L’autrice porta in evidenza l’importanza del corpo e della sensorialita per la crescita dei bambini. Lo stesso vale per gli adolescenti e gli adulti, se non hanno ne hanno fatto esperienza piena nel loro sviluppo. Ci ricorda che per ognuno, al di là dell’età, c’è sempre la possibilità di recuperare questa pienezza e che atraverso l’esplorazione del gioco e dell’arte è più facile, perchè possiamo fare esperienza del piacere di lasciare un nostro segno, una nostra traccia nel mondo. L’uso di dinamiche giocose o artistiche favorisce sia i bambini, sia i più grandi a lasciarsi andare ed esplorare propri ed altrui confini, costruendo per gradi un buon affidamento alla vita, per continuare ad evolvere. In appendice, una bella storia di come lo sguardo incoraggiante di un adulto possa sciogliere i blocchi di un bambino, generando un nuovo bambino, poi adulto incoraggiante, moltiplicando l’effetto verso un mondo più creativo e libero.
I sensi e la corporeità, nel bambino piccolo, sono il primo veicolo per far esperienza di se stesso nell’ambiente, modalità con la quale dà man mano senso al suo mondo.
Il gioco, l’esplorazione e gli apprendimenti a vari livelli che avvengono tramite la sensorialità e il corpo, arricchiscono il senso di sé del bambino che cresce, potenziano a tutto tondo le sue peculiarità e caratteristiche originali. Queste preziose differenze possono così emergere con tutta la loro forza, maturata nel bambino dall’essere stato visto per come è, perché accettato nei suoi codici profondi del corpo, favorendo ulteriormente la crescita.
Carenze di esperienze sensoriali, contatto fisico ed emozionale di base (1), possono essere recuperate in contesti scolastici, ludici o terapeutici, che usino approcci di sensibilizzazione e valorizzazione del corpo, del piacere di creare, esplorare, contattare le proprie parti profonde inespresse, nella sicurezza di un gruppo accettante, in quanto orientato all’accoglienza delle diversità e dotato di strumenti per integrarle. In questo modo si facilita la ripresa di un dialogo nel qui e ora, offrendo sempre nuove possibilità di contatto.
Il senso di rimettere in moto questi aspetti è quello di offrire una mediazione importante nella relazione con il bambino, alternativa alla modalità più verbale e astratte dell’adulto professionista, del genitore o altro adulto che sia. Attraverso il gioco e la percezione corporea nel presente, parliamo invece il linguaggio stesso del bambino, siamo più integrati e connessi con lui nella situazione, in un processo d’interazione e contatto più naturale, riducendo l’effetto sfavorevole di una condizione altrimenti più fredda e distaccata. Per situazione intendo il campo, nell’accezione portata da Robine, concezione sulla quale come SGT ci stiamo da qualche tempo sperimentando e interrogando (2) (3).
Un altro elemento importante da considerare, è il gruppo. Nel gruppo, tramite il gioco e la creatività, incontriamo maggiormente il bambino nel suo habitat naturale, che è solitamente gruppale e dove si manifestano maggiormente i suoi punti di critici, come a scuola, in famiglia, nel gruppo dei pari, che sono aspetti meno visibili e che a volte non emergono affatto nella relazione a due, in situazioni di setting individuali e strutturati più artificialmente.
Avere a disposizione più materiali e tecniche ludico espressive, permette al bambino di stare e creare in diversi contesti, trovando di volta in volta interessanti misure di sé. Lo spazio fisico e relazionale, a geometria variabile, arricchito di stimoli differenti, consente al bambino di costruire ambientazioni, oggetti, opere, con le quali interagire, rafforzare e manifestare se stesso, i suoi tempi e bisogni del momento, in relazione alla situazione.
Sperimentare, in situazioni sufficientemente sicure e stimolanti al contempo, dinamiche di gioco e creatività, attiva nel bambino competenze complesse, nutrienti e rafforzative del sé. Per questo ritengo importante creare situazioni in cui fare esperienze positive, di ripristino del contatto con il piacere di sperimentare ed esprimersi, spesso interrotto a causa di ambienti poco sicuri, giudicanti e nei quali il bambino può aver vissuto un senso d’impoverimento dei propri potenziali espressivi, di solitudine, esclusione, inadeguatezza, blocco.
