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La terapia con i bambini: un setting condiviso per un campo complesso

La terapia con i bambini: un setting condiviso per un campo complesso

In questo articolo le autrici delineano in forma descrittiva un modello di intervento complesso, costruito negli anni, con famiglie, minori, agenzie educative ed altri professionisti. Particolarmente importante è l’attenzione  al creare collegamenti tra le diverse professionalità e ruoli, perché siano favorite le risorse del bambino nel suo contesto di vita. Per far questo la modalità sperimentata e descritta nell’articolo, si rifà a nuovi orizzonti creativi della terapia che chi opera con minori sta incontrando, nuove modalità ed opzioni di confini/contatto, che allargano il suo campo di intervento per  uscire in out door, creando setting a geometria variabile, ovvero, uscire dalla stanza della terapia, per incontrare il bambino nei diversi ambiti nel quale può accrescere il sé, facendo esperienza e creando legami.

“Chi sei” domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”

“sono una volpe”, disse la volpe.

“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono così triste…”

“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.

“Ah! Scusa”, fece il piccolo principe.

Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: “che cosa vuol dire addomesticare?”

….

“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…”

“Creare dei legami?”

“Certo”, disse la volpe. “Tu fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, ed io sarò per te unica al mondo”[1].

Non esiste il bambino aldilà del suo ambiente, sosteneva D.Winnicott nel definire la diade madre-bambino. In che modo questo assunto può influenzare il confine di contatto che è lo spazio nel quale terapeuticamente lavoriamo? Come tener conto, nel momento in cui si costruisce l’intervento clinico, di questo sistema complesso e delle peculiarità specifiche ed esclusive che lo caratterizzano? Partiremo da alcune proposizioni, indispensabili per la strutturazione del percorso di terapia con un  minore, e cercheremo da una parte di comprendere in che modo queste asserzioni contribuiscono a creare la complessità del campo di intervento e dall’altra quale tipologia di setting attivare nella pratica terapeutica, per far fronte a questa molteplicità di variabili. Un primo elemento che caratterizza la presa in carico di un minore è la non arbitrarietà della sua scelta di seguire un percorso psicoterapico. Il sintomo che manifesta attraverso dei comportamenti anomali (iperattività, difficoltà di attenzione, irruenza, eccessiva chiusura) è la prova della sua sofferenza; la rabbia, la preoccupazione, il distacco emotivo sono i sentimenti che invadono il mondo in cui lui è immerso.

Ciò che si osserva nel momento in cui il bambino diventa portatore del sintomo, è che l’intero campo entra in crisi e vengono a costituirsi delle polarità: da una parte c’è il bambino, che esprime il suo bisogno, la sua intenzionalità, dall’altra parte ci sono i genitori e gli insegnanti, che spesso cercano individualmente di modificare i comportamenti ritenuti non adeguati. Succede molto spesso, per esempio, che un bambino agitato provochi all’interno della sua classe situazioni di disagio che creano tensione. L’inquietudine è percepita dai suoi compagni che cominceranno a evitarlo o a temerlo, dalle insegnanti che svilupperanno lentamente nei suoi confronti insopportazione e intolleranza, dai genitori degli altri bambini che, nel tentativo di proteggere i rispettivi figli, amplieranno lo stato di allerta e controllo già presente nella situazione e dai suoi genitori sui quali graverà tutto questo insieme. La situazione è complicata dal fatto che adulti e bambini maneggiano linguaggi differenti. Un adulto si sente inquieto e chiama quella sensazione ansia; un bambino invece può diventare iperattivo, spaventato, chiuso, ma spesso non riconosce o nomina le emozioni che sottendono molti dei suoi comportamenti. Il bambino utilizza un linguaggio ludico, simbolico, analogico mentre l’adulto utilizza prevalentemente un linguaggio digitale, verbale, razionale.

