728 x 90

L’eredità di Perls

L’eredità di Perls

In questo articolo l’autore riflette su alcuni temi centrali della Psicoterapia della Gestalt a partire dal video di Perls e Gloria, collocandoli nello sfondo sociale attuale e all’interno di un movimento  di trasformazione della Psicoterapia della Gestalt. Attraverso esempi clinici l’autore destruttura criticamente alcuni concetti quali intenzionalità, frustrazione, contatto, aggressività e accoglienza confrontandosi con le diverse condizioni sociale e cultuali presenti e con ciò che fa parte delle nostre radici di gestaltisti e che può ancora essere attuale.

Una delle riflessioni che ha preso spazio nel gruppo di teoria della Scuola Gestalt di Torino e con cui sto avviando confronti e collegamenti anche con figure esterne alla Gestalt, riguarda l’eredità di Perls. Qual è il punto: andare oltre? Superarla? Trasformarla in relazione ai cambiamenti socio-culturali occorsi negli ultimi 40 anni? O piuttosto riconoscerla in tutto il suo valore e saperla masticare? Cioè poterne prendere le distanze per guardare i limiti della storia della Gestalt, ciò che negli anni non siamo riusciti a fare (ad esempio integrarci nella rete dei servizi pubblici, avviare confronti nelle università e con le associazioni di volontariato). Per poter fare questo, per poter conservare e rilanciare l’eredità di Perls occorre da un lato identificare quegli assunti –  che ancora guidano la nostra pratica –  e dall’altro lato poter prendere le distanze dai nostri “padri”, per vedere le nuove sfide e cosa può diventare la Gestalt nel contesto sociale-culturale attuale.

“Ti guardo mentre dormi. (…) Ti guardo ancora e ancora e ancora. Ti conosco bene, in ogni dettaglio”

Alain Delon

(Alain Delon e Romy Schneider si incontrano sul set de L’amante pura nel 1958. Rosemarie Magdalena Albach (il vero nome della Schneider) è già un’attrice straordinariamente famosa, grazie alla trilogia di Sissi, la serie che narra la vita di Elisabetta d’Austria, moglie di Francesco Giuseppe. Delon all’epoca è ancora una scommessa dell’agente che, qualche anno prima, lo ha scoperto mentre faceva il cameriere. La differenza tra i due non è solo di fama, anche di cachet: lui scritturato per 300mila franchi, lei per molti milioni, tanto per far capire che, nella coppia, la star è decisamente lei. E infatti, quando atterra all’aeroporto di Orly, lui la aspetta con un mazzo di rose in mano: così si accoglievano all’epoca le dive sul set. Per un mese si ignorano. Poi, si innamorano. In comune, la voglia di ribellarsi: lui a un’infanzia non esattamente felice, lei a una madre padrona, attrice fallita che nei successi di Romy sogna il riscatto personale e mal sopporta la relazione della figlia già diva con un esordiente)

Consapevoli del processo di trasformazione in atto nella nostra scuola e, più in generale, nel panorama nazionale e internazionale della Gestalt (per non parlare dei cambiamenti velocissimi in tutti gli altri settori della società, religioni e cultura), abbiamo deciso di ripartire dalle radici, cioè dal riflettere criticamente su alcuni concetti di base della Gestalt. Questa esigenza si inserisce in un movimento più ampio che riguarda le principali scuole italiane di Gestalt che, nel prossimo Convegno di aprile della Fisig, si confronteranno a partire da un vocabolario di termini base della Psicologia della Gestalt (PdG).

La riflessione critica delle nostre radici e della nostra eredità di gestaltisti, così come la ricerca di collegamenti che sostengano il continuo e dinamico sviluppo della nostra identità, è lo sfondo in cui si colloca il riprendere in mano il video della seduta di Perls e Gloria, che risale a più di 40 anni fa, in cui adesso ci addentreremo.

Nell’intervista che precede il video di Gloria, Perls afferma che il nostro lavoro è di frustrare qualsiasi tentativo del paziente di sottrarsi al qui e ora della relazione terapeutica per andare o nel passato o nel futuro. Questa affermazione rappresenta per me una delle colonne portanti della terapia della Gestalt e adesso cercherò di spiegarne il motivo.

Partiamo dalla frustrazione.

Questo termine, così come quello di aggressività, patisce dell’atteggiamento metafisico che impregna la nostra cultura e che porta inevitabilmente nel campo della morale, dividendo il mondo in bene e male e facendoci così perdere l’esperienza che tutto ciò che esiste, sviluppandosi nel corso del tempo, ha una funzione.

