L’obiettivo del presente lavoro è presentare il trauma secondo l’ottica della terapia della Gestalt. Nella prima parte viene descritto il trauma dal punto di vista del processo figura/sfondo, specificando cosa accade al “processo di contatto”: sia alla vittima durante e dopo il trauma e sia all’ambiente familiare e sociale che si trova di fronte a questo tipo di tipo di sofferenza. Nella seconda parte affronteremo la cura del trauma facendo un affondo sul modello ritenuto più accreditato – l’Emdr – soffermandoci sul processo di elaborazione, sia dal punto di vista neuroscientifico, che clinico. Inoltre tracceremo alcuni punti di sovrapposizione con la terapia della Gestalt. Nell’ultima parte, ci soffermeremo sulla specificità e sulle potenzialità dell’approccio gestaltica nella cura del trauma.
Ci appoggeremo sul testo di base “Teoria e pratica della terapia della Gestalt”, scritto da Perls, Hefferline e Goodman (PHG) il quale, nonostante abbia origine nel 1951, presenta ancora una visione dell’esperienza attuale estremamente utile per comprendere le sofferenze dell’uomo e sulla teoria del Sé, che è stata rivisitata e ampliata successivamente (Spagnuolo Lobb, 2015; Robine, 2015).
1.0 Il trauma: l’esperienza dell’invasione di una novità non assimilabile e dell’impossibilità di rifiutarla
Perls et al. definiscono il sé, cioè quell’esperienza che possiamo fare nel contatto pieno, come il risultato del processo di contatto, che si sviluppa come un “lento formarsi della figura su uno sfondo” (1951,1948, p.41). Richiede non solo la consapevolezza del proprio sentire corporeo (in cui c’è già una prima valutazione dell’ambiente e delle potenzialità del campo), ma anche la capacità di adattarsi creativamente alla situazione, modificandola con la propria aggressività e lasciandosi modificare da essa. Per usare le parole di Perls et al., «L’energia viene liberata per la formazione della figura quando le parti caotiche dell’ambiente “incontrano” un’eccitazione istintuale, la definiscono e la trasformano, e vengono esse stesse distrutte e trasformate. L’eccitazione crescente è il progressivo lasciarsi alle spalle lo sfondo» (1951/1998, p. 411). Il modello noto come “Ciclo di contatto” percorre l’eccitazione crescente nella formazione della figura attraverso una serie di fasi, ed il successivo decrescere dell’eccitazione nel momento in cui la figura recede sullo sfondo (Zinker, 1997; Wheeler, 1991/1998; Taylor, 2016).
Il crescere del contatto mette in moto i processi di identificazione e alienazione rispetto alla figura che sta emergendo. Focalizzare, mantenere la concentrazione, alienare le distrazioni e portare avanti l’azione, accogliere l’ambiente che oppone una resistenza, rifiutare ciò che non ci piace, influenzare l’ambiente e lasciarci influenzare da esso: questo campo di forza appartiene alle funzioni dell’Io. La figura che co-creiamo può così emergere dallo sfondo e poi ritornare ad esso in un continuum esistenziale che è la vita di ciascuno di noi.
Come gestaltisti sappiamo che la possibilità di creare figure luminose e vitali dipende dallo sfondo da cui emergono (Spagnuolo Lobb, 2015). La formazione figura/sfondo come base del Sé è uno dei fondamenti della Terapia della Gestalt (Robine, 2015).
Secondo la psicologia della Gestalt e gli studi sulla percezione, di cui celebri sono le immagini ambigue, non è possibile l’esistenza della figura senza uno sfondo, il quale, anche se non viene focalizzato (in tal caso diventerebbe una nuova figura) esiste sempre e contribuisce a delineare i contorni della figura in primo piano. Eppure ci sono situazioni sicure, create artificialmente dall’uomo, per poter fare l’esperienza dell’assenza del processo figura/sfondo, tipo le vasche di deprivazione sensoriale, in cui vengono eliminati tutti gli stimoli visivi, uditivo e tattili di orientamento. Tutte le figure possibili vengono annullate e dunque sparisce anche lo sfondo creando un vero e proprio processo di coscienza alterato. Pertanto, in una situazione sicura in cui abbiamo il controllo degli eventi (funzione Io), l’assenza del processo figura/sfondo diventa una “novità assimilabile”. Myriam Taylor, in “Psicoterapia del trauma e pratica clinica. Corpo, Neuroscienze e Gestalt” (2016), sottolinea come la difficoltà nel processo di formazione della figura sembra essere una caratteristica tipica delle persone che hanno vissuto un trauma: il vissuto comune è di non avere alcun controllo sul processo e che non esista alcuno sfondo (Kepner, 2003).
In base a questa lettura, il trauma si presenta come una figura che emerge bruscamente da uno sfondo e che non è assimilabile nel continuum esistenziale della persona. La gestalt non può ritornare nello sfondo così com’è emersa ed integrarsi ad esso.