Quando un bambino agitato, come quello descritto nell’esempio, arriva alla consultazione clinica, ciò di cui è maggiormente consapevole è l’effetto che il suo malessere provoca sull’ambiente. In altri termini è edotto del fatto che “si sta comportando male e rischia di venire bocciato o sanzionato a causa dei suoi comportamenti”, non ha certo coscienza del fatto che la sua agitazione è causata da una qualche motivazione e il luogo dello psicologo è lo spazio adatto per la comprensione delle cause della sua sofferenza. La relazione che si costruisce tra un adulto e un bambino, inoltre, è asimmetrica ed è costituita dal carattere dell’intenzionalità. L’intenzionalità si traduce per l’adulto nell’avviare un processo di comprensione di desideri, bisogni e attese del bambino. La relazione è complementare ed educativa quando i diversi livelli di asimmetria evolvono annullando l’asimmetria stessa e portando la coppia in un sistema paritario in cui tutti e due hanno una pari dignità e in cui il bambino influenza l’ambiente e co-crea le situazioni lasciando però la responsabilità di un cambiamento maggiormente nelle mani dell’adulto.

La relazione tra bambini invece non è mediata da questo processo; il bambino si trova di fronte a un individuo con gli stessi bisogni, con le stesse modalità di reazione e, più o meno, con lo stesso bagaglio di esperienze e di strategie di adattamento, le competenze relazionali quindi che acquisisce nell’interazione con i pari possono essere differenti rispetto a quelle che apprende nel rapporto con l’adulto. Il bambino, inoltre, non è né autonomo, né indipendente nella scelta del suo ambiente – la famiglia, gli insegnanti, la scuola -: ciò che lo attraversa e lo rappresenta gli è imposto. E’ un essere in costruzione che sta scoprendo come vivere in questo mondo facendo esperienza nei diversi spazi che abita. Secondo l’antropopoiesi, un concetto preso a prestito dall’antropologia, a differenza degli altri animali, l’uomo alla nascita è un essere incompleto. La sua dimensioneumana si completa soltanto con l’acquisizione della sua componente culturale[2]L’ambiente in cui il bambino è immerso quindi lo determina e lo costruisce permettendogli di formarsi come uomo o come donna.

Un altro elemento importante per meglio comprendere la policromia dell’universo relazionale di un bambino è rappresentato dal fatto che è calato continuamente in sistemi gruppali formati da adulti e bambini che non appartengono al suo sistema famigliare, ma che determinano fortemente la sua costruzione come individuo. Al di fuori del suo ambiente c’è la sua nascita come “individuo sociale”, nel confronto con l’altro diverso da sé, scopre un modo nuovo di presentarsi al mondo che spesso risulta diverso da quello creato all’interno delle mura domestiche, tra gli anfratti intimi e sicuri dei ruoli conosciuti. Il quadro sino ad ora descritto attiene a uno spazio di lavoro in cui variabili diverse co-creano la complessità del campo.

Come muoversi terapeuticamente in questa molteplicità di fattori? In che modo costruire percorsi clinici che tengano conto di tutte queste componenti senza perdere di vista i bisogni di tutti gli attori coinvolti? Una possibile risposta è la costruzione di setting condivisi, ovvero spazi di lavoro che operano intorno al bambino piuttosto che solo con il bambino attraverso modalità e strumenti differenti che si integrano all’interno di un unico percorso in cui vengono implicati il minore, i genitori e le diverse figure professionali che ruotano intorno al nucleo. Primo elemento fondamentale di questo tipo di modello è che il lavoro clinico con il minore non può declinarsi solo ed esclusivamente nella presa in carico individuale nella quale un unico terapeuta lavora con il singolo bambino. Nella costruzione di setting condivisi si prevede una presa in carico complessa in cui più esperti, anche con specificità diverse, guardano e co-costruiscono insieme alla famiglia il percorso psicoterapico utilizzando strumenti e metodologie specifiche a seconda delle diverse situazioni. Ecco allora che il trattamento può includere la terapia di gruppo in cui si ricostruiscono le dinamiche relazionali che i bambini vivono nella loro quotidianità all’interno del sistema famigliare, scolastico e nei gruppi informali che frequentano.