Frustrare vuol dire “rendere inutili gli sforzi fatti per raggiungere un risultato”.  Nella parola “inutili” c’è il cuore dell’atteggiamento frustrante. Noi frustriamo un paziente ogni volta che rendiamo inutile una sua azione mirante a rendere il mondo come vuole lui. Il che non vuol dire necessariamente bello, spesso una persona sofferente agisce inconsapevolmente per rendere il mondo un posto orribile.

Bello o brutto, trasformare il mondo ci riporta all’intenzionalità della persona e all’importanza per il terapeuta di saper riconoscere tra intenzionalità originaria e succedanea [1]. Su questo stesso registro troviamo anche la parola accoglienza che spesso viene vista come polare rispetto alla frustrazione, mentre, nel nostro lavoro, ne è necessariamente complementare.

Jean Paul Belmondo (storico rivale francese di Alain Delon) e Claudia Cardinale nel film di Bolognini (1961): la storia di un amore disperato e bellissimo fra un uomo fragile e sensibile che disprezza il mondo in cui vive ed un’altrettanto disperata donna che fa la prostituta: La viaccia (presentato in concorso al 14° Festival di Cannes

Riprendo ancora una volta l’esempio riportato nell’ultimo numero della rivista [2], quello dei due terapeuti che davanti al comportamento “sessuale” di una stessa paziente hanno risposto uno coinvolgendosi sessualmente  e l’altro invece dandole affetto e riconoscimento privo di sessualità. Il primo ha frustrato l’intenzionalità di contatto originaria della paziente e ha accolto quella succedanea, il secondo ha frustrato quella succedanea ed accolto quella originaria, tutto qui.

Il concetto di intenzionalità è per me fondamentale anche per comprendere l’affermazione di Perls di “frustrare qualsiasi tentativo del paziente di sottrarsi al qui e ora della relazione terapeutica per andare o nel passato o nel futuro”.

L’intenzionalità è un termine fenomenologico per cui è alla fenomenologia che dobbiamo rifarci se vogliamo utilizzarlo. Per la fenomenologia di Husserl (2002), l’intenzionalità appartiene alla coscienza interna, “cioè a quel piano originario in cui si costituisce ogni vissuto come tale”. Essendo la coscienza sempre una “coscienza di” esprime un tendere verso, appunto un intendere un oggetto che viene in questo modo intenzionato, in quanto la coscienza Husserliana non è un mero essere presente passivamente agli oggetti del mondo, ma è una coscienza creatrice: “il flusso di coscienza è  un flusso di genesi costante” (pp.56-68), quindi non solo una “coscienza di”, ma anche e contemporaneamente una “coscienza per”.  Da questo punto di vista per Husserl ci sono tante diverse intenzionalità, probabilmente tante quanti sono gli oggetti intenzionati, intendendo come oggetti anche le emozioni, i sentimenti, cioè tutto ciò che diventa “oggetto” d’esperienza della coscienza.

Per quello che ho capito io l’intenzionalità comincia a generarsi al livello dell’es, quando sviluppiamo un vago ed immediato tendere verso qualcosa di non ancora definito, ma a cui cominciamo ad attribuire un senso immanente. Ricordo l’esperienza di un mio amico che una volta in un bosco ha visto sbucare un grosso cinghiale che gli correva contro. Lui è esploso in un fortissimo urlo nei confronti del cinghiale che si è girato ed è fuggito. Dopo lui era disorientato e spaventato e non sapeva spiegarsi la sua reazione e la potenza del suo urlo. Lì tutto è avvenuto al livello dell’es con poco o niente funzione io e funzione personalità (non aveva mai incontrato un cinghiale prima). Credo che in questo caso ci sia stato quello di cui parla Husserl quando sostiene che “ogni vissuto intenzionale ha una tendenza a sostenersi da sé, a scaturire da se stesso favorendo la sua esperienza del mondo”.

Simile ragionamento si può fare per un’intenzionalità espressa dalla funzione personalità e/o dalla funzione io. Solo quando si arriva ad un’intenzionalità del sé, probabilmente si può parlare di intenzionalità di contatto, visto che per noi gestaltisti il sé è l’esperienza del confine di contatto in azione, quindi, probabilmente, il sé esprime sempre un’intenzionalità di contatto. Però ci vado cauto con un’affermazione del genere perché ritengo che comunque sia una forzatura del concetto Husserliano di intenzionalità e necessiti ancora di riflessione.

