Come diversi gestaltisti descrivono nei loro libri o articoli, la terapia della Gestalt viene influenzata ed incarna nel suo procedere alcuni concetti filosofici della fenomenologia e dell’esistenzialismo: correnti filosofiche legate tra loro e in pieno fermento culturale negli anni della formazione di Perls. A tal proposito mi piace ricordare cosa scrive in merito Ginger: “Perls si divertiva ad affettare un certo disprezzo per la filosofia, alimentando così la sua immagine provocatoria di uomo incolto, ma è bene precisare che egli, in realtà, aveva letto la maggior parte di questi autori nella loro lingua originale”.
Della fenomenologia la terapia della Gestalt accoglie sostanzialmente il metodo ovvero il procedere, e nei numeri successivi della rubrica verrà approfondito il tema. In questa occasione invece porterò l’attenzione ad un autore decisivo per quanto concerne l’esistenzialismo: Karl Jaspers. La mia intenzione può apparire ambiziosa, poiché quando si tratta di filosofia il terreno si fa vasto, inevitabilmente alcune questioni verranno trascurate anche se molto importanti: inoltre Jaspers, come mi diceva il mio maestro, è considerato un mostro sacro del ‘900, il che significava andarci piano e soprattutto studiarlo per anni prima di parlarne. Oggi invece credo che sia importante scrivere di questo autore e parlarne, senza avere la pretesa di averlo compreso appieno, ma far circolare alcune questioni centrali delle sue riflessioni e connetterle con la terapia della Gestalt.
Karl Jaspers (1883 – 1969),
è considerato il padre della psichiatria fenomenologica ed esistenzialista.
Fin da una prima lettura dei volumi di Jaspers è evidente come al centro di ogni riflessione ci sia l’uomo nella sua totalità, anche quando il discorso è orientato alla malattia mentale.
Dopo gli studi in medicina e la specializzazione in psichiatria, poco più che trentenne, scrive un volume di portata notevole Psicopatologia generale (1913), in cui – sviluppando il metodo fenomenologico di E. Husserl – presentava la psicopatologia come una parte della psicologia. A distanza di qualche anno dalla pubblicazione di Psicologia delle visioni del mondo (1919), Jaspers verrà consacrato alla filosofia e ritenuto il precursore dell’esistenzialismo tedesco.
Nel panorama storico – sociale dei primi del Novecento Jaspers compie un’operazione culturale a dir poco rivoluzionaria, ossia di portare il soggetto nel discorso della psicopatologia, l’uomo, ma non l’uomo in generale, il soggetto con la sua biografia che non è omologabile ad altre e che va considerato come un tutto, superando così la lacerazione tra anima e corpo che ha ridotto ogni espressione psicologica ad affezione celebrale:
Il corpo e l’anima formano, fino in ogni singolo processo, una unità indissolubile. Essi stanno in un rapporto reciproco, che appare più evidente nella psicopatologia che nella psicologia normale. (…) Nonostante questo rapporto fra lo studio delle funzioni corporee sino alle più elevate della corteccia celebrale, e lo studio della vita psichica, nonostante l’innegabile intima unione fra lo psichico ed il somatico, non bisogna dimenticare che le due serie di indagini non si incontrano mai in modo che si possa parlare di un’attribuzione di determinati processi psichici a determinati processi somatici o di un parallelismo di fenomeni psichici e somatici. ? come se un continente sconosciuto sia esplorato da due parti senza che gli esploratori si incontrino mai, perché fra loro rimane sempre un largo tratto di territorio impenetrabile (Jaspers K. In Psicopatologia Generale).
Jaspers lavora come assistente presso l’ospedale psichiatrico di Heidelberg e si pone ben presto con atteggiamento critico verso la psichiatria del suo tempo. Una psichiatria erede del positivismo interpretava la follia come degenerazione del cervello, dunque molto vicina, se non addirittura dipendente, dalla neurologia, orientata a rintracciare le cause organiche della sofferenza psichica. Ma anche una psichiatria che si adoperava alla contenzione dei pazienti al fine di stabilire o mantenere l’ordine pubblico, in quanto il malato era considerato un deviante. Da quel clima culturale emergeva una visione imperante circa la separazione tra sano e malato, una rappresentazione non solo della follia, ma di ogni sofferenza esistenziale che viene ancora ai giorni nostri interpretata come malattia.