Il bambino quindi, dopo un percorso individuale con il terapeuta viene inserito all’interno di un gruppo dove si misura con coetanei in cui può, attraverso il confronto con gli altri rafforzarsi, farsi più sicuro e fiducioso in sé stesso, migliorare la sua immagine di sé e diventare nel tempo in grado, attraverso l’identificazione con ciò che è diverso da sé, di relazionarsi in un modo più costruttivo. Come sottolineato in precedenza, il gruppo, come entità, entra a far parte delle vite dei minori dopo che gli impulsi sociali innati arrivano a fondersi in una Gestalt più vasta che va oltre la famiglia. In tal senso, il gruppo entra nella psiche dei bambini per servire come forza socialmente terapeutica. Il gruppo, quindi, può diventare l’agente terapeutico in quella che viene denominata terapia attraverso il gruppo[3]Il lavoro di gruppo è porre attenzione alle dinamiche individuali e alle dinamiche di gruppo contemporaneamente. Il gruppo influenza l’individuo e l’individuo viene influenzato dal gruppo, in modo simultaneo. Entrambi (il gruppo e l’individuo) possono essere l’una figura dove l’altra diventa sfondo, senza poter esistere in modo dissociato l’una dall’altra.

Questo tipo di terapia è co-condotta da due terapeuti che escono dall’ottica duale – paziente/terapeuta – e incontrano la complessità moltiplicando gli sguardi di osservazione del campo. I due terapeuti si alternano nella conduzione della seduta intervallando momenti in cui chi porta avanti in prima linea il lavoro è sostenuto dal co-conduttore che rimane sullo sfondo e presta attenzione alle dinamiche in gioco in quel momento; questi a sua volta può emergere e riprendere le redini del lavoro partendo da ciò che ha osservato e permettendo al primo di andare sullo sfondo. Questo duplice incastro, che vede l’alternarsi di due persone diverse, favorisce la costruzione continua di una posizione figura e una posizione sfondo che intrecciandosi creano la trama dell’incontro.

Un altro elemento fondamentale all’interno del setting condiviso è il coinvolgimento dei genitori nel percorso psicoterapico del loro figlio. La coppia genitoriale di ciascun bambino preso in carico attraverso una modalità gruppale, viene inserita a sua volta all’interno di un gruppo rivolto ai genitori di modo che, attraverso questo strumento, possa essere sostenuta ad esplorare le modalità che mette in atto per co-creare determinate modalità disfunzionali del bambino; la responsabilità del cambiamento non viene così depositata nel solo terapeuta o nel solo bambino ma diventa equamente distribuita tra tutti le parti presenti.

Questo paradigma che vede la costruzione di ambienti di lavoro condivisi e co-costruiti può ulteriormente modificarsi e diventare più flessibile (questo soprattutto con i bambini più grandi o con gli adolescenti) qualora si decidano di utilizzare spazi outdoor rispetto all’ambiente classico dello studio. Le escursioni, hanno un significato che va al di là del divertimento e del diversivo. […] Esse offrono uno strumento per allargare gli orizzonti di esperienza dei bambini. […] Molti sono spaventati dall’idea di viaggiare al di là della sfera famigliare, e perciò, l’avventurarsi fuori, sotto lo schermo protettivo del terapeuta e del gruppo, ha l’effetto di rinfrancarli, finché acquisiscano un senso di sicurezza anche in ambienti sconosciuti e nel compiere esperienze inedite. L’esperienza di viaggiare, percorrendo considerevoli distanze da casa e dalla famigliare sala del trattamento, usando vari mezzi di trasporto, accresce la sicurezza e la fiducia di sé di molti bambini. […] Le uscite offrono varie opportunità di raggiungere un senso di padronanza e realizzazione.[4]

Prendendo a prestito dal lavoro di psicologia di strada il concetto di “setting a geometria variabile”, si immerge il gruppo in un ambiente in cui le variabili in gioco si moltiplicano e la possibilità per ciascun bambino di praticare nuove esperienze e sperimentare nuovi apprendimenti aumentano.

