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“Come in una bolla”: una lettura della dipendenza affettiva e del suo trattamento

“Come in una bolla”: una lettura della dipendenza affettiva e del suo trattamento
di Lidia Durante

“A volte è come se mi mancasse
Quella parte di anima
Che si incastra nel puzzle del mondo.
Apro migliaia di scatole,
trovo pezzi bellissimi e colorati,
ma è dentro di me che manca il pezzo
con cui completare l’incastro”

(Fabrizio Caramagna, Incastri)

 

Dipendenze comportamentali e società post-moderna

Le sofferenze di cui intendo parlare sono le cosiddette “new addiction” e, in particolare, la dipendenza affettiva; si tratta di dipendenze comportamentali non legate all’utilizzo di sostanze. 

Nel complesso queste dipendenze riguardano comportamenti associati ad una gratificazione immediata e all’incapacità di resistere all’impulso di metterli in atto nonostante le conseguenze negative sulla vita dell’individuo che li attua. Le somiglianze con le dipendenze da sostanze, come vedremo, sono molte, tali comportamenti sono finalizzati ad alleviare stati d’animo disforici, l’individuo può essere soggetto a crisi di astinenza e allo sviluppo della tolleranza che lo porta ad aumentare sempre di più la frequenza del comportamento percependo di non essere in grado di controllarlo. 

  • Dipendenza dalle nuove tecnologie: internet, smartphone, giochi on-line, social-network e pornografia on-line;
  • Gioco d’azzardo compulsivo (GAP);
  • Shopping compulsivo
  • Dipendenza affettiva
  • Dipendenza dal lavoro (workaholism)
  • Dipendenza da attività fisica

Le dipendenze comportamentali sono legate allo stile di vita della società occidentale contemporanea e sottendono il malessere esistenziale dell’individuo post-moderno. La psicoterapia della Gestalt non parla di individuo ma di organismo nel suo ambiente, mettendo in luce come il contesto in cui viviamo sia parte della nostra identità. 

L’esperienza si verifica ai confini tra l’organismo e il suo ambiente…l’esperienza è la funzione di questo confine.” (Perls, Hefferline, Goodman Teoria e pratica della terapia della Gestalt)

Fritz Perls, fondatore della Gestalt, aveva compreso come i contesti culturali determinino le psicopatologie che in Gestalt preferiamo definire “sofferenze” mettendo l’accento più sull’esperienza sempre unica dell’individuo che sulla classificazione nosografica del disturbo di cui è portatore; le psicopatologie, nella visione gestaltica, sono sofferenze della relazione che esprimono un mancato incontro significativo con l’altro.

La società post- moderna, il nostro ambiente, è una società individualista in cui l’Io prevale sul Noi, viene definita da Baumann una società “liquida” in cui i legami tra le persone e con le istituzioni sono molto fragili.  I contenitori sociali tradizionali come la famiglia, la scuola o le comunità religiose, non costituiscono più dei solidi punti di riferimento. Il bisogno dell’essere umano di sviluppare un’appartenenza per costituirsi un’identità viene disatteso da una comunità sempre più frammentata e complessa. Da una parte l’individuo ha, a parere di chi scrive, molte più occasioni, rispetto a quelle che hanno vissuto le passate generazioni, di incontrare le differenze e fare esperienze potenzialmente più ricche e trasformative, pensiamo alle famiglie allargate oppure alla convivenza con persone di etnie diverse e alle possibili contaminazioni che ne derivano declinate in termini di opportunità di sperimentare modi diversi di essere nel mondo.  

D’altra parte, però, l’ opportunità di radicarsi nella certezza, nelle prevedibilità di regole e valori condivisi che costituiscono le colonne portanti del contesto sociale tradizionale, viene meno lasciando il posto ad una visione prettamente individualistica dell’esistenza: l’uomo post- moderno esiste per affermare sé stesso, per conseguire la propria realizzazione personale, non per promuovere intenti comunitari o per sacrificare i propri bisogni al bene comune. 

