Nel primo libro del 1951 che fondò la terapia della Gestalt, Perls, Hefferline e Goodman discutono in modo approfondito di consapevolezza in quanto elemento centrale della Terapia della Gestalt. Essi fondano una psicopatologia del contatto, esplorando il ciclo di contatto e le sue interruzioni. In seguito Perls, nell’ultimo manoscritto pubblicato post mortem e tradotto in Italia dal nostro Istituto, amplia la psicopatologia e abbozza alcune illuminanti riflessioni in merito alla psicopatologia della consapevolezza, descrivendo la fenomenologia delle sue interruzioni.
In questo contributo vedremo la definizione gestaltica di consapevolezza, che è un aspetto centrale del lavoro gestaltico, forse il più importante, e la relazione tra consapevolezza e contatto, riflettendo su alcune domande quali: è necessaria la consapevolezza per fare contatto? Può esserci contatto senza consapevolezza? La consapevolezza è sempre parte di un processo di contatto?
LE TRE QUALITA’ DELLA CONSAPEVOLEZZA: AWARENESS, CONSCIOUSNESS, DELIBERATENESS
La consapevolezza è una qualità dell’esperienza su cui Perls e Goodman si soffermano nella parte dedicata alla teoria della personalità. È un termine che in italiano è reso da una sola parola, mentre in inglese si differenzia in 3 parole che indicano stati di coscienza diversi: awareness, deliberateness e consciousness.
- La consapevolezza come awareness indica uno stato di apertura dei sensi e la qualità di essere pronto a cogliere ciò che sta accadendo; i sensi sono spontaneamente aperti in quanto rispondono alla situazione che la persona sta vivendo. Possiamo intendere questa consapevolezza come risposta corporea spontanea rispetto a ciò che accade sul confine di contatto tra organismo e ambiente, o “coscienza immediata”, che quindi non comporta un pensiero o ragionamento. Un esempio: all’interno di una seduta il/la paziente blocca il respiro senza accorgersene e il/la professionista lo/la con-fronta su questo movimento spontaneo e immediato, riportando l’inconsapevole alla consapevolezza. Le domande del/della professionista che lavora in termini di awareness sono: “Ti sei accorto che hai bloccato il respiro? Se porti la tua attenzione sul corpo cosa stai notando?”. Non sempre infatti le persone sono consapevoli di ciò che accade nella propria esperienza corporea, ad esempio di avere gli occhi lucidi, di muovere in modo agitato le gambe, di bloccare il respiro, ecc. La capacità di cogliere il fenomeno per come si presenta, senza interpretarlo o giudicarlo, è un allenamento che Perls acquisì grazie all’influenza della fenomenologia, una delle radici della terapia della Gestalt.
- La consapevolezza come consciousness è trattata in relazione all’awareness, con particolare attenzione alla differenza tra coscienza immediata e coscienza riflessiva. Emerge quando l’interazione al confine di contatto diventa complessa, richiedendo una maggiore elaborazione cognitiva. È la parola pensata, mediata dai collegamenti logici, che quindi non ha l’immediatezza della parola spontanea, e che esprime il pensiero dell’es. Si esprime in valutazioni, narrazioni, pensieri. Nell’esempio precedente la consciousness si palesa nel momento in cui il/la paziente diventa “aware” del blocco del suo respiro e, insieme al/alla professionista, inizia ad interrogarsi sull’intenzionalità di questo movimento. Le domande potrebbero essere: “A cosa ti sta servendo bloccare il respiro? Cosa succede se lo blocchi?”. Quando l’interazione con l’ambiente è fluida e semplice bastano le sensazioni e le risposte spontanee (awareness e deliberateness), ma quando l’interazione con l’ambiente diventa più complessa, e l’appagamento dei bisogni meno immediato, allora portare attenzione, pensiero e parola può sostenere il processo organismico. Ci troviamo di fronte ad un rallentamento di awareness e di un aumento di consciousness, che può essere funzionale al ripristino di un’autoregolazione più spontanea oppure a mantenere un’interruzione cronica nel processo di contatto. Un eccesso di consciousness si traduce in un “bla, bla, bla”, che toglie vitalità al/alla paziente e alla relazione.
