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Parlando d’amore

Parlando d’amore
Intervista a Michela Gecele a cura di Barbara Bellini e Lidia Durante

1) “L’amore punta sempre all’irrevocabilità, ma nel momento del trionfo subisce la sua sconfitta definitiva. L’amore si sforza costantemente di eliminare le proprie fonti di precarietà e apprensione, ma qualora ci riesca inizia rapidamente ad avvizzire, e svanisce. Eros è posseduto dal fantasma di Thanatos, che nessun incantesimo può esorcizzare (…)”.

Dal tuo punto di vista è possibile (e come) mantenere “precarietà e apprensione” nella stabilità famigliare?

State dicendo che ci sono due aspetti dell’amore, oltre a infiniti altri, come per ogni fenomeno umano.

Da un lato l’energia, la potenzialità, l’apertura, la creatività. Dall’altro questa stessa energia, che rompe barriere, argini e confini, può portare a una tale vicinanza e intimità, da essere funzionale alla costruzione di una nuova stabilità, di una coppia, di una famiglia.

Due fenomeni, in un certo senso, opposti, polari. Due facce che esprimono, entrambe, l’anelito alla pienezza, alla completezza, di noi esseri umani, per natura incompleti e cultura-dipendenti. Entrambe queste strade sono sane, potremmo dire, se avessimo un criterio predefinito per  codificare la salute.

Consentitemi una deviazione oracolare. Nell’I Ching, testo depositario di antiche sapienze orientali, due esagrammi diversi esprimono le due strade. L’esagramma 52 ci parla di come inizia un rapporto, che porterà a un unione stabile. Mentre l’esagramma 51 esprime l’energia di un incontro, caratterizzato da possibilità e potenzialità: possibilità portate all’estremo, cioè all’intrinseca impossibilità di realizzarsi. Un incontro, un inizio, fulminante, ma troppo intenso per grado di energia. Da qui il rischio di non trasformarsi in qualcosa di duraturo. Forse i saggi cinesi ci parlano soprattutto della polarità, o dell’alternanza, per dirla più a modo loro, fra riconoscimento e affinità immediate e la meraviglia dell’avvicinarsi, di incontrarsi nel tempo, pezzo per pezzo.

Ci sono fasi e momenti diversi dell’innamoramento. E ci sono modalità diverse di viverlo. C’è chi percepisce subito le potenzialità del campo, lasciandosi andare più rapidamente a un’affinità ancora in nuce, non evidente. E c’è chi vuole costruire nuove certezze, ancore e camminamenti, prima di buttarsi nel periglioso oceano. Questi sfasamenti possono condizionare e plasmare sia il viaggio in mare aperto sia la costruzione del porto sicuro.

La nostra storia e il nostro corpo (potremmo anche aggiungere un accento, dicendo che la nostra storia è il nostro corpo) sostengono o ostacolano la scelta di lasciarsi andare, la fiducia verso novità e possibilità.

In un certo senso, le due facce, quella della potenzialità e quella della stabilità, si incontrano, quando confondiamo benessere e rischi dati dall’amore – il sentirci liberi, le potenzialità, l’energia – con la persona che ci fa sentire così e, quindi, con l’avere l’altro. Questa confusione, scorciatoia, equivalenza, ci può portare a voler possedere e ingabbiare l’altro. Per poi scoprire che nella gabbia lui/lei non c’è più e, cosa ancora più grave, al di fuori della gabbia non ci sono più io. Quel potente, ma leggero, noi al confine di contatto si è dissolto, per lasciare il posto a un vuoto pieno di detriti. È una sorta di patologia, che corrisponde alla “patologia” dell’identità, tipica delle nostre società e culture, in cui la cosiddetta liquidità, o frammentazione, ci fa inventare e fissare, continuamente, identità individuali e di gruppo. Ogni persona viene così vista o, peggio, vissuta, come un’entità stabile, rigida e definitiva. Invece che come una potenzialità, in perenne gioco fra continuità e storia da una parte e novità ed evoluzione dall’altra.

