L’autore riflette sui temi dell’intenzionalità, frustrazione, aggressività, contatto, collocandoli nello sfondo sociale attuale e all’interno di un movimento di trasformazione della Psicoterapia della Gestalt.
Un’analisi adeguata della seduta di Perls e di Gloria non può prescindere dal contestualizzarla all’interno del percorso evolutivo della terapia della Gestalt. L’articolo dedica largo spazio al ripercorrere le fasi di tale cambiamento, in particolare al posizionamento del suo fondatore, a partire dalle origini e nel corso delle successive riformulazioni teoriche. Cruciale è il trasformarsi negli anni del concetto di contatto, dall’iniziale significato di aggressività verso l’ambiente, all’equivalenza con la consapevolezza, l’adattamento creativo, il processo figura/sfondo, fino al suo moderno completamento nel significato di incontro. Allorché sono infine considerati i suoi vari momenti, appaiono più evidenti le linee guida ed i limiti dell’intervento di Perls, coerenti con con il momento storico, la sua personalità, la sua visione della Gestalt e del contatto.
An adequate analysis of the session of Perls and Gloria can not fail to contextualize it within the evolution of Gestalt Therapy. The article gives large space to retrace the steps of this path, particularly the positioning of its founder, starting from the beginning and during the subsequent theoretical reformulations. Crucial is the transformation of the concept of contact over the years, from the initial meaning of aggression to the environment, to the equivalence with awareness, creative adjustment, figure/ground process, until its modern completion in the meaning of meeting. When its various moments are finally considered, Perls’ session guidelines and limits become clearer, consistent with the historical moment, his own personality, his vision of Gestalt and contact.
Premessa
Cosa pensiamo della seduta di Gloria (1965)?
Come possiamo noi, lontani e piccoli nipoti, mettere in discussione il modo di lavorare di un gigante come Fritz Perls, il fondatore della Gestalt, il formatore dei formatori dei nostri formatori? Possiamo, anzi dobbiamo. Se non vedessimo oggi dei limiti nel suo modo di lavorare, significherebbe che la Gestalt è rimasta immobile in tutti questi anni, che il tempo è passato invano, che siamo ancorati al culto della sua personalità, a un modo introiettato di fare Gestalt, una base ben scarsa per sostenere la libertà delle persone che a noi si rivolgono. E lo stesso vale anche per tutti gli adoratori della cosiddetta Bibbia, Gestalt Therapy (1951), il libro fondante della Terapia della Gestalt. Se, pur apprezzandolo, non ne vedessimo i limiti dopo oltre sessant’anni, significherebbe che lo spirito critico, la consapevolezza, la responsabilità e la scelta che pretendiamo di sostenere nei nostri pazienti è in noi ancora ben poca cosa.
Albori
La Terapia della Gestalt ha una storia. Ogni suo momento, seduta di Perls e Gloria compresa, va visto all’interno di essa. Nasce all’interno del movimento della psicologia umanista, che a sua volta appartiene alla multiforme corrente di pensiero, ricerca e professione, lunga ormai più di cent’anni, che è la psicoterapia. Nasce da psicanalisti affermati, Frederick e Laura Perls, come reazione alla psicanalisi classica, a quella che era stata per anni una rivoluzionaria teoria e prassi della trasformazione, ma che, a causa di un setting ormai ingessato, una visione pessimistica e scissa dell’uomo e della società e la sottomissione della visceralità umana alla pseudo-razionalità sociale, aveva mostrato nel tempo di aver fatto il suo tempo. In una prospettiva ancora di riforma dall’interno, Perls, con l’aiuto di Laura, scrive nel 1942 Ego, hunger and aggression, un libro dai propositi incredibilmente ambiziosi e difficilmente raggiungibili: superare la scissione corpo/mente sostituendovi una concezione olistica ed organismica, rifondare la psicanalisi sulla psicologia “normale” della Gestalt, proporre una visione della personalità come danza di polarità intorno ad un centro di creatività e possibilità. La loro proposta presenta, nei fatti, evidenti risonanze con la psicologia dell’Io (anziché dell’Es), con l’analisi caratteriale reichiana (identità funzionale corpo/mente, linguaggio del corpo vs. comunicazione verbale) e con la psicoanalisi junghiana (crescita della personalità come integrazione degli opposti). Il suo aspetto più originale, inaccettabile per l’ortodossia psicanalitica, è comunque lo spostamento di centralità dalla pulsione erotica all’istinto della fame, con l’“oggettivazione” dell’ambiente a preda dei bisogni famelici dell’organismo, la valorizzazione dell’aggressività dentale (qui coincidente con la definizione di contatto) e l’identificazione della patologia con le sue possibili inibizioni (confluenza, introiezione, proiezione, retroflessione). Esiste insomma per Perls un modo sano, aggressivo, di contattare l’ambiente, ed un modo opposto, difettoso e malato (confluente, introiettivo, proiettivo, retroflessivo); la diagnosi e la cura sono, non diversamente dalla psicanalisi ortodossa, ancora totalmente nella mente e nelle mani del terapeuta.

