716 ore seduta su una sedia.
I capelli raccolti in una treccia appoggiata sulla spalla sinistra, un abito rosso a metà tra i paramenti sacri di un idolo pagano e il sogno proibito di una Moira Orfei tragica, la pelle bianchissima, Marina Abramovic, artista icona della performance art, ha dato vita al suo lavoro più celebre e più discusso: ha esplorato l’incontro con l’Altro.
La gente non capisce che la cosa più difficile è
fare qualcosa di molto vicino al nulla
(Marina Abramovic)
“The Artist is present” (Museum of Modern Art, New York, 2010), è stato replicato in Italia nella primavera del 2012 al PAC, Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, con il titolo “The Abramovic Method”. In entrambe queste performances, ci si interroga su una questione che, come terapeuti Gestalt, ci riguarda molto da vicino: esiste un modello artistico di lavoro per incontrare noi stessi e, quindi, l’altro.
Tutti abbiamo fatto, almeno una volta, l’esperienza trasformativa di un incontro con l’Arte: che sia attraverso un brano di Bach, una pagina di Proust, o qualsiasi opera riconosciuta universalmente come capolavoro, oppure, più modestamente, una canzone di Jovanotti, l’Arte ci raggiunge in un certo momento della nostra vita a dare senso e consapevolezza al nostro movimento, in modo talmente potente da rimodulare la nostra capacità di stare nel mondo, potenziando i nostri sensi.
La Vita ci viene allora incontro con chiarezza folgorante e ci rivela aspetti di sé e di noi che altrimenti non avremmo colto.
Marina Abramovic è una artista serba di 67 anni la cui produzione, effettuata in oltre 40 anni di attività, è sconfinata. In tutto questo tempo le performances realizzate hanno creato grande scompiglio e grande interesse per la crudità del gesto e a volte per l’estrema fisicità sempre tesa ad esplorare il limite del contatto con il corpo e la mente. L’opera di Marina è culminata, recentemente, con la nascita del MAI, (Marina Abramovic Institute) che vuole essere una piattaforma interdisciplinare per artisti e scienziati e nel quale cerca di divulgare e promuovere, attraverso le tecniche acquisite lungo tutta la sua attività di performer, quelli che ne sono i valori fondanti : rallentare, fermarsi, stare nelle cose perché «la salvezza sta nella semplicità» (intervista su Repubblica, 14 giugno 2014).
Guardo quindi alla produzione di Marina Abramovic non con gli occhi di un critico d’arte, per cui non ho assolutamente la competenza, ma chiedendomi piuttosto se questa artista può aprire nuovi squarci di consapevolezza , se può accompagnare il percorso di chi, come terapeuta Gestalt, cerca di stare con i sensi aperti al confine di contatto. Lungi da me l’idea quindi di parlare di un’attività artistica così complessa ed ampia, ma, piuttosto, è mio desiderio prendere spunto da queste sue ultime performances per alcune riflessioni che mi sembrano utili all’essere ed operare in Gestalt.
Partiamo dalla radice, dall’opera originaria, “The artist is present”: l’artista è presente a se stessa, condizione imprescindibile al contatto; è presente nel mondo, ma e’ anche dono (give a present: donare).
A New York, per tre mesi, dal 9 marzo al 31 maggio 2010, ogni giorno per 7 o 10 ore, seduta nell’auditorium Mullem del MOMA , tra il movimento continuo delle persone che transitavano per andare in caffetteria, al cinema, nella prima galleria, nella seconda galleria, al primo piano, al secondo piano ha creato uno spazio vuoto di immobilità e silenzio al centro del tornado.
Al centro di una stanza illuminata solo da un occhio di bue, con davanti un tavolino che ha poi deciso di eliminare, la sua posa è rimasta quasi sempre la stessa: il corpo leggermente piegato in avanti a fissare in silenzio chiunque avesse voluto sedersi sulla sedia vuota di fronte a lei.