È importante che siamo consapevoli degli aspetti culturali e sociali dell’amore. E di quanto la cultura condizioni, formi e plasmi il corpo. Le due vie descritte all’inizio, la stabilità e la “rivoluzione”, sono, su piani diversi, realtà interne a ogni struttura sociale, con variabile peso e posizione dialettica. In altre sedi, trattando l’esperienza maniacale, ho accostato l’amore a una più o meno ipotetica uscita dalla propria cultura, considerando entrambe le vie come esempi di esperienze maniacali “sane”, caratterizzate da adattamenti creativi funzionali.  L’innamoramento è una fase di scioglimento di molti introietti, anche sociali. E dopo? Quando la fase dell’innamoramento passa? Gli introietti si riformano? Si tratta di un continuo gioco fra funzione io (scelta), es (il sentire) e personalità (anche sociale).  A volte, semplicemente, gli introietti ritornano, uguali a se stessi. Altre volte si costruiscono nuovi equilibri e potenzialità.

Torniamo alle due vie, all’energia generativa: di novità, creatività, apertura, oppure di solidità e continuità. Possono stare insieme questi due aspetti? A volte sì, ma non credo che necessariamente debbano farlo. Non è gestaltico avere un obbiettivo a priori. Naturalmente scherzo e provoco un po’. Ma la domanda è vera. Perché dovremmo tenerle insieme? Qual è l’obbiettivo, il desiderio, l’introietto, il sogno, l’esperienza, il bisogno? Da dove parte la vostra domanda? Potremmo considerare anche la domanda come un introietto sociale sull’amore romantico e/o sulla stabilità sociale? E se no, di nuovo, perché questa domanda? Non avendo, noi terapeuti della Gestalt, criteri estrinseci a una situazione data, dovremmo entrare nelle esperienze caso per caso, calarci nelle  situazioni. Ma non possiamo menzionare qua tutte le esperienze di vita, quelle dei nostri pazienti o degli amici, parenti, conoscenti. Non possiamo nominarle, ma possiamo pensarci. Situazioni molto diverse fra loro o anche situazioni che si ripetono. In terapia e nella vita. Cos’ha portato a quell’unione? In che fase si trova? Qual è il next, la direzione, per la coppia e per le due persone? A quali problemi tentano di rispondere? O a quale slancio vitale? Ecc ecc.

Vediamo così come il sostegno possa essere giocato per andare nella direzione della novità o di una maggiore stabilità. E potrebbe quasi essere un di più quando i due aspetti si uniscono e potenziano a vicenda.

L’uno può essere periodica fase dell’altro stato, ad esempio. In alcune coppie “continuative” il ritorno alla fase della potenzialità avviene più facilmente. Basta poco e, in un attimo, in una quotidianità che potrebbe anche essere un po’ stanca, riemerge lo stesso guizzo dell’inizio.

Alcune persone hanno bisogno – e forse il mondo ha bisogno – di una continua messa in discussione degli introietti e quindi dell’energia che si libera. In altri casi questo processo di ristrutturazione avviene una sola volta nella vita, e questo è sufficiente. Oppure è un fenomeno irregolarmente periodico. Qui la domanda diventa: può essere sempre la stessa persona, la stessa relazione, a fare sciogliere e risciogliere introietti, ad aprire e riaprire potenzialità?

L’amore è una forza rivoluzionaria. Probabilmente per questo viene spesso depotenziato a sentimentalismo. Giocando un po’, o essendo provocatoria, direi che sono soprattutto le donne a essere interessate a questo tipo di energia. O l’aspetto femminile in ognuno di noi. Energia amorosa. E non si tratta di sentimentalismo, ma di cercare momenti di autenticità e presenza.

L’amore è sempre sovversivo? Come la psicoterapia? Sovverte lo spirito del tempo? Spesso è sovversivo il sentire, l’amare, il piacere. Come sempre è rivoluzionario lo stare al confine di contatto.

Ed è interessante come l’amore, derubricato a sentimentalismo rosa, a una parodia di se stesso, venga spesso contrapposto e usato come polarità alternativa alla serietà e al valore di personaggi, di solito uomini, uccisi dalle mafie o dalla politica. Presunte ragioni sentimentali vengono usate per coprire le vere ragioni di un omicidio, per confondere le acque. In questo modo, non ci pensiamo mai, viene sminuita e offuscata non solo l’immagine della vittima, ma anche quella dell’amore stesso.