Nascita
Il vero momento di rottura con la tradizione psicanalitica, quello che sarà di fatto l’atto ufficiale di nascita della terapia della Gestalt, avverrà in altro luogo e in altra situazione, attraverso l’incontro di Perls e Laura con altre menti e scienze dell’uomo, nel crogiuolo febbrile della New York intellettuale dei primi anni del secondo dopoguerra. Il prodotto di questo felice connubio sarà la ricordata “Gestalt Therapy”, la cui parte teorica, scritta da Paul Goodman a partire da un originario breve manoscritto di Perls, esprimerà finalmente in modo compiuto la ricercata sintesi tra psicologia della Gestalt e psicanalisi. Assistiamo qui ad un reale cambiamento di paradigma: la parola contatto passa dall’indicare l’aggressione dell’organismo all’ambiente al formarsi stesso della consapevolezza individuale (il processo figura/sfondo) della situazione totale (il campo organismo/ambiente). Consapevolezza, contatto, processo figura/sfondo, adattamento creativo sono tutti sinonimi che, in sintonia con la teoria piagetiana dell’accomodamento e dell’assimilazione, descrivono l’evolvere della comprensione individuale di un campo organismo/ambiente continuamente mutevole, attraverso la creazione e l’aggiornamento di vecchi e nuovi schemi, in evoluzione continua di fronte alla sfida dell’esperienza. Tale processo di sintonizzazione continua porta come conseguenza anche all’azione efficace e, in definitiva, all’appagamento del bisogno. Da tale rinnovata definizione di contatto consegue anche la ridefinizione delle sue interruzioni, ora intese come blocchi della consapevolezza. Anche l’effetto sulla prassi dell’azione terapeutica è enorme, intendendola ora come sostegno dei processi di consapevolezza e di formazione della figura invece che incitazione ad un predefinito livello di aggressività. Si rimane comunque di fronte ad una idea di psicologia/psicoterapia centrata sui processi della coscienza individuale e l’ambiente percepito non si declina ancora nelle sue caratteristiche umane, attive ed interattive, rimanendo un “oggetto” passivo, sia pure da comprendere piuttosto che aggredire.
Differenziazione
Questa amplia riformulazione diventa presto troppo stretta alla personalità ed allo stile terapeutico di Perls, fortemente portato all’azione più che al pensiero, alla direttività e spettacolarità piuttosto che alla esplorazione condivisa ed alla co-creazione nella seduta.
Sempre più distante, emotivamente e fisicamente dall’Istituto di New York, fortemente influenzato dall’incontro con altri giganti della scena terapeutica (fra cui Eric Berne, da cui trarrà sensibilità ed attenzione alle manipolazioni e ai giochi di potere, e Jacob Levi Moreno, che gli darà ispirazione ed esempio per l’utilizzazione in seduta dell’antica passione, il teatro), Perls modifica in modo sempre più attivo e direttivo i propri interventi, in crescente dissonanza con la neonata teoria gestaltica. Nel centro esperienziale di Esalen, di cui sarà a lungo l’esponente più prestigioso, in sintonia con lo spirito individualista, ribelle e comunitario degli anni 60, la sua Gestalt assumerà grande notorietà come terapia psicodrammatica, liberatoria e catartica, in grado di produrre rapidi insight e accensioni emotive inusuali per quella che era stato fino ad allora la psicoterapia. Nelle sue “sedute” gran parte dell’efficacia è dovuta alle tecniche attive e suggestive, al particolare carisma, al sapiente utilizzo della dimensione energetica e rituale del gruppo, all’assonanza con lo spirito del tempo; per le stesse ragioni, si evidenzia però il pericolo di dinamiche introiettive piuttosto che il sostegno all’autoregolazione. E’ in questo periodo che si svolge la seduta con Gloria.