Il diritto alla felicità personale diventa centrale in una cultura che considera l’individuo principalmente come un consumatore di beni effimeri cui si lega un’illusoria promessa di benessere e affermazione di sé. La deriva individualista crea una dimensione sociale in cui, mancando ogni appartenenza stabile, tutto si dissolve in un’incertezza che diventa la norma e non l’eccezione dello stare al mondo. Possiamo pensare all’uomo post- moderno, estremizzando un po’, come ad un albero senza forti radici che fatica a sviluppare i propri rami in una crescita armonica e bilanciata. Una società che non sostiene lo sviluppo delle appartenenze produce individui soli, confusi, fragili, concentrati sulla superficie dell’essere ed incapaci di stare in contatto con le proprie emozioni e di individuale i propri bisogni. La struttura di personalità di chi è cresciuto senza riferimenti e certezze è spesso fragile e se livello professionale può esserci una buona riuscita, a livello relazionale emergono grandi difficoltà. Possiamo indicare alcune caratteristiche che, in misura diversa, ricorrono negli individui: 

  • Senso profondo di solitudine e isolamento
  • Incapacità di stabilire relazioni intime
  • Ricerca compulsiva di stimoli
  • Ricerca della novità come fonte di eccitazione e fuga dal vuoto interiore
  • Incapacità di entrare in contatto con le proprie emozioni
  • Dipendenze comportamentali e da sostanze per attenuare un doloroso vissuto di vuoto

Attraverso la rete la possibilità di creare legami di amicizia o trovare partner è potenzialmente infinita, si può venire in contatto con persone sempre nuove, tuttavia proprio questa grande disponibilità di occasioni ha reso più superficiali ed effimere le relazioni perché è più difficile stare in un lavoro di costruzione e confronto relazionale con l’altro piuttosto che cambiare persona con l’illusione che, prima o poi, ci sarà il match giusto che porterà felicità e amore e risolverà la propria vita. 

“L’attenzione dell’uomo tende ad incentrarsi sulle soddisfazioni che le relazioni si spera arrechino proprio perché, per qualche verso, non sono state ritenute pienamente e realmente soddisfacenti e qualora invece soddisfino appieno, si scopre spesso che il prezzo di tale appagamento è eccessivo e inaccettabile” (Bauman, Amore liquido)

La rinuncia al confronto con l’altro e alla costruzione di rapporti attraverso una paziente conoscenza reciproca diventa, di fatto, la rinuncia alla conoscenza di sé perché è attraverso la relazione che ci conosciamo veramente. Come afferma Aristotele:

“Non possiamo contemplare noi stessi partendo da noi stessi, l’uomo che basta a sé stesso avrà bisogno di un’amicizia per imparare a conoscersi”

C’è un doloroso senso di vuoto da cui gli individui sfuggono con ogni mezzo perché ne hanno paura, è un vuoto di contatti nutrienti con l’altro ma soprattutto un vuoto di presenza a sé stessi che è la base del sentirsi integri davanti al mondo. Molte dipendenze comportamentali rimandano all’assoluta solitudine di chi le vive.

Le dipendenze da sostanze e le dipendenze comportamentali si sviluppano in risposta al senso di vuoto e alla profonda angoscia che suscita nell’individuo, il vuoto può essere riempito con il cibo che rimanda al nutrimento affettivo, con l’alcol che trasmette calore, con una persona che diventa il centro della propria vita oppure con il lavoro che permette di non sentire le proprie emozioni perdendosi in un turbine di impegni e responsabilità, con una cura esasperata del proprio aspetto fisico che diventa ossessione per l’immagine perfetta e porta sempre più lontani dal piacere di sentirsi vivi. 

“Questo tragicomico gioco struttura la vita quotidiana di molte persone che cercano di riempire il proprio tempo con tante attività cercando di distrarsi da situazioni di consapevolezza riguardo la propria esistenza. Per non incontrare la propria solitudine, per non conoscere i propri vuoti spesso ci si rifugia in situazioni di dipendenza che ancora di più svuotano di valore la vita. Allora si riempiono i buchi bucandosi, affogandosi nell’alcol, ipnotizzandosi davanti ad un televisore e in mille altri modi. In realtà il vuoto, qualsiasi cosa si faccia, è trascinato comunque dietro, più si cerca di evitare e di riempire e più aumenta” (Antonio Lo Iacono, Psicologia della solitudine)

Nei nostri studi arrivano sempre più pazienti che portano dipendenze comportamentali o da sostanze di cui spesso sono relativamente consapevoli. L’uso di sostanze tra i giovani, ad esempio, è molto normalizzato e legato a momenti di convivialità che le sostanze rendono divertenti inducendo euforia e apertura relazionale. I giovani spesso sperimentano un’assenza di relazioni intime costitutive e sono incapaci di sostenere l’eccitazione corporea nell’incontro con l’altro, l’eccitazione non sostenuta diventa ansia e la desensibilizzazione è l’adattamento creativo di fronte ai vissuti pervasivi di ansia e incertezza. 