La teoria di Perls et alii collega il processo figura/sfondo con il processo di contatto, che – come leggiamo nel testo fondante – è “l’incontro con la novità assimilabile e tutte le azioni che servono per assimilarla o rifiutarla” (1951). La novità emerge sempre da uno sfondo e diventa figura.
La situazione traumatica è una novità soverchiante e l’individuo non può fare a meno di interrompere il processo di contatto. L’esperienza si conclude con i “meccanismi di emergenza” (PHG, 1951; Cascio, 2011) che consentono di non soccombere di fronte ad una minaccia di morte.
Nel caso del trauma abbiamo un “pre-contatto” velocissimo, dove la figura non trae energia dall’eccitazione istintuale (bisogni, interessi) e una rottura improvvisa (etimologicamente il trauma rimanda ad un perforamento). Ciò che accade nelle ore, nei giorni e nelle settimane successive è determinante per la prognosi del Disturbo post-traumatico da stress (DPTS). È una fase delicatissima e difficile che riguarda il processo dell’assimilazione, in cui la vittima ritorna nel suo contesto e si relaziona con il contesto sociale e familiare. Vedremo più avanti che il “sostegno ambientale” è ciò che consentirà alle figure traumatiche di integrarsi nello sfondo nutrendo le risorse della persona e sviluppando la sua resilienza, oppure che contribuire a creare una chiusura rigida dell’esperienza e la successiva nevrosi.
Possiamo ora dare una prima definizione del trauma, come l’esperienza dell’invasione di una novità non assimilabile e dell’impossibilità di rifiutarla.
La persona sente di non avere alcuna risorsa per affrontare la situazione e neanche per potersene andare. Si parla infatti di “impotenza appresa”.
Da queste considerazioni, è chiaro che la funzione Io è senza sostegno, dunque inefficace.
Anche la funzione Personalità non sostiene (non c’è alcuna risorsa nelle esperienze passate su cui la persona può sostenersi per affrontare la situazione).
A questo punto non rimane che la funzione Es, che inizia ad operare senza il supporto delle altre funzioni: si tratta di un funzionamento “di emergenza” che ha lo scopo di proteggere l’organismo; questo tipo di risposta implica una interazione immediata tra Organismo e Ambiente senza le consuete tappe intermedie del ciclo di contatto (PHG, 1951; Cascio, 2011).
L’essere umano, in quanto animale, non può reggere a lungo situazioni di pericolo estreme senza strategie di sopravvivenza. L’evoluzione della specie ha dotato l’uomo di meccanismi involontari, che i fondatori della Gestalt descrivevano da un punto di vista fenomenologico nell’ormai lontano 1951, ben prima che la mente fosse studiata dal punto di vista neuroscientifico con le nuove tecnologie.
Il funzionamento corporeo di emergenza risponde in due modalità: sub-normali e super-normali. Nel primo caso il corpo anestetizza i recettori e protegge il confine privandolo di sensibilità o paralizzandolo in senso motorio aspettando che l’emergenza passi (es. svenimento, collasso, shock, anestesia). Le risposte super-normali (o super-attive), invece, agiscono sui propriocettori agitando il confine per scaricare la tensione: allucinazione, sogni, pensiero ossessivo, immaginazione vivace, agitazione motoria.
La mente, grazie a queste risposte, esaurisce le energie che non possono giungere ad un equilibrio e crea un “ritardo nell’azione” che dà alla persona la possibilità di riposarsi e ritirarsi, quando il problema non può essere risolto in modo diverso (per un approfondimento si veda Cascio, 2011).
La natura involontaria di queste risposte è particolarmente interessante poiché ha a che vedere con i movimenti viscerali e il sistema nervoso autonomo, studiati dalla medicina psicosomatica e da branche come la psiconeuroimmunologia (PNEI), oltre che dalla psicotraumatologia di cui Stephen Porges è uno dei più rinomati esponenti (2012).
Nella teoria Polivagale, Porges descrive il sistema nervoso autonomo come la parte della mente che si attiva nelle emergenze, in particolare attraverso il nervo vago, un canale che comprende molte fibre nervose, che origina dal tronco encefalico e percorre gli organi viscerali. Si suddivide nei suoi due sistemi antagonisti: simpatico e parasimpatico. A seconda di quali aree si attivano abbiamo strategie di sopravvivenza molto diverse tra loro, raggruppabili in tre tipi di risposta: ricerca di sostegno ambientale, attacco e fuga, spegnimento (dissociazione, svenimento, ecc).
Perls et al. (1951) definiscono le strategie di sopravvivenza dell’essere umano di fronte a situazioni difficili come “adattamenti creativi”. Gli adattamenti creativi tipici delle esperienze traumatiche si appoggiano alla sola funzione Es e hanno alcune caratteristiche in comune con i sintomi psicotici, poichè l’Io si frammenta. L’Io frammentato agisce costruendo figure frammentate.
Nelle situazioni traumatiche, quando la figura emerge bruscamente dallo sfondo, la risposta più funzionale in genere è lo spegnimento, esso viene operato dalla parte più antica del cervello, quello rettiliano il quale immobilizza l’uomo in attesa di rispondere in qualche modo alla situazione di pericolo.