Morte e rinascita
Al seguito di Perls si formerà, in base alla stessa logica introiettiva, e con le dovute importanti eccezioni, una pletora di pseudo-terapisti pedissequamente imitanti, maldestri, arroganti e talvolta pericolosi. L’effetto sarà una rapida diffusione della Gestalt nei suoi ultimi anni di vita, e un non meno rapido declino dopo la sua morte. Negli anni ancora successivi, in America ed in Europa, la Gestalt riprende però lentamente forza nella sua versione più rigorosa, formulata da Goodman e praticata da Laura Perls ed Isadore From, nell’approccio “integrato” della Scuola di Cleveland (Erving Polster, Joseph Zinker, Ed Nevis, ecc.), nei nascenti stili dialogici delle Scuole della costa pacifica (Robert Resnick, Gary Yontef, ecc.). Il fuoco della terapia si allarga progressivamente dalla concentrazione sulla figura in un rigido qui ed ora alla sistematica esplorazione della struttura dello sfondo (Wheeler, 1991) (inclusa la storia personale e lo stile di contatto di paziente e terapeuta) (Polster, 1988) alla qualità e continuità della relazione (come condizione dell’apparire e della specificità delle figure di contatto) (Yontef, 1988), alla psicopatologia delle relazioni (Francesetti et alt. 2014), alla complessificazione del concetto di campo (Parlett, 1991).
Il sostegno alla consapevolezza assume, progressivamente, anche nella differenziazione e nel confronto, caratteristiche di maggiore morbidezza ed accoglienza, si accresce l’attenzione reale ai vissuti soggettivi, ci si apre ad una condivisione intersoggettiva, recuperando pienamente la matrice fenomenologica della psicologia della Gestalt e i contributi filosofici di Martin Buber, in primis il dialogo io-tu e l’aprirsi ai vissuti dell’altro, senza perdere la percezione di sé e delle proprie differenze. Il dialogo delle fenomenologie tra terapeuta e paziente diventa il cardine del sostegno all’autoregolazione ed è, a tutt’oggi, la cifra della Gestalt contemporanea. Il significato della parola “contatto” si trasforma ancora una volta, estendendosi dall’idea di consapevolezza individuale alla dimensione piena dell’“incontro”, sia esso nella corrispondenza di visioni ed affetti o nella chiarezza accettata delle differenze.
La seduta
La seduta di Gloria è, all’interno di questa cornice evolutiva, estremamente interessante.
Perls la inizia in modo abbastanza sconcertante per la sensibilità odierna, senza precontatto, con un brusco colpo di volee sull’apertura timida ed imbarazzata della paziente. Quello specifico stato d’animo e quella modalità non sono evidentemente accettabili per l’idea che Perls ha della salute, per cui la sua risposta è repentina, spiazzante, abbastanza spiacevole, con toni talvolta inquisitori, talaltra sarcastici, innescando a catena ulteriore disagio e richiesta di sostegno.
Con l’immaginazione, l’immedesimazione, l’attenzione al linguaggio del corpo viene comunque ben esplorato il ruolo della vittima (il sentirsi e mettersi in un angolo, l’aspettarsi di essere salvata), ma il modo con cui il tutto viene poi riportato è difficilmente sopportabile. Dal punto di vista di Perls, il risultato è comunque assicurato: la posizione della vittima diventa via via insostenibile, fino al punto che, secondo le dinamiche del triangolo drammatico, si rende inevitabile un passaggio alle posizioni complementari del salvatore o del carnefice, di gran lunga più accettabili nell’antropologia perlsiana. A manipolare la situazione per arrivare all’esito scontato dell’esplosione aggressiva è dunque anzitutto lo stesso Perls. Per Gloria non c’è via di scampo: se è intimorita e/o chiede comprensione è falsa, se reagisce e si arrabbia, lo è stata prima. Chi decide sull’autenticità o sulla falsità non sono i suoi vissuti ma le idee e le interpretazioni del terapeuta, il rischio di introiezioni è tangibile. Ad un certo punto l’intero quadro diventa chiarissimo anche a lei: io sento che lei mi sta dicendo che l’unico modo per avere il suo rispetto come essere umano è se sono aggressiva, possessiva e forte! Sento che avrei terrore a piangere di fronte a lei. Sento che riderebbe di me e mi chiamerebbe falsa! Sento che lei non accetta il mio lato debole. Solo quando le sto gridando o l’attacco, lei mi accetta!