In diversi lavori ho parlato della figura di Dongiovanni, ma mi sembra di avere ancora tanto da esplorare sul tema. Così lo riprendo anche qui. L’angoscia di dongiovanni, la sua danza sull’abisso, l’horror vacui ci fanno vedere, di nuovo, l’incompletezza e il vuoto dell’essere umano. La ripetitività di dongiovanni è una strada intermedia, intrapresa da uno slancio che non osa fino in fondo e che non vuole neanche tradursi in stabilità. Una sorta di disturbo ossessivo dell’amore. Un continuo slancio oltre il limite, che poi si ripiega di centottanta gradi, rivolgendosi, così, solo su se stesso.

Un altro tema interessante è quello trattato in un libro intitolato A debita distanza, Kierkegaard, Kafka, Kleist e le loro fidanzate. L’autore è Marco Vozza e il tema quello dell’amore come fonte di ispirazione e di rinnovamento, che non si traduce, però (o quindi), mai in una vera e propria relazione. Riporto alcune parole dalla presentazione del libro.

Le relazioni pericolose di cui parla questo libro toccano l’esistenza nella sua ineludibile dimensione di scelta: quella tra una vita che asseconda la fluida e ingovernabile logica del desiderio e un’altra più rassicurante e continua, presieduta da una logica degli affetti. Logiche tra loro eterogenee, che appaiono inconciliabili ai protagonisti della storia qui ricostruita (Kierkegaard e Kafka) e che talvolta inducono a un esito tragico (Kleist). In palese conflitto con la scelta della solitudine, al fine di tutelare la propria singolarità, i nostri autori – in qualche modo personaggi concettuali o eteronimi di chi ha scritto questo libro – avvertono l’esigenza (perlopiù disattesa) di una palpitante condivisione del loro universo interiore, mediante la presenza (non troppo invadente, s’intende) di una donna che appaia loro come vocativo o dedicataria di esclusive trame concettuali e di avventure esistenziali. Un saggio filosofico dai toni talvolta narrativi, che ci pone al cospetto dei desideri e delle inquietudini che accompagnano ogni vicenda erotica e affettiva, orientata verso l’esperienza effimera della seduzione oppure consolidata nella forma del matrimonio.

2) È sostenente per la relazione di coppia e per gli individui auto-rivelarsi pienamente e non conservare zone private, esperienze e pensieri non condivisi?  Il fatto di avere relazioni extraconiugali come può incidere sul desiderio della coppia?

Avete messo insieme due domande, che sento molto diverse.

Prima di rispondere alle due parti, rimarrei un po’ sulle parole. Cosa vuol dire “sostenente per la coppia e per gli individui”? Per una maggiore stabilità? Per un’evoluzione individuale e/o di coppia? Per approfondire l’intimità? Per la facciata sociale? Quest’ultima possibilità è una scusa per ricordare, cosa a cui tengo molto, che la società entra nella vita di coppia. E ci entra, non solo ma anche, attraverso gli introietti.

Sento le vostre domande vibranti e dense di esperienza, dubbi e confronti. Perché vengono da voi. Perché vengono da voi a me. Sono domande che potrebbero sembrare abusate e quasi banali. Ma non è così. Non è così, se si sta dentro l’esperienza. Siete state coraggiose a “sporcarvi le mani”, ad aprire temi così importanti e quotidiani da fare temere che gli specialisti non abbiano niente di davvero rilevante e nuovo da dire. Per me è difficile cercare di rispondere.

Tornando alle parole, per me l’“autorivelarsi pienamente” suona un po’ come uno slogan. E quindi sento subito un certo timore. Mi sembra che dire “autorivelarsi pienamente” potrebbe essere espressione di un introietto, un introietto post-rivoluzione sessuale e sentimentale. Perché le rivoluzioni – comprese quelle relazionali o sessuali – possono facilmente solidificare in un nuovo ordine, in cui novità e provocazioni diventano dogmi.

Come abbiamo già detto, a proposito del mantenimento del desiderio, anche il tradimento può essere letto e vissuto in modi diversi, in base al tempo e ai contesti relazionali interessati. Diverse le funzioni, i significati, le esperienze del tradimento: svelamento di sé, rottura della confluenza, rottura della relazione, evitamento del consegnarsi. Il tradimento può essere dettato, o bloccato, da consuetudini e spinte sociali. A volte lo troviamo nell’orizzonte dell’osare, del cercare di più. Altre volte, viceversa, lo leggiamo come un modo di mantenere una stabilità “nevrotica”, vicina a quella “ossessiva” menzionata per dongiovanni. Una sorta di protezione dall’andare oltre, nell’apertura, nella scoperta, nella potenzialità della relazione duale.