In particolare, in situazioni dove la competizione non è sufficientemente regolata dagli adulti e non ci sono strumenti per valorizzare le diversità, si producono spinte all’omologazione al modello dominante presenti nella situazione stessa, come nei fenomeni di bullismo. In queste situazioni, al di là di vantaggi apparenti, tutti soffrono, perché irrigiditi in uno schema fisso, dal quale è impossibile uscire, come se fosse un incantesimo maligno, che attende la sua soluzione creativa del momento per potersi dissolvere.
L’irrigidimento in schemi fissi è sintomo di un disequilibrio più profondo, a volte nell’ambiente circola la negazione della fiducia nelle proprie sensazioni e nei propri bisogni da parte dei bambini, che interrompono così il contatto con il proprio sentire, retroflettendo o proiettando le proprie parti inaccettabili nell’ambiente.
Questa interruzione s’impara dagli adulti di riferimento, che la vivono a loro volta, veicolandola ai bambini. Trasmettiamo infatti sempre e solo ciò che siamo. Un mondo infantile immerso in uno sfondo adulto che non ha fiducia nella propria autoregolazione interna, non può a sua volta acquisirla.
L’uso del gioco e dell’espressività consente di fare esperienze che riattivano il sentire, ripartendo proprio dal corpo. Un intervento di questo tipo ha molto più senso ed efficacia se coinvolge tutto il contesto, in un lavoro di rete con la famiglia, la scuola e i servizi, ma in ogni caso, anche non fosse possibile, installa risorse importanti nel bambino, utili al momento del bisogno.
Una premessa fondamentale per uscire dagli irrigidimenti e dai blocchi, è che il bambino riceva e si dia il permesso di manifestare la propria difficoltà in un clima di rispetto, ottenendo sostegno e vicinanza. A questo punto gli sarà più facile entrare in contatto con le sue risorse e uscire dalla difficoltà e dall’isolamento, sperimentando per gradi la possibilità di lasciarsi andare nella fiducia (4).
La stessa cosa vale se declinata ad adulti, genitori o insegnanti, disponibili a uscire dalla rigidità di schemi poco vitali, da gabbie dorate, ribellioni piene di rabbia verso proiezioni di proprie parti negli altri.
Il senso di ritrovare i sensi, di potersi aprire alla difficoltà, ma anche alla meraviglia dell’incontro e del contatto con i propri potenziali, darsi il permesso di incontrare il negativo e le paure relative, mentre nuove possibilità iniziano ad emergere.
Superato il disagio iniziale e la paura del giudizio, si possono incontrare aspetti della propria sensibilità e creatività personale molte volte ignorati, perché considerati poco importanti, negativi, o confusi con debolezze e limiti. La sensibilità, come qualità dei sensi, implica sentimenti, ed emozioni, connessi a quanto succede a noi e agli altri. Ma non sempre i bambini sono accompagnati a riconoscerne la valenza e a saper dare nomi e valore a quanto si muove in loro. Si instaura allora un meccanismo di rinuncia ad esprimersi, sia nei contenuti sia nella forma. Come racconta la bellissima storia Il punto (5) https://www.youtube.com/watch?v=GC0Xx-n1voc.
Spesso proiettiamo all’esterno anche il positivo, delegandolo a chi consideriamo capace, con talento, escludendoci dal gioco.
Il senso di ritrovare corpo e sensi a ogni età, sta proprio nell’invertire questo meccanismo, aiutare a cambiare il punto di vista e smettere di escludere parti di sé, per trovare un nuovo senso generativo, produttivo e felice (6), per il piacere di fare tante e più possibili esperienze, vitali e arricchenti, sostenuti dall’ambiente di vita.
Note
(1) Peter Pan: il bambino non baciato, in Giovanni Salonia (ed.), La vera storia di Peter Pan. Un bacio salva la vita, Cittadella Editrice – 1° Edizione Dicembre 2016, pagg. 22-23
(2) Quaderni di Gestalt, (2015) Fascicolo 2, Il campo e la situazione, il self e l’atto sociale. Intervista a Jean Marie Robine a cura di di Margherita Spagnuolo Lobb, Gianni Francesetti, Pietro Andrea Cavaleri (2015).