Le 750.00 persone che hanno fatto ore, a volte notti, di coda in attesa di poter entrare al MOMA e semplicemente sedersi di fronte alla sua fisicità intensa e il suo sguardo non giudicante, di fronte a qualcuno che fosse lì, autenticamente ed interamente al confine di contatto, ci dicono molto su quanta fame abbiamo, in questa parte di tempo e di mondo in cui ci è capitato di vivere, di un incontro autentico. Mentre si aspettava, il pubblico assisteva con viva partecipazione a quanto stava accadendo, gli occhi puntati al centro della grande stanza: molti stazionavano per ore semplicemente per esserci. In effetti, col tempo, si è creata una vera e propria comunità: la gente tornava per raccogliersi e partecipare di nuovo, per sperimentare ancora l’energia dell’incontro, per imparare a guardare e guardarsi con la stessa intensità assoluta. Penso che le ore di attesa facessero parte della novità della performance , perché il punto era anche di prendersi il tempo per arrivarci e vivere l’intero processo. In una società così sconnessa come la nostra, buttare il tempo a non fare nulla di apparentemente utile è il più grande regalo e, al contempo, la più inquietante sfida che possiamo fare a noi stessi.
Nel film omonimo (Feltrinelli Real Cinema, 2011) che ci permette di partecipare all’ideazione ed alla messa in scena de “The Artist is present”, possiamo assistere ad una commovente sperimentazione di due bambini che, in un angolo della grande sala, replicano ciò che hanno visto fare: sono seduti l’uno di fronte all’altra ed in silenzio, si guardano.
Corpo. Sguardo. Incontro con l’Altro. Esplorare i confini. Sono troppe le assonanze con la Gestalt Therapy per non interrogarci, per non attingere energie e spunti di riflessione dalla provocazione di questa artista.
Non possiamo liquidarlo semplicemente come un fenomeno di “narcisismo di ritorno”, non possiamo semplicemente pensare che tutta quella gente fosse lì alla ricerca del quarto d’ora di celebrità, che, come insegnava Andy Warhol, non si nega più a nessuno. Non credo nemmeno che tutti siano andati pronti e consapevoli: certamente il marketing artistico ha dispiegato tutta la sua strategia per questa imponente retrospettiva che raccoglieva anche il meglio della produzione artistica di Abramovic.
La stessa artista è chiaramente consapevole che non vi è nulla di magico in ciò che è accaduto: la preparazione è fondamentale e si basa tutta sulla disciplina ed il lavoro.
«Per una volta voglio far vedere tutto quello che comporta far arte ed essere un’artista. Quanta corrispondenza, quante e-mail, quanti fax, quante lettere, quanti biglietti d’aereo. È una struttura enorme. Si tratta di lavoro fisico che non ha niente a che fare con la creatività».
Credo anche che una curiosità un po’sadica abbia mosso molti “Ce la farà? Sverrà per la fatica” e credo anche che questa parte di godimento da voyeur del suo pubblico adorante sia sempre stato chiaro per Abramovic che, negli ultimi 40 anni, si è accoltellata, fustigata, ha giocato con il fuoco,ha digiunato per giorni, ha assunto psicofarmaci pesanti: il tutto in pubblico.

«Cos’è una buona opera d’arte? E’ qualcosa che possiede quell’energia che ti mette in sintonia con quanto sta accadendo alle tue spalle … se prendi tutto quello che fai come una questione di vita o di morte, e sei presente al cento per cento, allora le cose accadono davvero. Meno del cento per cento non è arte degna di questo nome. E’ così difficile, ma è l’unico modo» (M. Abramovic, dal catalogo “The Artist is Present”).
Fin dalle sue prime performances, l’artista ha deciso di utilizzare il proprio corpo come materia d’arte: soggetto, oggetto e media.
In Rhythm 0 (Napoli, 1974), uno dei suoi primi lavori, il suo corpo era infatti un oggetto tra i tanti, tra cui una pistola carica, messi a disposizione del pubblico per 6 ore: fu truccata, spogliata e rivestita, accarezzata ed aggredita e poi difesa, qualcuno arrivò a puntarle un coltello alla gola ma lei, seppure in lacrime, rimase passiva. La stessa Abramovic racconta che il giorno dopo, risvegliatasi nella sua stanza d’albergo, scoprì tra i suoi capelli una ciocca grigia.
In effetti, è veramente difficile, perfino per i critici e quindi certamente impossibile per me, definire cosa sia performance art e dove sia il confine tra l’arte e la provocazione teatrale. Posso dire che quello che trovo affascinante è che ogni performance, quando è autentica, è davvero fondata sul presente. Le opere di Abramovic, inquietanti profondissime carnali crude, hanno sempre congelato il tempo in un qui ed ora totalizzante che risucchia completamente il pubblico, motore, causa e oggetto dell’azione. Nella performance art è l’evento stesso ad essere arte nel momento stesso in cui c’è qualcuno che fa qualcosa ed un altro che partecipa osservando. In termini gestaltici potremmo parlare quindi di campo co-creato tra l’artista e lo spettatore, di un processo e non di un sistema chiuso, che include necessariamente l’Altro senza il quale l’opera sarebbe inesistente.