Il nuovo spazio operativo è “all’aperto” e la nuova cornice di lavoro è costituita da panchine, marciapiedi o tavolini del bar. Nel caos della vita al di fuori delle mura, tra la gente, in uno spazio “ pubblico” si costruisce la relazione, si creano i contatti, si dà ascolto e sostegno”. Il lavoro è quindi inserito in un contesto sovrastimolato all’interno di un setting che chiamiamo “setting a geometria variabile”. [5]

Al di fuori dello studio, il gruppo prende nuova forma per adeguarsi al contesto in cui si muove, allo stesso modo ciascun bambino, individualmente può esprimere modalità relazionali sino a quel momento estranee ai terapeuti o al gruppo stesso.

Usciamo per la prima volta con il gruppo di ragazzi di quinta elementare e prima media. Sono tutti eccitati per l’evento. Si muovono in modo caotico, urlano, qualcuno dice qualche parolaccia. Sono difficili da condurre, non guardano quando attraversano la strada. M. invece è stranamente contenuto e adeguato. In studio è quello più difficile da coinvolgere perché è spesso agitato e sconnesso con l’attività che si sta facendo. In questa dimensione invece – la strada – sembra assolutamente a suo agio e comodo.

La costruzione di setting condivisi deve tener conto in ultimo degli adulti che si rivolgono al minore nel loro ruolo educativo (insegnanti, logopedisti, psicomotricisti, neuropsichiatri, educatori…). Sviluppare un pensiero integrato e comune rispetto al bambino mettendo insieme strumenti e approcci diversi, consente di cogliere più aspetti, di uscire da un’ottica autocentrata e individualista, di chiusura autorefenziale, per avere un confronto sempre vivo con altri professionisti e per poter incontrare la complessità del campo con la nostra complessità.

Il nostro modello d’intervento pone al centro del lavoro l’incontro, lo scambio e il confronto tra le persone con un ritorno alla consapevolezza e alla responsabilità di ognuno rispetto alla propria esistenza. All’interno dei gruppi, cui negli anni abbiamo preso parte, sono nati il nostro modo di fare terapia e la nostra appartenenza alla comunità gestaltica della SGT ci ha trasmesso l’importanza della partecipazione e del dialogo come strumenti per dare nuovi significati al nostro tessuto sociale. Ecco quindi l’importanza per noi di declinare ai più piccoli la nostra esperienza, affinché possano crescere liberi di scegliere con trasporto ed eccitazione la loro vita, sviluppando la capacità di stare in ascolto dei propri bisogni e di quelli degli altri.

Essere davvero “al servizio dell’interesse del bambino” implica a nostro parere la capacità di elaborare metodi di cura che siano in grado di aiutare i nostri pazienti in un percorso di sviluppo multidimensionale, di costruzione e ricostruzione dei legami.[6]

[1] Antoine de Saint-Exupéry, Il iccolo principe, Mondadori, 2015

[2] F. Remotti, Contro lidentitàLaterza, Roma, 2007

[3] Samuel R. Slavson, M. Schiffer, Psicoterapie di gruppo per bambini, Boringhieri, Torino, 1979

[4] Samuel R. Slavson, M. Schiffer, Psicoterapie di gruppo per bambini, Boringhieri, Torino, 1979

[5] C. Favero, M. Prato, L. Bertodatto, A. Sapia, Il lavoro di strada nei non luoghi: pratica dei territori simbolici, problematiche del contesto e fattori di campo http://www.psicopoint.com/wp-content/uploads/2014/10/Interventocomo2004.pdf

[6] Miguel Benasayag, Gerard Schmit, Lepoca delle passioni tristi, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2011

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