Il nostro Autore è considerato il fondatore della psicopatologia come disciplina psicologica, in quanto critica la classificazione sistematica dei sintomi secondo il modello “sintomo – disturbo – deviazione” di una funzione. Considera invece il sintomo come un segno che indica un diverso modo di elaborare l’esperienza: ne consegue che l’anomalia psichica non è una disfunzione, ma rappresenta un certo modo di essere al mondo e di progettare un mondo, credo che possiamo considerarlo quello che in Gestalt chiamiamo adattamento creativo.
È sul piano del senso che Jaspers vuole comprendere la follia. La follia vuole dire qualche cosa. Porre la domanda circa il senso del sintomo del paziente, circa il significato della sua esperienza di sofferenza, significa non considerarlo come un oggetto della ricerca, ma come soggetto e:
Se lo statuto dell’uomo non è lo statuto della cosa, se il suo ‘comportamento’ non è un ‘movimento’ analogo a quello delle cose naturali, la medicina che accostasse l’uomo con le metodiche positive delle scienze dalla natura spiegherebbe dei fatti ma non comprenderebbe dei significati, l’uomo resterebbe fuori dalla sua portata, perché un fatto, spogliato del suo significato, è per definizione in-umano. (Galimberti U. introduzione a K. Jaspers, Il medico nell’età della tecnica).
La vita psichica è un processo, un accadere temporale. Ne consegue che:
L’oggetto della psicopatologia è l’accadere psichico reale e cosciente. Noi vogliamo sapere che cosa provano gli esseri umani nelle loro esperienze e come le vivono, vogliamo conoscere le dimensioni delle realtà, vogliamo conoscere le dimensioni delle realtà psichiche. Vogliamo esaminare non solo la esperienza vissuta (Erleben) dell’uomo ma anche le condizioni e le cause dalle quali essa dipende, quali relazioni ha ed i modi con cui si manifesta obiettivamente. (Jaspers K. in Psicopatologia Generale).
L’atteggiamento psicologico nei confronti del paziente è di tipo comprensivo, e non esplicativo, al fine di rendere presenti ed evidenti di per sé stati d’animo che i malati sperimentano, senza interpretarli, ma solamente descrivendoli e ciò è possibile solo attraverso una visione intuitiva del fenomeno. Significa vedere il fenomeno dal punto di vista del paziente, non del medico o dell’operatore, in quel rapporto di “comunicazione comprensiva” che permette di comprenderne il senso; come scrive Galimberti:
Il fatto non è in grado di esprimere da sé il suo significato. Significare è indicare qualcosa che trascende il fatto, e si scopre non analizzando le modalità con cui il fatto accade, ma il senso a cui il fatto rinvia. (…) fatti fisiologici, considerati in se stessi, ci sono, ma non significano nulla. Il corpo che li registra è puro organismo, è cosa, non intenzionalità dispiegata in un mondo.
Finché la medicina considera il corpo nel suo isolamento, come corpo organico (Körper) e non come corpo vivente in un mondo (Leib), finché si limita a raccogliere i fatti, invece di interrogare i fenomeni, cioè i vissuti soggettivi per quel tanto che sono significanti e non per quel tanto che sono fatti puri, finché non trascende i disturbi dell’organismo per trovarne il senso, che non è qualcosa che si aggiunge dall’esterno, ma ciò in cui l’esistenza si esprime, la medicina non potrà che collegare una serie di dati ‘insignificanti’, (…) perché il metodo esige che ci si attenga esclusivamente ai fatti. (…) Rifiutare di risolvere l’ordine dei significati nell’ordine dei fatti significa rifiutare di identificare la corporeità che l’esistenza vive con l’organismo che la scienza descrive (Galimberti U. introduzione a K. Jaspers Il medico nell’età della tecnica).