La verità nella rappresentazione
L’artista non dovrebbe mentire
né a se stesso, né agli altri
(M. Abramovic “Manifesto dell’Artista”)
L’altro aspetto che differenzia la performance art dalla rappresentazione teatrale è l’aspetto di verità. Abramovic ha costantemente rivendicato che tutto ciò che accade nella performance è reale ,«il sangue è sangue e non ketchup» , generando, quindi, quella tautologia per cui la performance art è vera perché è vera. Se il sangue è vero, se il dolore, la fame l’immobilità ed il silenzio sono veri, che categorie critiche possiamo usare? Che ci resta da fare se non annuire e constatare per l’ennesima volta la vulnerabilità umana? L’arte alla fine non è che questo, non è altro che la rivelazione della natura umana. E’ questa l’essenza della verità che ci accomuna. E’ questo che ci compete come terapeuti nel nostro percorso di accompagnamento della sofferenza umana: saper stare nell’essenza della nostra fragilità consapevoli che è quanto condividiamo tutti e che proprio questa esperienza intima di fragilità ci consente l’incontro con l’Altro.
L’artista dovrebbe sviluppare un punto di vista erotico sul mondo.
L’artista dovrebbe essere erotico.
L’artista dovrebbe essere erotico.
L’artista dovrebbe essere erotico.
(M. Abramovic “Manifesto dell’Artista”)
“Lei usa il corpo umano” Arthur Danto, critico d’arte (dal film “The Artist is Present”,Feltrinelli Real Cinema, 2011″per fare dichiarazioni che a volte possono essere violente, a volte provocatorie. Sfida il pubblico in maniera diretta e coraggiosa. Di qualsiasi cosa si tratti, non si può appenderlo ad una parete». Se l’artista dovrebbe sviluppare uno sguardo erotico sul mondo, questo ci riguarda molto: il desiderio d’amore che si incarna non può prescindere dallo sguardo.
«Gliocchi» dice Marina «sono una porta dell’anima: volevo provare a guardare negli occhi uno sconosciuto fino a quando era possibile e dare amore incondizionato e stare a vedere cosa sarebbe successo» (F.Baiardi, 2011 Dr Abramovic). Si configura subito una dualità dialettica (M.Merleau-Ponty,2003): siamo contemporaneamente osservati ed osservatori dell’altro e di noi stessi, questa dualità, necessaria al compiersi dell’azione, e quindi dinamica, mi fa pensare alla importanza del fluire armonico tra le polarità così pregnante nella ermeneutica in Gestalt. Il corpo non può essere paragonato all’oggetto fisico, ma piuttosto all’opera d’arte.
«La spazialità del corpo è il dispiegarsi del suo essere del corpo, il modo in cui esso si realizza come corpo» (M. Merleau-Ponty, 1945 p. 213 op.cit.). Così come in un quadro o in un brano musicale, l’idea non può comunicarsi se non attraverso il dispiegarsi dei colori e dei suoni. In questo senso il nostro corpo in movimento nel mondo è opera d’arte: esso è un nodo di significanti viventi e non la legge di un dato numero di termini covarianti.
L’esperienza percettiva
L’esperienza dello sguardo specie quando è reciproco e quindi io sono contemporaneamente osservatore ed osservato, e, nel medesimo tempo, osservo ciò che avviene all’interno del mio corpo si configura come una gestalt globale ed armonica: attraverso l’esperienza implicita del vissuto unitario del nostro corpo (funzione Es) noi ontologicamente viviamo anche l’unità dell’oggetto come un insieme di corrispondenze vissute che contribuiscono a determinare il senso dell’oggetto stesso.