Quando la paziente di cui sopra sta cercando di coinvolgere il primo terapeuta in una relazione sessuale sta cercando di riproporre il passato. Non è in contatto con la situazione attuale e con le possibilità che oggi ha, come donna adulta, di ottenere affetto senza necessariamente dare in cambio sesso. Quindi il secondo terapeuta ha fatto esattamente quello che dice Perls, ha frustrato il tentativo della paziente di andare nel passato.

Questo però è chiaro solo in termini di intenzionalità. Se noi ci concentriamo solo sulle azioni e non ne cogliamo l’intenzionalità banalizziamo il concetto di “qui e ora” della Gestalt, perdendo l’essenza dell’esserci nel momento presente.

Un paziente può essere nel passato, come nell’esempio sopra citato, mentre sta agendo delle azioni qui con noi, mentre al contrario può essere nel qui e ora, mentre ci sta raccontando un episodio importante del suo passato.

Tornando alla seduta tra Gloria e Perls che stiamo analizzando io parto dal presupposto che Perls avesse colto e stesse empatizzando con l’intenzionalità originaria di Gloria e che questa, per lui, fosse il bisogno di essere riconosciuta come donna adulta in grado di avere un incontro eccitante con un uomo adulto, con cui poter confliggere, essere in disaccordo, affermare se stessa e i propri punti di vista ed abbia quindi scelto di accogliere questa intenzionalità, frustrando invece l’intenzionalità succedanea di dover essere una bambina bisognosa che ha bisogno di un uomo grande e potente in grado di salvarla e proteggerla e che poi le “consenta” di esprimere i propri bisogni. Mi baso, per dire questo, sia sul presupposto detto prima, ma anche sull’eccitazione mostrata da Gloria nello scontro, sulla sua aggressività anche distruttiva nei confronti di Perls, sull’epoca in cui questo incontro avviene, cioè gli anni ’60, gli inizi del movimento femminista, in cui le donne cominciavano a ribellarsi all’introietto culturale che le voleva delle eterne bambine bisognose di essere protette dagli uomini.

Se invece noi pensiamo che Perls non fosse in contatto con Gloria, ma magari invece col fatto di dover dimostrare alle telecamere cos’era la Gestalt, allora tutto cambia e si aprono tutti gli scenari che possiamo immaginare. Se non c’è stato contatto allora l’intervento è stato inefficace. Per me non è possibile fare una valutazione in tal senso attraverso quel video e non trovo neanche utile utilizzarlo per fare una valutazione del lavoro di Perls, attraverso la lente di ciò che oggi è diventata la terapia della Gestalt. Giustamente e fortunatamente il nostro modo di praticare la Gestalt è diverso da quello di Perls. Sono passati più di 50 anni e sarebbe grave se la Gestalt nel frattempo non fosse evoluta e cambiata. Io considererei un errore affermare che oggi la Gestalt è morta perché non lavoriamo più come lavorava Perls che ne è stato il fondatore. Così come considererei un errore dire che in quella che praticava Perls non c’è niente della Gestalt di oggi. Io vedo molto del nostro lavoro nella seduta di Gloria, declinato in accordo al tempo e al luogo in cui è avvenuta, così come vedo delle mancanze, come un esserci nel lavoro del terapeuta con le proprie emozioni ed il proprio vissuto che è stato uno sviluppo successivo della Terapia della Gestalt, ma di cui Perls ha iniziato a tracciare il cammino con la sua arroganza, la sua immediatezza, la sua provocazione, col suo essere se stesso nel lavoro, che era assolutamente rivoluzionario per l’epoca.

Torniano alla frustrazione e all’accoglienza: come ho già detto, per me sono complementari, quando frustriamo un’intenzionalità è perché ne stiamo accogliendo un’altra. Frustrare tutto quello che un paziente faccia, così come accogliere qualsiasi cosa egli faccia, denuncia una situazione di confluenza che impedisce di differenziare le intenzionalità presenti.

Il punto quindi non è essere più frustranti o più accoglienti, in un processo di contatto noi possiamo solo essere frustranti quando serve e accoglienti quando serve, qualsiasi troppo o poco segnala un’interruzione di contatto. La discussione semmai può riguardare come essere frustranti e come essere accoglienti.

Nel video di Gloria possiamo assistere ad un modo di essere frustrante di Perls molto basato sull’aggressività dentale che da qualche anno Perls aveva introdotto nella pratica terapeutica ottenendo risultati ritenuti “magici” da molti (gli interventi di Perls, insieme anche a quelli di Erikson e Satir, sono stati studiati dai fondatori della programmazione neurolinguistica e dal cui studio hanno tratto il libro “La struttura della Magia”).

