretta ai genitali, senza esplorare il solco che separa l’aggressività genitale da quella sessuale. L’aggressività sessuale, a differenza di quella genitale, è un movimento sostenuto da una forte eccitazione che può coinvolgere tutto il corpo, dunque anche mente, cuore, sentimenti, intuizioni, parole, idee, azioni, ecc. In questa esperienza le sensazioni genitali possono essere, insieme ad altre, una parte del contatto. L’aggressività sessuale emerge nello scambio con l’altro, in particolare quando facciamo l’esperienza che esiste un confine che ci unisce e ci separa da lui: è necessario lottare per unirsi profondamente e l’eros dà eccitazione. La forza dell’unione (data dalla sessualità) e la forza della lotta (data dall’aggressività) costituiscono questa particolare forma dell’aggressività, caratterizzata da una direzionalità chiara e da una presenza corporea forte. Nel pensiero di Freud sulla sessualità c’è un’incongruenza: dal punto di vista psicologico la genitalità esprime la maturità relazionale dell’individuo, cioè la sua capacità di amare, lavorare e generare (1905), ma dal punto di vista corporeo la sessualità non è l’espressione della totalità di un corpo vibrante, ma è limitata alle sensazioni e desiderio genitale. Questa “incongruenza”, d’altra parte ha un senso rispetto alle condizioni sociali e culturali dell’inizio 900, in cui era presente una  forte repressione delle pulsioni sessuali e le donne erano in una condizione di inferiorità e oppressione. Recuperare l’aspetto più genitale della sessualità, in quel contesto, voleva dire evidenziare il conflitto tra “eros e civiltà” e valorizzare non solo i diktat sociali, ma anche gli individui nella loro corporeità. Oggi che la sessualità è più libera non abbiamo più bisogno di recuperare l’aspetto genitale della sessualità, che possiamo quindi vedere in tutta la sua ricchezza e complessità.

Recuperare l’eredità del pensiero di Freud e parlare di sessualità in terapia non è facile, tant’è vero che nel panorama della Psicoterapia della Gestalt non esistono testi di approfondimento di disfunzioni sessuali; il libro curato da Mariano Pizzimenti è il primo lavoro in cui l’eiaculazione precoce, l’impotenza orgasmica e così via sono nominate e trattate in una cornice gestaltica. Alcune ragioni alla base di questo silenzio, secondo le riflessioni di O’ Shea (2000), sono riconducibili al fantasma dell’abuso sessuale nel setting terapeutico e ad un vissuto di vergogna che attraversa la cultura occidentale. Inoltre, una delle pesanti critiche mossa al sistema freudiano era la “sessualizzazione” di ogni dinamica che veniva ricondotta alle pulsioni sessuali. Riprendendo il pensiero di Otto Rank, Perls, co-fondatore della Terapia della Gestalt, in linea con i cambiamenti sociali e culturali in corso (forse anticipandoli), non parlò più di disturbi della sessualità, ma mise al centro della terapia il contatto e il ripristino delle funzioni dell’Io.

Vorrei riprendere il tema della sessualità in quanto i cambiamenti culturali da Freud ad oggi hanno profondamente modificato pressoché tutti gli orientamenti di psicoterapia, i quali si definiscono come approcci “relazionali”. Ora i tempi mi sembrano maturi per sviluppare e fare ricerca sul tema della sessualità. Non solo: si tratta di un’esigenza che nasce sia nella società (i disturbi sessuali sono in aumento e la mancanza di desiderio è statisticamente il problema più frequente denunciato dalle coppie di lunga durata), sia come riflessione all’interno della psicoterapia. Nel libro di Pizzimenti argomento come le sensazioni genitali possono essere una parte del tocco, così come la sessualità una componente dell’incontro [2]: nella mia visione, separare la sessualità dal contatto è una limitazione per il lavoro terapeutico, oltre che un passo indietro rispetto al lavoro che fece Freud più di un secolo fa quando ebbe il coraggio di teorizzare l’aspetto libidico della vita umana, dal neonato in poi. Poter contattare le proprie sensazioni sessuali e usarle come uno strumento terapeutico è non solo coerente, ma anche certe volte necessario nella Psicoterapia della Gestalt: essa, infatti, mette al centro il contatto come il punto di origine delle sofferenze degli individui e considera il confine anche il luogo in cui può emergere la cura, dove è possibile ripristinare o ampliare la capacità di essere presenti con l’altro nella propria individualità (Spagnuolo Lobb, 2008b, 2011) .

