“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore.
Continua ad andare. Nessun sentimento è finale.”
Rainer Maria Rilke
Le emozioni sono reazioni affettive intense con insorgenza acuta e di breve durata determinate da uno stimolo ambientale, secondo Perls: “…benché la psichiatria moderna tratti le emozioni come se fossero un sovrappiù fastidioso da dover scaricare, esse sono il linguaggio stesso dell’organismo; modificano l’eccitazione basilare a seconda della situazione da affrontare. L’eccitazione viene trasformata in emozioni specifiche e le emozioni vengono trasformate in azioni sensoriali e motorie”. Fritz Perls, L’approccio della Gestalt. Testimone oculare della terapia, Roma, 1977, p.33
Tra le emozioni che sperimentiamo come individui credo che la paura sia tra le più importanti nel processo di crescita, può avere un effetto bloccante nell’individuo che si manifesta come ritiro, come fuga o come evitamento; è strettamente collegata all’ansia, alla rabbia, alla tristezza, alla solitudine, al senso di colpa e alla vergogna. Durante le sedute di counseling quando emerge in modo ripetuto una di queste emozioni chiedo sempre alla persona di che cosa ha paura, ipotizzo che sia l’emozione di sfondo sulla quale si formano, e a volte cronicizzano, alcune risposte, fino a sostenere un’identificazione totalizzante, in cui la persona si riconosce o viene riconosciuta con l’emozione ad esempio: “sono una persona ansiosa” oppure “è una persona rabbiosa”.
Per cominciare vorrei riportare alcune situazioni che mi hanno colpita durante la mia esperienza professionale.
Anni fa venne in counseling una giovane donna, che qui chiamerò Donata, mi disse di voler iniziare un percorso perché i suoi famigliari erano preoccupati per lei. Le chiesi le ragioni, rispose che il problema erano i suoi “comportamenti rabbiosi”. Donata si presentava come corazzata, dal corpo molto rigido e la voce dal suono basso, le parole sembravano sommerse, curiosamente i suoi modi erano schietti come se fosse pronta a fare una rissa da un momento all’altro.
Scelsi di partire dalle sue motivazioni, chiedendole di farmi un esempio circa i suoi comportamenti rabbiosi. Donata mi descrisse una situazione in cui un’auto le tagliò la strada mentre stava guidando, la cosa la fece impazzire mi disse e seguì l’altro automobilista fino sotto la sua abitazione per insultarlo. Gli incontri con Donata proseguirono affinché divenne consapevole che la sua rabbia era la risposta immediata allo spavento, alla paura e si riappropriò anche della proiezione della paura dei suoi famigliari per i suoi comportamenti, come sua. Nella storia di Donata emersero anche episodi ripetuti di paura negli anni della sua infanzia, in effetti aveva vissuto in un ambiente pericoloso e angosciante.
La seconda esperienza che condivido invece riguarda un corso di formazione sul tema del conflitto e del burn-out nei gruppi di lavoro, che feci anni addietro con il personale sanitario di un ospedale di Torino. Al corso partecipavano anche gli infermieri di un reparto che negli anni era cambiato notevolmente, da reparto di neuropsichiatria infantile con pazienti minorenni affetti prevalentemente da diagnosi neurologiche a pazienti minorenni ricoverati con problemi psichiatrici (dopo questa affermazione dovrei scrivere un altro articolo, perché personalmente ho grosse perplessità sul considerare psichiatrici i minorenni, ma non essendo questo il tema, prendiamo tra virgolette e per buona questa definizione). Ebbene gli operatori di quel reparto riportano il racconto di frequenti episodi di rabbia da parte di un ragazzino in quel periodo lì ricoverato, chiedo loro cosa sentono emotivamente in quella situazione, non sanno cosa rispondere e mi raccontano cosa fanno. Parlandone e facendo un lavoro di consapevolezza comprendiamo che facevano molto, cercavano di utilizzare protocolli vari ma non erano consapevoli della paura e della frustrazione che sperimentavano a loro volta, con il rischio di alimentare un campo che amplificava le paure, quelle stesse paure che forse viveva anche il ragazzino, parafrasando Perls: organismo e ambiente sono collegati, si influenzano reciprocamente.
L’ultimo episodio invece riguarda un lavoro durante un week-end di formazione presso la nostra scuola di counseling. Un’ allieva chiede a me e al gruppo di potersi sperimentare in una seduta come cliente, le fece da counselor una sua compagna per poi ricevere la supervisione. Tiziana, sarà il nome dell’allieva in questa sede, riporta di volere lavorare sulla sua rabbia, nella seduta condivide un episodio specifico: un pomeriggio lei torna dal lavoro e si occupa delle faccende domestiche, dopo qualche ora torna il marito. Si accorge che il coniuge non ha i bambini con sé, urlando chiede spiegazioni e lo insulta. L’aspetto interessante è che ne lei ne la counselor si incuriosiscono di quale emozione abbia provocato l’esplosione di rabbia, eppure lo spavento di non vedere i bambini era “ovvio” agli osservatori.