Dal punto di vista della Gestalt diremmo che si tratta di un “adattamento creativo” temporaneo che consente all’Organismo di ritardare l’azione di fronte ad una gestalt molto difficile.
Ma prima o poi, per andare avanti, dobbiamo in qualche modo dare un senso all’esperienza vissuta. In questo modo possiamo archiviarla e spostare l’attenzione su altro. PHG scrivono che quando la persona non trova sostegno nell’ambiente, chiuderà la Gestalt in maniera nevrotica.
2.0 Il processo di elaborazione del trauma in Emdr
Lo sforzo di assimilare un evento come il trauma è il momento più carico di potenzialità di crescita per le vittime di traumi, sia di quelli con la “t” minuscola (deficit precoci ricorrenti legati a difficoltà nelle relazioni primarie), sia con la “T” maiuscola (traumi singoli come incidenti automobilistici, Tsunami..).
L’Associazione Emdr in Italia e nel mondo fonda il suo operato sul sostegno al processo di elaborazione e infatti, da 15 anni, è presente nei luoghi delle calamità naturali e delle tragedie fornendo squadre di soccorritori che intervengono sul posto invitando le vittime a parlare e a condividere l’esperienza vissuta.
L’Emdr (Eyes Movement Desensitization Reprocessing) è uno degli approcci che più si è affermato negli ultimi 15 anni nella cura del trauma e sviluppa il concetto di “elaborazione dell’informazione”. Presenta diversi punti in comune con la teoria della Gestalt, nonostante le sostanziali differenze epistemologiche di fondo.
Vorrei aprire un dialogo con questo modello perchè chiarisce cosa accade durante il processo di assimilazione del trauma e può portare alcune riflessioni sulla clinica, in particolare per noi che lavoriamo essenzialmente sul confine di contatto.
Seguendo le parole di Van Der Kolk, uno dei pionieri nella ricerca e nel trattamento dello stress traumatico (2014): “I ricordi traumatici persistono sotto forma di sentimenti, sensazioni e immagini dissociate, immodificate. Per me la caratteristica più rilevante dell’Emdr è la sua evidente capacità di attivare una serie di sensazioni, emozioni, immagini e pensieri spontanei e apparentemente non collegati, correlati con il ricordo originario. Questo modo di riassemblare le vecchie informazioni in nuovi pacchetti può corrispondere esattamente al modo in cui integriamo le esperienze ordinarie, non-traumatiche, giorno dopo giorno. (…) L’Emdr integra il materiale traumatico. Dopo un trattamento Emdr, il trauma può essere già percepito come un evento coerentemente situato nel passato e non più sotto forma di sensazioni e immagini staccate dal contesto. I ricordi evolvono e cambiano, sono sottoposti, cioè, a un lungo processo di integrazione e reinterpretazione che avviene in modo automatico nel cervello veramente senza l’intervento alcuno da parte del sé conscio. Una volta completata l’elaborazione, l’esperienza si integra con gli altri eventi di vita e smette di avere una vita propria. Il PTSD è il prodotto del fallimento di questo processo, e pertanto il ricordo rimane bloccato, non digerito e grezzo” (p. 293, p. 297).
Il modello alla base dell’Emdr (AIP: elaborazione adattiva dell’Informazione), fondando i suoi assunti su basi neurofisiologiche, fotografa la mente e osserva cosa avviene a livello sinaptico quando le esperienze traumatiche non sono elaborate.
Gli studi sperimentali, utilizzando la risonanza magnetica ad alta risoluzione su pazienti con PTSD cronico, riscontrano la presenza di cambiamenti volumetrici dell’ippocampo dopo il trattamento con Emdr. L’ippocampo viene indicato come una “struttura cerebrale che presenta un volume ridotto nei pazienti con PTSD e la cui rigenerazione nel volume sembrava essere promossa finora soltanto dalle sostanze psicotrope. Questo studio ha mostrato che 8 settimane di trattamento EMDR conducono ad una notevole riduzione della sintomatologia e il volume dell’ippocampo aumenta bilateralmente in modo significativo. Sebbene si tratti di uno studio su 18 casi, questi risultati non solo lasciano aperta la questione che anche la psicoterapia, oltre alla psicofarmacologia, possa indurre alterazioni nell’espressione genica che portano a cambiamenti strutturali nel cervello, ma anche indicano l’Emdr come metodo significativamente più efficace e promettente sia in ambito clinico che di ricerca” (Fernandez, 2016; Bossini, 2007; 2012).