(3) Figure emergenti, (2015), Numero 1: Aggressività &Sessualità, La psicoterapia come situazione, Jean Marie Robine.
(4) G. SALONIA, «La Gestalt Therapy e il lavoro sul corpo. Per una rilettura del fitness», in S. VERO, Il corpo disabitato. Semiologia, feomenologia e psicopatologia del fitness, Franco Angeli, Milano 2008, 51-71.
(5) Il punto, di Peter H. Reynolds, trad M. Barigazzi, Ediz. Illustrata
(6) etimologicamente, la parola felice nasce da feo, radice di fertile, produttivo.
Bibliografia
- Il gioco che guarisce. La psicoterapia della Gestalt con bambini e adolescenti, Violet Oaklander (EPC) 2009
- Il metodo della globalità dei linguaggi, S. Guerra Lisi (Ed. Borla) 1987
- Il punto, di Peter H. Reynolds, trad M. Barigazzi, Ediz. Illustrata
Appendice
Testo tratto da http://enricaena.blogspot.com/2014/11/il-punto-di-peter-h-reynolds.html
Non so come sia stato, ma oggi mi è tornato in mente un breve racconto che ho incontrato anni fa e che mi aveva subito catturato. L’ho cercato dappertutto, e poi finalmente eccolo spuntare tra i file con i quali amavo aprire i corsi di formazione.
Chissà se ci leggerete ciò che ho visto io. Lo sappiamo tutti che “buona parte del paesaggio sta nello sguardo”.
Per me dice una cosa importante: solo accogliendo insegniamo ad accogliere.
Prendetelo come un regalo di fine giornata e, se volete, come un promemoria per quelle che verranno.
Il punto
La lezione di disegno è terminata, ma Vashti resta incollata alla sedia.
Il foglio sul banco è più pulito che mai!
La sua insegnante osserva il foglio bianco.
“Ah, un orso polare in una tempesta di neve” dice.
“Molto divertente!” esclama Vashti.
“É che proprio non so disegnare!”.
L’insegnante sorride.
“Fai un punto, un semplice punto e poi guarda dove ti conduce”.
Vashti afferra un pennarello e lo scaglia sul foglio.
“Ecco!”
La maestra prende la pagina e la esamina con attenzione.
“Uhmmmmm…”
Poi porge il foglio a Vashti e dice pacatamente:
“Adesso firmalo”.
La bambina resta pensierosa per un istante.
“Bè, forse non so disegnare, ma almeno so fare la mia firma”.
La settimana successiva, quando Vashti entra nell’aula di disegno, resta sorpresa nel vedere un certo quadro appeso dietro la cattedra.
É il piccolo punto che aveva disegnato lei: il SUO PUNTO! Inserito in una splendida cornice dorata!
“Uhm!” medita Vashti “Posso senz’altro disegnare un punto più bello di questo!”
Apre quindi la sua scatola di acquerelli nuova e si mette al lavoro.
La bambina dipinge a lungo.
Un punto giallo, uno verde, uno rosso e uno blu.
Il blu si mischia al rosso, e così Vashti scopre come disegnare un punto viola.
Continua a fare prove, disegnando tanti piccoli punti di vari colori.
“Se so fare dei punti piccoli, significa che posso farne anche di grandi”.
Con un pennello più grosso distribuisce i colori su un foglio grande, in modo da disegnare dei punti più grossi.
Riesce persino a creare un punto dipingendoci intorno.
Alcune settimane più tardi, alla mostra di disegno a scuola, i quadri di Vashti hanno un grande successo.
A un tratto la piccola nota un bambino che la osserva.
“Sei davvero una grande artista”, le dice. “Anch’io vorrei saper disegnare”.
“Scommetto che ne sei capace”, risponde Vashti.
“Io? No, io no. Non so neanche tirare una riga dritta con il righello”.
Vashti sorride e porge al bambino un foglio di carta.
“Fammi vedere”.
E mentre lui traccia la riga, la matita gli trema in mano.
Vashti da un’occhiata a quel ghirigoro.
Poi dice…
“Adesso… firmalo”.
Dedicato al Signor Matison, il mio insegnante di matematica di scuola media che mi ha incoraggiato a “lasciare la mia impronta” (Peter H. Reynolds)