In altre parole se l’esperienza al confine diventa complessa, ambigua o conflittuale, se ci sono emozioni contrastanti (paura/desiderio), scelte difficili, blocchi relazionali o conflitti interni, allora l’organismo inizia ad elaborare cognitivamente ciò che sta accadendo. A questo punto entra in gioco la “consciousness”: una consapevolezza che non è solo sentita, ma pensata, rielaborata, osservata da fuori. Come è scritto nel PHG, il pensiero è un ritardo dell’azione (1951). - La consapevolezza come deliberateness non è frequentemente nominata nel PHG, ma è un concetto presente nella discussione sull’intenzionalità e responsabilità personale. Indica uno sforzo di attenzione deliberato, non spontaneo, sostenuto dalla volontà e dalle funzioni io. Decido che finire questo scritto è molto importante per me e quindi non andrò neanche in bagno per mantenere la mia attenzione deliberatamente focalizzata, anche se il mio corpo, o quanto meno i miei bisogni fisiologici, orienterebbero una figura diversa. Lavorare su questo piano di consapevolezza significa interrogare la persona su cosa vuole ottenere in quella situazione, sulle scelte. L’attenzione deliberata, ad esempio, è necessaria per i processi dell’apprendimento in qualsiasi campo. Suonare uno strumento, andare in bicicletta, comprendere un testo, ecc. sono attività che richiedono uno sforzo iniziale; solo in un secondo momento inizieremo probabilmente a divertirci, poiché avremo acquisito abitudini e possiamo accogliere aspetti più piacevoli della medesima situazione.
LA PSICOPATOLOGIA DELLA GESTALT
I fondatori della terapia della Gestalt parlano di consapevolezza in termini di “awareness”, cioè come qualità di essere pienamente presenti nel qui e ora rispetto alle proprie emozioni, sensazioni, pensieri e azioni. Non si riferiscono ad un “pensiero pensato”, riflessivo e mediato dai collegamenti logici, ma ad un pensiero afferente ai processi corporei, sensoriali ed emotivi che favorisce l’autoregolazione organismica. Perls afferma che la consapevolezza è il fondamento della salute mentale ed è l’unico obiettivo possibile all’interno di una seduta di Gestalt (1965).
Nella prospettiva psicopatologica della Gestalt, l’obiettivo della terapia non è eliminare i sintomi, ma offrire alla persona il sostegno necessario per riconoscere ciò che sta evitando. In questo modo può diventare consapevole di come restringe il proprio campo percettivo e limita le possibilità di azione.
I sintomi vengono considerati adattamenti creativi: modi con cui l’intenzionalità cerca di esprimersi, tentando di modificare la situazione, adattandosi all’ambiente e, al tempo stesso, adattando l’ambiente a sé. Essi rappresentano una soluzione provvisoria a un problema che genera ansia, soprattutto quando la persona non trova in sé o nell’ambiente le risorse per sostenere la propria intenzionalità. Sono dunque una risposta a una difficoltà ancora confusa, che in terapia va esplorata e chiarita.
Il sintomo si ripete in una condizione di consapevolezza ristretta: riduce la percezione del disagio legato al non sapere come agire in un ambiente ostile o incerto. Come mammiferi, infatti, l’impossibilità di affrontare un problema è vissuta come una minaccia alla sopravvivenza; rimanere a lungo nell’incertezza è difficile, e il sistema nervoso tende a reagire con fughe o forme di desensibilizzazione. Il sintomo, allora, diventa un adattamento automatico e cristallizzato (nevrotico): riduce l’ansia, ma a costo di una sofferenza che spesso supera i benefici.
Proprio perché il sintomo è la soluzione trovata dal/dalla paziente, l’intervento gestaltico non mira a smantellarlo, bensì a sostenere la persona nell’ampliare la propria consapevolezza, così da scoprire nuove possibilità di adattamento creativo. In terapia, il sintomo viene “frustrato” – nel senso che se ne interrompe la ripetizione automatica – ma non viene negata la spinta vitale che esso porta con sé, ovvero ciò che il/la paziente sta cercando e non riesce ad ottenere nell’ambiente. Eliminare il sintomo significherebbe infatti perdere di vista la direzione in cui la persona già si muove, il suo tentativo, seppur incompleto, di risolvere il problema.
La maggior parte dei disturbi psicologici, dunque, nasce da una riduzione, da una fuga o da una manipolazione della consapevolezza. Non soffriamo perché abbiamo problemi, ma perché evitiamo di vedere e sentire ciò che davvero ci accade.
Con questa prospettiva Perls collega la psicopatologia della consapevolezza all’interruzione del ciclo di contatto, identificando nella mancanza di consapevolezza il cuore della sofferenza psicologica.