In questo modello, le reti mnemoniche sono viste come la base sottostante alla patologia e alla salute mentale. L’esperienza codificata di traumi è la base primaria della patologia ed è collegata ai problemi attuali che riporta il paziente quando arriva in terapia. I sintomi sono la conseguenza di memorie non elaborate, ovvero di esperienze immagazzinate in maniera non funzionale. Queste rimangono incapsulate come nodi neuronali in una parte della mente che rimane isolata dai collegamenti sinaptici che le esperienze successive creano e che fanno sì che il presente riscriva in parte anche la memoria del passato. I ricordi traumatici rimangono fissi e immutati, sia a livello di pensieri, che di sensazioni o immagini. Per questo, quando in terapia riemergono, anche a distanza di molti anni, contemporaneamente riaffiorano particolari molto dettagliati della situazione, come un odore, o una precisa sensazione corporea (Fernandez, 2019).
Le persone con traumi pregressi possono vivere una vita intera cercando di eliminare il ricordo e allontanarlo dalla consapevolezza, al punto di dimenticarsi a livello cognitivo di abusi subiti. La memoria, tuttavia, rimane impressa nel corpo e può riemergere, anche a distanza di molti anni, attraverso i sintomi quali ansia, mancanza di concentrazione, irritabilità, ipervigilanza, flashback: la persona continua a vivere “come se” fosse in guerra anche quando la guerra è finita da anni. Perls et al. parlano di “stato di emergenza cronica di basso grado” (1951, 1998). Con le parole di Van Der Kolk: “Il Corpo Accusa il Colpo”, come cita il titolo di uno dei suoi più celebri libri (Van Der Kolk, 2014).
Per l’Emdr la funzione del terapeuta è “semplicemente” di rimettere in moto il processo di elaborazione ripristinando i collegamenti neurali tra passato, presente (e infine futuro). Francine Shapiro, colei che scoprì questo strumento, era solita ribadire ai suoi allievi che il terapeuta “non ha molta importanza” perchè il grosso del lavoro lo fa il paziente stesso (2013). Anche Perls ridimensiona l’importanza del terapeuta e sostiene che il suo lavoro è quello di “collegare” (1969).
Come molte scoperte scientifiche, la nascita dell’Emdr si deve ad un’osservazione casuale. Un giorno del 1987, la psicologa Francine Shapiro, passeggiando in un parco, assorta in ricordi dolorosi, notò che rapidi movimenti oculari producevano un enorme sollievo dallo stress. Sottopose il metodo ad anni di sperimentazione e ricerca, costruite gradualmente su una procedura standardizzata, che poteva essere insegnata e testata all’interno di studi controllati. E così nacque l’Emdr.
Ci sono numerosi studi su come i movimenti oculari facilitino l’elaborazione e la trasformazione delle memorie traumatiche (Sack, 2008; Van Der Kolk, 2015).
L’intervento prevede un’alternanza tra la stimolazione oculare bilaterale in cui il paziente, partendo dalla memoria di un’esperienza dolorosa (può essere un’immagine o anche solo una vaga sensazione corporea), lascia libero accesso a tutte le associazioni mentali che emergono per qualche minuto per poi riferire molto brevemente il contenuto dello scenario mentale, e poi riprendere questo viaggio con la stimolazione bilaterale. Il terapeuta non interpreta, non riformula, semplicemente accoglie in silenzio il contenuto verbale, per poi ritornare alla stimolazione in cui il paziente fa emergere il flusso del ricordo. La stimolazione può essere anche tattile, toccando alternativamente la gamba destra e quella sinistra o uditiva, nel caso il movimento oculare susciti nausea o capogiri.
È il paziente a fare tutto il lavoro che gli serve per affrontare i suoi blocchi e questo ha il pregio di “salvare” il terapeuta dai suoi limiti. Inoltre le pause da questo viaggio per consentirne la narrazione rinforzano nel paziente la capacità di distinguere ciò che appartiene al passato e il contesto del presente. Il paziente discrimina meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia. Il punto di forza di questo strumento (Emdr) è che fa riaffiorare il passato in tutta la sua portata emotiva, creando uno spazio di ascolto in cui la memoria racchiusa nel corpo ha la possibilità di emergere e trasformarsi in parola e in pensiero.
L’obiettivo finale dell’Emdr ha una qualità pragmatica per certi aspetti simile al lavoro della Gestalt, che consiste nel ri-trovare attraverso l’immaginazione “in vivo” il movimento corporeo di cui ha bisogno, che non ha potuto compiere nel passato e che gli restituisce la dignità e il potere. La fiducia su cui il terapeuta si sostiene è nella “autoregolazione” della mente che troverà la via di uscita verso la salute (Shapiro, 2013, Fernandez, 2019).
Come nella Terapia della Gestalt, l’attenzione alla dimensione spazio-temporale è parte della terapia: l’Emdr, da parte sua, sostiene l’”attenzione duale” del paziente, incoraggiandolo a rivivere il passato nel corpo, in un’esperienza realistica come un flashback, ma tenendo sempre sveglia la sua attenzione sensoriale sul presente, attraverso la stimolazione visiva, tattile o uditiva.