Io mi immergo nello spessore del mondo grazie all’esperienza percettiva (M. Merleau-Ponty, 1945): noi abbiamo l’esperienza di un mondo, non nel senso di un sistema di relazioni che determinano interamente un evento, ma nel senso di una totalità aperta la cui sintesi è interminabile. La cosa e il mondo mi sono dati con le parti del mio corpo, non in virtù di una “geometria naturale”, ma in una connessione vivente paragonabile o piuttosto identica a quella intercorrente fra le parti del mio corpo stesso. La percezione esterna e la percezione del corpo proprio variano insieme perché sono le due facce di un medesimo atto e l’“aspetto percettivo” e l’“aspetto motorio” del comportamento sono in comunicazione. Abbiamo l’esperienza di un Io, non nel senso di un sistema di relazioni che determinano interamente ogni evento, ma continuamente cangiante, indivisibilmente disfatto e rifatto dal fluire del tempo. L’unità del soggetto o quella dell’oggetto non è un’unità reale, ma un’unità presuntiva all’orizzonte dell’esperienza, ed è necessario ritrovare, al di qua dell’idea del soggetto e dell’idea dell’oggetto, il fatto della mia soggettività e l’oggetto allo stato nascente, il sostrato primordiale dal quale nascono sia le idee che le cose. E’ grazie a questo corpo che si vive, nella presenza, nel Da-sein che si muove costantemente tra i due poli dell’avere -un- corpo e dell’essere -un- corpo immersi nella processualità dialettica che non conosce sintesi se non provvisorie (Richir,1989).
Il corpo

Il corpo, dunque, come veicolo di conoscenza, come intermediario tra l’Io e il mondo. Essere al mondo significa innanzitutto essere un corpo nel mondo, ma anche essere nel corpo come universo di conoscenza : un corpo vivente, narrante, intelligente, che non ha bisogno di essere detto o di essere dato, perché si dice e si dà da sé, perché è esso stesso il mezzo ed il fine del nostro essere al mondo, di cui rappresenta il segreto ed il disvelamento. In psicoterapia della Gestalt si supera anche la dicotomia natura- cultura: il corpo non è più il campo di battaglia tra istinti e civiltà (Freud,1929), ma diventa «luogo di integrazione tra impulsi individuali e vivere sociale» (Spagnuolo Lobb,2013). Il corpo è nel mondo, non solo inteso come mondo naturale, ma anche e forse soprattutto come mondo sociale; non come oggetto o somma di oggetti, ma come campo permanente o dimensione d’esistenza: io posso sì distogliermene, ma non cessare di essere situato in rapporto ad esso. Come la nostra relazione con il mondo, la nostra relazione con il sociale è più profonda di ogni percezione espressa o di ogni giudizio.
La relazione
L’artista non deve trasformare sé stesso in un idolo.
(M. Abramovic “Manifesto dell’Artista”)
E’ troppo consolidata nel ground della Gestalt Therapy la frequentazione del campo dell’arte, da cui da sempre traiamo linfa ed ispirazione, per non restare affascinati da quanto avviene tra i corpi negli incontri che sono emersi in “ The Artist is Present”. Il campo che si genera dà luogo a momenti di intensa emozione: l’artista ed il suo pubblico fanno dono di sé, in un dialogo silenzioso e commovente che non lascia mai indifferenti, il tempo si dilata in un eterno presente, senza riconoscersi donatori o donatari: un dono (present) che in quanto evento di un contatto estraneo a qualsiasi legame di coscienza, non si esplicita verbalmente ma si manifesta in modo altro attraverso i flussi che lo costituiscono.

Per molti, questa esperienza diventa il motore di diverse forme di insight che toccano corde poco abituate a vibrare.

“Uno per la prima volta non si ferma, non chatta, non scappa. E’. Qui ed ora. E questa sensazione di forza infinita che qualcuno solo davanti a te ha provato per la prima volta vale mille ore di psicanalisi spese per gestire l’angoscia del passato irrisolto o la paura del futuro incontrollabile, perché l’unico immenso potere che ho come essere umano sono le infinite scelte che posso compiere. Ora. Qui.” (Diego, dal blog di Radio Deejay).
In “The Artist is Present” avviene quindi certamente qualcosa di straordinariamente nuovo rispetto a quanto finora avvenuto nell’arte performativa: l’immaterialità dell’azione dell’artista che ha lavorato per sottrazione (cosa non da poco per chi, come Abramovic, si presenta come un soldato ma, pur con profonda autoironia, si atteggia da moderna dea) fino alla scarnificazione, diventando puro sguardo, pura presenza. Nonostante abbia dichiarato nel suo Manifesto «L’artista non deve trasformare se stesso in un idolo» è proprio così che ci appare: una moderna dea, immobile, chiusa in un carismatico silenzio, senza memoria e senza desiderio. Ciò che avviene dipende esclusivamente da chi si siede di fronte a lei.