Nell’ambito dell’educazione, Bertolini (1999) e altri filosofi (Mottana, 1996; Massa, 1986) parlano della sessualità in termini vicini a quelli che sto usando. In particolare argomentano il ruolo centrale che riveste l’eros nel rapporto pedagogico: «L’Eros come fondamento di una relazione intersoggettiva che, caratterizzandosi nella reciprocità, vivifica entrambi gli attori della relazione, stimolandoli al superamento della loro attuale personalità. […] L’Eros da “sottofondo” diventa “scelta” pedagogica, non facile banale spontaneità, ma autentica professionalità» (Bertolini, 1999, p. 41). Anche nell’ambito clinico l’eros è una presenza che prima o poi può emergere nel setting, in quanto sia il paziente che il terapeuta sono esseri umani sessuati. Può emergere come problematica portata dal/dalla paziente nelle sue relazioni, oppure attraversare in modo implicito o esplicito la relazione con il/la terapeuta. È importante che il/la terapeuta, o counsellor, nel corso della sua vita, abbia lavorato sulle proprie esperienze sessuali e sulle paure che impediscono al contatto sessuale di crescere e di essere vivo nel tempo.

La “genitalità” è l’esperienza in cui le sensazioni genitali sono in primo piano. A differenza dell’aggressività genitale, non implica un movimento finalizzato all’accoppiamento sessuale. Il senso e la direzione relazionale a cui le sensazioni genitali conducono (cioè l’intenzionalità) emerge gradualmente e viene co-costruita sul confine di contatto; provare una sensazione genitale non vuol dire volere  un rapporto sessuale. La genitalità è una componente della sessualità, ma è solo una delle componenti; inoltre, in molti momenti può andare sullo sfondo ed allora paziente e terapeuta possono vivere un incontro sessuale senza un’eccitazione genitale. Saranno molto vive altre sensazioni di tipo sessuale, come il piacere diffuso, l’eccitazione, il calore, l’intensità emotiva oltreché un movimento di penetrazione reciproca attraverso altri canali corporei differenti dai genitali (ad esempio lo sguardo). In altri momenti, invece, le sensazioni genitali sono vive nell’incontro: in tal caso rappresentano un segnale importante per orientarsi sul processo terapeutico in corso, oltre che uno strumento prezioso di lavoro. Ad esempio, la vibrazione dei genitali del terapeuta può segnalare un passaggio cruciale da cogliere, rallentare, sviluppare col paziente quando il lavoro riguarda l’intimità, soprattutto all’interno di esperienze narcisistiche, in cui per evitare l’affettività dell’incontro col partner, il paziente si identifica velocemente nei genitali e nella prestazione. Se il terapeuta non sente innanzitutto la propria sessualità e la taglia fuori dal contatto col paziente, lo conferma proprio nelle sue paure di lasciarsi andare ad un’esperienza intima ed intensa. Oppure il terapeuta può decidere di lavorare sulla consapevolezza della genitalità distinguendo le “sensazioni genitali” dall’”aggressività genitale”. Questa chiave di lavoro è utile nelle esperienze borderline, dove dare il nome esatto ai diversi vissuti contribuisce a rilassare il confine. Questa necessità di chiarezza delle parole che usiamo riflette una pulizia dei confini che è terapeuticamente necessaria quando è in primo piano l’esperienza. L’erezione (o la lubrificazione vaginale) può riflettere una tensione corporea non orientata al rapporto sessuale, e neanche alla accoglienza vaginale o alla penetrazione, ma ad un chiaro rapporto di intimità interpersonale che coinvolge tutto il corpo, compresi i genitali. Questa visione della sessualità è coerente con la fenomenologia di esperienze “sessuali” che nulla hanno a che vedere con l’accoppiamento sessuale. Ad esempio l’allattamento, in cui le donne riportano come la stimolazione orale dei capezzoli provochi a livello genitale un’eccitazione. Oppure possiamo pensare alle esperienze di masturbazione dei bambini che, già nell’infanzia, scoprono il piacere genitale all’interno di relazioni intime (con le figure genitoriali, amicali, cugini, ecc.). Freud stesso,  nei Tre Saggi (1905), descrive il cambio del pannolino come una situazione molto eccitante sia per il figlio che per la madre. Secondo questa visione, le sensazioni genitali di piacere sono presenti lungo l’intero arco della vita e sono parte del contatto. In questa visione, non possiamo parlare di contatto senza toccare il tema della sessualità. La confusione tra “aggressività genitale” e “genitalità” riflette un vuoto culturale rispetto alla sessualità, che ha poi dei risvolti nella clinica.