In quel periodo storico gli “sfondi” da cui le persone prendevano sostegno erano molto rigidi e strutturati e molte delle terapie sviluppatesi in quegli anni avevano questa caratteristica di aggressività che Perls, però, è stato l’unico a teorizzare in termini relazionali. Oggi le società sono cambiate, sono diventate “liquide” e gli sfondi, come fa notare Margherita Spagnuolo Lobb, sono molto più fragili. Credo ci sia sempre bisogno di aggressività: non più solo di aggressività dentale, bensì di aggressività sessuale, cioè di una forma di aggressività che mantenga le proprie caratteristiche di confronto e anche distruttività, ma sempre sostenuta da uno sfondo di amore, cura e  piacere.




BIBLIOGRAFIA

  • Bauman Z. (2002). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza.
  • Beebe B., Lachmann F.M. (2003). Infant Research e trattamento degli adulti. Un modello sistemico diadico delle interazioni. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2003.
  • Calais-Germain B. (2005). Anatomie pour le mouvement. Méolans Revel: Editions Desiris.
  • Francesetti G., Gecele M., Roubal J., a cura di (2014). La psicoterapia della Gestalt nella pratica clinica. Dalla psicopatologia all’estetica del contatto. Milano: FrancoAngeli.
  • Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. In: Opere. Vol. IV. Torino: Bollati Boringhieri, 1970.
  • Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. In: Opere. Vol. VII. Torino: Bollati Boringhieri, 1989.
  • Heidegger M. (1927). Essere e Tempo. Milano: Mondadori, 2011.
  • Husserl E. (2002). Introduzione generale alla fenomenologia pura. Con introduzione di Elio Franzini. Torino: Einaudi.
  • Jaspers K. (1913). Psicopatologia Generale. Roma: Il Pensiero Scientifico, 1968.
  • Kaplan H.S. (1976). Le nuove terapie sessuali. Milano: Bompiani.
    Kimura B. (2013). Tra. Per una fenomenologia dell’incontro. Trapani: Il Pozzo di Giacobbe.
  • Lorenz K. (1969). L’aggressività. Milano: Il Saggiatore.
  • Lowen A. (1965). Love and Orgasm. New York: Macmillan.
  • Parlett M. (1991). “Reflections on Field Theory”, British Gestalt Journal, 1: 69-81.
  • Perls F. (1995). L’io, la fame, l’aggressività. Milano: FrancoAngeli (ed. or.: Ego, Hunger and Aggression. A Revision of Freud’s Theory and Method. London: G. Allen & Unwin, 1942; New York: Vintage Books 1947).
  • Perls F., Hefferline R., Goodman P. (1997; ed. or. 1951). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento nella personalità umana. Roma: Astrolabio (ed. francese: Gestalt Therapie. Technique d’Epanouissement Personnel. Bordeaux: L’Exprimerie, 2001).
  • Reich W. (1963). La rivoluzione sessuale. Milano: Feltrinelli.
  • Reich W. (1975). La funzione dell’orgasmo. Milano: SugarCo.
  • Robine J.-M. (2006). Il rivelarsi del sé nel contatto. Milano: Franco Angeli.
  • Rolf I. (1996). Il Rolfing e la realtà fisica. Roma: Astrolabio.
  • Salonia G. (2001). Tempo e relazione. L’intenzionalità relazionale come orizzonte ermeneutico della psicoterapia della Gestalt. In: Spagnuolo Lobb M., a cura di, Psicoterapia della Gestalt. Ermeneutica e clinica. Milano: FrancoAngeli.
  • Souchard P.E. (1980). Le diaphragme, essai: Anatomie, bio-mécanique, bio-énergétique, pathologie, approche thérapeutique. Paris: Maloine.
    Spagnuolo Lobb M., a cura di (2001). Psicoterapia della Gestalt. Ermeneutica e clinica. Milano: FrancoAngeli.
  • Spagnuolo Lobb M. (2011). Il now-for-next in psicoterapia. La psicoterapia della Gestalt raccontata nella società postmoderna. Milano: Franco Angeli.

NOTE

[1] Con intenzionalità succedanea intendo un’intenzionalità che ha “sapore” simile a quella originaria e che sviluppiamo quando abbiamo fatto esperienza che perseguire ciò di cui abbiamo veramente bisogno nel nostro ambiente, così come lo abbiamo compreso è troppo pericoloso e doloroso

[2] Si veda la Newsletter da cui è nata questa rivista, Figure Emergenti, Novembre 2013.

Ti potrebbe interessare anche...