Marina ti osserva, obbligandoti ad osservarti. Il suo è uno sguardo neutro, riflettente. Un vuoto che crea un vortice in cui chi è seduto di fronte a lei può proiettare le sue emozioni, il suo dolore, ciò che, forse, è indicibile.
Siamo molto vicini alla lezione della psicoanalisi, però, forse, lontani dal lavoro terapeutico in Gestalt.
Pensiamo alla celebre definizione di Lacan (Seminario VII) per cui la funzione dell’arte è quella di organizzare IL VUOTO INTORNO ALLA COSA e invita a non applicare la psicoanalisi all’arte quanto piuttosto a pensare all’arte come ad un insegnamento per la psicoanalisi. L’arte come « pratica simbolica finalizzata a trattare l’eccesso ingovernabile del reale » ci indica il vuoto e fa sì che noi possiamo avvicinarci ad esso attraverso il simbolo, permettendoci così di accedere ad una consapevolezza più ampia della nostra interiorità. Quella di Lacan è una visione intrapsichica, solitaria, della esperienza dell’incontro con l’Arte. La funzione dell’Artista, in questo caso, non può che essere quella di uno specchio riflettente ed è quello che mi sembra accadere in “The artist is present”.
La presenza di Abramovic è una sorta di motore immobile: il suo lavoro personale è a monte, potremmo dire dietro le quinte, in tutta la preparazione necessaria a diventare uno « spazio carismatico », affrontando con determinazione e forza il proprio dolore, il rischio del fallimento e la propria storia.
“Il dolore è come mantenere un segreto” dice la Abramovic “quando varchi la soglia del dolore entri in un altro stato mentale. C’è un senso di bellezza ed amore incondizionato, la sensazione che non ci siano più confini tra il tuo corpo e l’ambiente. Si prova un incredibile senso di chiarezza e di armonia con se stessi. In quella dimensione diventi presenza assoluta, l’emozione entra nel campo e tutti la sentono. E’ inevitabile. Senti che il pubblico comincia a capire: ben presto divento lo specchio di loro stessi”
Stare nelle cose
Il dolore porta trasformazione.
L’artista dovrebbe guardare in profondità dentro se stesso per trovare l’ispirazione
(M. Abramovic “Manifesto dell’Artista”)
Margherita Spagnuolo Lobb sottolinea il ruolo del corpo come risultato della memoria dei contatti precedenti ed in quanto tale depositario di una sua peculiare saggezza: noi terapeuti Gestalt non imponiamo una direzione all’espressività del corpo né tantomeno ne interpretiamo la bontà in funzione di un presupposto obiettivo terapeutico, ma cerchiamo di sostenere l’accadere della consapevolezza, stando “con ciò che funziona e si evolve” (Spagnuolo Lobb, 2013). Possiamo vedere allora come la persona integra ciò che percepisce al confine di contatto con l’ambiente e quindi sempre in una relazione che non vede il terapeuta come interprete o regista, ma parte integrante del campo relazionale. L’essere-con del terapeuta Gestalt è quindi difficile: occorre liberarsi del proprio senso di onnipotenza, avere un ground teorico solido e una chiara visione dell’obiettivo terapeutico che deve però restare sullo sfondo e non permettere che questo ci offuschi la visione ed i sensi di ciò che accade nel qui-e-ora del contatto, avere una fiducia forte nel divenire del campo, dove tutto ciò che accade ha un senso, senza pregiudizi. Non è semplice. Ma soprattutto siamo consapevoli che nulla può avvenire di veramente trasformativo nella relazione con chi abbiamo di fronte se non mettiamo in gioco noi stessi,la nostra storia, il nostro dolore. Siamo molto lontani da essere un’icona, uno specchio riflettente: sappiamo che metterci al riparo dal rischio dell’incontro in qualche modo preclude la possibilità di un contatto vero da cui possa scaturire in modo spontaneo l’energia necessaria a generare un atto trasformativo. In tutti i tre mesi in cui è andato in onda “The artist is present” troviamo un solo prezioso momento in cui possiamo dire che questo sia avvenuto e non a caso è stato l’unico in cui la performance ha ceduto il passo alla vita: l’incontro tra Ulay, l’amore tormentato di sempre, e Marina Abramovic. La sorpresa di incrociare lo sguardo con chi da 23 anni lei non aveva più voluto incontrare, tanta era la sofferenza provocatale dalla loro relazione affettiva e di lavoro, diventa causa di un capovolgimento totale del setting: per una sola volta l’icona si sgretola, il viso impassibile si scioglie in lacrime e le mani si allungano sul tavolino per incontrare quelle di Ulay.