Ci sono mille possibili adattamenti creativi. Di coppie, triadi, quartetti, che, di nuovo, non possiamo giudicare e descrivere in astratto, al di fuori di quelle situazioni, storie, condizioni.

Veniamo al segreto. E’ vero, voi non usate questo termine. Sono io che sto estremizzando il concetto. Non avere segreti vuol dire svelare tutto? Questo pensiero mi dà un brivido di disagio, come pensare a un report della STASI o a un vuoto privo di energia e di anima. Se l’amore è potenzialità, se è creare e co-costruire, in un senso più ampio di quello che di solito intendiamo, mi sembra che sia importante custodire e coltivare ciò che ancora non è, ma potrebbe essere, affinché sbocci. Intendo dire che il segreto può riguardare anche qualcosa che non esiste, che non esiste ancora in pieno e che, se venisse esposto troppo presto alla luce, a quel continuo cantiere che è il confine di contatto, potrebbe perdersi e bruciarsi. Questo vuoto, che può diventare pieno, si aggancia con l’incompletezza della condizione umana a cui accennavo nella prima domanda. A volte, svelare il segreto fino in fondo rischierebbe di fare toccare l’incompletezza e il vuoto umani.

Procedendo liberamente, per associazione di idee, penso che questo custodire e preservare sia un po’ il contrario di ciò che avviene sui social network: l’espressione immediata, subitanea, di un’emozione, di uno sguardo, di un’opinione. Cosa che va benissimo, non voglio fare il censore. Ma va benissimo anche la polarità opposta, il lasciare sedimentare emozioni, sguardi, opinioni, esperienze. Che diventeranno altro. Questo trattenere, questa modalità controcorrente è un segreto? La misteriosa alterità dell’altro è un segreto?

Viviamo in un continuo gioco con l’alterità. Siamo un continuo gioco con l’altro da noi.

E ancora, il segreto è mio o tuo? È qualcosa che viene trattenuto lontano dal confine di contatto (anche se, sempre, ne emergono almeno gli aloni) o è qualcosa che è presente, visibile, attraversabile, e, nonostante questo, viene annullato, congelato, negato. Non visto. Parlo della violenza, ad esempio, e di tutto quello che c’è intorno. Se io, partner, non vedo la tua negatività, il tuo picchiarmi, se giustifico e cancello quello che gli altri, fuori dalla coppia, vedono, questo è un tipo di segreto che non è funzionale, che sempre segna un meno nella relazione.

E dal segreto possiamo passare alla finzione sociale. E a Carol Gilligan, un’autrice che mi piace molto. Carol Gilligan parla di patriarcato, come dire di introietti, di condizionamenti sociali e culturali, a cui la donna (o gli aspetti femminili di ognuno di noi) si adatterebbe più tardi rispetto all’uomo. Sempre le società si incarnano nei corpi e nelle relazioni. E Carol Gilligan definisce patriarcato ciò che è determinato dalle nostre società, ciò che diventa carne – si incarna – nelle nostre società. Le regole relazionali sarebbero, cioè, dettate da un principio maschile semplificato, che non tiene conto delle emozioni, non ascolta il sentire, le affinità, il piacere, il corpo stesso. Di questa semplificazione sarebbero vittime uomini e donne. Ma gli uomini introietterebbero più precocemente e completamente questi blocchi. Per questo, per le donne, la dissociazione fra la realtà e quella che è davvero la realtà (sto parafrasando la domanda di una ragazza, intervistata e citata da Gilligan: “Vuoi sapere cosa penso o cosa penso veramente?”) è spesso più visibile e accessibile. Immediatamente evidente. Siamo al cuore di quanto corpo, piacere e sentimenti siano un potenziale sociale esplosivo e rivoluzionario.