“La desensibilizzazione di cui soffrono i ragazzi nella nostra società post-moderna (che troviamo proposta in modo plateale nei corpi delle persone con modalità dipendente) protegge dall’ansia derivante dall’assenza di contenimento relazionale, per cui attraverso le potenti sensazioni di un legame di dipendenza, si riesce a sentire le proprie sensazioni, il proprio corpo: esisto! Sono vivo!” (Giancarlo Pintus, La relazione assoluta)

Se la psicopatologia è la sofferenza della relazione, nella relazione trova la sua cura. Quell’incontro mancato che non ha permesso al paziente di sviluppare un senso di integrità emerge in terapia come bisogno di una specifica esperienza di contatto. 

Il percorso terapeutico è l’occasione di vivere l’incontro riparativo che permette al paziente di prendere consapevolezza di sé stesso e di raggiungere la pienezza nel vissuto relazionale. In terapia si strutturano un Io e un Tu dove l’altro viene finalmente conosciuto come altro da sé e non utilizzato come oggetto delle proprie proiezioni. Se il paziente non ha sviluppato pienamente una consapevolezza di sé, infatti, sarà sempre mosso dal bisogno nella relazione con l’altro e non dal desiderio di un incontro autentico e reciproco. 

Stefano Bolognini ha approfondito come la sofferenza relazionale possa implicare anche la difficoltà di portare avanti il percorso terapeutico che richiede costanza e disponibilità ad affidarsi nell’incontro con l’altro.

“Una parte di questi pazienti fugge all’idea della dipendenza da un essere umano, mentre altri accettano un aggancio ma quasi mai a ritmo pieno…. Molti pazienti di oggi, infatti, rigettano l’idea di dipendere intensivamente e dichiaratamente da qualcuno. Per ragioni complesse ma non necessariamente misteriose essi sembrano recare i segni di una sostanziale sfiducia e/o disabitudine riguardo alla presenza e alla costanza dell’oggetto, alla sua affidabilità sostanziale e, in definitiva, alla conseguente dipendenza da esso” (Stefano Bolognini, Nuove forme psicopatologiche in un mondo che cambia: una sfida per la psicoanalisi del XXI secolo)

Come vivere l’esigenza umana di amare se non si è strutturata una fiducia di base nell’altro? Il fallimento delle relazioni primarie lascia il messaggio esistenziale che non sia possibile venire accolti e riconosciuti nell’incontro con l’altro. Sviluppare una dipendenza può costituire un surrogato per darsi una gratificazione immediata, un’illusione di pienezza; anche la relazione con un’altra persona può essere vissuta, in maniera strumentale, per colmare il vuoto senza lasciarsi andare ad una reale intimità dell’incontro, questa modalità caratterizza le relazioni di dipendenza affettiva. 

La dipendenza affettiva  

Le relazioni sentimentali caratterizzate da dipendenza affettiva sono relazioni totalizzanti in cui la persona amata diventa così centrale per il partner dipendente, da far perdere interesse e luminosità a tutto suo il mondo rendendolo privo di consistenza, direzione e crescita.

La persona che vive una dipendenza affettiva (da qui in poi DA) ha un costante bisogno della vicinanza fisica del partner e sperimenta la paura della fine della relazione anche in assenza di segnali di crisi o di allontanamento da parte della persona amata. Nella storia vissuta dal DA l’amore si intreccia con la paura e la paura diventa sempre più forte tanto da indurre pensieri ossessivi, condotte di controllo e continue richieste di rassicurazione da parte della persona amata. La lontananza dal partner lascia nel DA un profondo senso di vuoto che esperisce a livello corporeo come un’assenza fisica lancinante e costante, come se il partner allontanandosi, portasse con sé parti vitali costitutive del suo senso di esistere e di stare nel mondo.

“Quando, dopo le prime fasi del rapporto d’amore, uno dei due partner comincia a reclamare più spazio per sé a scapito della confluenza primaria, l’altro polo della relazione vive sentimenti di abbandono e di sofferenza. Gli amanti impiegano il loro tempo nell’interpretare ogni minima variazione comportamentale e del tono dell’umore del partner, alla ricerca di significati oscuri che creano dolore, paura e diffidenza” (Giancarlo Pintus, La relazione assoluta)

Perché definiamo la dipendenza affettiva una dipendenza e la includiamo nelle dipendenze comportamentali? Perché la relazione con il partner è assimilabile a quella che si instaura con una sostanza da abuso:

  • Il partner monopolizza i pensieri (salienza e pensiero ossessivo)
  • C’è un bisogno costante di stare con il partner (craving)
  • L’assenza del partner provoca forte ansia e sensazioni di vuoto (astinenza)
  • Con il tempo diventa sempre più necessaria la presenza fisica del partner (tolleranza)
  • Il sentimento è così pervasivo da compromettere il funzionamento sociale ed il benessere psicofisico del DA

Non sfuggirà al lettore come, soprattutto i primi punti della classificazione, siano riscontrabili anche nella prima fase di una relazione d’amore, quella definita innamoramento; tuttavia, è chiaro al clinico che l’aspetto di sofferenza emotiva soverchiante è caratteristico della DA. Tipicamente i momenti di benessere vengono vissuti in compagnia del partner (“Come stare in una bolla”) e la sofferenza inizia appena si rimane da soli. L’allontanamento del partner viene percepito come un abbandono e si satura di paure. Un altro aspetto che caratterizza il vissuto di DA sono le conseguenze negative sulla vita dell’individuo. 