Sembra che sorridendo finalmente si perdonino reciprocamente, accettando che non poteva andare altrimenti che così, e liberino definitivamente le loro spalle, e loro vite, da tante amarezze e dai tanti rancori che aveva comportato una dolorosa separazione. L’uscire fuori dai rigidi schemi di una performance che implicava l’ immobilità, la neutralità dell’artista, per lasciar scaturire tutta la bellezza della sua fragilità e dolcezza di donna, l’importanza di onorare l’incontro con chi, pur ferendola, aveva avuto così tanta parte nel suo percorso, mi sembra in realtà il punto più alto di “The artist is present”, quando paradossalmente, in verità l’artista sparisce e resta la persona. Certamente è il momento in cui il suo sguardo diventa caldo, personale e non più riflettente, di conseguenza e con naturale fluidità, l’immobilità del corpo svanisce per lasciare posto al movimento delle mani di Marina, che, allungate sul tavolino, vanno a incontrare e stringere quelle di Ulay.
Questa Gestalt armonica di sguardo ,corpo ed intenzionalità,ben lontana dalla rigidità iconica è anche, a mio avviso, quella più vicina al nostro agire terapeutico
Conclusioni
Resta preziosa la lezione di questa artista sulla necessità di lavorare con disciplina con noi stessi, di mantenere una conoscenza profonda del nostro corpo e del nostro respiro: credo sia fondamentale per chi, come noi, si predispone ad incontrare l’Altro. Marina Abramovic parla di “spazio carismatico” che rende possibile e significativo l’incontro. Questo, a parer mio, non a nulla a che vedere con le emozioni, molto invece con il lavoro. Devi affrontare la tua paura e conquistare te stesso e le tue debolezze.
“Qualunque sia il tuo lavoro, la cosa più importante è lo stato d’animo con cui agisci”
Ringraziamenti
Un ringraziamento sentito al Dottt. Giuseppe Sampognaro, terapeuta e didatta Gestalt che ha dedicato tempo, ed affetto, alla revisione di questo articolo.
Bibliografia
- Baiardi F., Dr Abramovic 2012 Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore
- Francesetti G., Il dolore e la bellezza: dalla psicopatologia all’estetica del contatto atti del III Convegno SIPG (Società Italiana Psicoterapia Gestalt), Palermo, 2014 Milano: Franco Angeli
- Freud S (1929), Il disagio della civiltà, (trad.it. 1985 Torino: Bollati Boringhieri)
- Lacan J., Seminario VII – L’etica della psicoanalisi (1959-1960) Cur. Di Ciaccia A. 2008: Einaudi
- Merleau-Ponty M. (1945) Phénoménologie de la perception , Paris: Librairie Gallimard Trad. It. Fenomenologia della percezione, (2003) Milano:Bompiani
- Perls F., Hefferline R. Goodman P. (1951) Teoria e pratica della terapia della Gestalt (seconda edizione) ed.it (1997), Roma: Ubaldini Edizioni.
- Spagnuolo Lobb M. (2007), L’incontro terapeutico come co-creazione improvvisata in Spagnuolo Lobb M. e Amendt-Lyon N., a cura di, Il permesso di creare. L’arte della psicoterapia della Gestalt. Franco Angeli, Milano
- Spagnuolo Lobb M. (2011) Il now-for-next in psicoterapia. La psicoterapia della Gestalt raccontata nella società post-moderna. Milano: Franco Angeli.
- Spagnuolo Lobb M. (2013) Il corpo come veicolo del nostro essere nel mondo, in Quaderni di Gestalt vol. XXVI,2013-1. Milano: Franco Angeli
Filmografia
- The artist is present, 2012 di Matthew Akers. con Mraina Abramovic, USA, Ga & A Production, ed. it. 2013, Feltrinelli, Real Cinema
Sitografia
- Abramovic M. Manifesto dell’Artista: htpp://mikilantu.wordpress.com/ 2013/01/30/manifesto-artista-abramovich