L’aggressività genitale, spesso, è un movimento in cui il paziente, a partire dalle sensazioni genitali, si identifica velocemente in un’intenzione genitalizzata e non si permette di stare con sensazioni diffuse di piacere, che possono connotare relazioni non necessariamente di tipo genitale o amoroso. Le immagini a contenuto sessuale che i media espongono in tutti i canali sono forti stimoli rispetto all’aggressività genitale: eppure queste non hanno nulla a che fare con la ricchezza e la profondità della sessualità, ma con la pornografia, in cui l’altro è presente solo come oggetto.

L’aggressività genitale è una forma di aggressività che sviluppiamo nel momento in cui “scegliamo” di identificarci con le nostre sensazioni genitali. Nel momento in cui avvertiamo l’impulso sessuale nella relazione con l’ambiente, sia durante l’incontro con una persona che ci piace, durante un gioco molto corporeo con un bambino, mentre siamo impegnati nella realizzazione di un progetto artistico o mentre riceviamo o diamo un massaggio, i genitali sono inondati da sensazioni insieme ad altre parti del corpo. A questo punto la funzione-Io, sostenute dalla Funzione-Es e Personalità, identificandosi nel tipo di relazione desiderato, si definisce e dà confini chiari alla situazione. La vitalità e la chiarezza sono due delle caratteristiche che rendono la gestalt luminosa. A questo punto, sarà l’identificazione che sceglieremo a determinare il nostro comportamento: se ci identifichiamo con i genitali svilupperemo un’aggressività genitale, se invece, come nel caso con i bambini, ci identifichiamo col gioco, la sessualità resterà come una delle componenti dell’esperienza piacevole.

Anche nel setting terapeutico, nel momento in cui accettiamo di vivere l’esperienza dell’eros, abbiamo due  situazioni:

1) possiamo decidere di non identificarci con i nostri genitali: allora essi saranno semplicemente una fonte di sensazioni piacevoli e contribuiranno all’eccitazione generale e ad alimentare il piacere della situazione. Presto queste sensazioni lasceranno il posto ad altre;

2) se invece decidiamo di identificarci con le sensazioni genitali, allora svilupperemo anche un’aggressività specifica per raggiungere lo scopo dell’eccitazione genitale, cioè avere un rapporto genitale-sessuale con l’altro: anche in questo caso è importante sottolineare che la scelta dell’identificazione con i genitali e l’attivazione di un’aggressività genitale non è una scelta solo esclusivamente individuale, ma anche situazionale e relazionale.

Rispetto a questo secondo punto vorrei sviluppare alcune riflessioni, in quanto si apre un tema delicatissimo riguardante il Codice Deontologico del terapeuta e i limiti possibili o auspicabili.