“Innanzitutto, la relazione tossica tende ad assumere un’importanza tale che tutto ciò che non la riguarda passa in secondo piano. Finiscono così per essere trascurati gli interessi e le attività personali, oltre che i compiti, i doveri e le responsabilità lavorative e/o accademiche. Lo stesso accade a tutte le relazioni al di fuori di quella con il partner, portando il dipendente affettivo a isolarsi socialmente” (Paolo Antonelli, Le dipendenze affettive)

Oltre all’isolamento sociale, il DA è a rischio di sviluppare dipendenze da sostanze (utilizzate per sedare l’ansia e la depressione) e di mettere in atto condotte rischiose come la guida in stato di ebrezza fino ad arrivare agli agiti suicidari. Anche le dinamiche di maltrattamento agite da partner violenti sono legate spesso a storie di dipendenza affettiva, in alcuni casi estremi il DA è disposto a subire percosse, tradimenti, insulti e umiliazioni pur di non interrompere il rapporto con il partner. 

È chiaro come vivere una storia di dipendenza affettiva possa significare perdere la propria libertà e tradire sé stessi; il DA ne è spesso tristemente consapevole e può vivere profondi sentimenti di vergogna legati alla sua condizione. D’altronde spesso accade che i DA scelgano partner molto distanzianti, emotivamente non disponibili oppure legati sentimentalmente ad altre persone. L’asimmetria che caratterizza queste relazioni prende così la forma di una tensione verso un partner irraggiungibile con cui si vivono emozioni molto forti (come in una bolla da cui tutto il mondo rimane chiuso fuori) nel contatto seguite da improvvisi distanziamenti (che fanno l’effetto della terra che si apre sotto i piedi). Proprio questa intermittenza del contatto contribuisce a rafforzare la dipendenza e le dinamiche ossessive di controllo. È tipico del DA sperperare i propri talenti per qualcuno che si rivela essere uno sfruttatore. Per il DA amare significa sacrificarsi, annullare sé stesso a vantaggio di qualcun altro. Sui social media spopolano i blog dedicati alla relazione tra i DA e i, così definiti, narcisisti maligni, ciò che mi colpisce è che la lettura della relazione non si sofferma mai sulla sofferenza del DA ma piuttosto sulle modalità per ristabilire un contatto con il narcisista che si è allontanato, da qui un triste mercato di consigli e strategie che raramente contempla l’indicazione di iniziare una terapia o partecipare ad un gruppo di auto mutuo aiuto. 

 In altri casi, invece, il DA vive legami di codipendenza con partner a loro volta dipendenti spesso da sostanze (Il libro della Norwood “Donne che amano troppo” racconta questa dinamica) e si identifica nel ruolo di helper assicurandosi così, inconsapevolmente, di non venire abbandonato da un partner che ha bisogno della sua assistenza. 

A mio parere ogni storia di dipendenza affettiva è una storia a sé che prende un preciso significato rispetto al percorso esistenziale di chi la attraversa. Certamente le situazioni che portano a vivere un senso di maggiore fragilità possono predisporre a questo tipo di esperienza soprattutto se si viene in contatto con persone manipolatorie che vivono le relazioni sentimentali in termini di rapporti di potere. Posso dire che si è più esposti a questa possibilità se si hanno vissuti infantili di deprivazione o maltrattamento ma anche se si attraversano fasi dolorose della vita come un lutto oppure passaggi difficili come la menopausa nelle donne. L’esperienza della dipendenza affettiva può essere vissuta una sola volta nella vita oppure può essere uno schema relazionale fisso che le persone chiamano amore confondendo l’amore con la sofferenza. 

Se il DA trova il coraggio di chiedere aiuto partecipando ad un gruppo oppure prendendo appuntamento con un terapeuta preparato per occuparsi di questa sofferenza, può iniziare un percorso lungo al termine del quale, se si è lavorato bene, ha la possibilità di trovare o di ritrovare, sé stesso.