È un lavoro delicato perché il passato, per effetto dell’interruzione spazio-temporale creata dal trauma (Taylor, 2016), irrompe nel presente, spesso cancellandolo, ed è difficile per il paziente mantenere un’attenzione lucida su ciò che appartiene al passato e ciò che appartiene al presente. L’unica figura possibile rimane l’angoscia che lascia impotente anche il terapeuta. Persino il contesto più sicuro come il setting può diventare il luogo di una ritraumatizzazione, in cui il paziente paradossalmente rivive con il terapeuta la mancanza di sostegno. Da questo punto di vista, l’alternanza continua tra la stimolazione bilaterale, in cui il paziente torna nei suoi confini e ascolta ciò che emerge nel suo corpo o nella sua mente e la narrazione verbale ha il pregio di creare un setting sicuro. Il paziente impara a “raccogliersi” e lasciare il terapeuta nello sfondo. Questa alternanza crea un ritmo tra ascolto di sé e apertura all’ambiente che sostiene l’assimilazione della novità. Nelle sofferenze traumatiche la vera novità è ascoltare il corpo, “stare” con sensazioni o emozioni angoscianti imparando che hanno un inizio, una durata e una fine e che possono non essere travolgenti.
La consapevolezza corporea è un aspetto del lavoro da sempre presente nel lavoro della Gestalt, tant’è vero che nei corsi di formazione in psicoterapia sono praticate varie forme di meditazione (statica o dinamica), mindfulness, yoga, che sono strumenti funzionali a sostenere la regolazione degli stati emotivi e il controllo del corpo e della mente.
Lo sviluppo più interessante che porta la Gestalt, tuttavia, è quello di uscire da una prospettiva individualistica e considerare le sensazioni del paziente come parte di un campo co-creato. Robine (1995) sostiene che, quando la terapia è in stallo, occorre ritornare all'”Es della situazione” e “rastrellare” sensazioni, immagini o pensieri scollegati, perché tutto ciò fa parte dello sfondo che sostiene la figura che paziente e terapeuta stanno cercando di co-costruire. Queste riflessioni sviluppano la Teoria del Campo che è uno dei fondamenti della Gestalt (Parlett, 1991; Robine, 1995; 2015). La novità che porta questo approccio è che l’Es non appartiene solo alle profondità dell’individuo, ma alla situazione più ampia e questo apre spazi di intervento che l’Emdr non contempla.
Svilupperemo le implicazioni cliniche della Teoria del Campo più avanti parlando di co-creazione.
La difficoltà più grossa con cui i terapeuti dell’Emdr si imbattono è che non sempre le memorie traumatizzanti sono chiare alla consapevolezza. Rispetto ai traumi con la “T maiuscola” (traumi singoli come una calamità naturale) l’efficacia del metodo è straordinariamente evidente già in poche sessioni. Ma quando parliamo di Disturbi post-traumatici da stress complessi, il più delle volte in presenza di traumi con la “t minuscola” (legati all’attaccamento) il viaggio dalle memorie corporee alle parole richiede molto tempo e le esperienze traumatiche sono negate e perse nell’oblio della mente. È frequente che il paziente inizi la terapia e che il ricordo di un abuso sessuale emerga a distanza di mesi o addirittura anni.
In questi casi i protocolli dell’Emdr non si possono applicare immediatamente, se non in alcune varianti esposte da Knipe in EMDR Toolbox, molto difficili per i terapeuti inesperti, nel quale le difese (evitamenti e dissociazioni) non sono viste come sintomi da eliminare, ma diventano parte del lavoro come forze da integrare nella vita del paziente e su cui il paziente è sostenuto a recuperare un controllo. Questo sembra simile al concetto gestaltico di “adattamento creativo” in cui i sintomi sono visti come risposte da valorizzare più che eliminare.
In sintesi, il concetto di “autoregolazione”, l’importanza del “qui e ora”, la necessità di stimolare e integrare gli aspetti sensoriali e corporei alla narrazione verbale del paziente, la funzione creativa del sintomo sono aspetti che ritroviamo nella prassi dell’Emdr e in cui i terapeuti della Gestalt unanimamente si riconoscono (Fogarty, 2017).
Nonostante alcune sovrapposizioni ci sono differenze sostanziali tra i due modelli, prima di ogni altra riflessione, i sintomi sono per i terapeuti della Gestalt un “appello alla relazione” (Salonia, 2001).
In Gestalt abbiamo un’esperienza della co-creazione molto più radicale, attraverso cui sosteniamo l’intenzionalità di contatto che il paziente porta nella terapia e che porta attraverso il suo corpo più che con le parole. Nel modello gestaltico, l’intervento del terapeuta e? principalmente rivolto a sostenere la realizzazione dell’intenzionalita? di contatto che in ogni momento e? gia? presente nell’esperienza del paziente (Spagnuolo Lobb, 2011), fino al momento in cui troverà durante la seduta il “gesto”, o movimento corporeo interrotto, che gli consentirà di vivere la pienezza nel contatto con il terapeuta. Non parliamo di immaginazione, ma di esperienze reali.