In una sessione la persona si può rendere conto del cambiamento del suo respiro, o di una tensione alle spalle, ovvero di lievi modificazioni corporee che precedono o attraverso cui essa attua l’interruzione di contatto. Concentrandosi sulla sensazione può emergere un’emozione che segnala qualcosa che sta accadendo sul confine di contatto: la persona mette a fuoco di stare trattenendo un fastidio, magari verso il/la professionista, a quel punto potrà decidere se esprimerlo o meno. Nel momento in cui, sostenuto dalla situazione terapeutica, lo esprime, non avrà più bisogno di irrigidire le spalle e sentirà un piacevole calore diffondersi.
Lavorare terapeuticamente vuol dire rendere consapevole l’inconsapevole e dunque ripristinare l’autoregolazione spontanea. La psicopatologia viene vista come una forma congelata del processo di autoregolazione, che può tornare a fluire attraverso il ritorno alla consapevolezza nel presente.
Laddove il soggetto diventa consapevole del “come” delle proprie interruzioni, cioè di come – piuttosto che perché – nel qui e ora egli produce le proprie difficoltà, allora potrà aiutarsi da sé a risolverle nel presente (PHG, 1951, p. 76)
CONSAPEVOLEZZA E FENOMENOLOGIA
Trent’anni dopo la pubblicazione di “L’io, la fame e l’aggressività’” (1942), dove per la prima volta Perls parlò di consapevolezza, si diffuse la pratica della mindfulness fondata nel 1979 da Jon Kabat-Zinn negli Stati Uniti. Questo tipo di presenza è una qualità della coscienza che possiamo allenare nel momento in cui ci fermiamo, impariamo a bloccare il pensiero associativo, e iniziamo ad accorgerci di ciò che è presente nel qui e ora, cogliendo ciò che accade. Perls invitava i/le pazienti a fare questo allenamento: “Sono consapevole della finestra che ho di fronte, sono consapevole del mio respiro che arriva fino alla pancia, ecc”. Sappiamo che Perls e Goodman furono fortemente influenzati dalla fenomenologia e, infatti, da Husserl in poi, fu centrale il concetto di coscienza intenzionale. Grazie alla pratica della riduzione fenomenologica, mettiamo tra parentesi il mondo naturale, fatto di abitudini percettive e pregiudizi soggettivi e culturali e accediamo ad una consapevolezza radicale (Raggiunti, 1970; Tarditi, 2023).
Della fenomenologia la terapia della Gestalt accoglie sostanzialmente il metodo, ovvero il procedere (Bosco, 2022). Nel porci in un “atteggiamento riflessivo e trascendentale” osserviamo il come dell’esperienza, non il cosa. Per Husserl, infatti, la consapevolezza non è psicologica o introspettiva, ma fenomenologica: si concentra, cioè, sul modo strutturato in cui viviamo ogni esperienza. Un esempio semplice:
Stai ascoltando una canzone.
Abitualmente ci esprimiamo con un giudizio: “Che bella, mi piace il ritornello”.
Con la riduzione, invece, ti fermi e osservi come ti appare la musica. Ad esempio come il suono si dispiega nel tempo. Come lo percepisci in quanto unità, pur essendo fatto di note diverse. Come evoca emozioni o ricordi, ecc.
Questa è consapevolezza fenomenologica: non cosa senti, ma come senti.
Perls, nella famosa seduta con Gloria (1965), stabilisce un’equazione interessante, per cui: consapevolezza = qui e ora = realtà. La consapevolezza dà forma alla realtà che viviamo, a ciò che ci appare, che non è oggettivamente dato, ma soggettivamente costruito.
LA FENOMENOLOGIA DELLA CONSAPEVOLEZZA E DELLE INTERRUZIONI DI CONTATTO
Nella Terapia della Gestalt, le interruzioni di contatto sono modalità attraverso le quali l’individuo evita o distorce il contatto autentico con l’ambiente o con sé stesso. Includono:
1 – Introiezione: Assorbire passivamente valori, norme o atteggiamenti senza una valutazione critica, portando a comportamenti non autentici.
2 – Proiezione: Attribuire agli altri sentimenti, pensieri o impulsi propri, evitando così di riconoscerli come parte di sé.
3 – Retroflessione: Rivolgere verso sé stessi emozioni o impulsi che sarebbero diretti verso l’esterno, spesso causando auto-sabotaggio o auto-aggressione.