Il modello ECOS: una proposta di trattamento

Dopo anni di lavoro con pazienti che attraversano l’esperienza della dipendenza affettiva o come modalità ricorrente di vivere le relazioni sentimentali o occasionalmente in periodi particolari della loro vita, con il collega e amico Angelo Stera, abbiamo individuato le fasi che punteggiano il percorso terapeutico e che ci permettono di stabilire alcuni passaggi e definire un modello condivisibile di trattamento. 

Il nostro approccio è di matrice gestaltica e parte quindi da un lavoro sul confine di contatto con il paziente, si tratta di un lavoro emozionale e corporeo che comprende anche una parte psicoeducativa molto coinvolgente per il paziente. Uscire dalla dipendenza affettiva è un lavoro quotidiano che richiede un grande impegno. Le sedute psicoterapeutiche sono fondamentali ma la nostra esperienza ha dimostrato che spesso non sono sufficienti, soprattutto nella fase emergenziale. Partendo da questa consapevolezza Angelo ed io abbiamo fatto nascere un gruppo di auto mutuo aiuto gratuito aperto alla cittadinanza, che si è dimostrato uno strumento molto efficace soprattutto come integrazione nei percorsi psicoterapeutici intrapresi dai partecipanti. 

Modello ECOS

  • Emergenza
  • Consapevolezza
  • Origine
  • Superamento

Emergenza

Solitamente le persone che vivono una DA giungono in terapia in un momento di emergenza, spesso sono stati lasciate dal partner oppure la loro vita sta iniziando letteralmente a sgretolarsi e si rendono conto di non riuscire più a gestirla. 

Nel corpo questi pazienti presentano una rigidità dovuta all’ipervigilanza, gli occhi sono spesso spalancati come in uno stato di stupore, la respirazione è difficoltosa anche se non se ne rendono conto (in particolare fanno fatica nell’espirazione), l’eloquio è continuo e spesso confuso, i pensieri ossessivi relativi al partner li abitano continuamente, sentono un’ansia pervasiva che non gli permette di stare a proprio agio in nessuna situazione. 

Il terapeuta, nel campo co-creato della seduta, può avvertire la stessa difficoltà di respirazione e una sensazione di tensione corporea; nello scambio dialogico spesso si sente poco efficace come se le sue parole non riuscissero a raggiungere il paziente oppure gli scivolassero addosso senza lasciare traccia. Può anche sentirsi letteralmente travolto dai racconti del paziente e non visto. 

Nel lavoro terapeutico con alcuni pazienti con DA mi sento come in presenza della vittima di un incantesimo: gli occhi mi guardano ma non mi vedono e so che ci vorrà molto lavoro per riuscire a fare in modo che il mio paziente arrivi ad essere davvero presente in seduta. In certi momenti avverto un senso di impotenza come se tutto fosse troppo e devo tornare al mio corpo, al mio sentire e radicarmi per non perdermi nella confusione e nel senso di impotenza e di ineluttabilità della sofferenza. Mi aiuta dirmi che si tratta solo di una prima fase, che non sono inutile e che è importante soprattutto che si crei un legame con il paziente, mi sforzo di non essere focalizzata sugli accadimenti né, tanto meno, sui risultati dei nostri incontri nei comportamenti legati alla dipendenza affettiva. 

Solitamente questi pazienti, nelle prime fasi della terapia, utilizzano i colloqui per comprendere la persona da cui sono dipendenti. Si aspettano delle risposte tecniche da parte del terapeuta con il fine di riuscire a riagganciare il partner. Ovviamente il terapeuta non dovrebbe confluire con tale implicita richiesta anche se è difficile non rispondere alle continue sollecitazioni. Il lavoro consiste nel riportare, con molta delicatezza, il paziente al suo sentire in relazione ai comportamenti del partner senza esprimere giudizi e senza dare indicazione circa i possibili comportamenti da adottare. Cadere in questa trappola significa, infatti, mettere a rischio la terapia. Se il terapeuta, ad esempio, si sbilancia e consiglia alla paziente di non incontrare l’ex fidanzato perché tale comportamento la farebbe soffrire e rinforzerebbe la dipendenza, rischia che lei, una volta incontrato il fidanzato, senta di aver deluso il terapeuta e abbia difficoltà a continuare i colloqui. Questa dinamica, inoltre, non si discosta da ciò che i pazienti vivono nelle relazioni amicali o famigliari; spesso gli amici, dopo averli sostenuti anche per lunghi periodi, iniziano ad aspettarsi che il loro comportamento cambi e, di fronte alla ripetizione delle dinamiche con il partner, finiscono per prendere le distanze considerandoli “persi”. 