Prima di entrare nel merito, vorrei sottolineare (col rischio di risultare ripetitiva) che l’emergere delle sensazioni sessuali (o sensuali) non vuol dire lasciarsi andare al desiderio sessuale. In termini generali, il rischio della sessualità genitale, per la sua intensità, è quello di offuscare altre sensazioni presenti su confine di contatto (es. dolcezza, ammirazione, senso di protezione, fascino, stima, cura, sintonia, affinità, ecc.) che, se venissero sentite con maggior consapevolezza, avrebbero il potere di orientare le funzioni dell’Io, che quindi potrebbe definire con maggiore lucidità ciò che vogliamo “veramente” in una relazione. Detto in altre parole: se la sessualità è una forza che tende alla “fusione”, a cosa può servire per quella relazione un avvicinamento così intenso? Non sempre serve per diventare una coppia di amanti. Può servire per fare progetti, per condividere un’amicizia o, nel setting terapeutico, per realizzare l’intenzionalità di contatto, realizzando integralmente se stessi con l’altro. Conoscere il proprio corpo sessuato-nel-contatto porta ad esiti diversi sia all’interno della coppia, che nel setting terapeutico.

Nell’ambito di una coppia di amanti (occasionale o stabile) che sviluppano un’intenzionalità chiara rispetto ad avere rapporti sessuali, allargare l’attenzione su tutte le sensazioni corporee e non solo su quelle genitali ha lo scopo di risvegliare i sensi e quindi arricchire il contatto sessuale di emozioni e vissuti che potranno essere condivisi dai partner. L’intimità che la coppia è in grado di sviluppare favorisce il superamento delle disfunzioni sessuali, che più propriamente sono difficoltà di contatto (Pizzimenti, 2015). Disturbi quali la mancanza di desiderio, la difficoltà di eccitazione, anorgasmia, eiaculazione precoce, ecc. sono esperienze dove l’intimità, in qualche momento del contatto, si blocca. Intimità e sessualità sono spesso fortemente intrecciate. In molte coppie che vengono in terapia portando un’insoddisfazione sessuale spesso ritroviamo una sorta di ignoranza rispetto al proprio corpo e, nonostante l’età adulta, rispetto alla propria sessualità. Ciò che vogliamo in un rapporto sessuale affinchè sia per noi nutriente fa parte di un percorso di crescita e scoperta di sé che parte dalla giovinezza e che, nonostante la liberalizzazione culturale dagli anni 70 in poi, molte persone, uomini e donne, ancora interrompono per accettare una sessualità non soddisfacente (magari in cambio della stabilità di un rapporto, per paura del rifiuto, del giudizio, ecc.). Talvolta si creano sbilanciamenti del rapporto sessuale o sul versante della genitalizzazione (ad esempio quelle coppie che si impegnano in “rapporti acrobatici”, in cui uno dei due spesso subisce un rapporto che non è come vorrebbe, alcune volte senza neanche accorgersene e senza sapere di quale sessualità ha veramente bisogno e in cui entrambi finiscono per perdere il contatto con l’altro) o, al contrario, sul versante dell’affettività, in cui il desiderio più “animale” viene desensibilizzato e la coppia si perde nella confluenza.

Nell’ambito della terapia il discorso diventa più difficile in quanto, se parliamo di sessualità e genitalità si aprono riflessioni sensate riguardanti il rischio dell’abuso. La psicanalisi ha fatto storicamente una scelta molto lucida e coerente eliminando il corpo dal setting. Tutt’oggi, nonostante i cambiamenti profondi che sono intercorsi fino ad arrivare ad una psicoanalisi relazionale e intersoggettiva (Mitchell, 1995; Stern, 2004, Storolow, 2004), il contatto fisico (ad esempio, attraverso le mani) è una scelta che pochi analisti sottoscrivono e che crea un solco rispetto alla Psicoterapia della Gestalt, la quale mette al centro tutti gli eventi che avvengono sul “confine di contatto”.

Se il terapeuta accetta di entrare in contatto col paziente, secondo questa visione,  le emozioni e le sensazioni hanno un senso nel processo. Cosa succede se il terapeuta prova un’eccitazione genitale? Come possiamo leggere questa situazione e quale significato dare? Quando il paziente porta la sua attrazione sessuale possiamo vivere con lui la carica sessuale dell’incontro in quanto terapeuti? Lavorando sul contatto ed essendo i nostri corpi fisiologicamente “sessuati”, come terapeuti della Gestalt non possiamo non interrogarci profondamente su queste domande.