3) Baumann scrive che il desiderio vuole consumare e l’amore perpetuare, il desiderio distrugge mentre l’amore custodisce tessendo intorno al proprio oggetto una rete protettiva. Dal nostro punto di vista, il desiderio potenzialmente distruttivo è il desiderio non conosciuto  e non contenuto, quello in cui chi lo vive non è in contatto né con se stesso né con l’altro Questo desiderio si può paragonate ad un agito. Al contrario il desiderio conosciuto – che implica anche la capacita di saper attendere e nutrire consapevolmente la spinta verso l’altro – non solo non è distruttivo, ma è una spinta potente di crescita, rivoluzionaria per la coppia e per gli individui. Cosa ne pensi?

Ma è così bello il desiderio non conosciuto! Nel senso che non sappiamo dove ci porta, nel senso che ancora non l’abbiamo vissuto ed esplorato. Fra i parametri che date mi piacciono di più “contenimento” e “contatto” rispetto a “conosciuto”. Ed è interessante discutere anche su cosa intendiamo, dicendo distruttivo. Si può distruggere per poi ricreare. Si possono distruggere gli introietti.

Il punto è sentire con consapevolezza. Il punto è l’apertura, l’accettazione del nostro divenire, dell’essere una sorta di vuoto in movimento, con contenuti che si formano nell’esperienza. Non posso raccontare oggi cosa sarò domani. Più che desiderio non conosciuto, direi che il problema è il desiderio non sentito, non accettato, privo di sostegno. Se si rompe la spontaneità del contatto, si perde consapevolezza. Se si perde l’altro, si perde consapevolezza.

Il mio desiderio gioca e si misura con quello dell’altro e tutto è diverso se teniamo o no conto dell’altro. Tutto è molto diverso. Ma questo non vale solo per il desiderio, vale anche per l’amore. E qua parlo anche da “giallista”, lettrice e scrittrice. Posso dire che amo i gialli in cui si uccide per amore. Per amore, sì. Sono molto frequenti. Naturalmente possiamo discutere se quello sia vero amore o sia possesso, gelosia, narcisismo ecc ecc. Sempre, in qualsiasi emozione e sentimento (o pseudo tale) l’aspetto dirimente è se vedo o no l’altro.

Inseriamo anche il tempo. Il concetto, ma soprattutto l’esperienza, del tempo. Il desiderio ci permette di esplorare anche questo parametro, così importante nella relazione. Il sapere attendere è la consapevolezza che il desiderio ha tante fasi, si trasforma. Questo avviene se è espresso, sentito, sostenuto dalla relazione, dalla nostra storia, dall’equilibrio corpo-mondo.

Una delle definizioni di tempo è “ordine misurabile del movimento”. Potremmo anche dire ordine misurabile del desiderio?

La realizzazione del desiderio può essere rapida, felice, esplosiva (in senso buono). Ma può essere anche posticipata o impedita da un ostacolo, da qualcosa di passato, presente, futuro. A volte, secondo me, troviamo il piacere anche, proprio, nell’attesa, nel desiderio stesso, nel prolungare la fase della possibilità. Ci vuole sostegno per vivere questo, però. La funzione io, sostenuta da funzione es e personalità, può scegliere di desiderare, può scegliere, in una sorta di ossimoro, di lasciarsi andare.

4)  La sessualità, o meglio, l’energia sessuale, è un’esperienza che non può essere controllata, sfida la forza degli introietti e può aprire strade non prevedibili sia per gli individui che per la coppia. Quali rischi e quali opportunità vedi?

L’energia che definite sessuale è sia energia del desidero sia energia dell’atto sessuale?

Mi sembra che così entriamo ancora di più nel tema dello scioglimento degli introietti. Qui si possono sciogliere introietti anche corporei. È più eccitante, ma anche più pericoloso. Perché lasciarsi andare all’innamoramento può essere una scelta della funzione io, mentre qua il corpo parla in prima persona, senza mediazioni. Un diffuso modo di dire è quello secondo cui non conosciamo le potenzialità della nostra mente. Ma neanche sappiamo le potenzialità del nostro corpo. Il corpo ci connette al mondo, non solo attraverso funzioni quali quella respiratoria o digestiva, ma anche attraverso tutti i ritmi vitali, che ci rendono indissolubilmente parte dei contesti naturali e sociali. L’orgasmo è un’olistica ristrutturazione di psiche, corpo, relazioni, mondo.