In questa fase, partecipare agli incontri di un gruppo di sostegno può essere di grande aiuto al DA perché il tempo che passa tra una seduta di terapia e l’altra viene percepito spesso come troppo lungo e il senso di solitudine è fortissimo. Nel gruppo ci si confronta con persone che attraversano lo stesso vissuto e questo fa sentire subito meno soli. Portarsi non è sempre facile o scontato, alcune persone aspettano mesi prima di parlare della loro storia ma lavorano su di sé anche grazie ai racconti degli altri con cui risuonano molto profondamente. Il gruppo dà anche una prospettiva a chi sente di non averne, le condivisioni di chi è più avanti nel percorso e si sente più forte ed emancipato dalla dipendenza, sono preziosissime. La nostra esperienza come facilitatori, è stata che, non subito ma dopo qualche mese, i partecipanti hanno incominciato a sentirsi e sostenersi anche fuori dal gruppo. Ricordo una donna che aveva deciso di andare ad un appuntamento con l’ex ma temeva di non riuscire a gestire l’incontro e ricadere nella relazione di dipendenza, un partecipante si è offerto di passare dopo un’ora a prenderla per riaccompagnarla a casa. È difficile che i DA abbiano la stessa disponibilità da parte delle persone della loro vita perché queste spesso non comprendono il livello di difficoltà delle dinamiche di dipendenza, gli amici sono prodighi di consigli basati su appelli alla razionalità e al buonsenso ma i DA sanno perfettamente come dovrebbero comportarsi tuttavia non sono proprio in grado di farlo. 

Consapevolezza

Quando il paziente incomincia a sentire il legame terapeutico e ad appoggiarvisi nei momenti di difficoltà dovuta alla carenza del partner, il terapeuta può iniziare a lavorare affinché diventi consapevole di vivere una dipendenza affettiva e leggerla per quello che è: una vera e propria dipendenza che niente a che a fare con l’amore. È un passaggio difficile ma fondamentale perché, a partire da questa consapevolezza, il paziente può rifocalizzarsi su di sé togliendo, a poco a poco, l’investimento affettivo sul partner.

Per aiutare il paziente a disinvestire dall’altro, è importante un lavoro psicoeducativo volto a renderlo consapevole di come alimenti attivamente la propria dipendenza a livello cognitivo ed emotivo. In genere i pazienti beneficiano velocemente dei risultati di tali tecniche di auto-osservazione e sentono di essere più presenti e di avere più energia a disposizione da spendere negli altri ambiti della loro vita. Spesso, i partner che instaurano dinamiche di potere con le persone predisposte alla DA, quando sentono che il paziente sta meglio, producono comportamenti volti a depotenziarlo e a tenerlo legato. Possiamo dire che il mago che ha fatto l’incantesimo tenti di non far fuggire il prigioniero affettivo illudendolo ancora con promesse, momenti speciali e incontri sessuali finalmente teneri e appaganti. Il terapeuta, quindi, non dovrà scoraggiarsi di fronte a discorsi entusiastici sulla rinnovata intesa sentimentale con il partner né, tanto meno, portare infausti vaticini al paziente piuttosto questa sarà una preziosa occasione per sostenerlo, con curiosità, ad indagare se abbia notato qualche differenza nel modo di stare con il partner. Questa osservazione costruita in seduta si rivelerà preziosa soprattutto nella fase successiva legata al nuovo, prevedibile distanziamento del partner, quando il paziente, erroneamente, penserà di essere tornato al punto di partenza. Invece non è mai così anche quando i cambiamenti sono difficili da individuare. 

Appena rientrata l’emergenza emotiva, il percorso terapeutico incomincia a prendere corpo, superati i draghi delle ossessioni e i fantasmi dei continui controlli, questo mondo di pietra che sembrava la vita del paziente, comincia ad animarsi e nelle sedute spuntano persone diverse dal partner, amici, colleghi e vengono raccontate dinamiche differenti con una nuova partecipazione emotiva. 

Questo è il momento in cui ritengo importante lavorare sulla regolazione emotiva guidando il paziente nell’accogliere le proprie emozioni con tutte le sfumature, descrivendole e sentendole nel corpo, imparando a distinguerle e a riconoscerle una per una. “Cosa significa per te che vuoi bene alla tua amica? Cosa senti quando stai con lei? Come ti senti dopo averla incontrata? Come stai qui con me mentre mi parli di lei?”.