Queste esperienze brevemente accennate, per certi aspetti sono simili – pur conservando gli individui una loro soggettività che apre alla complessità dei loro vissuti e delle loro storie – ovvero evidenziano una risposta simile alla paura, quando la paura non viene riconosciuta e in qualche modo la rabbia diventa funzionale come risposta a smettere di avere paura. Il paradosso è che l’esperienza della paura viene in questi casi riconosciuta dopo, ovvero ci si spaventa della propria rabbia, come ad esempio è accaduto nella terza situazione che ho sopra descritto. Avviene uno sbilanciamento potremmo dire tra queste due emozioni. L’esperienza comune con cui sono entrati in contatto è stata il vissuto di pericolo e dunque il ritrovarsi in modo inatteso in una situazione fuori dal controllo e dalla prevedibilità. Nel primo caso l’auto che taglia la strada a Donata, nel secondo il ragazzino che rifiuta le cure perché non comprende il motivo del ricovero e secondo la mia impressione chiede a gran voce un’attenzione relazionale ed emotiva, nel terzo non vedere i figli a casa quando Tiziana dava per scontato che sarebbero rientrati con il padre. Si potrebbero sviscerare e problematizzare ulteriormente le situazioni riportate, portando in luce le gestalt fisse e gli adattamenti creativi non più funzionali dei soggetti coinvolti, mi permetto invece di usare questi esempi per fare emergere il tema della paura non ascoltata e non riconosciuta.
Sono molti gli autori che affermano che la nostra società ha paura della paura, come se fosse più un’emozione di ostacolo che un’emozione importante per la nostra crescita, in quanto capace di segnalarci in modo immediato con tutta una serie di sensazioni fisiche i nostri blocchi, ad esempio: il respiro mozzato, oppure gli occhi sbarrati, o la desensibilizzazione etc…
Invito i lettori a fare un esperimento a chiedersi e/o a chiedere alle persone intorno di che cosa hanno paura?
Spesso quando condivido questa domanda, ottengo risposte del tipo: paura no, sono un po’ preoccupato. Eppure viviamo e abbiamo vissuto anni in cui la paura forse è stata la regina delle emozioni, la pandemia ne è stato un esempio eclatante. Tutto il dibattito che è avvenuto almeno in Italia, perché non conosco la realtà degli altri paesi a tal punto da potermi esprimere in merito, si è giocato sul piano della ragione, su ciò che fosse giusto o sbagliato fare e soprattutto su chi fosse o fossero i nemici, senza dare alcuno spazio all’emozione che muoveva tutte queste azioni, ovvero la paura. Dunque ecco perché ho riportato in precedenza alcuni frammenti di esperienze che fanno emergere in un contesto ridotto ciò che abbiamo vissuto e che credo stiamo ancora vivendo in modo esponenziale come società. E’ evidente che ciò sia potuto accadere perché alcuni aspetti erano già presenti in forma: d’abitudine o ideologica o non consapevole e quindi introiettata nella nostra società, ad esempio la medicalizzazione dell’esperienza del dolore e della sofferenza, ovvero il tentativo di schematizzare, protocollare, rendere procedura oggettiva e oggettivante con tanto di cure e trattamenti annessi ogni questione non solo sanitaria ma anche quelle esistenziali, adoperando la logica di ridurre la complessità dell’esperienza umana, basta pensare alla quantità di farmaci e psicofarmaci che la nostra società utilizza; per dirla con le parole di Natoli: “Fatte salve le diverse modalità di esposizione del dolore e le diverse proposte terapeutiche che discendono dal modo di rappresentarlo, il tratto comune che caratterizza l’esperienza contemporanea del dolore è collegato alla persuasione che l’uomo possa tecnicamente dominarlo e che comunque la tecnica sia la forma oggettiva e, nella convinzione comune, perfino naturale di dominarlo.” Salvatore Natoli, L’esperienza del dolore, Milano, 2004 p. 377.
Oppure ancora il tentativo rendere ad appannaggio di un solo sapere o di una solo disciplina alcune questioni, ad esempio: trattare le emozioni come se fossero oggetto di dominio della psicologia, dimenticando che l’arte in tutte le sue forme, la filosofia, la pedagogia, la letteratura e altre conoscenze e saperi hanno scandagliato in profondità l’animo umano e hanno molto da insegnarci e da condividere rispetto alle emozioni.
Oppure ancora il tentativo di rendere la società politicamente corretta e dunque forse una volontà di cancellare qualsiasi critica che possa rompere gli equilibri politico – sociali ed economici prestabiliti, in tal senso diventa interessante riportare alcune riflessioni di Goodman che sembrano attuali: “Spontaneità e istinto sono soggetti a severa censura, e nondimeno si esigono doti creative ed efficienza sessuale a comando. E’ un quadro completo di quello che Freud ha definito ‘il disagio nella civiltà’(…) Reich ha dimostrato che questo tipo d’ansia induce a sogni di distruzione, autodistruzione ed esplosione per allentare la tensione, sentire qualcosa, sentirsi liberi. (…) Il clima psicologico spiega, credo, il singolare atteggiamento degli americani dinnanzi all’escalation della guerra nel Vietnam. Le dichiarazioni del governo sugli scopi bellici si contraddicono da una settimana all’altra e sono smentite dai suoi atti. Le sue previsioni sono sconfessate e ridicolizzate dagli avvenimenti. I comandanti militari mentono e sono sbugiardati dalle notizie del giorno dopo. Eppure buona parte dell’opinione pubblica continua a soggiacere, in preda ad un fascino che la paralizza. Questa paralisi non è indifferenza, perché in fondo la gente non parla d’altro”. Paul Goodman, La società vuota, Milano, 1970 p.147
Detto ciò quali sono le possibili prospettive?