Naturalmente, la sessualità non è solo orgasmo. Non è rivoluzionaria e trasformativa solo attraverso l’orgasmo. Se sostenessimo questo, rischieremmo di non valorizzare, o di eliminare, gli sforzi, gli adattamenti creativi, le storie diverse. E teniamo anche conto del fatto che la sessualità può, a sua volta, essere vincolata da introietti.

La profondità dell’esperienza sessuale non è data solo dall’essere attraversata fino a un compimento predefinito, ma dall’essere vissuta nella sua complessità, anche di significati e valori.

Bloccare l’atto sessuale o bloccare l’intera esperienza sono situazioni molto diverse. Bloccare l’esperienza è un blocco, appunto. Aprire ad altro, insieme o al posto dell’atto sessuale vero è proprio, ha un senso differente.

Attendere o posticipare la parte fisica, in alcuni rapporti, può forse aprire di più alla presenza. Riprendiamo così anche il tema del desiderio e del tempo.

Nell’eterno l’amore, di Francois Cheng, è un libro sull’amore, sulla vita, sulla sofferenza, spirito, corpo. Forse su una visione, che definirei qui, genericamente, orientale, delle cose e del mondo. Credo che abbia a che fare con tutto quello che stiamo dicendo. Vorrei utilizzare questo testo e i miei ricordi, come ulteriore stimolo.

Un uomo, un monaco da un passato più terreno, si mette dopo molti anni alla ricerca di un ricordo incancellabile: la visione e lo sguardo di una donna. Era stato un riconoscimento, un contatto totale, di anime, ma anche di corpi, attraverso quel solo sguardo.

La ritroverà. Ritroverà quella lei, motore e senso di tutta la sua vita. Si incontreranno, si vedranno, spesso, diventeranno sempre più intimi, e poi si separeranno, di nuovo, continuando a essere senso e direzione una dell’altro. Mai vivranno in pieno la sessualità, almeno secondo canoni ordinari. Ma il corpo è sempre, totalmente, coinvolto. E lo è ancora di più in uno dei rarissimi momenti di contatto fisico fra i due. Permettetemi di cercare le parole giuste nel testo e di riportarle qua. Ne vale la pena.

Le mani, dolci e lisce come la giada, si ripiegano nelle mani che hanno la stessa rugosità di un vecchio albero. Vena per vena, fibra per fibra, foglia per foglia, ramo per ramo. Ciò che sentono all’estremità delle dita e nel cuore dei palmi percorre tutto il corpo attraverso i meridiani. Immersi nelle onde ritmiche che emanano dai loro corpi e che accompagnano i loro movimenti, i due amanti oscillano in una dimensione altra. Resteranno lì, per sempre.

Un’esperienza corporea sessuale intensa può essere tale da offuscare tutto il resto e da suscitare fortemente quel bisogno di possesso e ingabbiamento dell’altro di cui parlavamo nella prima domanda. Anche per questo è importante il tema dell’attesa (perché in realtà è un tema, trasversale e compresente, non un’alternativa alla realizzazione del desiderio), della non realizzazione del desiderio, dell’esplorare, in altri modi, erotismo, energia, legame, affinità.

Forse, altre volte, avviene il contrario. Ci sono rapporti o persone o momenti, in cui l’alone, che chiamo spirituale perché non so come altro chiamarlo, è così intenso da quasi oscurare il desiderio sessuale. Ma le sensazioni fisiche e le trasformazioni corporee si verificano comunque.

Molte religioni e forme spirituali tengono conto del potere della sessualità.

5) Un diffuso luogo comune sostiene che le donne non riescono a vivere il sesso senza l’amore e gli uomini non riescono a vivere l’amore senza il sesso. Aldilà delle differenze di genere, che potrebbero anche essere la conseguenza di introietti culturali, secondo te ha senso separare amore e sesso?

Ha senso separarli e ha senso unirli. Entrambi sono esemplificazioni della relazionalità dell’uomo. Sesso e amore sono finte polarità. L’incarnazione non si realizza se non c’è il respiro del mondo.

C’è una parte del del Perls, Hefferline, Goodmann (PHG), in cui si parla di una sessualità quasi obbligatoria e asettica, che ha perso sia la dimensione animale sia quella spirituale. Quella descritta nel PHG sembra la situazione del film The Lobster, di Yorgos Lanthimos. L’avete visto?