“Alla base della dipendenza affettiva vi potrebbe essere un deficit di mentalizzazione dovuto alle esperienze negative con il caregiver. La capacità di riconoscere e rispondere ai propri stati mentali raffigura un prerequisito necessario alla formazione di relazioni intime e sentimentali soddisfacenti…questa capacità tende ad essere compromessa nelle persone che in infanzia sono state emotivamente trascurate a causa del mancato rispecchiamento con il proprio caregiver. Il risultato è che non riuscendo a mentalizzare le proprie emozioni, non imparano a gestirle. Nei dipendenti affettivi l’oggetto della dipendenza fungerebbe così da regolatore esterno delle proprie emozioni” (Paolo Antonelli, Le dipendenze affettive)

I pazienti con DA sono come persone che abbiano ascoltato per anni una musica heavy metal a tutto volume e ora non riescono a sentire una canzone a volume normale trasmessa dalla radio. Affinché possano nutrirsi nei rapporti con gli altri, è necessario che trovino o ritrovino, un senso più sottile e delicato del sentire in relazione dopo le “montagne russe” emotive potenti che hanno vissuto nel rapporto con il partner. Questa nuova alfabetizzazione emotiva che può necessitare di un periodo lungo nella terapia, porta il paziente a vedere sé stesso e gli altri in modo nuovo come se passasse da una visione bidimensionale ad una tridimensionale della realtà. 

Adesso il paziente può chiedersi: “Cosa sento?”, “Come sto in questa situazione?” riportando l’attenzione su di sé invece di chiedersi continuamente chi sia veramente la persona amata su cui ha indagato inutilmente fino allo sfinimento. 

Origini

Ora si crea lo spazio per incontrare i vissuti infantili, quelle dolorose assenze che sono alla base di questo schema di disperata ricerca dell’amore che il paziente riattualizza nella sua vita adulta. Ora egli non è più solo nell’incontrare la tristezza, la solitudine e la disperazione attraversata da bambino. 

Ricordo l’infanzia di un paziente cui ad ogni compleanno venivano regalate 5000 lire, lui se ne andava al cinema da solo per festeggiare. In una seduta l’ho guidato ad immaginare che io fossi in quel cinema con lui e ho festeggiato il compleanno condividendo quel momento prezioso ma, quando gli ho domandato della torta, mi ha risposto con dolore di non aver mai avuto una torta di compleanno. Dentro di lui era sedimentata la convinzione di non essere amabile ed era scontato non ricevere amore, cure e rispetto, quella era la sua realtà. Il nostro lungo percorso terapeutico lo ha portato a conoscersi, ad individuare i propri bisogni e a mettere in discussione le relazioni sbilanciate che viveva basate sulla sua tendenza a compiacere l’altro per ottenerne l’affetto e la vicinanza.

Le parti ferite che rimandano alle mancanze di sostegno quando non ai maltrattamenti o agli abusi, vissuti nell’infanzia, vanno incontrate ed accolte nelle sedute terapeutiche e questo sarà possibile una volta che il paziente avrà sviluppato una dipendenza “sana” nel rapporto con il terapeuta, superando quella sostanziale sfiducia rispetto alla presenza e alla permanenza dell’oggetto originata dalle esperienze precoci.

“Vediamo come la storia di una persona che nel corso del proprio ciclo evolutivo sviluppa un’addiction è contrassegnata da precoci difficoltà nell’ottenere l’adeguato sostegno alla costruzione di buone competenze di contatto, tali da minare la capacità di identificare e dare un nome ad un bisogno dallo sfondo indistinto di eccitazioni. Volere qualcosa, rifiutandone un’altra, è una competenza che si sviluppa in un contesto relazionale nel quale ci si sente riconosciuto e pertanto identificato; questo processo relazionale di base spesso manca nella storia remota dei pazienti addicted” (Giancarlo Pintus, La relazione assoluta)

I pazienti con DA sono così protesi nel soddisfare i desideri dell’altro da perdere la capacità di identificare i propri bisogni relazionali. Una paziente che era stata lasciata dal partner, ad esempio, non riusciva a cogliere un mio intervento in cui le facevo presente come anche lei potesse scegliere di non volere più quella relazione, era stupita di potersi esprimere con una scelta quando sentiva di essere stata abbandonata. La sua percezione era di non avere voce in capitolo e non riusciva a cogliere il senso della mia frase: “Puoi scegliere per te stessa indipendentemente da ciò che ha fatto lui”. 