L’esperienza del dialogo:
Durante la pandemia mi sono trovata in difficoltà non avevo categorie esistenziali o esperienze pregresse che potessero orientarmi, sentivo paura e mi rendevo conto di essere immersa contemporaneamente con i miei cari, i miei clienti e i miei colleghi in una situazione di crisi, ciò che mi ha sostenuta è stata la voglia, probabilmente per necessità, e soprattutto la possibilità che ho avuto di confrontarmi a partire dalle mie paure, ho seguito il mio sentire accettando di assumermi la responsabilità delle scelte che avrei fatto.
Credo che sia proprio la responsabilità di entrare in contatto con le proprie emozioni e dunque il proprio mondo interiore e di esprimerlo intenzionalmente la chiave della propria crescita, ciò rimane comunque una scelta dell’individuo, forse il dilemma cruciale dell’esperienza esistenziale, ovvero assumersi la propria responsabilità di essere al mondo con lo sguardo proiettato verso un orizzonte segnato dalla propria finitudine.
In tal senso riporto qui di seguito un frammento di dialogo tra due colleghe, che mi ha emozionata e poi orientata per navigare nell’incertezza che stavamo e forse stiamo ancora attraversando:
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- J.: Vorrei che rendessero obbligatorio per tutti questo vaccino, così la facciamo finita con tutte queste diversificazioni etc…
- X.: Sai che se così accadrà io me ne andrò?
- J.: Ma dove? Cosa stai dicendo?
- X.: Ho troppa paura, non voglio che mi somministrino questo vaccino. Nel caso mi informo in quali altri paesi non è obbligatorio e starò lì fino a quando sarà necessario.
- Silenzio…e commozione…
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- J.: Non avevo capito…per me invece il fatto di averlo fatto mi fa stare tranquilla e sento di poterti abbracciare senza avere paura.
- Sorpresa e commozione.
In questo scambio c’è tutto: “Due persone sono in contatto quando la situazione acquista senso per loro, quando cioè si costituisce una Gestalt di cui fanno parte entrambe con le loro specifiche intenzioni (…). Contatto implica qualità: agli effetti pratici per contatto si intende uno scambio dotato di senso e qualità, uno scambio ciò che riveste valore per la vita delle persone (…). Contatto significa sufficiente vicinanza perché qualche cosa succeda, ma allo stesso tempo sufficiente distanza perché qualcosa di consistente possa accadere.” Paolo Quattrini Fenomenologia dell’esperienza, Milano, 2007, pp.185-6
Orbene, potremmo dunque ipotizzare che se l’ambiente in qualche modo alimenta e sostiene le nostre paure – pensiamo al potere che i mezzi di comunicazione hanno di influenzarci, numerosi studi mostrano come la percezione di pericolo sia più forte nella nostra società occidentale rispetto al passato, quando paradossalmente rispetto alla storia dell’uomo viviamo con più sicurezze – è vero anche che è proprio nello scambio con l’ambiente attraverso l’esperienza e il dialogo possiamo ascoltare le nostre paure e trovare un senso, viverle come bussole che ci orientano nel processo di consapevolezza e di crescita: “Se siete nel presente, siete creativi, siete inventivi. Se i vostri sensi sono all’erta, se tenete aperti gli occhi e le orecchie, come fanno tutti i bambini piccoli, una soluzione la trovate sempre”. Fritz Perls, La Terapia Gestaltica parola per parola, Roma, 1980, p.11
Bibliografia
Borgna E., (2009) Le emozioni ferite, Milano, Feltrinelli Editore.
Goodman P., (1970) La società vuota, trad. it. di M. L. Mazzini. Milano, Rizzoli Editore.
Illich I., (1976) Nemesi Medica. L’espropriazione della salute, trad. it., di D. Barbone, Milano, Arnoldo Mondadori Editore.
Natoli S., (1986) L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale. Milano, Feltrinelli Editore.
Perls F., (1977) L’approccio della Gestalt. Testimone oculare della terapia, trad. it., di J. Sanders, Roma, Astrolabio.
Perls F., (1980) La Terapia Gestaltica parola per parola, trad. it., di B. Draghi, Roma, Astrolabio.
Pizzimenti M.-L. Rivetti, (2020) ABC Gestalt. Manuale pratico, Milano, FrancoAngeli.
Quattrini P., (2007) Fenomenologia dell’esperienza, Milano, Zephyro Edizioni.