La sessualità, non solo se vissuta a livello genitale, ma anche come eccitazione dell’intero corpo sessuato (dove i genitali possono essere anche sullo sfondo, presenti come vibrazione, ma non in termini di erezione/lubrificazione) da un certo punto di vista crea uno “scambio paritario” in una relazione che, per sua natura, non è paritaria (anche se la paritarietà dovrebbe essere tra le finalità della terapia). Se ammettiamo una zona in cui, oltre ad essere terapeuti, siamo anche esseri umani che dialogano con i corpi, come possiamo mantenere le nostre funzioni di cura rispetto al paziente che viene da noi per chiederci aiuto? Se il paziente fa una domanda di aiuto e noi riconosciamo di sentire delle sensazioni genitali la nostra funzione terapeutica è ancora presente o siamo all’interno di un abuso della professione? Se accettiamo di identificarci nelle sensazioni genitali, ma non di agirle in un rapporto sessuale, non siamo più in una situazione di abuso? Mi sembra un’ipervalutazione dei genitali, che non tiene conto che si può abusare del paziente anche senza mettere in gioco la sessualità.

Ripercorriamo la letteratura teorica esistente, che purtroppo non è tanta, ma proprio per questo è preziosa.

La posizione di Polster, per come l’ho appresa dalle parole di Margherita Spagnuolo Lobb, è che le sensazioni sessuali del terapeuta hanno un senso fondamentale per la terapia, come ogni altro vissuto, ed è importante che il terapeuta sappia contestualizzarlo, ad esempio tramite la supervisione. Le emozioni o le sensazioni del terapeuta sono funzionali alla co-creazione del contatto terapeutico. Spagnuolo Lobb (2014/b), in particolare, propone una lettura dei vissuti sessuali in terapia all’interno di una cornice fenomenologica (non edipica) a favore del sostegno all’intenzionalità di contatto.

Per Giovanni Salonia, quando lavoriamo come terapeuti con la sessualità, non possiamo parlare di scambio paritario e la funzione Personalità è ciò che orienta il terapeuta (Salonia, 2012). Per come ho compreso il suo pensiero, che abbiamo in più momenti condiviso, se il terapeuta ha sensazioni genitali che si concretizzano nell’erezione/lubrificazione, allora c’è una disfunzione nel contatto e una perdita della funzione Personalità del terapeuta. Questa posizione mette un accento su aspetti diversi della questione, rispetto a come io ho compreso quella di Polster, che ammette la possibilità di vivere l’eccitazione genitale non come un’interruzione di contatto, ma come funzionale al processo terapeutico in corso, quindi, eventualmente, come uno strumento importante di lavoro.

Nella mia visione attuale, quando si parla di sessualità bisognerebbe distinguere con più precisione di cosa stiamo parlando, ovvero una cosa è quando il terapeuta prova sensazioni genitali e sessuali (come ad esempio può accadere tra genitore/figli), ma non si identifica in esse; in questo caso può sentire una vibrazione dei genitali, ma difficilmente queste sensazioni rimangono in figura per molto tempo. Le identificazioni, essendo funzioni dell’io, si basano sulle funzioni es e sulla funzione personalità, le quali orientano le nostre scelte. Dunque, se il terapeuta è presente sul confine di contatto ogni vissuto ha un senso per il percorso del paziente, così come i vissuti dei genitori hanno un senso per i figli.  La situazione più complicata è quando il terapeuta si identifica nelle sensazioni genitali e questa identificazione è la figura prevalente col paziente: sul che fare, il Codice Deontologico, come vedremo, è chiaro. Il terapeuta ha innanzitutto l’obbligo deontologico di fare chiarezza su se stesso. La genitalità, infatti, è collegata all’intimità e quindi ai bisogni più profondi del paziente, ma anche del terapeuta. Dunque vivere sensazioni genitali e, soprattutto, identificarsi in esse, può essere la conseguenza del fatto che il terapeuta sta mettendo nella relazione con il paziente i propri bisogni insoddisfatti, spesso in maniera inconsapevole. Il paziente spesso intuisce i bisogni del terapeuta così come il bambino intuisce i bisogni dei genitori. In questo senso Isha Bloomberg, provocatoriamente, parlava dell’abuso del terapeuta da parte del paziente. Questi “usa” il terapeuta per i propri bisogni di cura e il terapeuta accetta di farsi “usare”, quindi di farsi coinvolgere profondamente. Ma mentre il paziente, a livello di reputazione sociale, non ha nulla da perdere, il terapeuta rischia di perdere la propria professione e di essere radiato dall’Albo. La supervisione è il luogo in cui il terapeuta può fare chiarezza sulla direzione da prendere, raggiungendo un accordo tra le funzioni del sé (Es, Io, Personalità) e, allo stesso tempo, garantendo al paziente, se non altro, una situazione di chiarezza e di non-ambiguità.