Ciò che manca dunque a Perls e alla seduta è il riconoscimento, anche attraverso i giochi e le manipolazioni, della intenzionalità di raggiungere e di essere raggiunti, nonché la cura della ferita da cui i giochi si originano. È fondamentalmente ingiusto tacciare di manipolazione il sentimento di impotenza e solitudine, e l’atteggiamento a volte sarcastico di Perls nonché la sua scarsa apertura agli aspetti depressivi non sono un sostegno adeguato ad una loro risoluzione. Peraltro, durante la seduta, Gloria accede a vari ricordi del suo passato (il trovarsi nell’angolo ai tempi dell’infanzia, il sentirsi furiosa davanti al marito incapace di comprenderla) ma Perls evita di accoglierli, qualificandoli come fuga dall’incontro presente. Peccato, perché i ricordi di Gloria non hanno nulla di deflessivo, sono perfettamente inerenti alla situazione e darebbero un prezioso contributo alla comprensione di ciò che vi sta accadendo, ed in ogni caso questa scelta, in sostanza la deflessione del terapeuta, impedisce di conoscere meglio la struttura dello sfondo da cui le figure e il loro significato, manipolazioni comprese, emergono. È d’altra parte affascinante l’utilizzo sapiente in seduta delle tecniche di di immedesimazione al fine di ribaltare le retroflessioni e recuperare le proiezioni, le parti alienate della personalità, gli atteggiamenti aggressivi ma anche il bisogno di rispetto.
Ad un certo punto sembra perfino esserci spazio per esprimere ed accogliere i famigerati bisogni di accudimento (di contatto!), salvo poi vederli ribaltati in espressioni di assertività o di attivo prendersi cura. In un tentativo finale di sintesi Perls focalizza in Gloria due fondamentali polarità esistenziali: l’isolamento e il bisogno di fusione, ironicamente le polarità stesse del ciclo di contatto. A sostegno dell’intuizione di Perls, occorre dire che Gloria, uscita dal suo buco di ragno, mostra una forza ed una sensibilità sorprendenti, confrontando efficacemente la sua supponenza, l’ atteggiarsi nel ruolo di insensibile e forte, il proiettare sull’altro i bisogni di rispetto ed accudimento, la incapacità di un contatto autentico se non nello scontro.
In conclusione, coerentemente al periodo, alla visione ed alla personalità di Perls, Gloria ha potuto vivere in seduta la possibilità di esprimersi affermativamente (il contatto come aggressività), diventare più consapevole di alcuni bisogni profondi e di parti nascoste di sé (il contatto come consapevolezza), ma, lo esprime a chiare lettere e con dolore, non ha potuto trovare lui e le parti da lui negate di se stessa (il contatto come incontro).
BIBLIOGRAFIA
- Buber M. (1984), Das dialogiche Prinzip, Heidelberg, Lambert Schneider
- Francesetti G., Gecele M., Roubal J., (2014), La psicoterapia della Gestalt nella pratica clinica, Ed. F. Angeli
- Parlett M. (1991), “Reflections on Field Theory”, British Journal, 1991- No.1
- Perls F. (1995), L’Io, la fame e l’aggressività, Ed. Franco Angeli
- Perls F., Hefferline R., Goodman P. (1951), Gestalt Therapy, Julian Press
- Polster E. (1988), Ogni vita merita un romanzo, Ed. Astrolabio
- Yontef G. M. (1988), Awareness, dialogue and process, The Gestalt Journal Press
- Wheeler G. (1991), Che cos’è la terapia gestaltica, Ed. Astrolabio