La storia è ambientata in un futuro immaginario, in una società in cui essere single è vietato. Il possibile recupero sociale avviene in un grande hotel, dove i single vengono deportati e collocati, per fare sì che trovino l’anima gemella. Entro quarantacinque giorni. Tutti i presenti, senza differenza di cultura, ceto, interessi, sono costretti a cercare un affiatamento. Se, nel mese e mezzo a disposizione, non lo troveranno, saranno trasformati in un animale a loro scelta. Intorno all’hotel c’è un bosco, dove vivono i ribelli. Individui fuggiti dall’hotel, single a cui non è concessa nessuna relazione di coppia. Il protagonista passerà alcune settimane nel grande hotel, senza trovare l’amore obbligatorio. Lo troverà, invece, in mezzo ai ribelli.

Quello che mi ha colpito è che queste coppie obbligate, questa sorta di amore prescritto sono il frutto di una totale incapacità di slancio, relazione, presenza, contatto. Come se, nella distopia descritta dal film, l’umanità avesse completamente perso la capacità e il ricordo stesso dell’amore. È il contrario della rivoluzione a cui possiamo pensare, leggendo Carol Gilligan. È un patriarcato, che sempre più diventa guscio vuoto, perdendo emozioni, sentimenti, direzione. L’altro non esiste e quindi io non esisto. Il mondo non esiste. E c’è una violenza estrema, fredda. Violenza, non aggressività espressa con energia e passione. Tocchiamo così il tema dell’aggressività, nelle relazioni, nella sessualità. Solo un accenno, anche perchè so che è un tema che state esplorando voi molto più di me. L’aggressività, intesa come energia, come spinta ad incontrarsi e a destrutturare la novità, fa parte del sesso. A volte, può anche emergere in modo eccessivo, o comunque estraneo alle abituali modalità relazionali degli interessati, proprio durante l’attività sessuale, in quanto momento di minore controllo, di quel lasciarsi andare di cui più volte abbiamo parlato. Altre volte, un’aggressività violenta e non relazionale utilizza il sesso come strumento, come scusa e occasione per emergere ed agire. Anche l’ingabbiamento dell’altro, naturalmente, è sopruso e violenza. In questo caso il surplus di energia che si libera nell’amore e nella sessualità, non essendo compreso nelle sue valenze e sfaccettature, non trovando sostegno e contenimento, diventa violenza.

Nel film la violenza non accompagna sessualità e amore, non ne è una deviazione compresente. La violenza è al posto dell’amore. Al posto di qualcosa che non si sente e non si sa più vivere.

Ci sono tanti amori – o gradi diversi dell’amore – e tante forme di sesso – o gradi diversi della sessualità. Ma l’esperienza forte e reale del contatto pieno è sempre una rivoluzione totale, seppure, a volte, momentanea. Sesso o amore che sia.

Mentre l’amore come astrazione ha un senso sovra esperienziale di direzione, magari anche utopica, il sesso come astrazione sembrerebbe smettere di esistere. Ma forse non è così. Quando parliamo di orgasmo parliamo di una ristrutturazione del corpo, della persona, dell’essere nel mondo. Può essere solo, direttamente, corporea la strada che ci porta a questa esperienza? Lascio aperta la domanda, ricordando che il lasciarsi andare a un’esperienza totale è una scelta (funzione io). La fiducia è una scelta.

Vorrei nominare qui anche il narcisismo diffuso del nostro tempo, un altro tema interessante. Il narcisismo come fenomeno sociale e culturale, come patologia etnica e, in quanto tale, con intorno un alone di esperienze fra loro disparate, che vengono abitualmente inglobate nella definizione stessa di narcisismo. Nell’esperienza narcisistica si tende ad evitare l’andare fino in fondo all’esperienza, forse proprio perché si è più vicini al fondo stesso dell’umano, al rischio di toccare il vuoto, il nulla.

Chiudo queste riflessioni, cambiando punto di vista. Quando scrivo romanzi gialli, sento che, a un certo punto, ci vogliono il sesso, la carne, il contatto. E questo mi succede anche da lettrice. A un certo punto, non mi bastano più il desiderio e l’attesa. Forse perché quella sessuale è, in un thriller, una tensione in più, che si accumula parallelamente a quella dell’intreccio e delle indagini. Abbiamo a che fare con tensioni che si annullano e si rilasciano, con il rapporto fra vita e morte.

Grazie.

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