La “co-creazione” ci fa uscire da un’ottica di “dominanza” (Pizzimenti, 2015; 2019) in cui il terapeuta è l'”esperto” che sa cosa serve al paziente e decide quali “tecniche” usare. Ascoltare vuol dire “farsi mettere in crisi” ed essere disposti, nel percorso di crescita, ad attraversare momenti di spaesamento, sostenendo comunque la ricerca di un senso possibile. Se il terapeuta può mettersi in gioco, il paziente fa esperienza di una vulnerabilità che non è scollegata dalla fiducia nel “prossimo passo”.
Il terapeuta, dunque, è parte attiva del viaggio, è umanamente disposto a coinvolgersi e impara ad utilizzare se stesso per favorire il processo terapeutico. Ogni momento di contatto pieno tra di loro ristruttura la percezione di sé del paziente, delle proprie capacità e dell’ambiente che lo circonda favorendo l’accesso alle reti mnemoniche in cui sono depositate le esperienze dolorose e il ripristino di nuovi collegamenti all’insegna di una maggiore integrazione. Un gesto interrotto, le mani che si sfregano, uno sguardo, una postura o addirittura un odore – può diventare parte di un processo ermeneutico in cui il significato non è stabilito dal professionista, ma continuamente rimesso all’interno del dialogo affinchè il paziente possa trovare col terapeuta la sua narrazione, al di là di tutte le possibili diagnosi psicopatologiche: il circolo ermeneutico è l’essenza delle esperienze “che curano”.
L’attenzione ai sensi e a ciò che accade nel contatto tra paziente e terapeuta nel qui e ora sostiene il paziente ad abitare il proprio corpo, a tollerare le sensazioni fisiche per quello che sono, a prestare attenzione a ciò che sente, in modo non giudicante, arrivando ad identificare le immagini intrusive e i vissuti correlati come residui di un passato terribile e non minacce al suo presente.
In sintesi, mentre il principio di cura dell’Emdr è il sostegno ai processi di elaborazione delle informazioni immagazzinate nelle reti neurali in maniera non funzionale, per la terapia della Gestalt è l’arte di sostenere una “esperienza che curi l’esperienza”.
3.0 La chiusura della figura nelle esperienze traumatiche
A questo punto è necessario aprire una parentesi e fare una distinzione terminologica: nella Terapia della Gestalt non si parla tanto di “elaborazione”, come in Emdr, ma di “masticazione e assimilazione” e sappiamo che le parole, nonostante la loro etimologia sia simile, veicolano e riflettono prassi diverse.
La masticazione si riferisce al “cibo che mangiamo” (Perls, 1942): a differenza dell’elaborazione evoca un’esperienza complessa di interazione tra l’individuo e l’ambiente. Il bambino impara ad assaggiare, a masticare, ad assaporare e a sputare il cibo non buono: impara cioè a “sentire”, sviluppando capacità di ascolto legate al corpo, più che alla mente. Sappiamo inoltre che l’esperienza della nutrizione è collegata non solo alla qualità del cibo che introduciamo, ma alla relazione con le persone che ci offrono il nutrimento. Dal modo in cui l’esperienza viene assimilata dipende il benessere futuro: possiamo assimilarla in tutto e per tutto e sentirci vigorosi, o solo in parte, o vomitarla, o sentirci appesantiti e più stanchi.
Come abbiamo visto all’inizio del presente articolo, la situazione traumatica è una novità soverchiante, che l’individuo non può né digerire né sputare. La persona, se non può far altro, si distacca dall’esperienza e interrompe il processo di contatto.
Lo stress post traumatico non è un fenomeno inutile, ma è un tentativo reiterato di assimilare un materiale non assimilabile.
Assimilare l’esperienza vuole dire, per la terapia della Gestalt, creare una nuova situazione nel presente in cui la persona possa ri-vivere il terrore del trauma e ripristinare un processo di contatto che lo aiuterà ad uscire dall’impotenza e a chiudere la Gestalt.
Ciò che accade molto spesso nelle esperienze traumatiche è che l’ambiente non ha la forza di accogliere queste narrazioni per cui la vittima del trauma, qui (e non durante l’esperienza originaria del trauma) impara attivamente a nascondersi. È durante il tentativo di assimilare il trauma che la persona chiude in maniera “nevrotica” l’esperienza vissuta.
Come scrive Tylor (2016), è molto difficile per l’ambiente ascoltare queste testimonianze, perché questo vuol dire in parte lasciarsi contagiare da paure esistenziali profonde che vengono sollecitate quando parliamo di morte, degrado, dolore fisico, abusi, ecc. Il vissuto di impotenza rischia di invadere tutto il campo e tutte le persone con cui la persona si relazionera’ (la famiglia, il contesto sociale e lo stesso terapeuta in seduta).
Quando l’ambiente non riesce a sostenere il processo di assimilazione, la persona ferita, anzi perforata, si accorge dell’altro che ha un’espressione “tesa” e concluderà il processo di assimilazione/elaborazione in modo “introiettivo”, cioè con un giudizio negativo su di sè (introietto). Il ragionamento che viene fatto in modo ovviamente non razionale, ma attraverso la logica veloce delle emozioni, è di questo tipo: “Se chi mi ama non mi sostiene, vuol dire che c’è qualcosa di non amabile in me”. Questo vissuto verrà introiettato come un corpo estraneo (anche in Emdr è presente nel protocollo una fase di lavoro sulle “convinzioni negative”).