Se il soggetto non può essere compreso solo come corpo organico, allo stesso modo la sua esistenza non è leggibile con le sole categorie psichiche, perché il soggetto è corpo vivente.
Considerare, come dice Jaspers, “il tutto dell’uomo nella situazione reale” significa superare il dualismo tra la realtà psichica e quella fisica e, dunque, abbandonare anche le spiegazioni che interpretano la malattia in termini di trasferimenti o conversioni di conflitti psichici agli organi fisici, come fanno la psicosomatica e la psicoanalisi. Questo significa considerare il vissuto concreto del soggetto in continuo rapporto con il mondo, ciò che in Gestalt consideriamo organismo/ambiente: la persona può essere compresa solo in termini di relazione intenzionale con il mondo (che è il luogo) e attraverso l’esperienza (che è il corpo), in riferimento al tempo (che può essere la situazione).
Ricapitolando: il sintomo che la persona manifesta dunque viene considerato come simbolo e non come disfunzione, anzi, proprio nella pratica di una seduta quando esploriamo con il cliente a che cosa gli serve per esempio comportarsi in un certo modo, con il tempo può emergere e diventare consapevole che quel comportamento o modo, è stato o è funzionale a quell’ambiente.
E se Jaspers dunque ha introdotto il concetto di soggettività nella psicopatologia, ciò che rimane fondamentale è il lavoro che per esempio nella terapia della Gestalt continuiamo a sostenere affinché la persona sia riconosciuta soggetto e si riconosca soggetto, unità di psiche e soma, in quanto è proprio da questo riconoscimento che la persona può assumersi la responsabilità del proprio processo esistenziale.
Il concetto di responsabilità credo sia l’eredità più preziosa dell’esistenzialismo che, non a caso, Perls ha davvero incarnato; Naranjo in un suo articolo ricorda di aver assistito ad un’accesa discussione tra Perls e Simkin, nella quale Fritz disse: “Sono responsabile di me stesso e solo di me stesso e in questo modo divento un esempio affinché il paziente si responsabilizzi, mentre se si mette in una posizione dipendente e io ci casco, la cosa finisce per non servire a niente”.
Il riconoscimento della propria responsabilità, intesa come costruzione del proprio progetto esistenziale è, strettamente connessa alla propria libertà nel mondo della vita, ciò non significa sostenere un’esperienza utopica, quanto piuttosto la continua esplorazione dei propri limiti in un processo di crescita, capace di riconoscere e stare anche con quei limiti esistenziali e dunque imprescindibili alla vita, quali la finitudine, la responsabilità, la solitudine, l’imperfezione e l’assurdo.
Bibliografia
- Ginger S., La Gestalt, une therapie du contact (1987), trad. it. La Gestalt terapia del con – tatto emotivo, Roma, Edizioni Mediterranee, 1990.
- Jaspers K., Psychologie der Weltanschauungen (1919), trad. it. Psicologia delle visioni del mondo, Roma, Astrolabio, 1950.
- Jaspers K., Allgemeine Psychopathologie (1913), trad. it. Psicopatologia Generale, Roma, Il Pensiero Scientifico Editore, 2012.
- Jaspers K., Strindberg und Van Gogh (1951), trad. it. Genio e follia. Strindberg e Van Gogh, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001.
- Jaspers K., Der Arzt im technischen Zeitalter, (1986) trad. it. Il medico nell’età della tecnica, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1991.
- Naranjo C., La Gestalt come un esistenzialismo dionisiaco, Conferenza Madrid, 8 ottobre 1996.
- Bosco N., Corpi soggetti nei processi di cura. Una supervisione educativa (saggio)inPaideutika, Quaderni di formazione e cultura. N. 19, Torino, Ibis, 2014.
- Perls F., Hefferline R. F., Goodman P., Gestalt Therapy. Excitement and growth in the Human personality, (1951) trad. it. Teoria e Pratica della Gestalt, Roma, Astrolabio, 1997.