4 – Egotismo: Ci si osserva agire senza coinvolgersi pienamente nell’esperienza, il sé si ritira dalla spontaneità del contatto e si pone come spettatore di sé stesso, analizzando e controllando invece di lasciarsi coinvolgere nella relazione.
5 – Deflessione: Evitare il contatto diretto con l’altro attraverso l’uso di umorismo, generalizzazioni o cambi di argomento, impedendo un’interazione autentica.
6 – Confluenza: Fondere i propri confini con quelli dell’altro, perdendo il senso di individualità e rendendo difficile distinguere i propri bisogni da quelli altrui.
Vediamo due esempi concreti in cui il lavoro sulle interruzioni di contatto è collegato al funzionamento della consapevolezza. Nel primo il/la professionista lavora sulla consapevolezza della deflessione, nel secondo sulla confluenza.
Situazione n.1
🔹 Contesto: una giovane donna (Laura, 28 anni) entra in terapia lamentando ansia, blocchi decisionali e difficoltà nelle relazioni. Dice spesso: “Non so cosa voglio”, “Mi sento confusa”, “Gli altri decidono sempre per me”.
La terapeuta non interpreta. Non cerca un “perché” razionale. Lo scopo è portare Laura nel presente, per aumentare la consapevolezza di ciò che sta vivendo, momento per momento.
🔹 Intervento gestaltico:
Laura racconta un episodio al lavoro in cui non è riuscita a dire “no” al capo. Ride nervosamente. La terapeuta la interrompe con una tipica osservazione gestaltica:
“Che cosa stai facendo in questo momento?”. L’atteggiamento della terapeuta è accogliente e non giudicante. Sa di non sapere in quanto il sorriso della paziente è parte di un processo che la terapeuta non controlla e co-costruisce passo per passo insieme alla paziente. E’ un confronto delicato in quanto a seconda del “modo” in cui viene fatto, la paziente può sentirsi sostenuta o, al contrario, smascherata, giudicata nel suo corpo, preda della vergogna.
Laura: “Parlo di ciò che mi è successo…”
T: “No. Hai appena riso. Ma mi stavi raccontando qualcosa che ti ha fatto sentire frustrata. È qualcosa di buffo?”
Laura si ferma. Per la prima volta si accorge del contrasto tra la sua emozione reale e il comportamento automatico. Dopo qualche istante:
“Lo faccio sempre. Sorrido quando sono arrabbiata. Così gli altri non si accorgono.”
🔹 Insight terapeutico:
Con questo intervento che si appoggia sul dialogo e sulla fenomenologia (nella fattispecie della paziente che sorride mentre parla di qualcosa di serio e del professionista che lo nota e lo mette nel dialogo) il terapeuta crea un’esperienza attraverso la rottura di una confluenza.
In quel momento, Laura si accorge che sta ridendo e ha un primo atto di consapevolezza: è più facile mostrare il riso che la rabbia che eppure sta sentendo, ma non mostra Mette a fuoco che la deflessione le impedisce di sentire e mostrare la rabbia. Non era ansiosa “senza motivo”: stava comprimendo emozioni autentiche da tempo.
T. non la interpreta. La invita a restare lì:
“Ora, siediti con quella rabbia. Dove la senti nel corpo? Che forma ha?”
Laura porta l’attenzione dentro di sé. Si commuove. È il passaggio dal parlare “di sé” al parlare “da sé”. Dalla narrazione al contatto.
🔹 Conclusione:
In quel piccolo momento, la consapevolezza ha interrotto il pattern nevrotico del sintomo. Laura non è guarita, ma ha iniziato a “vedere” qualcosa che prima era automatizzato.
Perls direbbe che la guarigione comincia nel momento in cui diventiamo pienamente consapevoli di ciò che siamo — senza più evitarlo.
Situazione n.2
Durante una seduta con un paziente che conosce da tempo, la professionista sente scarso interesse e sonnolenza. Abbiamo diverse possibilità in termini di consapevolezza.
Cede all’impulso e si assopisce: in tal caso non sente alcuna tensione tra bisogni opposti (dormire e mantenersi sveglia). Se non che, qualora il paziente se ne accorge e la confronta rabbiosamente, ecco che immediatamente la professionista si sveglia in quanto una novità cattura i suoi sensi prima assopiti. In questo caso lavora su un piano di awareness e autoregolazione relazionale. Essendo l’anti-consapevolezza una delle caratteristiche della stessa consapevolezza, il sonno/addormentamento può essere funzionale in vari modi alla terapia.