Lo stress post traumatico, determinato dall’esposizione a una minaccia reale di morte (o dal assistere alla morte di qualcun’altro) e la difficoltà nella condivisione sono due figure diverse che, entrambe, riorganizzano l’esperienza di sé del paziente (come impotente) e l’interpretazione della realtà (il mondo intero diventa un posto pericoloso). Il senso di sé, infatti, ha una radice corporea (Damasio, 2010, Spagnuolo Lobb, 2015).
In altre parole, l’esperienza viene chiusa con una “convinzione negativa” e torna nello sfondo senza integrarsi ad esso, senza nutrirlo, anzi portando un senso vago di precarietà.
Quali sono le conseguenze?
Gli introietti, una volta formati, diventano parte di uno sfondo e influenzano la persona al di là della sua consapevolezza. Per il paziente è più rassicurante vivere in accordo con essi piuttosto che rischiare un’esperienza nuova in cui potrebbe rivivere una situazione di impotenza.
L’introietto (es. “Non sono adeguato”) ha una funzione importante: mi protegge dal rischio di rivivere l’esperienza e allo stesso tempo mi consente di affrontare la situazione difficile recuperando un qualche potere sull’ambiente (es. tacere o lamentarsi piuttosto che sviluppare possibilità ha i suoi vantaggi secondari!).
L’aggressività sana, ovvero tutte quelle funzioni dell’io che servono per identificarci o alienarci dalle esperienze, è bloccata perché lo sfondo è torbido, in quanto gli introietti impediscono lo sviluppo delle successive esperienze. In altre parole, la persona impara ad appoggiarsi sulle convinzioni introiettate di sé e a desensibilizzarsi, piuttosto che rischiare di scoprire e acquisire nuove risorse.
Il lavoro terapeutico è quindi quello di sostenere un nuovo processo di contatto che consenta di riprendere l’esperienza interrotta, di riviverla nel corpo e nella mente e di mettere in moto le azioni necessarie per renderla assimilabile. Il sostegno del terapeuta va nella direzione di frustrare le soluzioni nevrotiche incoraggiando allo stesso tempo il paziente a trovare azioni più appaganti per modificare le situazioni difficili. Sarà questa nuova esperienza ad essere assimilata e a consentire alla persona di alienarsi dall’esperienza traumatica e ritornare a vivere libera nel presente.
Queste parole di Perls descrivono la potenza del sostegno terapeutico:
“Salvo quando dormiamo, siamo sempre consapevoli di qualcosa. Però non appena questa consapevolezza diventa spiacevole, la maggior parte delle persone la interrompono. All’improvviso cominciano a intellettualizzare, a sparare cacca di mucca; ed ecco la fuga nel passato, la fuga nelle aspettative, nelle buone intenzioni… il saltare come cavallette da un’esperienza all’altra, dove nessuna di queste esperienze viene mai vissuta, ma è soltanto una specie di lampo, che lascia tutto il materiale disponibile così com’è, non assimilato e inutilizzato. (…) Il nemico dell’evoluzione è questa fobia della sofferenza… la non disponibilità a soffrire il minimo indispensabile. Il fatto è che il dolore è un segnale della natura. L’agente terapeutico, lo strumento dell’evoluzione, consiste allora nell’integrare attenzione e consapevolezza… L’attenzione è un modo deliberato di ascoltare la figura che sta emergendo in primo piano: che in questo caso è qualcosa di spiacevole. Quel che faccio io come terapeuta, dunque, è di lavorare nei due sensi come un catalizzatore: fornisco una situazione in cui la persona possa vivere questo suo essere bloccata, cioè la spiacevolezza, e frustro più e più volte i suoi tentativi di fuga, finché non è disposta a mobilitare le proprie risorse. Autenticità, maturità, responsabilità delle proprie azioni, capacità di rispondere, e poi vivere nell’ora, avere a propria disposizione la creatività dell’ora…” Fritz Perls, La terapia gestaltica parola per parola, 1969, pp. 59-61.
Il processo di “assimilazione” per la terapia della Gestalt si conclude grazie alla co-creazione di una esperienza reale in cui il paziente può riattivare le funzioni dell’Io compromesse. A questo punto non avrà più bisogno dei suoi sintomi e potrà affrontare le situazioni difficili con la sua creatività. A questo punto, il paziente può guardarsi indietro con uno sguardo diverso poiché riesce a decentrare la prospettiva allargandola alla situazione più ampia in cui è avvenuto il trauma e può rendersi conto dei limiti e delle responsabilità dell’ambiente. L’impotenza cessa di essere collegata ad un senso deficitario di sé, ma alla presenza di una situazione oggettivamente difficile. Ciò accade quando finalmente il paziente può fare a meno di vincere soggiogando se stesso (un’amara vittoria ovviamente).