Nel momento in cui il terapeuta prende contatto con i vissuti che sta portando nel setting (ad esempio, i propri bisogni di amore) e sente sensazioni e desideri sessuali (funzione Es), una volta che decide di non voler più portare avanti la terapia, ma di volere un rapporto personale (funzione Io), una volta che non si identifica più nella situazione terapeutica e nel suo ruolo di terapeuta (funzione Personalità), allora può sempre interrompere il contratto terapeutico. Il Codice Deontologico degli Psicologi regolamenta alcuni aspetti della questione, ad esempio il tempo che deve trascorrere prima che lo psicologo possa intrattenere col paziente rapporti di diversa natura. Regolamentare aspetti cosi delicati è inevitabilmente riduttivo rispetto alla tutela del paziente; non ci può essere una cura uguale per tutti e quindi l’attenzione del terapeuta dev’essere massima.

Andando verso la conclusione di queste riflessioni, la sessualità merita una riflessione critica e approfondita. Come dice Galimberti (2004), la sessualità è una forza che irrompe e spesso distrugge certezze o punti di riferimento. In questo senso, la chiarezza assoluta è un idealismo. Più onesto è parlare di dubbi, punti interrogativi, crisi. La sessualità, come eros, è anche la forza che tende all’unione (alla fusione) ed è ciò che avvicina, spesso inspiegabilmente, le persone; per definizione è un’esperienza la cui caratteristica principale è quella di sfuggire al controllo della ragione (con-fusione) e di essere meglio compresa con il linguaggio del mistero e della poesia. Non sempre o non del tutto questo linguaggio possiamo decifrarlo con le parole. In materia dell’Eros, purtroppo, siamo tutti autodidatti e piuttosto soli. Le tradizioni, soprattutto se rimaniamo in Occidente, sono ben scarse; nei popoli agiati esiste una cultura del benessere, del cibo, dello sport, ma non esiste una cultura dell’eros. Ognuno fa da sè le proprie esperienze e difficilmente può condividerle o confrontarsi con qualcuno che abbia una funzione di “guida”. Le scuole sono quasi inesistenti e la qualità dei punti di incontro (club privati, cinema a luci rosse) è deprimente. Siamo bombardati di messaggi sessuali e sembra che tutto sia permesso, ma in realtà non c’è nessuna distruzione e assimilazione di questi messaggi. Di conseguenza, la sessualità vissuta nella società attuale non si presenta come esperienza vissuta che diventa “cultura” ed “evoluzione personale”. Anzi, sono in aumento i disturbi sessuali. Nell’ambito clinico, come nel mondo delle coppie e degli amanti, al momento trovo che l’atteggiamento più onesto sia la curiosità verso i sentieri dell’eros, la ricerca teorica ed esistenziale, l’apertura ai dubbi. Forse più avanti arriverà il tempo in cui la nostra cultura rispetto all’eros sarà più evoluta.

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Note

[1] In ambito gestaltico Giovanni Salonia (2015) ci ripropone un’interessante rilettura delle fasi evolutive freudiane a partire dall’esperienza corporea dei soggetti che costituiscono il nucleo famigliare in evoluzione. In questa lettura nella fase genitale, l’adulto “andrà verso un altro corpo non per elemosinare o per chiedere piacere, ma per condividere piacere e portarlo a pienezza” .

[2] Per saperne di più si veda Bellini B. (2015),  “Il linguaggio segreto della sessualità” in Pizzimenti M. (a cura di) “Aggressività e Sessualità. Il rapporto figura/sfondo tra dolore e piacere”, Milano: FrancoAngeli, pp.

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