Su un polo opposto, la terapeuta inizia a mentire e fingere interesse annuendo. In tal caso lotta tra la necessità di tenere gli occhi aperti e far sì che la persona non se ne accorga e il desiderio di essere altrove, uscendo dalla seduta molto stanca in quanto la tensione tra movimenti che spingono il corpo in direzioni diverse (andare via versus rimanere). Questo è un esempio di autoregolazione nevrotica che si fonda su un blocco di consapevolezza. In termini di processo di contatto, è possibile che la professionista abbia agito in base all’introietto che “non si può” dire al paziente che mi sto annoiando, che sono confuso, ecc. Dal punto di vista della consapevolezza, la terapeuta o counsellor non è consapevole dell’introietto, né di aver interrotto il contatto e della sua ansia.
Infine, abbiamo una terza possibilità che implica il principio dell’inclusione e della differenza. Nel momento in cui la professionista porta la consapevolezza sul sonno, può sentire l’ansia e la difficoltà di agire in una situazione delicata; allora può scegliere cosa fare, non a partire dal “si deve/non si deve fare” (ovvero le regole introiettate da altr*), ma dalla sua valutazione della situazione. Non c’è stanchezza in quanto non c’è una lotta tra impulsi opposti. La differenza tra gli stati d’animo (paziente/professionista) viene consapevolizzata e trasformata in una comunicazione che muove il confine di contatto.
Non può crearsi alcun confine di contatto senza che le persone si portino nella loro differenza, come possiamo vedere se teniamo la mano ferma nell’acqua, dopo un pò si perde sensibilità. A questo punto, la professionista può decidere di confrontare il paziente, condividere il suo stato d’animo, oppure valutare di rimanere in silenzio.
Nel primo esempio di awareness, il sonno accade e non rappresenta una novità per la professionista che si assopisce (forse neanche per il paziente, che potrebbe essere abituato ad un ambiente che non prova interesse nei suoi confronti). Nel secondo esempio, l’ansia/difficoltà scivola sullo sfondo e diventa inconsapevole. Nel terzo esempio, la novità è data dall’incertezza dell’incontrarsi, non sapere come agire (che può essere collegata alla paura di offendere, di ferire, della rabbia propria o altrui, ecc), che se trova il sostegno nel respiro o nella relazione porta alla consapevolezza di un conflitto tra possibilità diverse di fronte alle quali la terapeuta o counsellor si ferma e fa una scelta consapevole.
Nonostante la terza ipotesi appaia quella più brillante ed efficace, in realtà la complessità della terapia della Gestalt si evince dalla considerazione che non c’è un “modo più giusto degli altri” di lavorare, in quanto anche l’inconsapevolezza e l’autoregolazione nevrotica, in alcune situazioni terapeutiche, sono il miglior adattamento possibile per le risorse presenti nel campo in quel momento. In “Psicopatologia della Consapevolezza”, Perls ribadisce questa affascinante complessità nel momento in cui afferma che l’inconsapevolezza è una delle 5 caratteristiche che può assumere la consapevolezza ed è funzionale al campo in cui quella figura emerge (1965).
CONTATTO E CONSAPEVOLEZZA
In “Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt”, troviamo alcune riflessioni interessanti, ma anche complesse e contraddittorie in merito all’essere in contatto e al contempo consapevoli dell’esperienza corporea e di ciò che ci circonda.
Partiamo dalla psicopatologia del contatto e, in particolare, dalla definizione che PHG danno rispetto al contatto, ovvero la “consapevolezza della novità assimilabile e delle azioni che servono per assimilarla o rifiutarla” (1951, p.230).
Il contatto ha bisogno di due elementi: consapevolezza e novità. La novità è uno stimolo che attira l’interesse: non è detto che il mio essere di fronte a te sia una novità, perchè può essere una presenza scontata e ripetitiva. La novità, in Gestalt, è parte di un processo che inizia dalla percezione, organizza l’esperienza e porta una crescita. Se è una novità assimilabile diventa parte della crescita. Se non è assimilabile ci orienta e mobilita una serie di azioni per rifiutarla.
Se nel mezzo di una città piena di stimoli visivi e uditivi, sento il rumore dell’acqua, mi giro, vedo una fontanella e mi avvicino per bere, questo è un esempio di una novità che attira in maniera spontanea la mia attenzione e organizza l’esperienza, facendo emergere un bisogno (sete) di cui non ero consapevole prima. Probabilmente non sarà una novità che intensifica di molto la mia consapevolezza, in quanto mi posso avvicinare alla fontanella sovrappensiero, senza quasi rendermene conto. Al contrario, se un uomo mi si piazza di fronte con un coltello, la mia consapevolezza sarà tutta orientata ad affrontare questa novità non assimilabile, che devo trovare il modo di affrontare e rifiutare.