Lo scoglio più difficile da superare, a parere della scrivente, è proprio quello di accettare di colmare da soli quelle mancanze che ci si aspetta che vengano colmate dell’altro, c’è una sorta di lutto da attraversare, il lutto della speranza (ma è più una convinzione) che l’amore del partner possa essere salvifico e curare tutto il dolore e la solitudine dell’anima. Il terapeuta può incontrare la rabbia del paziente che sente di dover rinunciare alle aspettative cui si è aggrappato fin dall’infanzia, il senso di disorientamento di fronte alle nuove consapevolezze può portare alla protesta come se il lavoro terapeutico gli negasse il sogno. L’unica possibilità che ha il terapeuta è quella di accompagnare il paziente in questo passaggio doloroso sapendo che è una rinascita. Attraversare questo dolore e uscire dal sogno, permette al paziente di entrare in contatto con sé stesso e riconoscersi, riconoscere le proprie emozioni ed i bisogni e portarli al terapeuta perché li riconosca. Ecco che l’incontro con l’altro significativo diventa un incontro Io Tu in cui vengono superati i blocchi nel cammino di crescita, finalmente può esserci quel rispecchiamento che permette di riconoscersi e dire Io e di vedere l’altro come TU.

“La maturazione richiede che nella relazione interpersonale un Io che ha il senso della propria integrità (dà del tu a sé stesso) incontri un Tu e lo sperimenti nella sua pienezza. Se ciò non avviene si ha un’interruzione della crescita che ha come conseguenza una distorsione percettiva di sé stesso e dell’altro, le cui modalità si declinano o nel percepire sé stessi troppo piccoli e l’altro troppo grande (dipendenza ossessiva) o nel percepire sé stessi troppo grandi e l’altro troppo piccolo (indipendenza narcisistica)” (Giovanni Salonia, La relazione assoluta)

Superamento

È chiaro, dunque, che chiudere una relazione di dipendenza non significhi aver superato la DA, lo dimostrano i percorsi di quelle persone che vivono tutte le relazioni sentimentali secondo questo schema relazionale rigido.  Così come è possibile che alla fine del percorso terapeutico, si mantenga la relazione con il partner da cui si è dipendenti, cambiando la propria attitudine all’interno del rapporto e qualche volta accade soprattutto se il partner non ha un comportamento manipolatorio e non instaura dinamiche di potere. L’obiettivo della terapia non è la fine della relazione ma la capacità del paziente di riappropriarsi di sé stesso e della propria vita attraverso l’esperienza riparativa vissuta in terapia. Dopo aver attraversato la fase emergenziale, aver preso consapevolezza di vivere una dipendenza, aver acquisito gli strumenti necessari per non nutrire le ossessioni ed i controlli sul partner, dopo aver superato la paura dell’incontro autentico con l’altro e con sé stesso, può capitare che il paziente inizi una storia d’amore. Una nuova storia è un’occasione preziosa per seguirne lo sviluppo in terapia. Il paziente è ora un esperto delle proprie dinamiche e, se ha sviluppato una buona capacità di ascoltarsi e vedere l’altro, può condividere nelle sedute i propri cambiamenti e le fatiche di scoprirsi ancora, saltuariamente, a ripetere vecchi schemi comportamentali o a essere tentato di metterli in atto. Il fatto di non buttarsi con foga nella nuova relazione, può renderlo sospettoso sui propri sentimenti proprio per l’effetto heavy metal sopra menzionato, tenderà a sentirsi meno coinvolto rispetto alle storie precedenti, rimanendo da una parte più tranquillo, ma dall’altra un po’ guardingo di fronte a questo nuovo stato dell’essere. Non ci sono dubbi sul fatto che le prime fasi delle storie di DA siano molto coinvolgenti e totalizzanti però sono inautentiche (perché in realtà non si vede l’altro ma un’idealizzazione di ciò che si vorrebbe che fosse) e il paziente ora può accettare questa consapevolezza senza perdere il desiderio di amare ancora. L’impedimento può essere la paura di stare male di nuovo, la sensazione di non fidarsi di sé, è prezioso non essere soli in questo passaggio. Per apprezzare la vicinanza del partner si rivela fondamentale quella sensibilità più fine sviluppata nel percorso terapeutico, si crea la possibilità di sperimentare una presenza rilassata e autentica nell’incontro con l’altro. 

Ricordo una paziente che confondeva il suo essere pacifica in compagnia del partner con una sensazione di noia e portava elementi di conflitto per creare un movimento, lo scontro era la dimensione amorosa che conosceva e che aveva vissuto nella sua famiglia d’origine, faceva fatica a considerare amore la semplice presenza del partner. Per chi è così coraggioso da aprirsi alla possibilità di una relazione vissuta in maniera diversa, la sensazione è spesso quella di essere di nuovo molto giovane, alle prime armi e di non sapere come muoversi. Mi ricordo una frase del mio insegnante di ballo quando vedendomi impegnata a riprodurre una coreografia in maniera puntuale e focalizzata, mi disse con amore: “Balla ma senza sforzo”. Uscire dalla dipendenza affettiva crea la possibilità di stare con l’altro senza sforzo scoprendo una dimensione creativa e autentica dell’essere. 

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