Riporto un esempio estremo, che può essere oggetto di dibattito dal punto di vista etico ed essere discutibile rispetto alla definizione di “sano” e “creativo” del comportamento della vittima del trauma.
Anni fa fece molto scalpore il caso di una donna che fu violentata da due uomini, che non vennero processati. Successivamente, la donna, che era un medico, li chiamó e li invitò a casa sua fingendo che gli atti sessuali subiti li avesse in realtà graditi. Li addormentò con un sedativo, li eviró entrambi e, con precisione chirurgica li ricucí evitando emorragie. Dopodiché chiamó l’ospedale e la polizia e si costituì. Al di là delle valutazioni etiche del suo gesto, possiamo ipotizzare che la donna abbia trovato un modo per uscire dalla nevrosi (pur pagando un prezzo molto alto, finendo essa stessa in prigione). La donna infatti, invitando con l’inganno i due uomini, ricrea la situazione soverchiante, ma non si lascia più travolgere da essa. Anzi li manipola, programma l’effrazione e, finalmente, ottiene una riparazione che chiude la precedente Gestalt e le consente di andare avanti recuperando la sua dignità. La donna riesce a riprendere l’esperienza dal punto in cui aveva interrotto il contatto riprendendo padronanza sulla situazione. Il dramma della vicenda è che questo adattamento creativo è stato reso possibile attraverso un comportamento antisociale. Questo è il rischio che corrono le vittime di altrui comportamenti delinquenziali.
Le funzioni dell’Io sono la capacità di orientamento, manipolazione, azione, scelta, pensiero critico e autoriflessivo. Più in generale, è il modo in cui la persona sente di avere un senso di padronanza sugli eventi.
Il trauma porta ad una perdita di fiducia nella funzione Io, che investe uno o più aspetti di vita, quando non l’intera esistenza della persona (professionale, affettiva, sessuale, relazionale, familiare, ecc). Possono essere capacità cognitive, relazionali o legate al corpo: comunicare in modo dialettico, vedere le situazioni da più punti di vista, mediare il conflitto, orientarsi in momenti di confusione, sapersi difendere con la forza da un’aggressione fisica, scegliere tra diverse alternative ecc. Molte persone con sofferenze legate ai traumi presentano un deficit in alcune o in tutte queste funzioni dell’Io ed è necessario un graduale allenamento, grazie al quale la persona recupera la fiducia, il proprio potere nell’ambiente e la respons-abilità, intesa sia come capacità di dare risposte, sia capacità di prendersi dei pesi e reggerli (pondus).
Se il trauma è l’esperienza dell’invasione di una novità non assimilabile e dell’impossibilità di rifiutarla, allora il terapeuta coglierà gli aspetti del qui e ora della seduta che non la rendono assimilabile così com’è, bche creano disagio o necessitano un confronto tra paziente e terapeuta, perché sono proprio queste le situazioni in cui il paziente ha la possibilità di riappropriarsi del potere di rifiutare la situazione data e portare la propria forza trasformativa appoggiandosi alle nuove risorse ora disponibili (modificandolo quando possibile…. o andandosene).
In conclusione, abbiamo descritto a sommi capi l’Emdr, uno degli approcci ritenuto più efficace nel trattamento dei traumi. In linea con gli orientamenti cognitivo-comportamentali, l’Emdr ha creato un protocollo che il terapeuta applica in maniera sistematica, che va ad agire sul processo di elaborazione. Etimologicamente e-laborare vuol dire “fare un lavoro” e, nella fisiologia, “con-cuocere nell’apparato digerente”, ovvero cuocere una seconda volta un materiale già cucinato, ma non digeribile per l’organismo, con la collaborazione di tutti gli organi digestivi.
Questa definizione ci rimanda alla necessità di costruire (“cucinare”) una seconda esperienza che è necessaria per potersi liberare della prima, la quale permane come un materiale nocivo. L’elaborazione, da questo punto di vista, sostiene più propriamente la capacità dell’individuo di “vomitare” le novità non assimilabili. Assaggiare, masticare, assaporare, così come sputare e vomitare sono tutti movimenti che ci consentono di costruire un confine di contatto, modificandolo (laddove è possibile) oppure andandocene.
Per la terapia della Gestalt, il terapeuta non ha un ruolo neutro che consiste nell’applicazione di un protocollo, ma è parte attiva di questa nuova situazione. Il viaggio che la terapia rende possibile è il risultato non solo delle due individualità, ma di come esse si collegano tra loro: “la figura è più della somma delle singole parti”. È un principio che ci rimanda alla teoria del Se’, per cui il processo non dipende soltanto dal paziente o dal terapeuta, ma da un “modo medio” che è il contatto che essi sono disponibili a creare.
Questa nuova figura rende possibile il rifiuto dell’esperienza traumatica ponendo fine allo stress post-traumatico, ovvero al reiterato tentativo di assimilare qualcosa che, di fatto, non è assimilabile.
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