Perls sostiene che le Gestalt aperte tendono ad essere un principio organizzatore dell’esperienza, nel senso che nel presente tenderemo a cogliere quegli stimoli che rendono la situazione funzionale a chiudere un conto sospeso del passato, come avviene nel setting terapeutico. L’awareness sostiene il processo di contatto.
La consapevolezza implica sempre un processo di contatto, così come il processo di contatto implica consapevolezza, sono codipendenti.
La consapevolezza necessita imprescindibilmente di contatto perché è sempre consapevolezza “di qualcosa”, cioè di una figura che emerge e che cattura la nostra attenzione. La fenomenologia direbbe che ogni atto consapevole è intenzionato. Questo significa che non può esserci consapevolezza autentica senza una relazione viva e diretta con qualcosa—una persona, un’emozione, un oggetto, un bisogno, un’idea. Se sento fame e lo riconosco, è perché entro in contatto con quella sensazione corporea, la vivo, e divento consapevole del mio bisogno.
Negli esseri viventi dove la coscienza è “semplificata” rispetto alla natura umana, la relazione tra consapevolezza e contatto è molto più stretta ed evidente. I cani, o gli animali in genere, sono “aware” in quanto vivono in un eterno presente, si ci sono stimoli o novità che accendono la loro consapevolezza (cibo, rumori, pericoli, ecc), si muovono e interagiscono nell’ambiente, altrimenti tendenzialmente dormono. Non hanno bisogno di consapevolezza riflessiva (consciousness). La consapevolezza non è separata ed è simultanea al contatto e all’azione.
Possiamo dire che il contatto senza consapevolezza è fusione, mentre la consapevolezza senza contatto è dissociazione.
In realtà è improprio parlare di contatto, in quanto la fusione non è un processo di contatto, ma piuttosto un “collegamento” con l’ambiente in cui le differenze si annullano, così come la dissociazione è un’interruzione del processo di contatto che implica una forma di isolamento.
Senza consapevolezza, l’esperienza diventa non differenziata, non si distingue più sé dall’altro. Lo vediamo quando una persona si lascia travolgere dalle emozioni senza una chiara direzione, oppure quando agisce in modo reattivo. O nelle relazioni simbiotiche, dove non c’è distinzione tra io e tu. In tutti questi casi, il contatto è confuso. Osserviamo svariate interazioni dove nessuna figura chiara riesce ad emergere. Nei processi di coppia o di gruppo, osserviamo persone che parlano contemporaneamente, senza ascoltarsi, con un livello elevato di energia e conflittualità senza che sia chiaro ciò che vogliono nella medesima situazione, oppure quando c’è un apparente accordo, ma poca eccitazione. Sarebbe più corretto parlare di confluenza di sfondo, dove appunto manca una figura chiara.
La consapevolezza senza contatto, al contrario, vuol dire separarsi dall’esperienza viva, scollegarsi dal corpo e dal momento presente, isolarsi dalle proprie emozioni irrigidendo i propri confini, come avviene nell’intellettualizzazione, nell’auto-osservazione dove si pensa l’esperienza invece di viverla, o quando la persona sa di essere arrabbiata, ma non riesce a sentirlo nel corpo. La dissociazione è uno stato in cui la consapevolezza non è incarnata e non si traduce in azione. Nei casi più gravi siamo di fronte ad esperienze psicotiche.
Per concludere, l’esperienza piena, per la Gestalt, nasce solo dall’integrazione tra contatto e consapevolezza.
I/le clienti vengono in terapia per cambiare ed è legittimo. La terapia della Gestalt non lavora per il cambiamento, ma per ampliare le possibilità di scelta attraverso una espansione di consapevolezza nel qui e ora.
La consapevolezza è collegata alla scelta, che a sua volta è collegata alla responsabilità. Ad una esistenza autentica, come direbbero M. Heidegger e J.P. Sartre, dove la libertà significa essere presenti e assumerci il rischio di scegliere che persone e che terapeut* vogliamo essere, quale vita vogliamo vivere e di quali persone vogliamo circondarci.
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https://figuremergenti.it/radici/variazioni-fenomenologiche-sulla-paura/











